Semifinale Anna Cambi

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il due gennaio sveleremo il tema deciso da Alberto Buchi. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Alberto Buchi assegnerà la vittoria.
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Spartaco
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Semifinale Anna Cambi

Messaggio#1 » lunedì 5 febbraio 2018, 23:27



Eccoci alla seconda parte de La Sfida a Fuoco Fatuo.
In risposta a questa discussione gli autori semifinalisti del girone Anna Cambi hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare allo SPONSOR del loro girone un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello che ha passato il girone.
Quindi Salvatore Stefanelli, Angelo Frascella e Sonia Lippi possono sfruttare i due giorni concessi per limare i difetti del racconto, magari ascoltando i consigli che gli sono stati dati da chi li ha commentati.

Scadenza: mercoledì 7 febbraio alle 23:59
Limite battute: 21.666

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 07 febbraio. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione!



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angelo.frascella
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Re: Semifinale Anna Cambi

Messaggio#2 » martedì 6 febbraio 2018, 0:19

Non è nostra la fame

«Dottoressa Reversi, ci hanno detto che lei è la migliore. La prego ci aiuti.» La donna sospirò. Poi, indicando il figlio con un lieve movimento degli occhi, precisò: «Lo aiuti.»
Ada Reversi studiò la postura dei due: la madre, piegata in avanti con le mani giunte, volgeva su di lei un’espressione supplicante, mentre il ragazzo, con la sedia rivolta per metà verso l’uscita, si ostinava a fissare il movimento continuo dei propri piedi.
Ada alzò lo sguardo, fingendo di riflettere. In realtà stava sbirciando Zilly, che svolazzava sopra la testa del potenziale cliente, senza decidersi ad atterrare.
«Ho sentito la sua versione dei fatti, signora Nettuno. Ora vorrei sentire Renato.»
Il ragazzo si voltò con estrema lentezza e le scoccò un’occhiata carica d'odio. Io non sono pazzo urlava con tutto il corpo. La bocca, però, rimase ostinatamente chiusa.
«Renato, io non sono una psichiatra. Non curo malati, ma aiuto persone normali a sopportare la vita.»
«Figlio mio, ti prego. La dottoressa vuole solo darti una mano e Dio solo sa quanto ne hai bisogno.»
Il ragazzo si voltò e sputò verso la madre. «Il tuo dio non mi conosce e non mi capisce. Esattamente come te.»
In quell'istante, Zilly decise di posarsi sui suoi capelli arruffati.
«Ecco! Vede come si comporta? Io mi spezzo la schiena perché non gli manchi niente, gli faccio da madre e da padre e questo è ciò che ricevo in cambio.»
Ada annuì, ma era concentrata sulla reazione di Renato, che, al contatto con la piccola fata-cadavere, per un attimo aveva trasalito e si era toccato la testa. La creaturina aveva esultato. Non che il suo volto in putrefazione avesse cambiato espressione, ma le ali, ormai prive di colore, avevano sbattuto con frenesia. Il ragazzo era recettivo!
«Credo di poterlo aiutare, signora Nettuno. Le mie sedute con lui, però, non devono ricevere interferenze.»
La donna la guardò con le sopracciglia alzate.
«Vuol dire che io non potrò essere presente? Eppure ho letto su Internet che la terapia per curare un ragazzo con problemi psicologici deve essere familiare.»
Ada finse una risata: «Lei ha letto su Internet? Io ho una laurea in psicologia, tre specializzazioni, l'abilitazione alla psicoterapia e anni di esperienza. Ma, se non si fida di me, si rivolga pure a qualcun altro.»
Zilly saltò con agilità sulla testa della madre e iniziò ad accarezzarle la fronte. Il volto della donna si rilassò e le labbra si aprirono in un sorriso.
«D'accordo. Quando cominciamo?»
«Domani a quest'ora. Posso chiederle da chi ha avuto il mio nome?»
«Dalla professoressa Ferri, l'insegnante d’italiano di mio figlio. Dice che lei ha rimesso in sesto tanti suoi alunni, in questi anni.»
La donna si alzò e le diede la mano. Poi si guardò intorno.
«Dovrebbe cambiare un po' l'arredamento.» Indicò le poltrone di vimini dall’ampia spalliera curva, i mobili intarsiati con motivi orientali e le candele ammucchiate disordinatamente un po' ovunque. «Più che l'ufficio di una psicologa, sembra l'antro di uno stregone voodoo. E non sono nemmeno sicura che tutte quelle fiamme libere rispettino le norme di sicurezza.»
Ada intuì che era il caso di fingere una risata.
«Vedrà che alla fine di tutto, non avrà più nulla da ridire sui miei metodi.»
La donna strattonò il figlio. Lui reagì alzandosi e calciando la sedia. Poi si diresse verso l'uscita, senza nemmeno salutare Ada. Intanto Zilly volava su e giù per lo studio come una farfalla impazzita.
Ada udì il ragazzo borbottare nell'anticamera, tirando colpì qua e là all’arredamento. Gli strilli di rimprovero della segretaria non tardarono. La risposta volgare di Renato fece ridere Zilly di gusto. Se Ada avesse ancora potuto essere felice, lo sarebbe stata per la consapevolezza che, grazie a lei, quel ragazzo sarebbe guarito dal male della vita.

Renato aggrediva i gradini come se brulicassero d’insetti schifosi e lui fosse intenzionato a non lasciarsene scappare nemmeno uno. A ogni passo un plop gli risuonava nella testa e i fluidi delle bestie si spargevano tutt’attorno. Alcune avevano il volto della madre, altre della viscida psicologa che voleva entrargli nella testa. Ma lui non gliel'avrebbe permesso.
«Smettila di camminare così. Disturberai tutti gli inquilini del palazzo.»
«Sai quanto me ne frega» replicò, pestando, ancora più forte, gli ultimi gradini e raggiungendo poi, con un salto, il pavimento del pian terreno.
«Io a sedici anni portavo rispetto a mia mamma. E, quando non lo facevo, lei non si faceva pregare per rimettermi in riga a suon di schiaffi.»
«Provaci, così vediamo chi picchia più forte.»
L'immagine di lui che mollava un diretto in pieno volto alla madre lo mise di buon umore. Con il sorriso dipinto sulla bocca, uscì all'esterno, dove il sole ormai basso accendeva di luce cattiva i palazzi. Aveva appena oltrepassato la soglia, quando una donna, con gli occhi spalancati in un’espressione allucinata, gli piantò una mano sul petto.
«Non ti fidare della Reversi o sarà la tua fine!» gli ingiunse con tono disperato.
La madre si precipitò, liberò Renato dalla presa dell’estranea e urlò: «Chi è lei? Che vuole da mio figlio?»
Le lacrime cominciarono a scorrere sul volto della sconosciuta, che cadde in ginocchio e si mise a implorare: «Non lo porti in cura dalla dottoressa. Lo ucciderà… come ha fatto con mio figlio.»
Un coltello di ghiaccio s’infilzò nello stomaco di Renato. E se quella donna avesse avuto ragione?
Si voltò attorno in cerca di aiuto e vide la psicologa spuntare dal portone e sfilare, indifferente, accanto a loro.
«Assassina!» strepitò la sconosciuta, rimettendosi in piedi e allungando le mani verso di lei, come se volesse strozzarla.
La psicologa si fermò e si voltò verso di lei, come se avesse preso solo in quel momento coscienza della sua presenza.
«Signora Gobetti, di nuovo con questa storia? Suo figlio, grazie a me, ha trovato la pace. Non sono responsabile di qualunque cosa gli sia accaduta dopo. Se vuole che aiuti anche lei, però, venga a trovarmi. Parlarne con una persona qualificata le farebbe bene.»
Renato sentì la paura fuggire via, come se una mano amorevole gli stesse sfiorando la testa dandogli la sicurezza che tutto sarebbe andato bene.
Guardò la psicologa allontanarsi e, per qualche istante, si sentì come se non sapesse nemmeno il significato della parola rabbia. Poi, però, il fuoco tornò a scorrergli nelle vene, facendo evaporare il fiume placido in cui si era sentito immerso. Senza aspettare che la madre si riprendesse, cominciò a camminare verso la macchina, con la testa bassa e le mani infilate in tasca.

