Semifinale Fabrizio Borgio

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo settembre sveleremo il tema deciso da Marco Cardone. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) I BOSS assegneranno la vittoria.
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Spartaco
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Semifinale Fabrizio Borgio

Messaggio#1 » venerdì 27 settembre 2019, 0:10

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Eccoci alla seconda parte de La Sfida a Italian way of cooking 2.
Accedono in semifinale: Mimic Master e Il machete.

In risposta a questa discussione gli autori semifinalisti hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare allo SPONSOR un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello che ha passato il girone.
Quindi possono sfruttare i giorni concessi per limare i difetti del racconto, magari ascoltando i consigli che gli sono stati dati da chi li ha commentati.

Scadenza: domenica 29 settembre alle 23:59
Limite battute: 21.666

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 29 settembre. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione!



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Pretorian
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Re: Semifinale Fabrizio Borgio

Messaggio#2 » sabato 28 settembre 2019, 15:59

Mimic Master


Quando il Colonnello Rodrigo Guevara entrò nella stanza, trovò il prigioniero in piedi davanti alle vetrate. Un uomo anziano, di forse novant’anni, con il volto solcato da una ragnatela di rughe. Era intento ad osservare i grandi giardini del palazzo con aria tranquilla.
Guevara non poté fare a meno di sentirsi deluso, anche solo per un istante: possibile che quello fosse davvero il secondo sicario più pericoloso dell’Espansione? Subito dopo, quel pensiero fu travolto dal ricordo degli attentati, dei razor-mimic che si infiltravano negli uffici pubblici per far strage di funzionari e dei mimic-kamikaze che si facevano saltare in aria nelle caserme. Ricordò tutto e la vista di quella tranquillità ostentata lo gonfiò di bile come un rospo.
- Mimic Master!
Vedendolo entrare, le guardie che sorvegliavano il prigioniero si misero sull’attenti. Il vecchio si voltò verso di lui e si sistemò gli occhiali.
- Mi spiace, ma temo di non sapere con chi sto parlando…
- Ah, no? Davvero non lo sai? Questo non ti fa venire in mente niente? – disse, indicando la protesi meccanica che sostituiva il braccio sinistro. – Merito di uno dei tuoi mimic. Lo stesso che ha ammazzato mio fratello Attilio!
Il prigioniero non fece una piega.
- Il Cancelliere Attilio Guevara? Allora lei dev’essere il comandante delle forze speciali. Suo fratello era uno dei miei bersagli principali, ma il mimic-cameriera che avevo inviato alla Casa Dorada aveva istruzione di eliminare chiunque si mettesse in mezzo. – il vecchio alzò le spalle. – Immagino che possiamo considerare la sua mutilazione come un danno collaterale.
Il Colonnello lo colpì con il pugno metallico allo stomaco, che piegò il vecchio in due.
- Questo come ti sembra come danno collaterale, eh, figlio di puttana? – urlò, colpendolo ancora alla mandibola. Una delle guardie cercò di fermarlo, ma Guevara lo scacciò via in malo modo e continuò il suo pestaggio, tempestando d calci e pugni la figura rannicchiata a terra.
- Lo sai quante ossa gli ha spezzato quella cagna meccanica? Lo sai come ha ridotto il suo corpo? – urlò. – Adesso te lo faccio vedere!
“Rodrigo, alza ancora una volta la mano su di lui e ti farò subito passare per le armi!”
Il Colonnello fermò a mezz’aria i pugni insanguinati e si voltò, mentre le guardie tornavano a mettersi sull’attenti.
La proiezione tridimensionale del Caudillo Fernando Lèrida galleggiava a mezz’aria, proiettata da un comunicatore dalla forma simile a quella di un granchio meccanico, grande come un cane. Il suo sguardo era diretto verso Guevara.
- Mio Caudillo, io…
La figura fece cenno all’uomo di tacere e ruotò leggermente in direzione di Mimic Master che, nel frattempo, aveva approfittato della pausa per mettersi faticosamente in ginocchio. Nonostante le tumefazioni e i denti spezzati, sul volto del vecchio era comparso un sorriso compiaciuto.
- Allora non mi ero sbagliato – biascicò, colando saliva e sangue dalla bocca ferita. – Era da più di un mese che le mie fonti non riuscivano più a rintracciala, Lèrida, ed ero sicuro che avesse lasciato il pianeta. Quando i suoi scimmioni sono venuti a prendermi, ero a tanto così dal riuscire a rintracciare il flusso di comunicazione diretto al QG.
