Semifinale Massimo Spiga

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il due gennaio sveleremo il tema deciso da Andrea Atzori. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Andrea Atzori assegnerà la vittoria.
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Spartaco
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Semifinale Massimo Spiga

Messaggio#1 » sabato 31 marzo 2018, 0:42

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Eccoci alla seconda parte de La Sfida a SRDN.
In risposta a questa discussione gli autori semifinalisti del girone Massimo Spiga hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare allo SPONSOR del loro girone un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello che ha passato il girone.
Quindi Salvatore Stefanelli e Wladimiro Borchi possono sfruttare i tre giorni concessi per limare i difetti del racconto, magari ascoltando i consigli che gli sono stati dati da chi li ha commentati.

Scadenza: martedì 3 aprile alle 23:59
Limite battute: 21.666

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 03 aprile. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione!



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SalvatoreStefanelli
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Re: Semifinale Massimo Spiga

Messaggio#2 » martedì 3 aprile 2018, 19:52

NON SAREBBE PIÙ BELLO?

Sono giorni, ormai, che i morti hanno colorato di sangue la città. È in corso una guerra che sembra non voglia finire tanto presto: troppe zone sono senza un clan che comanda e troppi galli vogliono cantare nello stesso pollaio. Si ammazzassero tra di loro non me ne importerebbe più di tanto, però, quando tra le vittime ci finisce un innocente, è allora che sento la rabbia e le urla di un popolo che vorrebbe trovare pace. E, avverto la sua vigliaccheria.
Piazza Dante brulica di gente. Non è il solito tran tran di chi scorribanda per le vie del centro, tra una bancarella di libri e una pizza a portafoglio. Sono i curiosi del macabro quelli che si accalcano contro il nastro bianco e rosso che limita un'ampia zona a destra della statua.
Ordino al mio vice: «Espo', tu e Carrisi, fateli allontanare!».
Esposito si muove subito. «Avete sentito l'ispettore. Forza, allontanatevi!».
Ma gli inviti dei miei uomini riescono a farli retrocedere solo di qualche passo. Intanto, quelli della Scientifica, appena arrivati, iniziano i rilevamenti su i due cadaveri a terra e la ventina di bossoli esplosi. Accanto a uno dei due corpi inanimati, una donna piange e urla più volte: "O' figlio mio! O' figlio mio!". La osservo, impotente, strapparsi i capelli e battere quel ventre in cui avrebbe voluto tenere ancora il suo bambino. Invece, il figlio giace lì, sui basoli freddi impregnati del suo stesso sangue. Quel sangue che con il suo odore riempie i miei respiri. Dovrei esserci abituato, ma non lo sono mai quando a morire è un innocente.
Sposto lo sguardo alle spalle della statua di Dante, dove c'è il Convitto Vittorio Emanuele: tra meno di un'ora mio figlio sbucherà da quel portone, per tornare a casa. Cosa gli dirò di tutto questo sangue? Forse non me lo domanderà con le parole, me lo chiederanno i suoi occhi. Mi chiederà risposte e giustizia, certezze che io non ho…, ma che gli darò lo stesso, sperando bastino le mie parole a rassicurarlo.
La calca insiste. Guardo tutte queste persone e vorrei chiedere loro: «State provando quello che provo io? Siete disposti a entrare in guerra contro la Camorra, come faccio io ogni giorno? A lasciarvi ammazzare, pur di far vincere la giustizia?». Invece, taccio! perché temo che la risposta non sia quella sperata.
Il medico legale sta entrando in auto.
«Anto', fammi sapere al più presto i risultati».
«E quali vuoi che siano?» mi risponde sconsolato, prima di andare via con i tecnici della Scientifica, portandosi dietro i cadaveri, e la donna.
A terra resta il sangue, intorno la gente. E, resto pure io.
Mi muovo verso il Convitto, mentre un paio di colleghi presenziano il luogo, aspettando quelli del Comune invitati a pulire al più presto i basoli. Sento la campanella suonare e le voci impazienti dei ragazzi che corrono verso l'uscita. Dai loro volti capisco che qualcuno sa. Si guardano intorno. Si fermano appena fuori al portone della scuola, confabulano tra loro e vanno via, con gli occhi sulle chiazze di sangue. Pochi mi sembrano davvero consapevoli di quanto è accaduto; scopriranno solo dal Tg che tra le vittime c'era un ragazzo come loro.
Ecco Luca. Mi sembra smarrito, come gli altri. Mi vede, non sorride e non alza la mano come è uso fare; si avvicina.
«Ciao figliolo».
«Ciao pa'» mi risponde, con lo sguardo inorridito da quanto nota alle mie spalle. Lo abbraccio forte, più a lungo del solito, con più intensità. Lui tace, mi stringe a se. Lui ha capito. Sta diventando più forte dei suoi compagni, più forte persino di me, perché questa tragica realtà, purtroppo, gli appartiene sin da quando era piccolo. Ciò nonostante ho letto la richiesta di aiuto nei suoi occhi e mi sono sentito impotente come non mai. Credo che, di fronte a certe verità, questo sia il destino di ogni padre.
La piazza è tornata a una apparente normalità quando, Luca e io, c'incamminiamo in silenzio verso casa.