Zilly svolazzava così allegra che, per un attimo, Ada immaginò stesse per mettersi a cinguettare. Un tempo l'avrebbe invidiata per quell'allegria, ma, ora, era consapevole di quanto fossero futili e maligne le emozioni: meglio tenerle a distanza. Il sole basso del tardo pomeriggio, segno della primavera che iniziava, tanto tempo fa l'avrebbe fatta impazzire di gioia o struggersi di malinconia. A quell’epoca, però, non sapeva ancora cosa fosse l'equilibrio.
Accarezzò Zilly, che, intanto, le si era posata sulla spalla e le si strusciava ai capelli.
«Spero che quella pazza della Gobetti non abbia spaventato il nostro nuovo paziente» disse alla fatina, che, subito, si premunì di volarle davanti agli occhi e fare segno di no con la testa. Un pezzo di carne pendente dalla guancia ballonzolò insieme alla testa e cadde.
«Per il tuo bene, spero che sia così.»
Entrata in casa, Ada gettò via le scarpe, prese un pentolino, vi versò un po' d'acqua e la mise sul fuoco. Preparò il riso in un piatto e, nell'attesa che l'acqua bollisse, accese il televisore. Avrebbe voluto mettere su un canale con le televendite dei materassi, ma Zilly s'impadronì del telecomando, trovò la sua soap opera preferita e si andò a piazzare davanti allo schermo a pancia in giù, con i pugni chiusi sotto la testa e i piedi ondeggianti in alto.
Ada si strinse nelle spalle, buttò il riso e, mentre alle sue spalle udiva la fatina ridere, piangere, spaventarsi e stupirsi, si fermò a guardare l'acqua in ebollizione e i chicchi di riso ballare dentro di essa, come uomini impotenti in balia del destino. Era così che si sentiva Renato. Ancora non sapeva quant'era stato fortunato a incontrare lei.
Dopo un quarto d’ora, mise il riso nel piatto. Ne prese un chicco, soffiò per raffreddarlo, lo mise in bocca e lo schiacciò bene, trasformandolo in una polpa omogenea. Come avrebbe fatto col suo giovane paziente.

Renato si muoveva a disagio sul lettino su cui l'aveva fatto accomodare. Zilly, invece di aiutarlo a rilassarsi, se ne stava seduta sul tavolino a gambe incrociate, con la testa poggiata sulle mani e i gomiti puntati sulle cosce, come una bambina in attesa della favola serale. Ada le scoccò un'occhiata di disapprovazione, ma l'esserino non lo colse.
«Dottoressa, io non sono malato. Inoltre la psicologia non è una vera scienza: quindi, anche se lo fossi, lei non potrebbe far nulla per me.»
«Hai ragione. Psicologia e psicanalisi sono fuffa e non è grazie a esse che io ti aiuterò.»
Il ragazzo scattò in piedi, rosso in faccia: «Bene. Visto che siamo d’accordo, non avrà nulla da ridire se me ne vado a fare una passeggiata.»
Senza scomporsi, Ada continuò a parlare: «Io ti aiuterò, non in quanto psicologa, ma perché sono stata come te, un tempo, e so come si fa per uscirne.»
Renato si bloccò, ma non disse nulla. Ada sapeva che non poteva mostrarsi interessato, anche se era certa di averlo incuriosito. Ostentando indifferenza, il ragazzo si spostò verso la libreria e finse di guardare i volumi esposti e di essere attratto dai vecchi idoli africani, che facevano da soprammobile.
«Davvero? Com’era lei? E come sarei io?» chiese lui, sempre senza guardarla.
«Hai troppe idee, desideri, paure nella testa che non stanno mai in silenzio. Non ti fanno dormire, né stare concentrato ad ascoltare gli altri. E quanto più gli altri insistono perché tu li ascolti, tanto più quei pensieri urlano e conquistano la tua attenzione. Il resto del mondo vuole solo il tuo male e tu devi difenderti, perché preferisci essere carnefice che vittima. Non hai amici e non t’importa averne, o almeno è quello che ti racconti. Non puoi contare su nessuno che non sia te stesso. E devi impedire al mondo di metterti in catene, perché tu sei tu e non un servo della società.»
Renato ruotò lievemente la testa, quel tanto da osservarla con la coda dell'occhio.
«Sta, zitta, zoccola, che 'ste cose le potevo leggere pure sui giornali da donnicciola che compra mia madre. Dove vi fanno studiare a voi psicologi? Sui programmi del pomeriggio di Rete Quattro? E cosa mi direbbero queste idee nella testa? Di comportarmi da bambino cattivo, perché nessuno mi vuole bene?»
«No. Ti parlano della morte, del tempo che scorre, dell'inutilità di qualunque cosa tu possa fare, perché sarà dimenticata, e di qualunque persona tu possa amare, perché diverrà polvere.»
«Può aiutarmi a non sentire più queste voci?»
Il tono della voce si era ammorbidito e, in sottofondo, vi si percepiva il suono della speranza.
Zilly mimò un applauso per lei.
«Certo. Vieni a sederti qui. Chiudi gli occhi, ora. Pensa a qualcosa che hai fatto, che per te era importantissima, ma è stata dimenticata da tutti; oppure a qualcuno di importante che hai perso.»
«C’era una ragazza in classe mia... Mi trattava come se non fossi la persona sgradevole che sono. Poi però si è ammalata e…»
«Non dirmelo. Pensaci soltanto.»
Il ragazzo annuì e strinse gli occhi per concentrarsi. Ada osservò, indifferente, Zilly che si posava sulla testa del paziente, estrofletteva, dalle dita, lunghe unghie appuntite e le infilzava nella testa di Renato.

Renato sedeva placido al proprio banco.
La professoressa Ferri lo guardò, poi tornò a fissare il registro. Di nuovo cominciò a esplorare, con lo sguardo, la classe e si fermò, perplessa, ancora una volta su Renato.
«Come mai, Nettuno, non eviti di incrociare i miei occhi? Non dirmi che oggi non hai paura di essere interrogato?»
Renato mostrò i palmi all’insù. «Come vuole lei prof.»
«Non mi concederai mica la bella novità di farti trovare preparato? Vieni, allora: ho voglia di sentire la tua voce graffiante parlarmi del Canto XVI del Purgatorio.»

Mentre Renato, zaino in spalla, stava uscendo dall'aula insieme ai compagni, si sentì chiamare dall'insegnante.
«Nettuno, avvicinati.»
Renato si accostò alla cattedra, rassegnato a subire l'ennesima ramanzina.
«Bravo. Oggi hai fatto una buona interrogazione.» Batté il dito sul registro per mostrargli il voto. «Certo, mi sarebbe piaciuto che mettessi un po' più di entusiasmo nell'esposizione, ma, rispetto alle solite prestazioni, sei stato straordinario. E poi sono almeno due settimane che non ti assenti senza motivo e non arrivi in classe con la faccia piena di lividi, per aver fatto a botte, per strada, con qualche sconosciuto. La Reversi è davvero in gamba. Ringraziala da parte mia.»
Renato annuì, salutò la docente, poi, con un senso di soddisfazione che, fino allora, non aveva mai provato, uscì dalla classe.

Entrò in casa, gridando: «Mamma, oggi ho preso otto in italiano.»
Si accorse della borsa posata sulla panca dell'ingresso e si chiese chi potesse esserci. Con due balzi raggiunse l’entrata del salotto e vi si affacciò. Una donna, con una tazzina di caffè in mano, sedeva di fronte alla madre.
«Ecco il mio ragazzo. È migliorato un sacco e, finalmente, mi rende orgogliosa di lui. Andare dalla Reversi gli sta facendo solo bene, checché ne dica tu.»
«Per ora la terapia ti dà l’illusione che sia così» disse l'ospite e, finalmente, Renato la riconobbe. Era la tizia che gli aveva fatto la scenata davanti al palazzo della dottoressa.
Come una furia, si precipitò dalla madre.
«Che diavolo ci fa questa pazza qui? E come ti è venuto in mente di farla entrare? È pericolosa.»
«Renato, stai tranquillo, è tutto a posto. È venuta al supermercato e mi ha chiesto perdono per come si era comportata. Ti assicuro che era sincera. Poi, durante la pausa, abbiamo parlato e mi ha raccontato la sua storia. Dice che per colpa della Reversi suo figlio è morto. Così le ho detto che doveva vedere quanto ti stava facendo bene incontrarti con la dottoressa.»
Renato sentì la furia, che, con tanta fatica, stava imparando a domare, infilarsi in ogni anfratto del cervello. «E non ti sembra strano che sapesse dove lavori?» Il tono della voce era così alto che la gola gli bruciava, ma non si fermò. «E tu, invece di denunciarla per stalking, la inviti a casa? Sei completamente scema.»
La Gobetti si alzò in piedi, pallida in viso e tremante. Indietreggiò, ma non abbassò lo sguardo: «Questa collera è buona: vuol dire puoi essere ancora salvato dalle arti oscure di quella megera. Ma è contro di lei che devi dirigerla, non verso questa santa donna di tua madre.»
Renato con un balzo la raggiunse, la afferrò per un braccio e la spinse verso l'uscio, mentre la madre, disperata, gli intimava di smetterla.
«Non si permetta più a venire a casa nostra, né di parlare male della Reversi» le urlò, chiudendo la porta, mentre la madre, da dietro, gli tirava il braccio per farlo desistere.
«Aspetta un attimo» disse lei, infilando un piede fra le ante. «Ti ha mai fatto delle profferte sessuali?»
Renato sputò verso la donna, spinse via, col proprio piede quello che lei aveva frapposto fra i battenti, e sbatté, con forza, la porta.

