Andrea

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il due gennaio sveleremo il tema deciso da Andrea Atzori. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Andrea Atzori assegnerà la vittoria.
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Milena
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Andrea

Messaggio#1 » giovedì 15 marzo 2018, 16:21

Andrea

Nella penombra della stanza le dita scivolano sulla carta umida. Irene credeva di aver esaurito tutte le lacrime negli ultimi due giorni, ma l’inchiostro sbavato sulle pagine fitte di scrittura racconta un’altra storia. E a questo punto si chiede se le esaurirà mai; se questo dolore, questa lama rovente che le dilania il petto, un giorno se ne andrà.
Volta un’altra pagina e, ignara della figura alle sue spalle, riprende a leggere.

12 gennaio
Oggi lo hanno rifatto. La storia del gabinetto. Sono stufo, non ne posso più. Perché ce l’hanno sempre con me? Io non gli ho mica fatto niente. Ho dovuto aspettare che il bidello arrivasse a tirarmi fuori a fine intervallo, sono tornato in classe in ritardo e la Cianelli mi ha anche rimproverato.
Avrei voluto spiegarle che non era colpa mia. Ma loro ridevano e se lo avessi detto a lei avrebbero riso ancora di più e io non voglio che ridano ancora di più. È già abbastanza brutto così.


Irene chiude un istante gli occhi mentre un singulto le scuote la gola.
Dietro di lei un movimento, un’ombra che le si avvicina. Ma lei non può vederla.

16 gennaio
Sono solo in casa. Ringrazio il cielo che sia così, non avrei potuto affrontare la mamma. Ho preso la maglia e l’ho buttata via. Di certo prima o poi si accorgerà che manca, ma le dirò di averla persa. Si arrabbierà, ma non importa. Non voglio che sappia del taglierino. Per fortuna sulla pancia ho solo un graffio, è bastato un cerotto, lei non lo noterà nemmeno, e in ogni caso posso sempre dirle di aver sbattuto da qualche parte. Il sangue e il taglio sulla felpa, invece, quelli non voglio che li veda.
A volte mi verrebbe voglia di dirle tutto, ma poi non ce la faccio. Mi vergogno troppo.
In fondo, se quelli ce l’hanno con me un motivo ci sarà, no? E non voglio che anche lei debba vergognarsi di me.


«No!»
Irene chiude il quaderno e lo getta con foga. Questo rimbalza sul firmamento stampato sul copriletto e cade a terra. La donna solleva le mani a a coprire gli occhi mentre spasmi involontari la scuotono. C’è un terremoto dentro di lei, un uragano di disperazione che minaccia strapparle le viscere con artigli infuocati.
Passano alcuni minuti. Le grida di angoscia si tramutano in un mormorio atono.
«Non ce la faccio… non… ce la faccio...»
Finalmente anche quella nenia si interrompe piano, come una canzone in diminuendo. Irene riacquista un minimo di equilibrio emotivo e toglie le mani dagli occhi. Le palpebre sono rosse e tumefatte, le guance roventi. La testa vuota e al contempo dolorante, dislocata.
Si accorge del quaderno a terra e si lancia a riprenderlo, spaventata. Lo tiene tra le mani e lo accarezza, coccolandolo come se fosse un bambino
(il suo bambino)
che si è appena sbucciato un ginocchio.
Ricorda molto bene la maglia dispersa. Lui le aveva detto di averla dimenticata in palestra dopo l’ora di educazione fisica e lei lo aveva sgridato
(«Stai più attento alle tue cose! Lo sai che i soldi non crescono sugli alberi? Niente paghetta questa settimana, così impari a essere più responsabile!»).
Oh, se solo potesse tornare indietro…
L’essere sconosciuto, che finora si è nascosto nell’ombra alle sue spalle, si è nel frattempo portato di fronte a lei. Ma Irene non riesce comunque a vederlo. Apre il quaderno e riprende la lettura.