È passata una settimana e quella che sembrava una tregua non scritta è appena terminata. Davanti al commissariato ci sono due nuovi cadaveri; accanto a loro qualcuno ha gettato due caschi neri senza scritte. Nessuno ha visto niente, nessuno parla e se parla dice banalità senza senso, piene di colpe e paure. È per questo che la Camorra non può perdere. Perché, la gente ha paura. Paura di essere tra le prossime vittime, paura di ritorsioni. Paura di perdere l'unica possibilità di sopravvivere, in un mondo dove il diritto al lavoro è solo una frase senza più valore scritta nella Costituzione. Perché questa gente ci è nata in questo Stato alternativo e non sa come uscirne.
Mi chino sui corpi dal viso rivolto a terra. Noto, sotto il cadavere di uno dei due, un foglio con una scritta bella grande che recita: Si nun si’ bbuono, chesta è ’a fine ca faje. Nun s’accìdeno ’e piccerille.
C'è una sola ragione per un tale messaggio: questi sono gli assassini di una settimana fa. Forse la guerra è davvero finita o, forse, non sarà per niente così, ma io lo spero di cuore.

Oggi, Luca è andato in gita all'oasi di Persano. Sono fuori scuola aspettando il suo rientro. Il cielo, ammantato di rosso, sta cedendo posto alla notte e i lampioni, timidamente, gettano le luci tutt'intorno. C'è gente allegra in giro, i locali si stanno riempiendo. Ho appena sentito Luca al telefono e sto chiamando Anna.
«Anna, Luca sta arrivando e mi ha già detto che ha una fame da lupi». La sento ridere.
«Va bene: pollo e una montagna di patatine fritte saranno presto pronte per lui».
«E per me?»
«Per te ho in serbo un'altra sorpresa».
Mi emoziono al solo pensiero di ciò che già so mi dirà: presto Luca avrà un fratellino. O una sorellina, spero io. Alzo gli occhi su Dante e rivivo il senso di dolore di qualche giorno fa; le emozioni mutano e mi stringono il cuore, strappandomi dai miei sogni. Ripenso al rischio che corro ogni giorno di non vedere mio figlio nascere e, con l'altro, crescere e ogni volta mi domando: perché? L'unica risposta che trovo è nel senso del dovere, verso la giustizia, verso la città e la sua gente, per rendere questo posto migliore, per quelli che amo. So che la mia volontà da sola non può bastare, ma tutte le volte che mando qualcuno in galera avverto il mio cuore farsi più leggero, almeno fino al successivo omicidio o furto o minaccia di libertà di una persona onesta.
Il pullman è arrivato; Luca si caracolla giù per le scale e mi corre incontro, felice.
«Hai detto a mamma che ho fame?» è la prima cosa che mi dice.
«Così si saluta tuo padre? Non mi abbracci nemmeno?»
Luca si fionda su di me. Tace e mi stringe forte, quindi poggia il suo sguardo interrogativo nei miei occhi.
«Sì, gliel'ho detto; ti sta preparando il piatto che preferisci».
«Il pollo con le patatine? Sììì!» grida, sprizzando gioia e fiondandosi via da me.
Lo vedo correre verso via Tarsia, dove al solito ho parcheggiato l'auto, attraversando la strada come il vento, apparentemente incurante degli altri mezzi in circolazione. Appena lo avrò acciuffato, dovrò dirgliene un paio, se non vorrò soccombere a un infarto la prossima volta. Lo rincorro e, nonostante lo spavento, non riesco a non gioire per la sua felicità e innocenza. Dall'alto della salita sopraggiunge il rombo di una moto. Due uomini a bordo; caschi neri e senza scritte. Noto il luccichio di una pistola uscir fuori da sotto il giubbotto di pelle di quello seduto dietro. Un uomo, sul marciapiede, li maledice un attimo prima che una scarica di proiettili lo colpiscano in petto. Luca è lì, a un passo. Rivedo la scena di qualche giorno fa, il sangue sui basoli, la disperazione di una madre e la mia mano scende sulla pistola d'ordinanza, la estrae e spara, in un riflesso istintivo. La moto precipita sull'asfalto, sfrega in mille scintille sino a quando non arresta la sua corsa contro un'auto parcheggiata poco distante. Ansimando, cerco Luca con la coda dell'occhio e lo vedo mettersi al sicuro dietro un'auto in sosta. Non riesco ancora a tranquillizzarmi: dove sono i killer? Guardo i due uomini rotolare sulla strada. Un casco salta rivelando il volto di un giovane, avrà forse diciassette anni. L'altro dei due è immobile, a terra: disteso in una posa innaturale è quasi certamente morto. Il giovane ha ancora la forza di rialzarsi, cerca la pistola che non ha più. Gli sono addosso. Non gli do il tempo di capire, un pugno e un altro, poi lo spingo a terra e con le manette gli blocco le mani dietro la schiena. Guardo l'altro motociclista, il sangue colma l'asfalto sotto di lui e continua a non muoversi. Luca? Non lo vedo, spero sia ancora nascosto dietro l'auto. Non posso andare da lui, adesso. Devo fare in fretta; mi avvicino al motociclista inerte e nell'accertarmi che sia morto, giro lo sguardo sul marciapiede alle mie spalle: anche la vittima designata è morta. Ho le orecchie indurite dal frastuono del mio sangue in circolo, mi ci vuole un po' per avvertire i primi timidi applausi, le urla di altri, le maledizioni e i pianti di chi ha visto il proprio uomo finire la sua vita sull'asfalto, in un agguato di camorra.
Qualcuno mi tocca la spalla. Mi volto di scatto, la pistola ancora pronta in mano. È un attimo, il volto di Luca trasfigura, inorridendo: ho l'arma puntata su di lui. La mia ferocia la leggo nei suoi occhi. Luca, con il corpo rigido e teso, ha perduto i respiri; le sue lacrime dicono: "abbracciami" mentre pronuncia: «Papà…» in una voce sottile e incerta.
«Luca». Le braccia si aprono e lo avvolgono. Ritrovo piano piano tutte le mie sensazioni e avverto il cuore di mio figlio battere all'impazzata. «È tutto finito, Luca, non temere». Lo sento singhiozzare, mentre riprende colore e il cuore torna a un battere più gentile; mentre altre lacrime, le mie, liberatorie, mi rigano il volto.
Dopo un po' mi guarda negli occhi. «Temo che mamma dovrà aspettarci a lungo. Forse, è meglio se la chiami e gli dici di tenere il pollo in caldo per un po'».
Sorrido. «Certo Luca, ora la chiamo e glielo dico. E le dico anche di tenere in caldo il fratellino».
Sorride anche lui, ma non appare sorpreso. «Io avevo pensato a una sorellina» dice. «Non sarebbe più bello?».

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SalvatoreStefanelli
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Re: Semifinale Massimo Spiga

Messaggio#3 » martedì 3 aprile 2018, 19:54

Spero di aver seguito al meglio i consigli di quanti me ne hanno dati. Comunque, grazie a tutti per il divertimento e vinca il migliore (che sono io, ovvio! ;) ).

