Semifinale Greta Cerretti

Scrivi un racconto a tema di massimo 20000 battute spazi inclusi.
Affronta altri avversari e poi sfida gli sponsor.
Solo i migliori arriveranno a sfidare il Boss.
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Spartaco
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Semifinale Greta Cerretti

Messaggio#1 » giovedì 5 gennaio 2017, 1:01

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Eccoci alla seconda parte de La Sfida a Baby Boomers.
In risposta a questa discussione, gli autori hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare al loro SPONSOR un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello che hanno passato il girone.
Quindi, Andrea Grillone e Roberto Romanelli, possono sfruttare i tre giorni concessi per limare i difetti del racconto, magari ascoltando i consigli che gli sono stati dati da chi li ha commentati.

Scadenza: Sabato 7 gennaio alle 23:59
Limite battute: 21.313

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 7 gennaio. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione, state sicuri che il vostro avversario starà già pensando a come migliorarsi!



Hitherto
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Clausura - Andrea Grillone

Messaggio#2 » giovedì 5 gennaio 2017, 15:49

Adesso, finalmente, vedo tutto con chiarezza: ogni piccolo frammento della mia esistenza ha rappresentato la scintilla che minaccia di divampare in un incendio devastante. Le campane suonano a morte violentando la quiete del chiostro e mi figuro le sorelle seguono la bara credendo che il mio corpo vi giaccia all’interno. Ma io sono qui nella quasi oscurità degli occhi e con la luce della mente; respiro tra queste mura antiche spirando dolorosamente un anelito di vita dopo l’altro. Immagino Maria che urla mentre affonda le sue unghie nelle sue guance rosee, disperandosi per la mia morte. Ma io sono viva, Maria, sono qui. Trovami, te ne prego.
Ormai da giorni non parlo con nessuno e l’unico rumore che mi tiene compagnia e che rischia di condurmi tra le braccia della follia è questo incessante gocciolare dell’umidità sulla pietra. A volte, di notte, mi sento talmente tesa da sobbalzare non appena odo la goccia che colpisce il pavimento, sebbene sia il tono costante e perpetuo che scandisce le mie giornate. Mi mancano le voci che origliavo attraverso i muri del cortile, mi manca il bagliore lancinante della luce del sole sui miei occhi asciutti, mi manca respirare l’aria libera e fresca. Sopra ogni cosa, mi manca lei.
Io e Maria siamo le uniche componenti della classe ad aver proseguito la strada benedetta del convento, dopo l’istruzione superiore. Nel nostro convento le classi di educande prendono il nome dalle iniziali della suora che le istruisce. La nostra istruttrice è sempre stata suor Maria Margherita e la nostra classe era dunque la classe MM. Tutte in convento ci chiamavano per abitudine “la classe duemila”, sia per la vicinanza del nostro anno di nascita alla soglia del terzo millennio, sia perché la sigla veniva letta come se si trattasse di numeri romani. Veniva sempre detto con ironia e faceva sfuggire spesso un sorriso divertito. In convento ci si diverte davvero con poco, nei limiti di quanto è permesso divertirsi.
Il convento della Madonna delle Grazie sorge al centro del paese di Jate Valdostano. E’ una costruzione che risale al XV secolo e si erge con imponenza come se giudicasse tutto ciò che gli è stato costruito attorno successivamente. Oltre ad essere il convento di un ordine di suore di clausura, ospita una scuola per orfane. Il mondo mi ha gettata tra queste mura quando avevo l’età di sei anni, mentre Maria è arrivata all’età di nove anni. Essendo nate nel 1997 siamo state assegnate alla stessa classe. Entrambe non abbiamo dei ricordi molto vividi della nostra vita prima del convento. Sappiamo soltanto che i nostri vecchi orfanotrofi erano troppo pieni e siamo state mandate qui non appena il convento ha avuto dei posti liberi. Maria ha potuto raggiungerci soltanto perché Alberta è morta per una brutta polmonite. E’ stato molto triste ed inizialmente odiavo Maria per aver sostituito quella mia amica, ma poco dopo la vita è continuata e quella morte si è ridotta all’indifferenza di qualsiasi avvenimento della mia infanzia, come un brutto temporale.