Lèrida annuì.
“Sono a bordo della mia ammiraglia, la Sol Invencible. Dopo gli ultimi attentati, deciso di ritirarmi in un posto sufficientemente al sicuro dalle infiltrazioni dei tuoi mimic. E dire che nemmeno la guerra civile mi aveva mai obbligato ad allontanarmi da Sorte Esmeralda.”
- Lo prenderò come un complimento.
“Dovresti” rispose Lèrida, con aria compiaciuta “Ad ogni modo, ora sei mio prigioniero. La forca ti attende per tutti i miei collaboratori che hai assassinato con le tue macchine. Ma forse possiamo ancora accordarci…”
- Mio Caudillo, questo non posso accettarlo! – urlò Guevara, facendo un passo avanti verso il comunicatore. – Questo figlio di puttana ha cercato di ucciderla, non potete accordarvi con lui!
“Cercare di uccidersi a vicenda è quello che normalmente si fa in guerra” rispose Lèrida, con il tono di chi sta spiegando delle ovvietà a un bambino petulante. “Mimic Master non ha fatto altro che eseguire quello per cui era stato pagato.”
- Ma… ma ha assassinato moltissimi soldati e funzionari: tutti uomini fedelissimi!
“la Rivoluzione si fonda sul sangue dei martiri. Le sue vittime non faranno altro che cementare ancora di più le fondamenta del nostro stato.”
- Ha ucciso mio fratello… - biascicò ancora Guevara, con una voce che avrebbe potuto tranquillamente essere rotta dal pianto o soffocata dall’ira. Forse era entrambe le cose.
“Già, e se il suo scopo era quello di danneggiare il mio potere, penso che abbia scelto il fratello giusto” la figura a mezz’aria ruotò verso il Colonnello, mentre si ingrandiva ed assumeva una colorazione rossastra, che ne incrementava la spettrale imponenza. “Sai, Rodrigo. Tu e Attilio eravate con me fin dall’inizio, fin dai tempi della guerriglia nella giungla, eppure solo lui è entrato a far parte del mio governo. Ti sei mai chiesto il perché?”
Guevara arretrò verso il muro.
“Perché Attilio sapeva usare il cervello, oltre che il pugnale, e sapeva che si possono ottenere più risultati con una trattativa fatta bene che con uno squadrone di miliziani. Attilio era un politico, il più astuto che io abbia mai incontrato. Tu sei solo un macellaio.”
- Io… io… - balbettò il Colonnello, pallido come un fantasma. – O…obbedisco, mio Caudillo.
“Bene” tagliò corto Lèrida, mentre tornava ad assumere una forma meno minacciosa. “E non ti azzardare mai più a interrompermi.”
- Scenetta interessante, Lèrida, ma temo che abbiate discusso per niente - disse Mimic Master. – Lei è un bersaglio e io non lavoro per i bersagli.
“Se è per questo, ho già provveduto a risolvere il problema alla radice” rispose Lèrida. “Mentre provvedevamo alla tua cattura, altre unità della mia Guardia della Rivoluzione hanno eliminato le ultime roccaforti dell’Alleanza Liberal-Proletaria, giustiziando sul posto Bento Farrapos e i suoi collaboratori. So per certo che erano stati loro ad assoldarti per farmi fuori, quindi ora non hai più nessun committente.”
Mimic Master alzò le spalle.
- E con ciò?
Guevara si fece nuovamente sotto, i pugni pronti a punire il vecchio per la sua arroganza, ma Lèrida lo fermò.
“Ho molti nemici, sia su Sorte Esmeralda che fuori. Se tu riuscissi a sfoltirne il numero, saprei ricompensarti molto generosamente.”
- Forse non mi sono spiegato: quando accetto un bersaglio, riesco sempre a trovare un modo per eliminarlo – rispose il sicario, allargando un sorriso tumefatto – e io non faccio accordi con un morto che cammina.
Lèrida rimase qualche secondo in un silenzio corrucciato. Poi sospirò.
“Se questa è la tua decisione, allora hai ragione: mi hai fatto solo perdere tempo. Rodrigo!”
- Mio Caudillo?
“Sembra che il tuo desiderio debba avverarsi, dopotutto: ti concedo di giustiziarlo nel modo che preferisci. Curati solo di non rovinare troppo il suo volto: tra tre ore esatte dovrà essere pronto per il servizio fotografico per la conferenza stampa di domani. I giornali riporteranno che Mimic Master è stato ucciso in un conflitto a fuoco con i miei corpi speciali: fa in modo che nessuno possa pensare il contrario.”
- Come desidera, mio Caudillo.
L’immagine di Lèrida rispose con un cenno e la proiezione si spense, mentre il comunicatore usciva dalla stanza ondeggiando sulle sottili zampe da crostaceo. Quando la porta si richiuse, il Colonnello rivolse a Mimic Master uno sguardo pieno d morbosa eccitazione.
- Portatelo nelle mie stanze private – disse, leccandosi le labbra. – E che nessuno si azzardi a disturbarci finché non avrò finito.