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Wladimiro Borchi
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Re: Semifinale Massimo Spiga

Messaggio#4 » mercoledì 4 aprile 2018, 8:42

LUDUS IN FABULA

«I miei complimenti, Caio Sestio!»
Numerio Negidio passeggiava a fianco dell’amico oratore in una Roma da poco accarezzata dai primi cupi raggi del sole di autunno. L’aria frizzante del mattino lambiva dolcemente ogni centimetro della sua pelle, infilandosi rapida sotto la candida toga.
«Ho fatto soltanto il mio dovere.»
Il giovane allievo non poteva essere d’accordo con la modesta opinione del maestro.
«Niente affatto, Caio, sei riuscito in un'impresa grandiosa, una fatica pari a quelle di Ercole! Far propendere il comizio centuriato a favore di una legge emessa nell’esclusivo interesse della plebe è qualcosa al dì là di ogni più rosea aspettativa.»
L’anziano tribuno abbassò la testa.
«Non abbiamo ancora fatto niente, Numerio, il voto definitivo è fissato per questa sera e non è detto che i pochi patrizi che sono riuscito a portare dalla nostra parte, mantengano l’opinione già espressa e la parola data.»
Il giovanotto non riuscì a trattenere l’immatura impulsività e, allungando il passo, si portò faccia a faccia con il proprio interlocutore, con la bocca semiaperta in un sorriso lieto e appassionato.
«Stavolta vinceremo, ne sono sicuro. Ti basterà aprire bocca, Giove ti ha donato la capacità quasi magica di toccare il cuore di chiunque con le parole. Gli stessi patrizi, posti dinanzi alla propria ingordigia, si vergognano a votarti contro. Io dico che si prospetta un futuro di maggior libertà per il popolo romano e per la nostra gens.»
Il maestro sorrise.
«Sai, Numerio, alle volte mi piacerebbe avere solo la metà del tuo fervore…»
Urla affannate e uno scalpitio di passi alle spalle dei due amici non poté che attrarre la loro attenzione. Dal decumano sud giungeva di corsa, trafelato e non ancora completamente vestito, Agenore, il liberto di origine fenicia, che abitava la casa di Caio Sestio. Stava gridando proprio nella loro direzione e, subito, il cuore del maestro venne accelerato dall’apprensione.
«Amico Agenore. Che succede?»
Il nuovo arrivato si piegò in due soffocato dall’affanno, tentando di recuperare quel poco di fiato che gli avrebbe consentito, a breve, di iniziare il suo discorso.
«Agerio… L’hanno portato dal pretore… Erano in quattro… Gens Iulia… Hanno detto per debiti di gioco…»
La gola si era strozzata dopo ogni parola, ma il messaggio era stato consegnato. Il figlio minore di Caio si era messo in un grosso guaio. E sarebbe toccato al padre trovare, come sempre, una soluzione adeguata.

«Agenore, dobbiamo agire in fretta. Torna a casa e fatti consegnare da mia moglie tutti i nostri risparmi, portameli dal Pretore o, se sarà tardi, al mercato.»
Il liberto si limitò a un gesto di assenso con la testa e, con il cuore che quasi gli scoppiava, riprese la sua corsa disperata nella direzione opposta a quella da cui era venuto.
«Presto, Numerio, dal magistrato! Voglio capire che cosa è successo e, se possibile, spendere alcune parole in difesa di mio figlio.»