Tutte le classi del convento sono formate da un massimo di cinque educande che non possono uscire dal convento se non dopo la maggiore età, se lo desiderano. E’ una sorta di clausura forzata con un termine prefissato. Molte volte mi sono chiesta come fosse possibile che nessuno dall’esterno facesse qualcosa per liberare le orfane da questa prigionia. Mi sono risposta che è perché a nessuno importa di noi, che è perché abitiamo in un paesino di cinquecento abitanti e che è perché nessuna delle educande uscite dal convento si è mai lamentata. D’altronde qui è meglio che altrove. Abbiamo ricevuto in dono dal Signore una casa che ci protegge. Come morbido filo attorno al fuso di un arcolaio, quasi ogni mio ricordo è avvolto attorno agli echi delle laudi attraverso i corridoi di pietra. Ho spesso avuto un desiderio altalenante di conoscere il mondo al di là delle mura ma ho sempre avuto delle sorelle qui con me e, soprattutto, ho sempre avuto Maria.
Nonostante il rigore della madre superiora ho appreso attraverso le strette fessure di un muro del cortile quanto io e le mie coetanee esterne potessimo essere simili e diverse. Molto spesso non comprendevo il significato dei loro discorsi perché utilizzavano delle parole che non conosco. Ciò che però ho notato dai discorsi degli adulti che passavano accanto a quel muro è che nemmeno loro lo capivano e avevano quasi in odio la diversità di quelle giovani ragazze.
Dicevano “Ora hanno tutti questi selfi, questo feisbuc, non fanno altro dalla mattina alla sera. Dove andremo a finire? Non hanno proprio idea di cosa sia la vita vera e pensano solo a divertirsi, a comprare vestiti nuovi e a fotografare tutto per metterlo su feisbuc. Che i loro genitori li puniscano una volta per tutte e gli mettano la testa sulle spalle! Questi nati dal 2000 in poi stanno facendo diventare il mondo uno schifo! Tutte queste americanate stanno trasformando l’Italia in un paese di coglioni e di buttane!”
Discorsi infiammati come questo venivano pronunciati con autentico disprezzo e con l’inimitabile alterigia di chi crede di essere il custode del buon costume. Mi sembrava di vivere in un mondo parallelo; io avevo la loro stessa età eppure non mi identificavo in quelle descrizioni colorite che ascoltavo. Nonostante il mio comportamento non rientrasse tra i motivi di biasimo che sembravano caratterizzare la popolazione di Jate, le suore del convento e la madre superiora avevano sempre qualcosa da ridire sul mio comportamento. Ero troppo rumorosa, ero troppo scherzosa, disturbavo troppo, volevo passare troppo tempo con le mie compagne e con Maria. Sembrava che essere nati nel 2000 o in prossimità di quell’anno portasse gli adulti e gli anziani ad odiarci senza alcun vero motivo apparente. Ho raggiunto la consapevolezza che con il passare degli anni la disposizione d’animo di ciascuno viri quasi inevitabilmente verso l’odio del caos. Caos. Questa è forse la parola più pagana che riesca a turbarmi. Quando la pronuncio nella mente mi sembra che si aggiri come una belva famelica nel buio del mio cranio, urtando e graffiando qualsiasi cosa incontri, pronta a prendere fuoco da un momento all’altro. E’ potente e terribile. Provo quasi terrore, io che sono così incombusta. Per le suore ero io lo scompiglio nell’Eden del convento, ero io la sua fonte di caos e il caos, dicevano, non è gradito a Dio. Io ero diversa dalle ragazze che vivevano fuori dal convento, eppure molto spesso notavo le occhiatacce di disgusto che mi lanciava la madre superiora quando passeggiavo nel chiostro con Maria. Sembrava che tutto ciò che era nuovo, giovane e diverso facesse avvertire agli adulti una sensazione di pericolo e minaccia, dunque doveva essere cambiato. Non capivo, davvero non capivo. Ma adesso capisco.
Credo che la mia vita sia stata molto diversa da quella delle ragazze esterne. Sono cresciuta indossando soltanto degli abiti neri e bianchi, mangiando sempre le stesse pietanze essenziali, giocando con i piccoli volatili e gli insetti che popolavano il chiostro. Non trovavo con quelle ragazze alcun punto di incontro fino a quando non udii una ragazza piangere. Quando la udii avevo da poco compiuto diciotto anni e immagino che lei avesse più o meno la mia stessa età. All’inizio del mio ascolto clandestino era sola ed emetteva soltanto dei piccoli gemiti sommessi. Mi sembrava di percepire la profondità della sua sofferenza e sentivo io stessa una fitta al centro del petto. Poco tempo dopo una ragazza che doveva essere sua amica la raggiunse. Riuscii ed ascoltare ben poco di ciò che si dissero quella volta, ma una frase penetrò come ghiaccio attraverso la roccia fino alle mie orecchie assetate: “Ma io lo amo”. Il mio cuore ebbe un sobbalzo. Di questo allora si trattava. Quella ragazza soffriva per amore.