Ada guardava il ragazzo steso sul lettino. Aveva smesso da tempo di indossare magliette spiegazzate, di una misura troppo grande, e jeans strappati: oggi aveva una bella camicia bianca e un paio di pantaloni neri anonimi. Ancora una volta, stava riportando un cliente all’equilibrio.
Zilly estrasse le unghie dalla testa del ragazzo. Le ali erano di nuovo coperte da un arcobaleno di colori vivaci e i lineamenti della fatina stavano tornando gradevoli, seduta dopo seduta, anche se qualche piccola zona in putrefazione era ancora visibile.
Renato ci mise qualche secondo a riaprire gli occhi. Poi fece un gran sospiro e accennò un lieve sorriso che subito gli morì in volto.
«Come stai?» gli chiese Ada.
«Bene» disse lui, incerto. «Ammesso che la parola bene significhi qualcosa.»
Ada annuì: «Esatto. Come ti sarai reso conto, non manca molto alla fine del trattamento. Fra poco sarai completamente libero.»
«Dalle sedute?»
«Dal male di vivere.»
Questa volta fu Renato ad annuire.
«Ci faccia entrare. Abbiamo un mandato» sentì sbraitare oltre la porta dello studio.
«Non può. Dentro c'è mio figlio.» Questa volta la voce era quella della signora Nettuno.
Renato rivolse ad Ada uno sguardo appena velato di preoccupazione.
«Che succede?» chiese.
Ada scosse la testa e andò ad aprire la porta, mentre Zilly si alzava in volo, curiosa.
Nell'anticamera, la sua segretaria e la madre di Renato, cercavano di tenere a bada due poliziotti e la signora Gobetti.
«Ah, ecco la dottoressa. Abbiamo un mandato di perquisizione per il suo studio.»
«Accomodatevi pure, ma non troverete nulla d'interessante» disse lei, facendosi da parte.
Renato le si affiancò, mentre la madre puntava un dito verso la Gobetti.
«Ho controllato, sai? Tuo figlio non è morto. Racconti delle gran balle.»
L'altra, sbottò, con voce tremante di rabbia: «Non è morto, dici? Ma è come se lo fosse.» Poi indicò Renato. «Uno zombie! Guarda come lo sta riducendo. Succhia loro tutta la linfa vitale e li riduce a dei gusci vuoti. Non so come faccia. Forse li droga o semplicemente fa loro il lavaggio del cervello. Ma lo scoprirò.»

«Oggi è la nostra ultima seduta, Renato. La tua sofferenza è finita.»
«Tu eri come me?» disse lui, stendendosi, nudo, sul lettino. Zilly volteggiava per la stanza, al colmo dell'eccitazione.
«Io ero come te» disse lei, mettendosi a cavalcioni su di lui.
«E ora io sarò simile a come sei diventata tu ora?»
«Lo sarai appena avremo finito.»
Iniziò a muoversi su di lui, prima lentamente, poi sempre più veloce.
Zilly, che si era stesa sul tavolino, si agitava, emettendo gemiti e grida di piacere al posto loro.
«Gusci vuoti?»
«Gusci vuoti. Zombie privi di dolore e di gioia e di altre emozioni insensate e distruttive.»
Il ragazzo le posò le mani sul seno, ma più come ci si poggia per non cadere che per compiere un gesto d’intimità.
«Ma gli zombie mangiano...» iniziò a obiettare.
«La fame non è nostra, però.»
Zilly era al culmine, le guance rosse e la schiena inarcata dal piacere.
Poi Ada si fermò e Zilly rimase stesa con l'affanno. Il ventre della fatina iniziò a gonfiarsi rapidamente.
«Ci siamo quasi e poi non avrai più bisogno di me.»
La porta dello studio esplose con fragore, in contemporanea con un urlo straziante di Zilly. Un poliziotto entrò nello studio con, in mano, l’ascia con cui si era fatto strada, seguito da altri due agenti con le pistole spianate.
Zilly, senza accorgersi di nulla, tremava, agitandosi sempre più, sulla superficie del tavolo.
«Circonvenzione di minorenne, abuso sessuale su minore, oltretutto nell'esercizio della professione. Aveva ragione la signora Gobetti a chiederci di mettere la stanza sotto videosorveglianza.»
I poliziotti afferrarono Ada per le braccia, la costrinsero a rivestirsi e le misero le manette, mentre una giovane agente si prendeva cura di Renato.
Il tremore di Zilly, che pareva divenuto incontrollabile, si fermò di botto. La sua pancia era di nuovo liscia e accanto a lei, ora, c'era un'altra fatina. Zilly prese il volo e si posò sulla spalla di Ada. La nuova nata, dopo qualche battito, incerto, di ali, raggiunse Renato.
«Posso dire una cosa al mio paziente?» chiese Ada al poliziotto, che la strattonò.
«Lascia perdere quel poveretto e andiamo via, pervertita!»
«La prego» supplicò Renato. La giovane agente che lo teneva per la mano, toccata sui capelli dalla fatina appena nata, fece segno, al collega, di lasciarli parlare un attimo.
Ada gli si avvicinò e gli sussurrò velocemente: «Questa fatina è il mio dono. Dalle un nome. Ti aiuterà a mantenere l'equilibrio. Ma, ricorda che la devi nutrire.»
«Come?»
«Te lo insegnerà lei stessa.»

Nella stanza del carcere, Zilly tremava dalla gioia. In quel luogo, colmo di malessere ed emozioni cattive, avrebbe avuto cibo in quantità, senza dover aspettare che le prede venissero a cercarla.
Una delle compagne di cella di Ada, si avvicinò alla psicologa e le sussurrò all'orecchio: «Vuoi essere la mia ragazza?»
«Vedrai che, per te, sarò molto di più.»

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SalvatoreStefanelli
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Re: Semifinale Anna Cambi

Messaggio#3 » martedì 6 febbraio 2018, 17:23

"Solo per amore"

«Io ti capisco, Carlo. Tu vorresti andare là fuori a salvare tua moglie» così mi ha detto, Enrico, mentre cacciava la pistola dalla fondina. «Ma, se solo ti avvicini a quella cazzo di porta, giuro che ti sparo due colpi in testa e la finiamo qua».
Un colpo l’ha sparato ma non è stato sufficiente. Ora giace a terra, davanti ai miei piedi, la testa vomita sangue e gli occhi sbarrati e increduli hanno spento il loro ultimo sguardo su di me. Accanto a lui il fermacarte di marmo con cui l’ho colpito. Non potevo lasciarglielo fare, impedirmi di raggiugere Mina: la amo troppo per non rischiare il tutto per tutto per lei.

Quando, stamani, sono uscito di casa, ho sentito il caldo asciugare ogni umore ma non potevo immaginare che la follia sfuggisse, finendo per riversarsi lungo le strade dell’isola.

Pochi minuti prima.

«Maledizione! Sono qui mentre Mina è sola a casa. Lei odia i media, preferisce un buon libro e di sicuro sarà inconsapevole di essere in grave pericolo».
«Chiamala al telefono» dice Enrico, senza impietosirsi.
«Cosa credi che abbia fatto, finora? Non risponde e non c’è linea su quello di casa. Devo andare da lei…».
«Tu non ti muovi da qua!». La pistola punta dritta alla mia testa.
Lui non è un vero amico ma lo conosco da anni e ci rispettiamo, come con molti sull’isola. Non so quanti di loro siano ancora immutati e ora nemmeno me ne importa. Mina è l’unica persona che valga per me; non lascerò che questo stronzo m’impedisca di raggiungerla.
«Va bene. Stai calmo, ci riprovo». Mi seggo alla scrivania e intanto penso a come risolvere la questione. Enrico non smette di puntarmi la pistola contro. Fuori, le urla aumentano a ogni nostro movimento. Nella cabina di accesso due zombi, così li ha chiamati lui, bloccati nel passaggio giusto in tempo, si agitano come forsennati cercando di superare la porta interna. Il varco sembra cedere. Enrico scatta verso di loro e spara attraverso lo spiraglio che si è aperto: due colpi precisi alla testa dei mostri, altri due all’altezza del cuore. Ho un brivido di piacere nel vederli crollare a terra.
Enrico è ancora distratto. È la mia occasione. Schizzo su dalla poltrona afferrando la prima cosa che trovo sottomano. Quando si accorge di me è troppo tardi. Il proiettile va a vuoto, il mio colpo no. Enrico crolla sul pavimento, come quelli nella cabina.

Adesso.