1 febbraio
Non ne posso più.
Voglio farla finita. Sono stanco, troppo stanco. Ogni giorno è una lotta, ogni giorno è un viaggio all’inferno. Ho paura a entrare a scuola, a girare per i corridoi. Ogni volta che giro un angolo temo di vederli. Perché quando
loro vedono me aprono quelle bocche o fanno andare quelle mani. E le botte sono il meno. Anche perché sono furbi. Dopo la storia della maglia, con il rischio che qualche prof se ne accorgesse, hanno preso a picchiarmi solo in posti non visibili. Non rischiano più che qualche macchia di sangue o un livido sulla faccia possano farli scoprire. Quindi anche io ho meno problemi a nascondere tutto alla mamma.
Gli insulti. Quelli sono lo schifo peggiore. I lividi guariscono. Le parole tagliano e fanno sanguinare e quelle ferite sanguinano in continuazione e non c’è cerotto che tenga, il sangue scorre e scorre e scorre e scorre e prima o poi quel sangue finirà.


Irene cerca di inspirare aria ma è come bloccata. Un macigno le si è interposto tra la trachea e i polmoni. Sta soffocando ma l’aria non passa. Sente la testa girare e vede macchioline nere davanti agli occhi ma ancora non le riesce di respirare.
«Mi dispiace, ho fallito».
La voce sembra provenire contemporaneamente dallo spazio di fronte a lei e dalla sua testa. È così inaspettata che lo spavento rimette finalmente in funzione il suo apparato respiratorio. L’aria entra nei polmoni e le macchioline spariscono, mentre il suo corpo schizza in piedi, l’adrenalina a mille.
«Chi c’è?»
La voce non si ripete ma una macchia lattiginosa appare pian piano davanti ai suoi occhi. Sembra avere più o meno le dimensioni di un uomo, anche se si tratta per lo più di una forma amorfa, longilinea e iridescente.
«Avrei dovuto proteggerlo» dice la forma, parlando nella sua testa. «Quello era il mio dovere. Ma non ce l’ho fatta. Pochi riescono a proteggerli, in questi casi. Ma non è una giustificazione. Il dolore che provi è colpa mia e sono qui a chiederti il tuo perdono».
«Non capisco… sto… cosa mi sta succedendo?»
«Non sei preda della follia, Irene. Andrea. Per lui io esisto. Per il suo bene. Quanto meno, così dovrebbe essere. È evidente che ho sbagliato, con lui».
Irene continua a pensare di essere pazza, ma è troppo stanca, troppo distrutta per cercare di scacciare quella visione.
«Tu dovresti essere il suo...»
«Ebbene, in certe culture, la tua per esempio, veniamo chiamati così. Quindi, sì, puoi dire che sono il suo angelo custode, sebbene questa non sia la mia definizione preferita».
«Quindi puoi aiutarlo... Ti prego, non so se tu sia vero o solo la proiezione della mente di una madre disperata… ma se sei chi dici di essere, allora ti prego, aiutalo. Salva il mio bambino...»
La figura si avvicina un po’ di più a lei e la sfiora con quella che, per mancanza di una migliore definizione, potrebbe essere una mano.
«Non posso intervenire direttamente su di lui. Non ho poteri taumaturgici. Non devi riporre le tue speranze in me, ma nei medici che lo stanno curando. Io posso solo cercare di consigliare il mio protetto nei momenti difficili».
«E allora dov’eri?» urla Irene. «Dov’eri quando lui scriveva queste cose
La forma si allontana.
Dov’ero io, se è per questo, pensa Irene. Dov’ero quando mio figlio aveva bisogno di me? Perché non mi sono mai accorta di quanto stava male? Perché non ho mai saputo di questo quaderno? Perché non sono stata di più con lui?
«Non serve farsi tutte queste domande, Irene. Tu hai fatto del tuo meglio. Sei sempre stata presente e lui lo sa. Sa che lo ami, sa che tieni a lui più che a qualsiasi altra cosa. Ma i ragazzi sanno mantenere i segreti fin troppo bene. Come avresti potuto accorgerti di quello che gli stava capitando? Andrea ha fatto di tutto per evitarlo. A casa era sempre sorridente, giusto? Ti raccontava che a scuola andava tutto bene e, in più, con i voti che aveva come avresti potuto pensare il contrario? La colpa è mia. Non sono riuscito a farmi sentire nel frastuono della sua disperazione. E così non ho potuto fermare la sua mano».
Irene ripensa al suo Andrea. Le hanno intimato di tornare a casa, di dormire un po’, ma come può dormire, come, quando il suo piccolo sta lottando? Come, quando il suo bambino soffre così? Andrea, intubato in un letto di ospedale, in bilico tra la vita e la morte.
«Forse non hai fallito del tutto» dice a filo di voce.
«Non capisco».
«Forse ti ha sentito, all’ultimo momento. Forse la tua voce si è fatta largo in quel frastuono, in fondo. Forse è per questo che non ci è riuscito».
La forma si riavvicina.
«Forse» dice.
«Se è così, ti prego. Parla di nuovo con lui. Fai sentire di nuovo la tua voce. Convincilo… aiutalo a tornare da me».
Con le lacrime che le inondano di nuovo gli occhi, Irene riprende in mano il quaderno. C’è ancora un’annotazione. L’ultima. La più difficile. Inizia a leggere, mentre la forma, pian piano, ritorna nel buio da cui era apparsa.