Guevara accese numerose candele rosse e le sistemò sul piccolo altare, davanti alle foto di suo fratello. Fatto questo, si inginocchiò e cominciò a pregare. Si era tolto la giubba mimetica e il suo torace muscoloso e pieno di cicatrici si alzava e si abbassava al ritmo del suo respiro affannato. La pelle abbronzata luccicava per il sudore, mentre il riflesso rossastro delle candele sulle piastrelle lucide della stanza le dava un aspetto innaturale, quasi diabolico.
- Il Caudillo ha ragione, fratello mio: tra noi due tu sei sempre stato il migliore – mormorò. – Eri più forte; più intelligente; più capace… ti sei preso sempre cura di me e hai guidato al meglio i miei passi, anche se sono rimasti sempre nella tua ombra. Fino ad oggi.
Aprì il piccolo quadro comandi del braccio meccanico e cominciò a digitare alcuni codici.
- Ora, Attilio, permettimi di seguire la mia strada e lascia che ti mostri l’unica cosa in cui ritengo di essere migliore di te – sul suo volto comparve un ghigno soddisfatto. – In fondo, il Caudillo aveva ragione anche su questo: io sono un macellaio, ma in questo campo ritengo di non avere rivali.
Con una serie di scatti metallici, alcuni moduli nascosti del braccio metallico si aprirono, facendo scomparire la mano e tutta la copertura dell’avambraccio. Al loro posto, comparvero due grossi perni sui quali erano agganciate delle catene dotate di denti metallici affilati. Guevara accese le accese le lame, si alzò lentamente e si voltò, il volto contratto in un sorriso allucinato.
- Ooooh… una mortorque a doppia lama! – esclamò Mimic Master, immobilizzato su una sedia. – E ho l’impressione anche di sapere da dove proviene…
- L’ho fatto smontare dal rottame del mimic che ha ucciso Attilio – rispose il Colonnello. - Mentre aspettavo il giorno in cui avrei potuto ripagarti a dovere, ho avuto modo di testarlo su parecchi guerriglieri liberal-proletari e posso assicurarti che sono diventato molto bravo a usarlo…
Scattò in avanti e affondò le catene nel braccio destro del vecchio. Un colpo rapido e controllato, ma più che sufficiente per squarciare pelle e muscoli fin quasi all’osso. Il vecchio urlò. Guevara spense l’apparecchio.
- Danni collaterali dicevi, eh? – disse, leccando il sangue dalle lame ancora calde. – Mi chiedo quanti ne potrai ancora sopportare!
Poi furono solo urla e il rumore sordo della carne tranciata. Il soldato cominciò a balzare avanti e indietro, come se seguisse una musica che solo lui era in grado di sentire, e, ad ogni passo, calava l’arma sul corpo martoriato del prigioniero. Spezzò ossa. Lacerò tendini. Tranciò le sue membra pezzo dopo pezzo, con una precisione incredibile per un’arma così grossolana.
Guevara riuscì ad andare avanti per quasi un’ora, fino a quando, completamente coperto di sangue e brandelli di carne e ormai all’apice della sua eccitazione, non puntò la mortorque contro il torace martoriato di Mimic Master.
- Ora… - disse, ansimando – ora mi prendo il tuo cuore!
- Così, su due piedi? Senza nemmeno avermi invitato prima a cena? – riuscì a sussurrare il vecchio. - E poi, non per offenderla, ma non penso che lei sia il mio tipo…
Il ghigno di Guevara divenne una maschera furibonda e il rumore dell’arma venne soffocato dalle urla dei due uomini.
Le due catene affondarono nello sterno del vecchio senza difficolta, lacerando tendini e rompendo ossa come se fossero stati fatti di carta. Quando Guevara comprese di aver sfondato la gabbia toracica, mosse il braccio in alto e in basso, in modo da aprire uno squarcio dall’inguine allo sterno.
- Non morire, maledetto, non ancora – sussurrò, mentre infilava il braccio nelle viscere di Mimic Master. – Devi sentire cosa ci si prova quando il cuore ti viene… ti viene…
Si arrestò improvvisamente e fece un passo indietro, sbiancando.
- Il… il cuore… il cuore non c’è…
Mimic Master cominciò a ridere, mentre lo squarcio che aveva nel petto cominciava ad irradiare una luce rossastra sempre più forte.
- Quando vai all’inferno, Guevara, ricordati di chiedere scusa a tuo fratello: anche come macellaio non vali niente.