«Cazzo! Avresti potuto darmi una mano» urlo, «e invece no. Stronzo tu e le tue maledettissime paure!». Lo prendo a calci e rido ma non può più rispondermi. Ora che faccio? Oltre la cabina la folla di zombi, quella che sino a poco fa erano uomini e donne normali, continua a sbattere contro i vetri. Richiudo il varco interno; per un po’ resisterà. L’adrenalina è come fuoco: brucio, non riesco a stare fermo. Cerco di calmarmi bevendo un sorso d’acqua dal distributore automatico. Devo pensare. Devo. In fin dei conti cosa ho fatto? Ho solo ucciso un uomo, la guardia di turno alla banca dove lavoro. Strano questa freddezza nel pensare a lui come se quello che ho fatto avesse una parvenza di normalità, quando tutto qui fuori non ha più nulla di normale.
Il turno sarebbe finito da un pezzo ma, come direttore della filiale, avevo ancora qualcosa da sistemare prima di chiudere e andare via. L’allarme arrivato al Pc era stato un colpo al cuore, accennava a un esperimento riuscito male, un morbo sfuggito chissà come da un laboratorio e che ora stava colpendo l’intera isola. I soccorsi sarebbero arrivati solo domani, per il momento l’isola veniva messa in stato di quarantena e nessuno poteva andarsene prima che lo Stato non fosse intervenuto a debellare il morbo. Una storia incredibile, sembrava uscita da uno di quei libri horror che piacevano tanto a Enrico, forse per questo aveva così tanta paura da minacciare di uccidermi.
Osservo gli zombi. Sbattono contro i vetri come ossessi, con le loro bocche sempre più marcescenti, i denti che graffiano contro le pareti, le unghie che saltano a ogni tentativo di penetrarle, mentre liquidi verdognoli continuano a uscire da tutti gli orifizi possibili. Non sono neanche le loro facce a farmi ribrezzo, sono i loro versi: non hanno più nulla di umano eppure sembrano voler esprimere ancora qualcosa. Mi osservano: c’è una forma di intelligenza nel loro sguardo, di consapevolezza, e mette ancora più terrore di quella fame primordiale che a tratti sopravanza obliando ogni loro razionalità. Mi farebbero pena, se già non mi facessero così schifo. No! non posso permettere che anche a mia moglie accada qualcosa del genere.
Sudo freddo. Le mani tremano e non riesco a pensare a una via di fuga. Non so quanto i vetri blindati possano resistere. L’ingresso sul davanti della filiale è ingombro di zombie, non mi resta che provare a uscire da quello sul retro. Afferro la pistola nella mano di Enrico, la stringeva con forza e faccio fatica a tirarla via. In una tasca della cintura trovo un secondo caricatore. Una ventina di colpi contro centinaia di mostri; che speranza ho?
La porta sul retro è ancora ben chiusa e non sento suoni provenire dall’esterno. La sblocco cercando di fare meno rumore possibile. Fuori tutto tace. Il vicolo è deserto. Esco. Un grido soffocato cala dall’alto. Dall’unica finestra aperta della palazzina di fronte, al terzo piano, si affaccia una ragazzina dai capelli tinti di verde, gli occhi sgranati verso la strada principale. Si vede che ha paura e deve essere pure sola, ma non devo pensare a lei; se posso, tornerò a prenderla. Le faccio segno di chiudersi a chiave e di non aprire a nessuno se non è sicura che sia sano. Pare abbia capito. Si allontana. Cerco di concentrarmi sul da farsi, muovo i primi passi verso l’uscita dal vicolo. Se recupero l’auto posso raggiungere Mina in tempo. Qualcosa di gomma rimbalza a poca distanza da me. Guardo in alto, è di nuovo la ragazzina di prima. Si agita, fa smorfie assurde. Le punto contro la pistola, pronto a sparare. Mi fa segno che sono matto. Forse ha ragione, ma temevo che il morbo avesse colpito anche lei. Ritorna a fare le sue strane smorfie, a indicare la strada principale, a passare la mano di taglio sulla gola… a cacciare la lingua di fuori e sparire sotto il bordo della finestra. Riappare con un sorriso preoccupato. Tranquilla, piccola, ho capito. Torno indietro sui miei passi: devo provare dall’altro lato. La guardo. Mi fa segno di aspettare. Torna dopo poco, sorride e il segno della mano è più che eloquente. Di là c’è via libera, però è anche quella più complicata per raggiungere l’auto, e Mina. Purtroppo, non ho altra scelta. La saluto e mi avvio. In fondo al vicolo volgo un’ultima volta lo sguardo alla finestra, la fatina verde è ancora lì: con lo sguardo triste e in cerca di speranza, mi saluta. Sì, dovrò proprio tornare a prenderla, appena sarà possibile.
Qualche metro oltre il vicolo inizia il bosco che sale verso la cima del monte, dall’altro lato c’è casa. Mina, la immagino al suo solito aspettarmi in giardino, con la limonata fredda, pronta per darmi un momento di ristoro dopo la dura giornata di lavoro. Adoro mia moglie. Sei mesi fa ci siamo promessi un figlio entro il primo anno di matrimonio, siamo un po’ in ritardo sulla tabella ma abbiamo una gran voglia di rimediare. Se mai potremo. Mi muovo in passi cauti, giro intorno al palazzo. Nell’avvicinarmi alla strada principale odo versi inumani, clacson, auto che sbattono, maledizioni e grida di terrore. Resto immobile; il sangue ghiaccia sempre più a ogni urlo. La mia auto è dall’altro lato della strada, ne vedo una piccola parte. Sarà troppo lontana per tentare una sortita? Ogni minuto che passa mette Mina sempre più a rischio, devo tentare il tutto per tutto. Mi avvicino strisciando lungo la parete. Alcune voci strazianti si addossano dietro l’angolo. Traggo un profondo respiro e… Il tonfo è di quelli che ti colgono di sorpresa e ti lasciano senza fiato; una donna striscia sulla schiena cercando di sfuggire al suo assalitore, il sangue le esce dai ripetuti graffi sulle mani, sulle gambe, in viso. I lunghi capelli biondi si sono tinti del cupo rosso della morte in arrivo. Ma loro non muoiono, si trasformano; anche lei. Addossato alla parete, nascosto in una rientranza del muro, la osservo mutare. Il suo assalitore si arresta, sembra odorarla, e la supera in una corsa strascicata verso nuove urla. La donna si scuote, cerca di mettersi in piedi. All’improvviso guarda nel vicolo. Tiro in dentro la pancia e non alito nemmeno un pensiero. Mi avrà visto? Sono dilaniato tra il restare e il fuggire. Attimi che sembrano tutta la vita. Nessuno arriva. Mi lancio in corsa verso il bosco. Avverto l’alito del male sulla pelle. Chiudo gli occhi dove ogni rumore mi tortura e corro nella speranza di essere più veloce della morte. Entro come vento tra gli alberi. Mi volto: il vicolo è deserto, della donna nessuna traccia. Affanno. Provo a riprendere fiato e contegno prima di avviarmi attraverso il bosco, verso casa.
Sono passate ore e il sole sta calando, è quasi sera. Tenendomi alla larga dagli agglomerati urbani e dalle strade, rifuggendo ogni essere vivente che vedevo da lontano, ho ricordato le parole di Enrico «Anche gli animali possono diventare zombi». «Sai che piacere, già così non li sopporto» avevo risposto.
Un sentiero scosceso mi ha condotto sino al pianoro che si trova poco sotto la cima del monte. Mi fermo contro un pino per riprendere fiato e guardarmi intorno. Ci sono tre villette a formare un singolo gruppo e un paio più isolate. Non vedo bestie immonde, sembra un deserto d'anime ma non mi fido; il punto è che sono troppo stanco per girarci intorno e perdere tempo prezioso. Sfrutto le zone d’ombra e gli alberi più che posso ma le ultime due case sono in campo libero e non ci sono più ripari sino al sentiero che, oltre, vedo dirigersi verso il basso, dove c'è casa, e Mina. Il tramonto è vicino e ho paura di non potermi fidare del buio: ho visto i mutati annusare l'aria in cerca di nuove prede, affidarsi all'udito molto più che alla vista. Temo che il buio sarà un altro avversario d'affrontare. Il cellulare è quasi scarico, devo muovermi. Cammino, rapido, verso il sentiero; dalla prima villetta non provengono rumori, le serrande sono abbassate, gli infissi chiusi: credo sia una di quelle usate solo per le vacanze e al momento non c'è nessuno. Meno male. L'altra villetta è anch'essa silenziosa, tuttavia le finestre al secondo piano sono aperte. Un'ombra striscia contro la parete e il soffitto, un'ombra silenziosa che si muove lenta e insicura. Controllo la pistola, la punto verso la villa e accelero. All'improvviso sobbalzo: dall'interno giunge l'abbaiare acuto di un cane; una voce parla sospirando. Ci metto un po' a capire le parole. «Shh! Ti prego, basta. Smettila, Kiro! Vieni qua». L'abbaio diventa un guaito che piano svanisce in un nuovo, irreale, silenzio.
«Chi c'è dentro? C'è ancora qualcuno sano lì?» chiedo, in un tono non troppo alto. Sulle prime non risponde nessuno. Quando vedo la donna affacciarsi a un angolo della finestra, dietro una tenda appena discosta, mi rendo conto che ha un terrore viscerale che la sta divorando e penso abbia un estremo bisogno di aiuto per non impazzire. Avrà l'età di Mina, i capelli lunghi portati allo stesso modo, con la riga di lato e tirati dietro le orecchie, ma quelli di Mina sono biondi. «Sei sola?».
«C'è Kiro con me» sussurra, mentre mi mostra il volpino che trattiene tra le braccia, stringendogli la bocca perché non abbai ancora.
«Vuoi venire con me?» Pur provando pena per lei, mi pento subito di quanto detto, ma è troppo tardi per ripensarci. «Devo raggiungere mia moglie, a un paio di chilometri da qui» aggiungo.
«Ho troppa paura…». Sembra voglia dire altro ma tace.
«Allora, chiuditi bene dentro e non aprire a nessuno. I soccorsi arriveranno domani. Puoi resistere fino a domani?».
Accenna un sì con un incerto movimento del capo.
«Ok. Io vado».
Faccio per avviarmi, sollevato, ma il suo è quasi un grido disperato e mi paralizza.
«Aspetta! Non mi lasciare sola. Vengo con te».
«Muoviti. Però, il cane lo lasci lì».
«Non voglio abbandonarlo».
C'è un gioco di forza nei nostri sguardi, alla fine vince la pietà. «Va bene, ma fai presto».
Passano interminabili secondi. Continuo nervosamente a guardarmi intorno, fortuna che questa zona dell'isola è tra le più isolate e meno frequentate. Poco dopo si avvicina, con il cane ben stretto in braccio e una torcia nella mano che lo sostiene. «Ciao! Sono Angela. Ho pensato che questa poteva servirci» dice, sorridendo.
«Ottima idea. Io sono Carlo. Piacere» affermo, mentre mi tolgo la cintura.
«Ehi! Cosa vuoi fare?».
«Adesso lo vedi. Passami il cane».
«Non c'è bisogno di un guinzaglio…».
«Questa serve per la bocca, perché non abbai e attiri esseri sgraditi».
Tituba nel porgermi il volpino. «Gli farà male?»
«Non più di quanto potrebbero farne a noi gli zombi, se ci trovassero».
Kiro fa qualche resistenza, so mi morderebbe molto volentieri e mi fa quasi compassione con la cintura ben stretta a bloccargli la bocca, ma non c'è altra scelta.
L'angusto sentiero si addentra abbastanza presto nel folto del bosco. Gli uccelli, appollaiati per la notte, rumoreggiano il loro disappunto al nostro passaggio.
Kiro si agita e sembra non trovare pace, ma lei lo tiene ben stretto e la cosa mi tranquillizza un po'. Presto il buio diventa così forte che seguire il sentiero si fa complicato, e i suoni lugubri provenienti dal bosco non aiutano.
«Mi dai la torcia?».
Angela me la passa e, all'improvviso, sbotta: «Ti rendi conto: siamo i prescelti».
«Cosa?».
«L'ho letto in un articolo apparso in rete. Pare che l'isola sia stata scelta perché non c'era pericolo che il morbo si propagasse al resto del mondo. Siamo cavie e non so in quale modo ma, diceva sempre l'articolo, dovrebbero darci una cura e tutto tornerebbe normale».
Esterrefatto, mi ci vuole del tempo prima che riesca a ribattere. «Allora c'è una speranza. Bene! Ma quelli che hanno deciso questa cosa sono dei grandi stronzi figli di puttana, lo stesso. Mi sentiranno, quando sarà tutto finito. Eccome, se mi sentiranno!» è l'unica stupidaggine che riesco a dire.
Lei mi guarda strano. «Ma davvero credi che tutto tornerà come prima? Io ho visto un sacco di film sugli zombi e nessuno è mai guarito. Infatti, un altro articolo diceva che quella della cura era una palla per mettere a tacere il casino che sta creando questa cosa nel mondo».
«Hai ragione: non ci credo, per niente. Siamo topi in gabbia; in mare ci sono già i mezzi della Marina a tenerci tutti sull'isola. Non ci resta che cercare di sopravvivere e sperare che la cura la trovino davvero. Andiamo».
Torniamo in silenzio per un po'. Sono certo che entrambi abbiamo pensato per un attimo a quanto può essere grande la stupidità umana, ma subito il mio pensiero è volato a Mina e a quel figlio che forse non vedrà mai la luce. La rabbia sale e si trasforma in odio e, quando Kiro si libera dalla presa di Angela, fuggendo verso casa, gli sparo d'istinto, senza alcuna pietà. Provo un senso di appagamento nel vederlo crollare giù emettendo un ultimo guaito. Angela grida e corre da lui. Solo adesso mi rendo conto di cosa ho fatto; non per il cane, no: mi stava anche antipatico; quanto per lo sparo, temo si sia sentito lontano.
Afferro Angela per un braccio. «Forza, alzati. Dobbiamo andare: non siamo al sicuro qui, all'aperto».
Si libera dalla presa. « Sei un mostro. Non sei diverso dagli zombi; anzi, sei peggiore di loro, perché tu sapevi che me lo stavi uccidendo».
«Ho dovuto farlo, ne andava della nostra vita».
«La sua non era meno importante della tua».
La guardo senza capire, finché il suo sguardo non si posa sul mio. Mi odia.
«Ecco chi sei: una di quelle animaliste, quelle che mette gli animali prima degli uomini».
«Di uomini come te, di sicuro». «Puoi andartene. Salvati il culo, se ci riesci». «E riprenditi questa» strepita, nel gettarmi in faccia la cintura, «non serve più».
«Dai, vieni. Non voglio averti sulla coscienza».
«Me ne frego di ciò che vuoi. Spero tua moglie si salvi, ma di te non me ne importa più un cazzo!». Si volta verso il cane, lo solleva con dolcezza e si avvia in direzione della villetta.
«Ma sì, fai pure. Ho ben altro a cui pensare che a una povera pazza». Non mi ascolta nemmeno. La guardo sparire tra gli alberi, dove la luce della torcia non è più in grado di seguirla. In questo momento ho un groppo in gola, mi sorge il dubbio di aver fatto una stronzata, forse avrei potuto riacciuffare Kiro. È tardi per ripensarci. Torcia alla mano, prendo a correre verso Mina.
Al limitare degli alberi sgorgo il giardino di casa. Sembra tutto tranquillo. Mina è seduta in poltrona e legge un libro alla luce di una lampada; sul tavolino noto la giara con la limonata. «Mina!» chiamo, mentre mi precipito da lei.
Nel momento stesso in cui si alza, un'ombra mostruosa le si avventa contro, dall'altro lato del giardino. Sparo. Sparo a più non posso, finché lo zombi non cade a terra a pochi centimetri da lei. Mina guarda l'essere che ancora si agita davanti ai suoi piedi e guarda me. Il ribrezzo sul suo viso è pari all'orrore.
Mi precipito ad abbracciarla. «Temevo che non ti avrei più riabbracciata».
«Carlo, cosa sta succedendo? Chi è questo… mostro?».
«Ti spiego tutto, con calma. Non temere: ci sono qua io con te e non succederà più niente di brutto. Entra in casa, ti raggiungo subito». Non appena la vedo sparire oltre l'uscio, sparo un colpo alla testa dello zombi e lo finisco. Mina mi chiama, preoccupata. Prima di entrare controllo il caricatore, mi restano una manciata di proiettili; ci penserò domani.
La trovo seduta in cucina; mi seggo di fronte a lei.
«Mi dici chi era quel mostro?».
«Uno zombi».
Ride. «Non prendermi in giro».
«Sapresti che sto dicendo la verità se vedessi ogni tanto la tv o ti collegassi in rete» le dico a mo' di rimprovero.
Il suo sorriso è così dolce da disarmarmi. «È che a me non piacciono. Inoltre, ci sei tu a dirmi le cose più importanti che accadono nel mondo; abbiamo sempre fatto in questo modo: così, uno dei due non si stressa e può aiutare l'altro a rilassarsi».
«Ha sempre funzionato, però, oggi ho davvero avuto paura che il tuo ignorare avrebbe potuto metterti in pericolo. Infatti, c'è mancato poco». Le racconto tutto. Anche la menzogna di una cura in arrivo. Nei suoi occhi allo stupore si sostituisce la fiducia, nel suo sorriso l'amore. Ho voglia di baciarla. Mi sporgo verso di lei.
Nell'avvicinarsi poggia una mano sulla sua spalla destra e inizia a grattarsi con foga.
«Carlo, cos'ho qui?» dice. «Mi prude da impazzire».
Sulla spalla ha un graffio poco profondo, qualcosa lo ricopre in parte: un vischioso liquido verdognolo. Sento la morte strapparmi il cuore. Ingoio l'ultima saliva. «Nulla, cara. È solo un piccolo graffio, lo disinfetto».
Cosa le dico adesso? «Ti va di bere un goccio di Assenzio? Ho voglia di magia, amore»
«Vada per l'Assenzio, ma tu sei matto»
«Sì. Matto di te».
Preparo due calici, verso l'Assenzio, prendo il passino su cui poggio le zollette di zucchero e vi verso sopra altro liquore. Il liquido s'intorbidisce. Porgo, sorridendo, il calice a Mina « La Fata Verde brama la tua anima, ma tu sei al sicuro con me». Lei prende la zolletta e la scioglie voluttuosamente sulla lingua. Beve.
Noto la sua pelle ingrigirsi già, il colore dei suoi occhi appannarsi. Bevo anch'io, con desiderio di oblio, e mi lancio sulle sue labbra. Mai amore è stato più intenso, mai il piacere è stato più atroce, nel sentirla tramutarsi tra le mani. Adesso sono davvero consapevole di amarla più della stessa vita.
Mina mi accarezza, mi annusa. La lingua passa sulla mia pelle assaporandone i brividi. «Ho fame…» sussurra.
Mi lascio andare ai suoi morsi d'amore. Sento che il sangue ribolle, i pensieri si fanno meno lucidi. C'è solo Mina nella mia mente. La penetro, mentre i nostri liquidi verdognoli si mischiano, e vengo dentro di lei nel parossismo del piacere più profondo.
«Carlo, ti amo» le sento rantolare e tanto mi basta per essere felice.