Udire quella ragazza che soffriva così intensamente risvegliò una violenta scossa che percorse tutto il mio corpo. Tentai di smettere di tremare, tentai di acquietare il cuore e di rallentare il respiro ma ad ogni futile tentativo la mia mente urlava sempre più energicamente un nome: Maria.
Mi ammalai. La febbre mi trattenne a letto per oltre una settimana. Quando Maria tentava di entrare nella stanza i miei gemiti deliranti diventavano più violenti, costringendola a fuggire in preda al senso di colpa. La madre superiora impedì le visite da parte di chiunque, come spesso faceva quando una di noi si ammalava. Mi fece trasferire in una stanza appartenente alla parte più antica del convento, vicino a dove è conservato un frammento della Santa Croce. Diceva sempre che la vicinanza a quella sacra reliquia avrebbe liberato il nostro debole corpo traviato da ogni malattia. Con la piccola Alberta questo non avvenne ma con me dovette funzionare, visto che iniziai a sentirmi molto meglio dopo qualche giorno. Le camere dell’antica parte del convento sono molto oscure ed umide e alcune non hanno finestre che si affaccino all’esterno. Adesso so di essere in una di queste camere. Ho provato ad urlare, ma i muri sono molto spessi e sono distante dalla parte abitata del convento. Nessuno mi ha ancora sentita.
Dopo la mia convalescenza qualcosa cambiò nel mio animo. Ero esternamente calma e sembrava che nessuna preoccupazione potesse far nascere delle rughe sulla mia fronte bianca. Tutto su Maria e la madre superiora mi fu chiaro, lampante. Capii finalmente cosa portava la madre superiora a guardarmi con disgusto mentre trascorrevo del tempo con la mia amica e capii finalmente cosa albergava nel mio petto in attesa di qualcuno che aprisse la sua gabbia.
La madre superiora è una donna anziana e credo che il mondo in cui è cresciuta fosse molto diverso dal nostro. Quando eravamo bambine si concedeva talvolta una pausa dalla sua personalità rigida e severa raccontandoci storie riguardanti la sua giovinezza. A detta della madre superiora, il mondo era un posto perfetto quando era giovane: non c’erano tutte le tentazioni che ci sono oggi, la gente non aveva bisogno di comprare continuamente qualcosa per credere di essere felice e tutto andava secondo le regole. Un uomo ed una donna si sposavano, mettevano su famiglia, il padre lavorava e la madre cresceva i figli. Uno schema antico, quasi un archetipo. Quando ascoltavo i suoi racconti vedevo una luce soffice che bagnava le sue pupille e mi commuovevo. Il mondo di allora doveva essere molto bello e dovevano esserci molte meno ragioni per cui pregare.
Ciò che mi portò a scegliere la via della clausura fu la meraviglia che provai quando scoprii l’adorazione perpetua. Le suore del convento della Madonna delle Grazie scelgono di rinunciare alla propria vita nel mondo esterno per trascorrerne una di preghiera, con il fine di riparare con la fede ciò che il peccato guasta nel mondo. Ho sempre trovato questa missione di vitale importanza e vicina a Dio in modo supremo. Mai avrei immaginato che il primo anno del mio noviziato sarebbe stato l’anno in cui avrei smesso di sentire la luce del sole sulla mia pelle.
La forte febbre che mi prese dopo aver origliato il pianto della ragazza attraverso le fessure del muro si verificò appena due mesi fa. Da poco io e Maria eravamo state accettate come novizie e ci sentivamo entrambe profondamente amate dal resto del convento. Ci avevano cresciute e tutte erano per noi un po’ come madri, più che come sorelle. Il giorno dopo essere guarita mi recai risolutamente nella cella di Maria. Faceva molto freddo quella notte e Maria aveva acceso una candela sul comodino, come era sempre solita fare prima di addormentarsi. Quando entrai nella sua cella vidi subito l’alternarsi del suo respiro addormentato sotto le coperte. Avvicinandomi al letto la osservai alla luce della candela, con i capelli corti un po’ arricciati sul viso e la bocca semichiusa. Sembrava un angelo e sentivo un formicolio percorrermi tutta la pelle sotto la veste, come una brezza gelida. Quando accarezzai i capelli sulla sua fronte Maria si svegliò ed in preda allo spavento gettò un urlo, che io arrestai appoggiando un dito sulle sue labbra.