- Quindi? Siete riusciti a recuperare il contatto con il Palacio Dorado?
Lèrida era stato disturbato nel bel mezzo della cena. A testimoniarlo, l’aria di rimprovero con cui guardava tutti i presenti sulla plancia di comando e la terrina di zuppa di zucca e fagioli che il suo assistente portava con sé.
- Ancora no, mio Caudillo: il sistema di comunicazione della nave sembra essere interamente saltato. Abbiamo perso anche i contatti con il resto della flotta – rispose l’Ammiraglio Franco. – I tecnici e i violatori della Sol Invencible sono al lavoro, ma ancora non siamo riusciti a venirne a capo.
- Che si sbrighino. Domattina dovrò inviare un messaggio alla nazione e non ho intenzione di posticiparlo.
Franco annuì. Proprio in quel momento, alle sue spalle fece capolino uno degli ufficiali violatori.
- Giusto lei, Capitano Veracruz: ci sono novità?
- Si, Ammiraglio: il sistema di ricezione sembra essersi parzialmente sbloccato – disse, ricordandosi solo in quel momento di fare il saluto al Caudillo. – Però… ehm… non siamo stati noi a sistemarlo: ha ricominciato a funzionare all'improvviso, a senso unico.
- A senso unico?
- Non siamo in grado di trasmettere alcunché, ma stiamo ricevendo una costante richiesta di comunicazione dal palazzo, con la qualifica di massima priorità.
- Dev’essere Guevara – disse, quasi tra sé e sé, per poi sbottare. – Portate subito il segnale sul canale principale: se è un messaggio con la massima qualifica, devo vederlo immediatamente.
Veracruz fece un cenno verso i suoi uomini ad una delle postazioni di mainframe. Pochi istanti dopo, la grande mappa del sistema che veniva proiettata al centro della plancia scomparve e venne sostituita da un quadrante video.
Lèrida rimase a bocca aperta e non solo lui.
Il Palacio Dorado bruciava e l’ala meridionale presentava un grosso squarcio. Il tutto era ripreso dall’alto, da una telecamera in lento movimento.
- Chi ci sta mandando questo video? – balbettò il Caudillo. – Veracruz, ho chiesto chi ce lo sta mandando! Cosa diavolo significa tutto ciò?
“Significa, Lèrida, che il buon Colonnello Guevara è andato a far compagnia a suo fratello. Anche se ho l’impressione che non abbia particolarmente gradito le modalità del ricongiungimento.”
La voce proveniva da tutti gli altoparlanti della plancia. Prima ancora che il suo eco si spegnesse, l’immagine del Palacio Dorado si trasfigurò ancora, andando ad assumere i contorni di un gigantesco volto umano.
- Mimic… Master?
Lèrida impallidì. I lineamenti che vedeva erano effettivamente quelli della persona che avevano arrestato, ma applicati su un uomo che doveva avere più o meno la metà dei suoi anni. La parte sinistra del suo cranio, poi, era coperta da una sorta di mezza maschera metallica, al cui centro brillava un visore di colore rosso acceso. Mentre il Caudillo osservava in silenzio, il visore mosse la sua luce verso di lui, con un movimento che all’uomo fece pensare a quelli di un ragno che ha puntato la preda.
“In carne e ossa. E maschera, come può vedere.”