Sette mesi dopo.
Il cielo è terso mentre osservo Mina, sdraiata per terra. Sorride con i pochi denti rimastele ed è ancora bellissima. Le gambe divaricate, si sforza di spingere nel dare alla luce nostro figlio. Giusy, la fatina verde di quel giorno, le dà una mano. Non ricordo quando sono tornato a prenderla, ma era già una mutata e mi ha seguito con gioia, senza più andarsene. Forse è lei la vera fatina di questa casa: mi ha protetto allora ed è ancora qui a prendersi cura di tutti noi.
Mina, tra uno sforzo e l'altro, mi sorride. Nei nostri momenti di lucidità, come ora, io e le ci siamo chiesti se nostro figlio sarebbe nato zombi ma non abbiamo saputo darci una risposta. Il fatto che stia per nascere è già un grande miracolo.
Eccolo. Ha la pelle candida. Le nostre paure e le nostre speranze hanno preso vita.
Angela appare all'improvviso da oltre la siepe. «Allora… non sei… del tutto sbagliato» biascica, trascinando il suo corpo malfermo e marcescente. Ho riconquistato la sua fiducia e non mi odia più da quando con le ossa di Kiro le ho fatto una collana; la porta sempre con sé e le sta pure bene.
In alto il rombo di un elicottero. Un cameraman sta registrando la nascita del primo bambino zombi.
Ho di nuovo paura: quale sarà il futuro di mio figlio? Lo sevizieranno in cerca di una cura? Devo pensare. Devo…
Li amo troppo per non tentare il tutto per tutto.
Alzo la pistola e sparo gli ultimi colpi, dritti al rotore. L'elicottero precipita.
Guardo Mina e mio figlio. «Per… un po'… avremo del cibo… per sfamarlo».