“E tu cosa ci fai qui? Sei guarita! La madre superiora non mi ha permesso di avvicinarmi mentre eri malata. Avrei voluto farti compagnia quando avevi la febbre ma la tua agitazione aumentava quando entravo nella tua cella.”

Non risposi, rimasi a fissarla in ammirazione.

“Va tutto bene? Sicura di sentirti meglio? Perché mi guardi così?”

Maria tremava appena percettibilmente e le sue labbra secche si muovevano come se bisbigliasse qualcosa, come se pregasse. Poggiai nuovamente la mia mano sulla sua fronte e le scostai i capelli dal viso. Quando la mia mano fredda toccò la sua pelle vidi Maria rabbrividire, ma non si ritrasse.

“Cosa fai?”

Non risposi. Non c’era nulla da dire. Continuai ad accarezzarla mentre la osservavo. Fissava i miei occhi con spavento, le sue labbra fremevano. Notai i suoi capezzoli turgidi sotto la vestaglia. Il formicolio sotto la mia veste aumentò sensibilmente.

“Cosa…?”

Sorrisi. Maria chiuse gli occhi e iniziò anche lei a sfiorare la pelle del mio viso. Quando le sue dita mi toccarono mi sembrò di prendere fuoco. Tutto ciò che riuscivo a pensare era caos. Era bellissima e vulnerabile. Quando ebbi tolto la sua vestaglia e la mia veste sembrò terrorizzata e felice allo stesso tempo. Quando la mia lingua circondò i suoi capezzoli e la mia mano sentì il calore ardente tra le sue cosce ogni terrore era svanito ma entrambe continuammo a tremare per tutta la notte, fino a quando ci addormentammo.
Ci svegliarono i canti delle laudi. Eravamo in ritardo, molto in ritardo. Ci guardammo in modo interrogativo e con un sorriso appena accennato, mentre in fretta ci rivestivamo. Quando uscimmo dalla sua cella iniziammo a camminare velocemente verso la cappella e poco prima di raggiungerla incrociammo la madre superiora. Ci guardò con uno dei peggiori sguardi di rimprovero che ci abbia mai rivolto e noi abbassammo la testa ed entrammo nella cappella. Mentre mi univo alle consorelle nella liturgia delle ore, la mia mente rimase fuori dalla stanza sacra. Lo sguardo della madre superiora era rimasto arpionato alla mia mente come la lisca di un pesce sul palato. Ciò che non permetteva la mia concentrazione non era tanto il rimprovero, quanto l’espressione di fugace terrore e rabbia che aveva attraversato il suo volto per un secondo. Continuavo a ripetere a me stessa di averlo soltanto immaginato.
Per un mese io e Maria non aspettavamo altro che finissero i canti di compieta per poter andare ognuna della propria cella ad aspettare l’altra. Fu un mese di immensa gioia e di profonda preoccupazione per la paura di essere scoperte. La madre superiora fissava in ogni occasione il suo sguardo su di me, come se volesse forzare le barriere della mia mente. Nei suoi occhi leggevo lo stesso disgusto che avevo visto negli ultimi anni ogni volta che sorridevo in compagnia di Maria passeggiando accanto al muro del cortile. Non capivo. Ero cieca.
Mi ammalai nuovamente. L’ultima cosa che ricordo prima che la febbre mi facesse delirare era lo sguardo amorevole di Maria mentre poggiava una pezza fresca sulla mia fronte in fiamme. Poi solo buio, letteralmente. La madre superiora mi fece trasferire di nuovo nelle stanze più interne del convento. Non vidi nessuno per molti giorni. Una volta guarita, mi resi conto di giacere in una camera totalmente oscura, tra lenzuola sudate. La porta di quella cella era chiusa a chiave. Nonostante i miei tentativi di richiamare l’attenzione di una delle sorelle con i pugni o con le urla, nessuno venne. Credo di essere qui da due settimane. Due volte al giorno sento dei passi che si avvicinano verso la mia cella. A quel punto mi dispero, urlo, batto i pugni contro la porta. Nessuna reazione dall’esterno, soltanto una fessura della porta che si apre e lancia dentro un piatto con del pane ed una ciotola con dell’acqua. Sono prigioniera nel mio convento. So chi ha fatto questo. Perché la madre superiora mi odia così tanto? Si riconduce tutto soltanto al modo che ha sempre avuto di bisbigliare con disappunto e a denti stretti “voi della classe MM”, guardando me e Maria? Non può essere solo l’inevitabile insofferenza che nutrono le vecchie generazioni verso le nuove.
So che non è solo questo. So che l’odio della madre superiora nei miei confronti non è neanche minimamente paragonabile a quello degli adulti verso le ragazze esterne al convento. Lei sa e per questo mi punisce, perché ritiene che io abbia peccato.
Due giorni fa, oltre ad aver portato la mia razione di cibo ed acqua della sera, ha lasciato la fessura aperta per qualche secondo in più. Ho tentato di toccarla attraverso la porta mentre piangevo lacrime disperate. Non diceva nulla e sentivo soltanto il suo respiro rapido e irregolare, come se fosse furibonda. Dopo poco ha detto solo “Tu sei morta”.
Non ho capito cosa intendesse fino a quando oggi ho sentito le campane suonare a morte.