** * ** * **

Accecato dalla preoccupazione, l’anziano oratore si accinse a oltrepassare la soglia del pretore senza curarsi dei due littori all’ingresso, che subito incrociarono le daghe dinanzi al suo petto, per arrestarne l’avanzata.
«Dove volete andare?»
Caio Sestio si profuse in un saluto carico di disperazione e fissando le due guardie con gli occhi umidi provvide a scusarsi e a evidenziare la propria necessità di parlare, quanto prima, col magistrato, da cui il figlio era stato condotto neanche un’ora prima.
Come sempre accadeva, le sue parole fecero breccia nel cuore dei due interlocutori che misero l’uomo a parte di quanto a loro conoscenza, affinché gli fosse utile per mutare la sorte e propiziare lieti eventi.
«Deve essere il ragazzo condotto qui poco fa.»
«Povero disgraziato, non capiva nemmeno quello che stava accadendo!»
«Doveva aver passato la notte al lupanare per come era ancora ubriaco.»
«L’hanno riempito di botte e il pretore l’ha fatto condurre al mercato.»
«Il creditore spergiurava che gli dovesse un sacco di assi.»
«Non ho capito quante erano, ma a giudicare da come tutti sbraitavano, doveva essere una bella somma.»
«In ogni caso è stato considerato pubere, capace e portato via in vinculis
«Sì, a questo punto saranno tutti già al mercato.»
Ogni parola, una stilettata al cuore dell’anziano padre. Vino e gioco? Come aveva fatto Agerio a mettersi in una situazione simile? V’era davvero poco altro da fare, se non cercare di andare a riscattarlo dal creditore il prima possibile. I pensieri del pover’uomo si riempirono subito di immagini terribili, in cui la carne della sua carne urlante veniva tagliata con efferata crudeltà da spiriti malvagi.
Caio Sestio allontanò dalla mente il terribile presagio di morte e le orribili immagini che si erano avvicendate nel vecchio cuore.
«Numerio, devi accompagnarmi al mercato. Ho bisogno di tutto il tuo sostegno. Sono nell’ora più cupa che un anziano padre possa affrontare.»
«Non ho la minima intenzione di abbandonarti, maestro. Corriamo al mercato, troveremo senz’altro il modo per riscattare Agerio.»