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Sonia Lippi
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inconscio

Messaggio#4 » mercoledì 7 febbraio 2018, 21:26

L’udienza si era conclusa con l’assoluzione.
Uscì dal tribunale più velocemente possibile, stringendo mani e sorridendo a chi, incontrandolo, gli faceva i complimenti.
Il suo studio distava pochi metri e lo raggiunse a grandi falcate, aveva bisogno di godersi la vittoria a modo suo e di rilassarsi.
Appena giunto, la segretaria gli corse incontro sorridente: << congratulazioni avvocato! Ancora una bellissima vittoria!>>
<< Grazie Claudia. Ho bisogno di prendermi il resto della giornata libera! Inserisca la segreteria telefonica e se ne vada a casa. Ci vediamo domani e se non le è di troppo disturbo mi porti la colazione, va bene? >>
Claudia sorrise. << Si certo avvocato, non si preoccupi. Si rilassi e ancora complimenti.>>
Domenico entrò nell’ampio e confortevole ufficio che spesso usava come pied a terre; del resto nessuno lo aspettava nella sua villetta fuori Milano.
Si tolse la giacca e le scarpe, si allentò la cravatta e si versò un bicchiere di grappa bariccata che teneva su una mensola della libreria.
Guardando fuori dalla finestra fece un brindisi: << alla mia vittoria! E alla faccia di quel pezzente haitiano che ancora crede nella giustizia. Che illuso!>>
Si sedette sul divano, e assaporando quel corposo distillato, pensò che qualche mese fa avrebbe festeggiato da Chantal, la migliore mistress di Milano.
Ma ora aveva lei, l’argentea Maya che lo aspettava.
L’aveva conosciuta grazie a un suo collega, che spesso incontrava nella villa della escort.
<< Sai Domenico, questa è l’ultima volta che vengo qui. Adesso ho un nuovo intrattenimento. E’ fantastica e puoi farci tutto ciò che vuoi! Costa molto, ma un avvocato famoso come te può permettersela sicuramente.>>
Sorrise a quel ricordo; in preda all’eccitazione si avvicinò alla scrivania e dall’ultimo cassetto ne estrasse una scatola di legno scuro, sopra al coperchio vi erano incise le parole desiderio, volontà e realizzazione, e sotto il simbolo del caduceo.
La aprì e contemplò la piccola ampolla adagiata nella fodera di velluto blu:
<< oggi ho proprio bisogno dei tuoi servigi mia dolce musa.>>
Stringendo la boccetta fra le mani, pensò a quanto fosse magico quel liquido argenteo: << questa droga è pazzesca! Riesce a dar vita ai sogni più perversi senza il pericolo di incorrere in denunce o in malattie veneree. E pensare che, attraverso le onde cerebrali theta, era stata concepita per aiutare la guarigione.>>
Aprì l’ampolla e si fece cadere tre gocce di quel denso elisir sotto la lingua.
Dopo aver riposto la scatola con il prezioso contenuto nel cassetto, si tolse i pantaloni, prese una coperta da uno stipetto sotto la libreria e si sdraiò nell’ampio e comodo divano.
Sentì un brivido salirgli dall’osso sacro verso la testa, sorridendo chiuse gli occhi, una miriade di luci colorate presero corpo e ogni centimetro di pelle fu percorsa da piccole scosse, poi tutto un tratto si sentì leggero e si trovò seduto su una panchina, in un bellissimo parco al calar del sole.
Sapeva di essere approdato dentro la sua mente che era sveglia e attiva, mentre il corpo era immerso in un sonno profondo.
Contemplando quell’infinito tramonto la vide arrivare.
Maya era l’essere più bello e seducente che avesse conosciuto; i lunghissimi capelli argentei risplendevano alla luce degli ultimi raggi infuocati, così come luccicava la sua pelle diafana.
Una sottoveste di seta verde smeraldo metteva in risalto i fianchi rotondi e i seni sodi e prosperosi.
Alla sua vista Domenico ebbe un sussulto.
<<Tesoro! Sono felice che sei tornato! >> Maya si sedette accanto a lui accavallando le lunghe gambe affusolate.
<< Visto che sei qui, significa che hai vinto un’altra causa usando i tuoi metodi poco ortodossi!>>
Comparve in mano a Maya un frustino di pelle, mentre la sua sottoveste mutò in una tuta di Latex nera.
Domenico rifletté un attimo, accarezzando con lo sguardo quel corpo perfetto.
<< Hai ragione, il mio cliente è colpevole! Ha massacrato di botte quella povera ragazza haitiana mandandola in coma. Ma lui è il figlio di un ricco banchiere e io non potevo rifiutare un incarico così remunerativo. A lei penserà la sanità pubblica e il padre si rassegnerà prima o poi. Sono un bambino cattivo lo sai!>> Così dicendo si sporse in avanti e pizzicò forte il capezzolo destro della donna.
Maya lo guardò negli occhi, poi prendendolo per i capelli lo costrinse a girarsi: << sapevi che il tuo cliente era colpevole, ma tu hai fatto in modo che la giustizia pendesse dalla sua parte. Sei un bastardo schifoso!>>
Maya assestò una scudisciata ben calibrata sulle cosce dell’uomo.
<< Ahhh mia padrona!>> disse Domenico buttando la testa indietro e iniziando a sentirsi eccitato.
<< Lo sai che adoro essere punito! Ma questo gioco lo abbiamo sperimentato decine di volte! Vorrei qualcosa di diverso, di più adrenalinico, qualcosa di estremo!>>
Maya socchiuse gli occhi, poi gli si avvicinò sussurrando: << tesoro, io ti capisco! Del resto quello che ti faccio vivere qui lo attingo dalla tua mente conscia, da ciò che hai già vissuto o che hai già desiderato; è normale che non ti soddisfi appieno! Ma se vuoi, hai la possibilità di esplorare il tuo inconscio, dove sono nascosti i tuoi desideri più reconditi.>>
Fece una pausa per mordicchiargli il lobo dell’orecchio sinistro.
<< Cosa c’è di più eccitante di dare vita a ciò che non hai mai osato sognare? La soddisfazione sarà massima, credimi!>>
Domenico sorrise: << oh Maya, sei fantastica! Voglio osare, fammi osare!>>
<< Ti ricordo che ciò che sperimenterai si ripercuoterà sul tuo corpo fisico! Quindi se il dolore supera la soglia, o semplicemente ciò che stai vivendo non ti piace, chiamami! Sono a tua completa disposizione.>>
Maya svanì e tutto divenne buio.
Domenico non sapeva cosa aspettarsi e ciò lo eccitava all’inverosimile.
All’improvviso si trovò in una stanza bianca lunga e stretta, senza finestre e illuminata da luci al neon; intorno a lui una fila di corpi adagiati su tavoli di metallo.
<< Che scherzo è questo?>> Pensò mentre cercava di capire dove l’inconscio lo avesse portato.
Per un attimo sentì il desiderio di fuggire, poi osservò meglio la salma posta alla sua sinistra.
Era una donna nuda e perfetta, la bocca violacea abbozzava un enigmatico sorriso, i seni pallidi, con i grandi capezzoli lividi, sembravano invitarlo a giocare con loro.
Passato lo shock iniziale si rese conto di esserne incuriosito.
Prese coraggio e cominciò a camminare lentamente fra i tavoli di metallo, finché non si accorse di essere in compagnia di donne tanto belle quanto morte.
Non riusciva a spiegarselo, ma appena posava gli occhi su uno qualsiasi tra quei corpi freddi e immobili se ne sentiva attratto.
<< Oh cazzo! Non avrei mai pensato che nel mio inconscio ci fosse la necrofilia.>>
Si fermò davanti a una ragazza con i capelli color carota, il viso ovale e perfetto, delle splendide labbra carnose.
Desiderava ardentemente accarezzarla per capire che effetto gli avrebbe fatto, ma esitava.
<< Volevi qualcosa di forte e ora te la fai nelle mutande? È solo una donna morta! Puoi farci quello che vuoi.>>
Così dicendo prese coraggio e toccò quel viso gelido e sodo, scendendo piano fino ai seni per poi spingersi ad accarezzare il fuoco freddo che erano i peli del pube.
Si accorse con sorpresa che la sua immobilità lo eccitava enormemente, cercò di immaginarsi sopra di lei, un brivido di onnipotenza lo percorse.
<< Sei mia bambina. Tutta mia! Ora zio Mimmo ti riscalda un po’!>> Disse strizzando i piccoli e rosei seni.
Mentre cercava il coraggio di dare sollievo alla grande erezione che gli esplodeva nelle mutande, la ragazza aprì gli occhi e lentamente si mise a sedere.
Domenico tentò di gridare, ma dalla gola uscì un sibilo sgraziato e acuto, e mentre indietreggiava guardandosi attorno in preda al panico, vide che anche gli altri cadaveri avevano preso vita.
Si accorse di provare paura ed eccitazione nello stesso momento, voleva fuggire ma era ipnotizzato da quelle donne nude che si muovevano a scatti, lentamente, come dei burattini con il filo non troppo teso.
<< Mimmooo Vieeeniiii sono tuaaaa>> disse la ragazza pel di carota con voce tremolante, aprendo in maniera innaturale le cosce così da mettere bene in mostra il suo sesso.
La paura gli bloccava le gambe, iniziò a sudare copiosamente, poi qualcosa di freddo gli accarezzò la schiena, si girò di scatto e vide pel di carota che con la testa reclinata di lato barcollava verso di lui facendo gesti osceni con la lingua.
Cercò una via di uscita, << devo raggiungere quella porta a vetri, cazzo!>>
Si mise a correre, ma prima di poterla raggiungere fu strattonato e cadde in avanti.
Istintivamente si aggrappò a un tavolo mortuario dove due donne che si muovevano a scatti sbavavano copiosamente baciandosi, roteando le loro lingue bluastre e gonfie fuori dalla bocca spalancata.
La donna che stava sopra scese fino ad arrivare al sesso della compagna, aprì la bocca all’inverosimile e le morse le grandi labbra strappandole, poi, mentre l’altra inarcava la schiena dal piacere, si girò verso Domenico con la bocca piena di carne sanguinolenta e brandelli di pelle ciondolanti fino al mento: << uniiiscitiii a noiii, ti faremooo godereeeeee >> e scoppiò in una risata agghiacciante.
Domenico iniziò ad avere conati di vomito, la testa gli girava, le gambe gli tremavano.
Con la bocca sporca e le lacrime agli occhi riuscì finalmente a chiamare Maya.
In un attimo si trovò in una stanza completamente bianca.
<<Maya dove sei?>> disse piagnucolando.
<<Perché non ti vedo?>> La voce gli tremava.
<<Portami via da qui Maya, ho bisogno di riprendermi, vieni da me! Hai capito ciò che ho detto?>>
Lo scenario cambiò repentinamente, vide se stesso bambino, piangente, mentre sua madre lo sculacciava, << sei un bambino cattivo Mimmo, tanto cattivo, e mamma ti vuole bene e desidera che diventi buono!>>
Finita la punizione sua madre lo cinse in un abbraccio: <<ecco! ora sei tornato buono vero tesoro?>> Poi prendendogli la testa fra le mani lo baciò in bocca, profondamente.
L’uomo si accorse che la piccola testa del suo alter ego bambino spariva dentro le grandi fauci di quell’essere che aveva le sembianze di sua madre, fino ad esserne completamente fagocitato.