- Ti ho lasciato nelle mani di Guevara… come diavolo hai fatto a…
“Un mimic. Un modello avanzato, fatto di particolari polimeri in grado di imitare quasi perfettamente la carne umana” l’immagine sorrise, assumendo un ghigno reso ancora più inquietante dalla luce dell’occhio meccanico “Eccezion fatta per la bomba al deuterio nel torace, ovviamente”
Lèrida soffocò una bestemmia e si sforzò di assumere un’espressione severa ed orgogliosa.
- Mi hai ingannato, Mimic Master: ti faccio i miei complimenti – disse, con voce studiata. – Se sei saggio approfitterai di questa occasione per lasciare Puerto Esmeraldo senza fare più ritorno.
“Concordo, Caudillo, ma ho ancora un incarico da portare a termine prima di andarmene” disse, mentre dagli altoparlanti cominciava a suonare la sirena d’allarme. “Non si preoccupi: ci vorrà pochissimo.”
Dagli altoparlanti della nave si diffuse improvvisamente una sirena d’allarme, mentre sugli schermi di vari mainframe comparivano segnali d’emergenza.
- I protocolli di sicurezza del nucleo sono saltati! – urlò uno degli ufficiali di bordo, leggendo i valori dello schermo del suo mainframe. - Il campo di contenimento dell’antimateria sta collassando!
Sul ponte di comando si diffuse il panico. Alcuni membri dell’equipaggio abbandonarono i loro posti e cercarono di scappare, ma il portellone blindato della plancia si chiuse di scatto davanti a loro. Era un blocco solido, costruito per opporre resistenza in caso di ammutinamento o abbordaggi nemici e i loro sforzi per aprirlo si rivelarono inutili.
- Siamo bloccati qui! - strillò uno di loro. – Moriremo tutti!
- Tornate al vostro posto, bastardi! Nessuno abbandona la nave se io non do l’ordine! – urlò l’Ammiraglio Franco, strappando fisicamente gli uomini dal portellone – È tutto un inganno! Il nucleo ha un protocollo di difesa ausiliario: nessuno può violarlo!
La risata di Mimic Master coprì le sirene.
“Mentre il vostro Caudillo si gongolava della mia cattura, ho avuto tutto il tempo di inserirmi nei vostri canali di comunicazione e di violare i sistemi della nave. Ora la Sol Invencible è il più grande mimic che io abbia mai avuto il piacere di controllare. Ma, se proprio siete sicuri che io stia bluffando, vi basterà aspettare giusto qualche altro minuto…”
- Ero pronto a risparmiarti poche ore fa: se farai lo stesso con me, diventerai il mio braccio destro! – urlò Lèrida, che faticava sempre più a mantenere la maschera orgogliosa. – Non sarai più un assassino prezzolato: io farò di te l’Araldo della Rivoluzione!
“Dovrei risparmiare solo lei, Caudillo? Non ha nulla da dire sul fatto che i suoi uomini debbano seguire la tua sorte? In fondo, è solo la sua vita quella che devo prendere…-”
Il Caudillo deglutì, percependo un certo cambiamento nello sguardo che i suoi uomini gli stavano rivolgendo.
- Pensi di spaventarmi? Questi uomini sono fedeli sono servi della Rivoluzione: nessuno di loro oserà tradirla!