** * ** * **

«Finalmente giunge qualcuno a interessarsi di questo truffatore vigliacco».
Il centro città brulicava di gente che procedeva da una taberna all’altra a caccia di merci pregiate o anche soltanto di beni prima necessità.
Per ironia della sorte o anche solo quale ultimo atto di scherno, Agerio se ne stava legato, con gli occhi semiaperti e il volto livido per i colpi ricevuti, con le spalle alla più nota taberna vinaria di tutta Roma.
Il padre si avvicinò al figlio, esaminandone le piaghe aperte sul corpo e sul volto.
«C’era bisogno di ridurlo in questo modo?»
L’uomo della gens Iulia, che pareva essere il vero interessato alla vicenda, circondato da altri quattro familiari, riprese la feroce filippica appena interrotta.
«Non è nulla a confronto del danno che la tua genia ha arrecato a me e alla mia famiglia. Ha giocato e ha scommesso oltre cinquemila assi e non ha nemmeno gli occhi per piangere.»
Cinquemila daghe appuntite si infilarono nel cuore dell’anziano genitore. Nemmeno in una vita intera sarebbe riuscito a risparmiare una simile somma. Quei denari non ci sarebbero stati oggi, né nei due mercati successivi.
Mentre ancora una lacrima solcava il suo volto, poche parole disperate vibrarono sulle labbra del pover’uomo, rivolte al figlio semi incosciente per i fumi della notte di bagordi e i molti colpi ricevuti.
«Che cosa hai fatto, scellerato?»
Subito Numerio si portò a sostenere il maestro, sussurrando al suo orecchio il suo appello più accorato.
«Non ti arrendere, Caio. Hai arringato pubblici più difficili, hai convinto i patrizi a votare contro i propri interessi, hai portato giustizia dove non c’era. Parla con loro, spiega che sarebbe un errore uccidere quello che non è un truffatore, ma solo un incosciente. Arriveranno le tue parole dove non possono le tue sostanze!»
Il più grande oratore plebeo della Roma repubblicana si allontanò dal figlio e dall’allievo e si pose frontale agli aguzzini, aprendo le mani in segno di accogliente e incondizionata resa. Negli occhi, ancora gonfi di lacrime, si era accesa la modesta luce di una rinnovata speranza.
«Amici, non parlo a voi come padre, ma come cives romano.»
Nonostante la mente vagasse disperata verso lidi fatti di sangue e disperazione, l'uomo tentò di imporsi una briciola di lucidità e introdusse il suo parlare con una brevissima captatio benevolentiae. Non era il genitore egoista a parlare, ma uno come loro, un cittadino che parlava per il bene di Roma.
«Non v’è alcun danno da risarcire che possa aver cagionato questo mio figlio sciocco e sprovveduto. Certo in nottata la rispettabile gens Iulia, che vi onorate di rappresentare, non avrà assunto obbligazione alcuna con chicchessia confidando nelle somme perse al gioco da questo ragazzo. Solo uno stupido lo avrebbe fatto e voi senz'altro non lo siete. Voi che superate tutti in questa nostra città per scaltrezza e intelligenza.»
L'argomento sarebbe servito a far breccia nell'accusa che veniva mossa e a sminuire l'offesa che si credeva di aver sofferto. L'orazione doveva sempre iniziare con un ragionamento forte e convincente. Come insegnava il Re greco Nestore, le difese avversarie dovevano essere squarciate dalle fila di fanti valorosi e solo dopo, si poteva iniziare a far partecipare i codardi alla battaglia.
«Ora, cinquemila assi sono una quantità di denari davvero ragguardevole e, come potete immaginare, nemmeno un saggio tribuno della plebe, come quello che vi sta dinanzi, può averle risparmiate in tutta una vita. La morte di uno sciocco, certamente, non vi potrà ripagare dell’onta sofferta nell’aver creduto agli impegni ignobilmente assunti da chi ben sapeva di non potervi far fronte.»
Tutti pensieri inadatti a una vera orazione, ma che facevano numero, come fanti alle prime armi che superano le file nemiche con ginocchia tremanti.
«Se v’è qualcosa che io possa fare per salvargli la vita, sono qua, disposto finanche a lavorare come schiavo per voi, per il tempo che il padre Giove vorrà ancora donarmi su questa terra.»