13 febbraio
Oggi è una bella giornata. Lidia mi ha invitato ad andare al parco con lei e gli altri, questo pomeriggio. Dice che loro si trovano lì spesso, chiacchierano e bevono qualcosa tutti insieme. Non fa nemmeno freddo, c’è un bel sole. Sono contento. Non esco mai con nessuno della classe, sarà bello scambiare qualche parola con loro.
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Li odio. Li odio tutti.
Sono feccia, sono bestie, sono merde. Avrei dovuto aspettarmelo. Eppure... no, Lidia non era così. Non sembrava così. Lidia mi aiuta nelle verifiche, mi sorride quando arriva e mi dice «ciao», invece di «strozzati, cesso» come fanno loro. Ma invece non è vero, è una falsa bugiarda ipocrita schifosa come gli altri. Sono arrivato al parco ed era già lì. Insieme a lei c’erano Francesco e Sofia e Luca e Matilde. Ma c’erano anche
loro. Quando li ho visti mi sono pietrificato. Ma ho preso coraggio e mi sono avvicinato a Lidia e le ho detto «ciao» e lei mi ha guardato e mi ha detto «cosa ci fai qui?». E io le ho detto «mi ci hai invitato tu» e lei si è messa a ridere, tutti si sono messi a ridere, erano già d’accordo a farmi l’ennesimo scherzo l’ennesima presa per il culo e tutti ridevano e mi filmavano col telefonino e loro mi hanno di nuovo sputato addosso e mi chiamavano cesso e mi urlavano «fai un favore al mondo e sparati, sfigato» e altri rispondevano «no, dai, se no noi come ci divertiamo?» e ridevano di me e io volevo piangere ma non potevo non volevo non dovevo piangere e allora sono scappato via e sono tornato a casa e ora voglio solo morire voglio solo andarmene via lasciare tutto lasciare questo posto di merda dove nessuno mi vuole bene nessuno capisce chi sono cosa provo nessuno si rende conto che qui dentro c’è una persona che soffre che piange che trema che chiede aiuto e la mamma solo la mamma mi ama ma mamma mi spiace io non ce la faccio non ce la faccio più è così dura sono da solo nessuno vuole stare con me perché loro mi sputano e nessuno vuol stare con quelli che vengono sputati e picchiati e insultati e schifati e visti peggio dell’immondizia e lo so che tu mi vuoi bene ma io non ne voglio a me e mi dispiace perché volevo farti contenta e fare il liceo l’anno prossimo ma non ci sarà un anno prossimo perché sono stanco tanto tanto tanto stanco ti voglio bene mamma ma me ne devo andare perché tanto con loro non si può con loro non si può vincere.
Mai.



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SalvatoreStefanelli
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Re: Andrea

Messaggio#2 » sabato 17 marzo 2018, 14:14

Storia cruda e tremendamente attuale. Io avrei visto un finale ulteriore oltre il punto in cui ti sei fermata. Il rimorso di Lidia, una speranza in ospedale; qualcosa che non si fermasse al prima di adesso ma andasse oltre, nel bene e nel male. Certo la tua divagazione con l'angelo custode spiazza un po' in quella che, altrimenti, sarebbe una storia normale, nella sua anormalità.
Ti faccio notare un paio di correzioni da fare, qui:
le mani a [c'è una doppia a] a coprire gli occhi mentre spasmi involontari la scuotono. C’è un terremoto dentro di lei, un uragano di disperazione che minaccia [qui credo tu debba aggiungere un "di"]strapparle le viscere con artigli infuocati.