Oggi abbiamo sepolto la bara di Beatrice nel piccolo cimitero del convento. E’ stato straziante vedere il modo in cui la piccola Maria si disperava durante la marcia funebre. Continuava a gridare “La voglio vedere! La voglio vedere!” ma il nostro ordine impone di non vedere mai il corpo di una sorella morta. E’ così giovane Maria, deve ancora diventare forte. Oggi, dopo i vespri, non ho portato cibo ed acqua a Beatrice. Sentivo che stava per succedere qualcosa e sono rimasta in attesa nella mia cella. Una speranza vaporosa si gonfiava nel mio petto con lo scorrere dei secondi. Poi qualcuno ha bussato. “Maria!” ho pensato subito. Era lei ed era in lacrime, ancora. Mi ha detto di non riuscire a smettere di pensare alla nostra povera sorella che è morta, sembrava stordita e disorientata. Ho messo da parte il mio rigore di madre superiora per essere solo una madre per lei, in quel momento. Ho aperto le braccia e ho lasciato che Maria si stringesse al mio petto. Nonostante i suoi singhiozzi interrompessero il contatto tra i nostri corpi, mi sembrava di sentire distintamente il suo seno che premeva contro il mio. Com’è giovane Maria! Sentivo un formicolio sotto la veste, come se la mia pelle vibrasse di vita propria. “Supereremo anche questa, sorella Maria” le ho detto. Poi ho poggiato le mie labbra una volta sulla sua fronte ed una volta sulla sua guancia, sentendo il sapore delle sue lacrime salate. Qualche centimetro più in là e avrei sfiorato le sue labbra.
A me le d eufoniche piacciono!

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Vastatio
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Re: Semifinale Greta Cerretti

Messaggio#3 » giovedì 5 gennaio 2017, 22:51

L'odore dell'erba

Roberto Romanelli

Il locale dell’appuntamento è uno squallido bar a poco più di una decina di isolati dal Muro di Confine. Sollevo la testa, facendo attenzione che il cappuccio non scivoli giú, e osservo la volta: a questa distanza la curvatura della cupola si riesce a percepire nonostante gli ologrammi atmosferici.
Mi chiedo se l’odore che sento, quella punta di fresco, sia davvero quello dell’erba al di là del Muro.
- Identificarsi prego. - Un drone di sicurezza si avvicina verso di me con il lettore ottico attivo. - La sua sosta non è giustificata.
Maledizione, sono stata troppo ferma, che sciocca!
Sollevo il braccio destro e lo scopro fino al gomito, assicurandomi che il codice a barre sia ben centrato nel cono rosso del suo visore.
- Sto cercando il #4325-BA, non sono mai stata qui e…
Stupida! Adesso ti verrà dietro fino alla porta del locale.
- Il #4325-BA è stato chiuso per violazione delle norme igieniche 127a e 148c in data 14.11.2312
14.11? Ma è una settimana fa!
- Se desidera recarsi in un esercizio commerciale equivalente il più vicino è il #4237-BB. Desidera essere accompagnata?
- No grazie, credo che tornerò a casa.
- Secondo gli archivi la sua residenza è oltre la distanza raccomandata da coprire a piedi, ho provveduto a chiamare un taxi.
Stupido bidone volante, fatti gli affari tuoi!
- Grazie, sono autorizzata ad attendere qui?
- Sosta autorizzata per attesa veicolo. Buona giornata.
Si allontana silenzioso, per poi andarsi a posare sotto un cornicione, quasi invisibile.
Bene, e adesso sono fregata.
Sistemo la manica e mi appoggio al muro, i graffiti pubblicitari si ridispongono attorno a me per non essere coperti.
Sollevo la testa e mi perdo nel cielo artificiale programmato per oggi: rade nuvole in rapido movimento. Sollevo una mano, niente vento ai piani bassi.
- Più avanti, secondo vicolo, porta #4311-RA. - Una bambina, sei anni a giudicare dalle ultime cifre del codice sul braccio, mi fissa con sguardo accondiscendente.
- Scusa?
- Galatea ti aspetta lì.
Galatea, il mio contatto.
Dall’angolo in fondo alla strada sbuca un taxi, punto lo sguardo sul cornicione: il drone mi starà controllando?
- Dille che rimandiamo, ora devo prendere il taxi.
- Galatea non aspetta. Il taxi te lo prendo io. - Il suo sorriso si allarga - E’ registrato a nome tuo, paghi tu.
- Non posso, mi hanno registrata e…
- E a nessuno fregherà più nulla se dopo che il taxi se ne sarà andato tu non sarai più sotto a questo merdoso palazzo. - Mi fissa con disprezzo.
La macchina a levitazione si ferma davanti a noi, il portello laterale scivola silenzioso verso l’esterno e la ragazzina si infila dentro appena l’apertura è della sua misura.
- Oppure puoi restare lì e farti registrare di nuovo! - La vettura riparte.
Strafottente stronzetta.
Mi incammino veloce verso il secondo vicolo, senza voltarmi indietro: ho paura di vedere il drone che mi segue. Svolto a destra e una zaffata di piscio mi colpisce come uno schiaffo. Incredibile che fino a pochi passi prima non si sentisse! Guardo in basso: i miei stivali affondano in un centimetro buono di liquame, il sistema idrorepellente fatica a mantenere i tre centimetri di protezione dichiarati dalle specifiche.
- Sì, il sistema di depurazione è fuori uso, ora se vuoi smettere di fissarti i piedi, puoi entrare.
La voce arriva da quello che a prima vista avevo archiviato come sacco di immondizia appoggiato al muro. Invece a quanto pare è una persona, per quanto l’odore suggerisca tutt’altro.
La fisso un momento prima di avvicinarmi, dietro di lei il #4311-RA lampeggia sinuoso.
Non va bene, stanno conducendo loro tutto il gioco.
Varco la soglia e chiude la porta di scatto, calcolando al millimetro la mia posizione o, più probabilmente, fregandosene. L’odore di fogna resta fuori, ma la nuova fragranza che mi raggiunge non mi piace. Non mi piace per niente.
Essenze esotiche, uno stretto corridoio illuminato da lampade a gas e carta da parati vecchio stile. Appoggio una mano sulla parete, una leggera vibrazione conferma che si tratta di un muro olografico.
Respira, non perdere la calma. Potrebbe non essere come credi.
Avanzo fino a sbucare in un’anticamera dominata da un unico grande divano barocco su cui tre ragazze seminude stanno chiacchierando a bassa voce.
Un bordello!
Sento il cuore accelerare i battiti, infilo la mano sinistra nella tasca della giacca appena mi accorgo che comincia a tremare.
Respira. Penserai a Gianni che ti ha procurato il contatto dopo.
Non sta funzionando. Sento il sudore freddo che mi scivola sulla schiena, la scena comincia a riempirsi di piccole chiazze rosse.
All’improvviso tutto smette e sono di nuovo padrona di me stessa.
Grazie, non so chi sia stata, ma grazie.