Fu proprio in quel momento che, alle spalle dell’oratore, giunse trafelato e quasi affogato da una corsa che sembrava avergli strappato il cuore dal petto, il liberto fenicio, recando una borsa sonante di monete.
Caio Sestio si voltò, sorridendo bonario al nuovo arrivato e traendo la pesante tracolla dalle sue spalle affaticate.
«Amico Agenore, che gli dei ti conservino sempre così fedele!»
Lo sguardo dell’uomo sull’insufficiente contenuto della sporta, parlò prima di lui.
«Saranno quasi cinquecento assi e, assieme alla mia vita, è tutto quello che ho.»
Secondo gli insegnamenti del più grande condottiero ellenico, ora veniva il momento della cavalleria, dell'argomento principe che avrebbe dovuto spazzare via ogni dubbio rimasto nella mente dell'ascoltatore. Ma la mente di Caio Sestio, annegata nello sconforto, non riuscì a trovare altro da dire.
Con gesto teatrale, si inginocchiò dinanzi ai creditori, frapponendo se stesso al figlio legato e ponendo i denari ai loro piedi.
Seguì un applauso isterico e davvero poco convinto del sedicente truffato.
«Bravo, il nostro Caio Sestio. Davvero delle belle parole! Ma che non mi ripagheranno della grave perdita sofferta.»
Lo sguardo del penitente, si riempì di lacrime e si portò, ancora una volta, negli occhi dei suoi aguzzini, mentre le parole del suo avversario si facevano ancora più chiare e taglienti.
«No. Non c’è niente che io voglia dalla tua gente, se non quanto mi spetta ex lege e mi pare che tu abbia qui, candidamente, ammesso di non avere denari a sufficienza per riscattare l’inutile carne della tua carne, che ha truffato me e i miei parenti al tavolo da gioco. Esisterà senz’altro un giureconsulto che mi consenta di dare immediata esecuzione alla sentenza del pretore, atteso che, nemmeno tra altri due mercati, la tua pezzente famiglia avrà denari a sufficienza per riscattare il vostro sudicio agnello. Andate a chiamare un littore. Voglio che questa giovane serpe sia trattata come merita.»
Mentre alzava il braccio a indicare la via per gli alloggi del pretore ai propri compagni, lo sguardo dell’uomo si fece improvvisamente sadico e si fissò negli occhi del padre disperato.
«A meno che, e sia ben chiaro, lo dico solo per la bontà d’animo propria della mia gente, tu non voglia offrirmi in dono quella tua lingua che tutta Roma invidia. Potrebbe fare bella mostra di sé, in un barattolo di sale, sulla soglia della mia domus. Non ne saresti onorato, Caio Sestio?»
Quando al padre è donata la vita del figlio, ogni altro perde consistenza, diviene rarefatto, quasi smettesse in quello stesso istante di esistere.
Gli occhi del più grande oratore di Roma si illuminarono di gioia e il suo parlare felice e concitato apparve, a tutti i presenti, dettato più da una mente ormai resa folle dal dolore che dall’intelletto.
«Cari amici, grazie. Io vi sono debitore! Prendetela, vi prego, prendete questa mia lingua, io non la adopero. Non mi è di alcuna utilità.»
L’uomo aprì le braccia, affinché lo potessero tenere in quella difficile operazione e spalancò la bocca ai dolci salvatori della vita del suo povero ragazzo.
Immediato fu il grido del giovane Numerio alle sue spalle.
«No! Maestro.»
Caio Sestio si limitò a scuotere la testa.
«Amico Agenore, trattenete questo mio impulsivo allievo dall’intervenire, ho prestato il mio consenso e il contratto è perfezionato. Aiutatemi a far sì che questi miei buoni amici non vengano disturbati mentre prendono quello che è loro.»
Le robuste braccia del liberto fenicio afferrarono il giovane scalpitante, che quando la lama si avvicinò, serrò gli occhi per non dover assistere allo scempio. Non poté, ahimè, chiudere le orecchie alle grida che presto vi giunsero, soffocate dal sangue e dal dolore più acuto e pungente.
Quando tutto fu compiuto, quello che una volta era il grande oratore di Roma, tremava in una pozza del proprio sangue, tenendosi le mani serrate sulla bocca, con gli occhi, carichi di amore, fissi sulla figura semi addormentata del figlio, ancora avvolto nei fumi del vino della nottata da poco trascorsa, appoggiato alla parete della taberna.