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Wladimiro Borchi
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Re: Andrea

Messaggio#3 » lunedì 19 marzo 2018, 10:11

Prima volta che leggo qualcosa di tuo e, 'sticazzi, complimenti davvero!
L'angoscia del povero Andrea arriva impietosa fino al cuore del lettore, che vorrebbe frapporsi ai bulli per tirare fuori il ragazzo dagli impicci e impedire il drammatico finale, di cui si percepisce, drammaticamente, l'approssimarsi.
L'ultima sezione del diario diventa, forse, un po' troppo didascalica e, solo in quel punto, sembra che Andrea venga sostituito dall'autrice.
Complimenti.
IMBUTO!!!

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Giovanni Gianni Del Giudice
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Re: Andrea

Messaggio#4 » martedì 20 marzo 2018, 8:51

Un buon racconto. Scritto bene, crea la giusta empatia verso Andrea e verso la madre. Se mi posso permettere dico che il personaggio 'angelo custode' mi infastidisce un pò. All'inizio mi aspettavo che fosse il fantasma del ragazzo suicida, ma quando poi hai spiegato la roba dell'angelo c'è stata una caduta precipitosa verso il pietismo, che ritrovo anche nel finale. L'espediente della lettera finale ci sta, ma è scritta in maniera troppo artefatta e narrativa. Mio parere eh. Un buon racconto comunque.

Roberto Masini
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Re: Andrea

Messaggio#5 » sabato 24 marzo 2018, 15:12

Il tema attualissimo è trattato in modo coinvolgente almeno per quanto riguarda la figura di Andrea. Attraverso le sue annotazioni sui bulli che gli sconvolgono la vita il lettore arriva ad odiarli. Si percepiscono anche tutte le difficoltà della madre nell'interpretare i segnali che suo figlio continua a celare per non farla preoccupare.
La scelta di far intervenire l'angelo custode mi sembra più debole in quanto inutilmente consolatoria rispetto alle angosce della madre: il racconto è breve e sfocia purtroppo in tragedia e solo se ci fosse stata una reale speranza di salvarlo da un punto di vista medico, quello poteva essere un momento in cui si spezzava la situazione angosciosa.
D'altra parte forse la scelta dell'angelo la fa sembrare una storia diversa. Non la condivido, ribadisco, ma ne comprendo la funzione di spostamento dal contesto razionale.

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Milena
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Re: Andrea

Messaggio#6 » giovedì 29 marzo 2018, 14:12

Buon pomeriggio a tutti!
Scusate se rispondo con questo ritardo...
Per prima cosa, grazie. Mi sembra, dai vostri commenti, che il mio racconto sia stato abbastanza gradito e questo mi fa molto piacere. L'ho scritto poco dopo aver letto l'ennesimo fatto di cronaca riguardante il suicidio di un giovane vittima dei bulli, quindi lo "sentivo" molto, e sono felice che lo abbiate, in linea di massima, apprezzato.
Quello che ho potuto notare è che molti di voi non hanno però gradito il personaggio dell'angelo custode; un po' mi dispiace, ma forse è perché in realtà l'ho inserito nel racconto quasi forzatamente. All'inizio infatti avevo in mente un altro tipo di trama: il racconto doveva svolgersi come un dialogo tra lo stesso Andrea e l'angelo, con quest'ultimo che tentava (inutilmente, il racconto si sarebbe concluso con la morte di Andrea) di farlo desistere, parlandogli indirettamente mediante l'invio di immagini di un suo possibile futuro "post-ribellione" contro i bulli. Poi, quando ho visto il "bonus genitore", ho pensato che riscrivere il tutto dal punto di vista della madre avrebbe da un lato reso la storia ancora più drammatica, dall'altro avrebbe dato la possibilità di immaginare, dopo tutto, una possibile salvezza. IN tutto questo, in realtà, l'angelo non c'entrava più un tubo, ma mi ero per così dire affezionata e l'ho lasciato... col senno di poi, pessima idea! :-(
In ogni caso sono felice di aver partecipato, è sempre bello confrontarsi in queste "sfide" (metto tra virgolette perché le vedo più come una palestra che come uno scontro vero e proprio).
Grazie ancora amici!

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