Le ragazze sul divano mi fissano divertite, le ignoro e procedo oltre, ora capisco perché Gianni non riusciva a trattenere quel suo maledetto sorriso da sono il migliore in quello che faccio mentre mi comunicava nome e indirizzo. In effetti Gianni è sempre stato un professionista ineccepibile, non fosse uno stronzo come persona avrebbe anche più successo con le donne senza doverle pagare.
Imbocco il corridoio dietro al divano, con la coda dell’occhio individuo la leggera distorsione del sistema olografico là dove in realtà si trovano le guardie di sicurezza. Se prima credevano di essere loro a tirare i fili adesso è diverso: gioco in casa.
Gianni, che fottuto bastardo.
Sorrido e cammino leggendo i nomi delle ragazze sulle porte: Liliana, Seline, Cleopatra, Sasha… se la ragazza è occupata il suo nome è sfumato. Le stanze sono insonorizzate, come camminare in un archivio vuoto. Mi fermo davanti alla stanza di Galatea. Occupata.
Sì, per me.
Appoggio la mano sinistra sulla placca di riconoscimento e spingo. Chiusa.
Molto bene.
Ripeto il gesto con la destra e la porta scivola nel muro con un leggero ronzio. Entro.
La stanza è diversa da come me l’aspettavo: i filtri olografici sono spenti a rivelare le pareti di nudo metallo percorse dai sottili intrecci di fibra ottica. Nessun letto a due piazze, solo una scrivania in marmo e due divanetti che possono essere tutto fuorché comodi per certi tipi di ginnastica.
- Ho preferito incontrarla in una stanza più informale. Sfortunatamente abbiamo dovuto spostarci senza avere il tempo di avvertirla. Spero che la cosa non le abbia creato imbarazzo. - La donna mi invita a sedermi su uno dei divanetti.
Quanto gli ha detto Gianni?
- No, nessun imbarazzo. Solo stupore iniziale. - Prendo posto dove mi è stato indicato.
- Mmmm… - Non sembra convinta. - Veniamo piuttosto al motivo che la porta da noi.
- Perfetto, non vorrei farle perdere tempo.
- Non si preoccupi del mio tempo, il nostro comune amico mi ha anticipato qualcosa sulla sua richiesta. Molto strana, molto pericolosa e, per questo, molto cara. Il mio tempo è tutto per lei questa sera. Preferirei però sentirla dalla sue labbra.
Mi guardo attorno con circospezione.
- La stanza è sicura, non deve preoccuparsi.
La stanza, ma tu? Smettila, non ha senso farsi venire adesso tutte queste paranoie.
- Voglio uscire.
Lei mi fissa, porta le mani dietro la nuca e ciondola la testa avanti e indietro.
- Perché santo cielo, me lo chiedo da quando mi è stato accennato? Cosa c’è di interessante in una distesa di serre automatiche e colture intensive meccanizzate?
- Non le deve interessare. Mi dica se può farlo e quanto vuole.
Lei si alza dalla sedia e si dirige verso di me. Veloce. Troppo veloce.
Le essenze, merda!
Sono sempre loro in vantaggio.
- No carina, - mi afferra il mento tra pollice e indice e mi solleva la testa - hai un bel musetto e posso anche immaginare come hai fatto a diventare così amica di Gianni da convincerlo a mandarti da me; ma in casa mia devi portarmi rispetto e se ti faccio una domanda mi fai la cortesia di rispondere.
Mi lascia andare e mi solleva la mano destra dolcemente, avvicindola alle labbra.
No.
- Vogliamo ricominciare da capo, carissima? - Mi bacia la mano, poi la lascia cadere spalancando gli occhi.
No, merda!
- Cosa cazzo…
Mi afferra la spalla, cerco di intercettare la sua mano ma ogni movimento è lento, impacciato. Strappa la giacca come se fosse carta e l’unica cosa che riesco a pensare è quanti innesti deve avere sotto quella pelle rosa intanto che la rabbia si materializza sotto forma di lacrime.
Nel frattempo lei ha gli occhi puntati su quello che vedo ogni mattina allo specchio: la cicatrice da clinica clandestina e l’impianto anti rigetto sulla mia spalla che tiene in vita il braccio.
Si porta una mano alla bocca e poi si allontana verso una delle pareti, a un suo tocco si apre rivelando un piccolo guardaroba, prende una giacca e la appoggia di fianco a me.
- Ti chiedo scusa. Sì, ricominciamo. - Si avvicina alla scrivania e preme un pulsante. - Prenditi il tempo che vuoi, tra un paio di minuti l’effetto della droga dovrebbe svanire. Se vuoi puoi rinfrescarti un attimo.
A un cenno della sua mano da una parete fuoriesce un piccolo lavabo. Io sono ancora intontita e no, non ho alcuna intenzione di alzarmi.
Passano cinque minuti. Non so se sono pronta.
- Ricominciamo allora - La mia voce è più salda di quanto mi aspettassi - Voglio uscire. Può farlo?
- Gianni ti ha mandato dalla persona giusta. Voglio ancora sapere perché. Sarà pericoloso per te, ma anche per qualcuno dei miei e, per quanto tu possa crederci o meno, ci tengo ai miei sottoposti.
- Quello che hai visto non ti basta?
- Un braccio che sta morendo rubato a qualcun altro? No, mi spiace, non mi basta. Potresti chiedermi una nuova identità e una operazione decente. Anzi, mi interessa ancora di più adesso sapere perché una che non si preoccupa dei soldi si sia fatta fare quello scempio.
Mi fissa a lungo, aspetta.
Forse posso portare il gioco di nuovo a mio favore.
Ma perché? Sono stanca.
- Sono una classe 2000. - Prima che possa obiettare qualcosa slaccio quello che rimane della giacca, il mio codice, il mio vero codice, è memorizzato anche in un chip sotto il seno destro - Se vuoi puoi verificare tu stessa.
- Una classe 2000: le schiave puttane! - Il mio vecchio nome mi fa trasalire - No, non è possibile. Da quando è stata dichiarata legale la prostituzione in Italia il genoma 2000 non è stato più applicato a nessun nuovo nato.
Mi fissa allo stesso modo dei miei vecchi clienti: loro valutavano la mercanzia, lei se la mia storia sia troppo incredibile.
- Non ha senso, - scuote la testa - quanti anni dovresti avere adesso, centodieci per lo meno!
- Sono in giro da un po’. E voglio uscire fuori.
- Perché non un ricondizionamento mentale? Puoi cancellare ciò che eri. Uscire dal Muro è un’impresa folle. Potrai anche avere il codice di qualche regolare, ma nessuno può uscire.
- No, non voglio dimenticare le mie compagne. Era uno schifo di vita, ma era la mia vita. In più, anche se volessi, non potrei: una schiava che può dimenticare di esserlo? No, - sorrido fissando un punto indistinto sulla parete di metallo - le anno 200 variante 0 sono eterne ragazzine resistenti alla chirurgia cerebrale. Te lo ripeto, puoi farmi uscire?
Si alza e comincia a passeggiare per la stanza.
- Posso. Duecento milioni di crediti, se ti va bene ti accompagnerò io, tra due giorni.
- Il prezzo non è un problema.
Mi alzo le stringo la mano ed esco mentre esco senza riuscire a fermare le lacrime.
Potrò uscire!