Domenico urlò di terrore e si trovò al buio, quella visione lo aveva letteralmente sconvolto.
Il sudore gli imperlava la fronte, non vedeva nulla, aveva le mani strette a pugno e girava su se stesso.
Iniziò a urlare nel buio: <<Maya! Torna da me!>>
La sua voce produceva un eco che gli faceva accapponare la pelle.
<<Portami via da qui! Avevi detto che eri a mia disposizione! Cazzo Maya vieni qui!>>
La voce gli si strozzò in gola e cadde in ginocchio.
In un lampo il buio scomparve e si trovò dentro una camera addobbata con frustini sadomaso, clisteri e tute in latex.
<<Maya cosa ci faccio qui? Non ho più voglia di giocare!>> Disse alzandosi in piedi.
Nessuna risposta.
Respirò a fondo cercando di ritrovare un briciolo di lucidità: <<calmati Domenico, calmati e ragiona! A breve l’effetto della droga svanirà e mi sveglierò nel mio studio. non devo aver paura.>>
Si sedette sul letto a baldacchino e cercò di concentrarsi.
In fondo era la sua mente, che con l’aiuto della droga creava quella realtà.
Chiuse gli occhi e tentò in ogni modo di immaginarsi fuori da quell’incubo.
<<Ciao Avvocato!>> Una voce da uomo gli fece balzare il cuore in gola, si guardò attorno ma non vide nessuno.
Si sentì pervadere nuovamente dalla paura.
<<Chi sei? Cosa vuoi da me?>>
<<Mi chiamano Mana, l’uomo che cammina nei sogni!>>
Si alzò dal letto di scatto iniziando a girare su se stesso, gli si erano rizzati i capelli sulla nuca.
<<Hai paura avvocato? Pensa a quanta ne ha avuta la ragazza che è stata massacrata di botte dal tuo assistito, riesci a immaginarlo?>>
<<Ma chi cazzo sei? Ho fatto solo il mio fottutissimo lavoro! Mi hai sentito?>>
Domenico era sconvolto, dentro di lui si alternavano rabbia e terrore.
<<Pagare dei testimoni per far assolvere un bastardo rientra nel tuo fottutissimo lavoro?>> Tuonò la voce.
Prima di poter pensare a una qualsiasi risposta, una forza sconosciuta lo paralizzò, poi fu legato mani e piedi ad una grande croce di sant’andrea di legno.
Si sentiva inerme e indifeso, lo pervase un tremito incontrollato, si accorse di battere i denti dalla paura.
Poi la testa fu proiettata a sinistra da uno schiaffo venuto dal nulla e due mani invisibili lo afferrarono per il collo fino a quasi soffocarlo.
Gli fischiavano le orecchie e temette che gli occhi gli esplodessero nelle orbite.
Aveva la bocca aperta, la lingua estroflessa e gonfia, i polmoni in fiamme e il cuore che pulsava affannosamente.
Si pisciò addosso.
Stava quasi per perdere conoscenza quando la morsa al collo si allentò, prese aria così velocemente e rumorosamente, che la gola e i polmoni gli lanciarono forti fitte di dolore mentre tossiva ininterrottamente.
<<Allora avvocato! Ti piacciono questi giochetti o mi sbaglio? Non mi sembri però molto eccitato! Ti ho sentito mentre parlavi con la tua fata argentata, volevi nuovi brividi! Ma sfortunatamente per te, oggi non è lei a condurre il gioco!>>
Davanti a lui apparve un uomo di colore, vestito con una lunga tonaca bianca e dei pantaloni di lino verdi chiaro.
Aveva i capelli talmente ricci e bianchi da sembrare che intorno alla testa avesse una nuvola d’ovatta.
Al collo portava una collana fatta di ossi e di conchiglie, e tra le mani una bambola di pezza bianca.
<<Avvocato, mi riconosci ora?>>
Domenico non riusciva a parlare, aveva la bocca secca, il cuore gli scoppiava in petto, iniziò a piangere.
L’uomo allargò le braccia e sorrise. <<Oh povero il mio difensore della legge! Un uomo di successo come te che piange e si piscia sotto come un bambino! Hai paura di me?>>
<<Come fai ad essere nella mia testa?>> Riuscì a dire Domenico balbettando tra le lacrime.
L’uomo si avvicinò, guardandolo negli occhi, << non bisogna mai sottovalutare chi si ha di fronte! Avresti mai pensato che quel povero pezzente di un Haitiano fosse invece un sacerdote woodoo?!>>
Oramai Domenico era in preda al terrore, non riusciva più a ragionare, sperava solo di sentire a breve il brivido che dalla testa scendeva verso il bacino, segno che l’effetto della droga stava finendo.
<<Cosa vuoi farmi? Se mi lasci andare ti darò un sacco di soldi, ti prego non uccidermi, per favore non farlo!>> Disse fra i singhiozzi.
Lo stregone scoppiò a ridere: <<cosa significa vivere per te? Riempirsi le tasche di soldi cercando di fregare i più deboli? Sperperarli comprando droghe costosissime per mettere in atto le tue fantasie perverse? Non ti sei costruito una famiglia, non hai amici ma solo dei leccaculo che sfruttano il tuo successo, mentre tua sorella, l’unica persona che veramente ti ha voluto bene, l’hai trattata a pesci in faccia e non la senti da anni. Mi preghi di non ucciderti! non capisci che sei già morto?>>
Domenico cercò di riconquistare un briciolo di lucidità, smise di singhiozzare e deglutì varie volte: <<Mana ascoltami, se mi lasci andare cambierò vita te lo giuro! Mi farò una famiglia e ricucirò i rapporti con mia sorella. E comunque non sono io che ho mandato in coma tua figlia, io non c’entro niente!>>
Lo stregone prese una sedia di legno da un angolo, la posizionò davanti al suo prigioniero e ci si sedette a cavalcioni, appoggiando le mani sulla spalliera.
<<E’ vero! Non sei stato tu a ridurla un vegetale, ma se ti fa stare meglio sappi che il tuo cliente l’ho già sistemato.>>
Così dicendo gli tirò la bambolina di pezza in faccia che atterrò ai suoi piedi.
Domenico vide che era piena di spilli in testa e sul cuore, le gambe gli cedettero.
Mana infilò una mano sotto la tonaca ed estrasse una nuova bambolina, poi guardando Domenico negli occhi si alzò dalla sedia andando verso di lui.
<<Credevo nella giustizia Italiana! Credevo che questo fosse un paese civile dove chi sbaglia paga, ma tu mi hai fatto cambiare idea, facendo assolvere un criminale sei diventato suo complice mio caro Mimmo.>>
A Domenico iniziavano a dolere le braccia e le spalle in quella posizione.
Non riusciva ne a pensare ne a parlare, socchiuse gli occhi.
Prese una grande boccata di ossigeno e poi con tutto il fiato che aveva nei polmoni urlò: <<Mayaaa aiutami! Mayaaa voglio uscire da questo incubo, Mayaaa!>>
Lo stregone scosse la testa: << Ti sono piaciute le donne zombie? Sei stato felice di vedere tua madre? Mi sono divertito un po' con te, lo ammetto! Urlavi il suo nome, Maiaaaa, dove sei Maiaaa! E non capivi perché non arrivava vero? E ancora non capisci perché la tua fatina non viene a salvarti il culo! Continua pure a chiamarla, tanto lei non verrà, l’ho imprigionata! Si mio caro ho imprigionato la tua coscienza in una stanza buia del tuo inconscio.>>
Domenico era spiazzato. <<Ma come è possibile? Come puoi imprigionare qualcosa che è una proiezione della mia mente? Non capisco!>>
<<Ricordi le tre parole scritte sulla scatola del tuo prezioso liquido? Desiderio, volontà e realizzazione? Queste sono le basi della magia! il mio desiderio e la mia volontà sono più forti dei tuoi. Semplice!>>
Lo stregone gli piazzò la bambolina davanti agli occhi: <<ecco Maya! Ecco la tua coscienza, la tua anima, la tua essenza vitale, chiamala come vuoi!>>
Domenico vide che aveva uno spillo sulla testa e occhi e bocca erano cuciti.
<<Che significa? Che cazzo significa quello spillo in testa? Ti prego! Non ho fatto nulla lasciami andare! Ti prego, ti scongiuro.>>
Riprese a singhiozzare.
<<Ho imprigionato la tua mente conscia e l’ho relegata nel lato buio del tuo cervello>> ringhiò Mana.
<<Ti prego lasciami andare, ti darò tutto quello che vuoi! La casa, i soldi, i migliori medici per tua figlia! Tutto, ma liberami!>>
<<Non me ne fotte un cazzo dei tuoi soldi, piccolo pidocchio bianco senza cuore!
Vuoi sapere come andranno le cose? La droga finirà il suo effetto ma tu non ti sveglierai! Non potrai riprendere coscienza finché io non lo deciderò! Se mia figlia si risveglierà dal coma, allora anche tu sarai risvegliato, altrimenti...>>
<<Altrimenti cosa?>> Piagnucolò Domenico.
<<Altrimenti sarai condannato ad essere un vegetale, con la differenza che potrai sentire tutto ciò che ti accade attorno ma non potrai interagire.>>
Domenico abbassò la testa, non riusciva nemmeno più a piangere.
Si sentiva sconfitto.
Lo stregone gli tirò su la testa prendendolo per i capelli.
<<Sei un lurido verme! Comunque vada non sarai più lo stesso! Se muori beh, avrò contribuito a eliminare dalla faccia della terra un corrotto succhia sangue bastardo di avvocato.>>
In quel momento sentì un forte brivido che dalla testa scendeva lungo lo colonna vertebrale fino ad arrivargli all’osso sacro.
Con un filo di voce e attaccato a una flebile speranza, cercò ancora di convincere il suo carceriere: <<ti chiedo perdono! Farò ciò che vuoi ma fammi risvegliare!>>
L’ultima cosa che vide, fu il ghigno sprezzante dell’uomo.
******
L’infermiera con l’alito puzzolente lo staccò dalle macchine di monitoraggio.
<<E’ pronto, carichiamolo sulla barella.>>
<<L’ennesima tac!>> pensò Mimmo.
Le ruote della barella cigolavano.
<<Ei Gina! ma che gli è successo a questo paziente?>> Chiese una giovane voce maschile.
<<Si è fritto il cervello con una nuova droga, o almeno è quello che pensano i medici. E’ stato soccorso dalla sua segretaria che lo ha trovato in un lago di piscio e sporco di vomito. Sono mesi che il suo elettroencefalogramma risulta piatto.>>
<<Ma quale droga! Chiedete a quel bastardo di Haitiano, è stato lui a ridurmi così!>> Avrebbe voluto gridare Domenico.
<<Premi il pulsante si va al quinto.>>
<<Al quinto? Allora non mi fanno la tac, quella sta al terzo.>>
<<E perché hanno aspettato così tanto?>> Chiese ancora la voce del ragazzo.
<<Perché non riuscivamo a rintracciare la sorella. Ecco siamo arrivati, lo dobbiamo portare alla sala due.>>
<<Mia sorella? E cosa c’entra mia sorella?>>
<<Buongiorno Professore ecco il paziente.>> Disse Gina stancamente.
<<Si grazie! Lo lasci qui. La sorella ha firmato?>>
<<Si professore, l’originale è in amministrazione.>>
<<Perfetto può andare!>>
Domenico avvertiva un odore forte di alcool e disinfettante.
<<Ma dove sono, che mi vogliono fare?>> Pensava.
Iniziò ad avere paura.
<<Il primo ricevente è pronto?>>
<<Si professore è già anestetizzato!>> Rispose una voce squillante.
<<Bene allora, procediamo con i trapianti! Ricordate che questa volta invertiremo la procedura, inizieremo dai globi oculari e finiremo con il cuore!>>
<<NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO.>>