** * ** * **

Mentre il sole del meriggio iniziava a percorrere la volta celeste in direzione della crosta terrestre, i membri del comizio centuriato di una Roma vivace e brulicante prendevano posizione sui propri scranni.
L’infido traditore si portò alle spalle delle fila dei patrizi, sibilando alle orecchie del più potente esponente della gens Cornelia.
«Tutto è andato secondo i piani! Caio Sestio non pronuncerà il suo discorso, né ora, né mai.»
Il volto dell’uomo si volse ad accogliere con il sorriso l’attesa spiata.
«Ne sei sicuro?»
«Come della fondazione di Roma sul solco tracciato da Romolo, mio signore. È bastato far ubriacare il figlio e condurlo al tavolo da gioco, dandolo in pasto a qualche nostro sostenitore tra la gens Iulia. Il resto lo hanno fatto le nostre leggi.»
«Dura lex sed lex»
Sorrise quell’uomo potente e insospettabile: «Bravo, Numerio Negidio, Roma ti sarà eternamente grata, sarai un ottimo tribuno della plebe.»
Intanto, sulla soglia di una domus plebea, il tramonto era offuscato dall’ombra di un vecchio padre, che stringeva con mani tremanti e copriva di baci il suo bene più prezioso.
IMBUTO!!!

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Re: Semifinale Massimo Spiga

Messaggio#5 » sabato 14 aprile 2018, 17:16

Accede alla finale LUDUS IN FABULA.

Massimo Spiga si scusa per il ritardo, ma sta attraversando giorni di fuoco e vedrà di rimediare al più presto.

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Re: Semifinale Massimo Spiga

Messaggio#6 » martedì 17 aprile 2018, 11:03

Ecco i commenti di Massimo Spiga:

Non sarebbe più bello?
Il racconto si svolge ai margini di tragedie sociali di lacerante attualità e di sicuro interesse. Nella sua essenzialità, ha una struttura drammaturgica che tiene vivo l’interesse del lettore. Tuttavia, risente dello stile che ne caratterizza la prosa: è, nel contempo, eccessivamente melodrammatico e retorico. Non convince neanche la scelta di sfruttare un linguaggio regionalistico soltanto in minima parte, più come elemento decorativo-folkloristico che non come parte integrante del mondo in cui agiscono i personaggi.

Ludus in fabula
Il racconto presenta l’Antica Roma con un tono di classicità aulica che, nel suo essere volutamente artificiale, risulta delizioso al lettore, perché è evidentemente frutto di uno studio e una conoscenza storica approfondita. È scritto con grande maestria e controllo della prosa: nella sua brevità, riesce a costruire un nucleo drammatico complesso che, tuttavia, ha la precisione di un orologio.

Passa il turno: Ludus in Fabula

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