***

- Galatea, com’è andata?
- Come doveva andare: non è riuscita a passare. Abbiamo disattivato tutte le difese attive e passive interne al muro, ma un drone l’ha folgorata prima ancora che potesse superare la zona di quarantena.
- Mi dispiace.
- Gianni, perché l’hai mandata da me, sapevi anche tu che era un’impresa impossibile.
- Mi ha detto che hai accettato dopo che hai visto il braccio.
- Sì, perché quella mostruosità?
- Il braccio le serviva per passare i controlli e far finta di non essere quello che era. Quando sono venute da me erano in cinque. Piene di soldi. I risarcimenti per le 2000 sono stati generosi.
- Non mi hai ancora risposto.
- Erano vecchie, da fuori non lo avresti mai detto, vecchie e pazze! Con le 2000 si sono spinti davvero oltre con i condizionamenti mentali e le manipolazioni genetiche. Alla fine mi chiesero di trovare una clinica dove non facessero troppo domande. Nel giro di due mesi avevano subito almeno altre sei o sette operazioni di quel tipo e da cinque ne era rimasta una sola. Era un bambola ricucita coi pezzi meno decrepiti delle sue vecchie compagne.
- Merda.
- Davvero, uno schifo, avresti dovuto vederla da nuda. Impossibile portarsela di nuovo a letto.
- Gianni, davvero, vaffanculo.
- Sicuro, ma vedi di farmi avere la mia parte.