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Re: Semifinale Anna Cambi

Messaggio#5 » martedì 13 febbraio 2018, 8:10

Da amante appassionata del genere horror ho apprezzato le tematiche di tutti e tre i racconti.
Commenti in ordine sparso:

NON È NOSTRA LA FAME
Bella idea e buona capacità di scrittura e di gestione del racconto.
L'ho apprezzato soprattutto a livello concettuale: la fatina che si nutre di rabbia e sentimenti negativi associata a una psicoterapia perversa, che salva dal dolore ma al prezzo di non sentire più niente, tramutando l'essere umano in una sorta di zombie.
Un racconto quindi fantastico ma fortemente radicato nella quotidianità, che pone interessanti interrogativi su chi siamo e cosa vogliamo.

INCONSCIO
Buon racconto, forse troppo dialogato ma ben strutturato.
Da elogiare a mio parere in particol modo la capacità immaginifica dell'autore, molto bravo a creare e descrivere scene suggestive e di forte impatto, in particolar modo quella della camera mortuaria, di cui ho adorato i dettagli splatter.

SOLO PER AMORE

Amo gli zombie, ma mi dispiace dire che trovo questo racconto un'accozzaglia di stereotipi, scene già viste infarcite di momenti a mio parere poco credibili (la moglie che sorride subito dopo l'attacco dello zombie, l'assenzio, la mancata decomposizione totale dei corpi dopo ben 7 mesi) e scene gratuite (la morte del cane) che non mi hanno permesso di immedesimarmi né di affezionarmi ai personaggi.
Più che un racconto, la traccia per un romanzo

Questa la mia classifica:
1) Non è nostra la fame
2) Inconscio
3) Solo per amore

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