***

Non sento e non vedo più nulla. Giada, Maria perdonatemi, non ce l’ho fatta. Non ce l’ho fatta a portarvi fuori a sentire il profumo dell’erba. Che poi, l’erba era una fissazione di Veronica, non vostra o mia. Ho pensato che sarebbe stato bello però, vedere e annusare l’erba tutte insieme, sì, anche con quella stronza di Gloria. Una decisione nostra, fuori da questa prigione di metallo.
Perdonatemi.

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greta.cerretti
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Re: Semifinale Greta Cerretti

Messaggio#4 » lunedì 9 gennaio 2017, 15:21

Ciao a tutti,complimenti ai partecipanti e in bocca al lupo ai finalisti.

Ho letto con attenzione i racconti e li ho commentati utilizzando gli stessi criteri e lo stesso linguaggio delle nostre schede di valutazione. Può apparire "asettico" ma non si tratta di freddezza, quanto della volontà di porre l'accento sugli aspetti tecnici.

COMMENTO RACCONTO: CLAUSURA

Dal punto di vista strutturale, “Clausura” può essere considerato un racconto in piena regola: si svolge in un arco di tempo limitato e presenta un efficace ribaltamento finale. Sarebbe tuttavia opportuno asciugare la parte relativa al “riepilogo” di come le MM sono finite al convento e ci vivono: odora di infodump e spezza l’ottimo incipit in medias res.
Dal punto di vista formale, dal testo vanno epurate le D eufoniche, l’abuso di possessivi, i doppi ‘che’ nella stessa frase, limato l’uso degli avverbi, sostituita la E’ con È.
Dal punto di vista tecnico, si rileva uno scarso utilizzo dello show don’t tell e poco dialogo. Se le informazioni presenti nella parte iniziale fossero distribuite nel testo, anche con l’ausilio di questi due elementi, il ritmo sarebbe più serrato, quando invece tende a essere poco dinamico.
Dal punto di vista del contenuto, si rileva una buona dose di originalità del racconto. Poco comprensibile risulta come la protagonista potesse ascoltare le voci al di là del muro: è chiaro che si tratta di un espediente narrativo, ma se non contestualizzato meglio rischia di risultare poco verosimile.
Il ribaltamento finale non è scontato, il lettore è giustamente depistato, perché immagina che la protagonista sia punita per la propria omosessualità. Gli indizi sulla gelosia della madre superiora sono seminati senza svelare.


COMMENTO RACCONTO: L’ODORE DELL’ERBA

Il racconto ha un buon ritmo, serrato, intrigante. Le informazioni sono diluite nel testo in maniera efficace mediante il dialogo, senza cadere quasi mai nell’infodump.
La prosa è scorrevole, il registro adeguato al genere letterario. Poca introspezione, molta azione dei personaggi, i quali anche se in piccolo spazio e poco tempo sono ben caratterizzati.
Dal punto di vista strutturale, in un racconto, è necessario che vi sia un ribaltamento finale, ed è questo a mio avviso che manca nel testo. Il finale non stupisce e sorprende il lettore. Che la protagonista non sia sopravvissuta lo anticipa Gianni nel passaggio precedente il finale, quindi per il lettore non c’è stupore. Forse invertendo le parti vi sarebbe un maggiore effetto sorpresa, anche se comunque blando. Si consiglia di ripensare la chiusa sul finale, modificando un poco l'intreccio, perché si tratta di un aspetto tutt'altro che marginale in un racconto.
In ultimo, un dubbio coglie il lettore: da dove vengono i pensieri della protagonista? Non ce l’ha fatta, non è sopravvissuta al passaggio. Eppure sta ancora ancora pensando e ragionando. Dov'è finita? Dove si trova? Questo aspetto dovrebbe essere esplicitato, altrimenti viene meno la sospensione d’incredulità.

Non è stato facile decidere quale racconto far passare.

Alla fine il mio voto va a "L'odore dell'erba", proprio per la capacità di tenere incollato il lettore alla pagina, senza momenti di stanca.

Hitherto
Messaggi: 94

Re: Semifinale Greta Cerretti

Messaggio#5 » lunedì 9 gennaio 2017, 22:44

Grazie mille per gli appunti molto precisi, li ho davvero apprezzati e ne farò tesoro! In bocca al lupo al finalista :)
A me le d eufoniche piacciono!

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