“Giusto, però qui la domanda non è se sono disposti a morire per la Rivoluzione: la domanda è se sono disposti a morire per lei” il volto proiettato mosse lo sguardo da un capo all’altro della sala. “Meno di cinque minuti al collasso irreversibile del nucleo. Fate la vostra scelta, Signori.”
La proiezione si spense. Nessuno si muoveva: gli uomini presenti si guardavano l’un l’altro in silenzio, gli occhi lucidi, i muscoli contratti dal nervosismo. Qualcuno piangeva senza emettere un singolo suono. Il suono delle sirene sovrastava i respiri affannosi.
- Cosa state aspettando? Mettetevi al lavoro! – strillò Lèrida. – Veracruz, perché avete abbandonato i mainframe? Siete i migliori violatori del sistema: cacciate quel figlio di puttana dalla mia nave!
- In quattro minuti, mio Caudillo? Non credo proprio – rispose il giovane. – Non… non siamo in grado di farlo.
- Allora aprite quel dannato portellone! Dobbiamo abbandonare la nave!
Stavolta non gli arrivò nemmeno una risposta. Solo sguardi silenziosi. Sguardi che con un’unica, muta, richiesta.
- Non… non penserete che io debba… - esclamò l’uomo, stravolto. – Io sono la Rivoluzione! Non mi suiciderò per dare soddisfazione a un volgare sicario!
Nessuno rispose.
- Possiamo… possiamo ancora salvarci. E ci salveremo insieme. Non è la prima volta che pensano di averci messo con le spalle al muro e riusciamo comunque a vincere – disse ancora, con voce ferma, ma comunque più acuta di quanto avrebbe desiderato. – Ganados… lo ricordi, Franco? Ricordi cosa abbiamo…
Per un istante, il rumore delle sirene venne sovrastato dallo stridio di porcellana che andava in frantumi e dal gemito strozzato di Lèrida. Il Caudillo barcollò, pulendosi gli occhi dal misto di crema di fagioli e sangue che gli colava sul volto. Quando si voltò, fece in tempo a vedere il suo assistente farglisi sotto, lo sguardo stralunato, in mano un frammento affilato della terrina che gli aveva spaccato in testa. Senza che nessuno provasse a fermarlo.
Lèrida si fece istintivamente indietro, ma non fu abbastanza. Il frammento gli affondò nella gola, facendo sprizzare una fontana di sangue.
Provò a chiedere aiuto, a maledire: non ci riuscì. Scivolò a terra gorgogliando in modo indistinto, mentre il freddo già lo raggiungeva.
Un istante prima di perdere conoscenza, fece in tempo a sentire per l’ultima volta la voce beffarda di Mimic Master, diffusa dagli altoparlanti.
“Gliel’avevo detto, Lèrida: è inutile fare accordi con un morto che cammina.”


di Agostino Langellotti

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Luca Nesler
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Il machete

Messaggio#3 » sabato 28 settembre 2019, 17:23

IL MACHETE

La situazione peggiore di tutte. Non so se mi capite. Essere un ostaggio è già una merda, se poi lo siete del peggior coglione in circolazione, è anche peggio. Ho sentito di qualcuno che s'innamora del proprio carceriere. Quella roba della sindrome di... di Sbaviera, di Stoccarda... di Stocazzo. Insomma, non ricordo il nome, ma per me non è stato così. Forse non ne ho avuto il tempo, ma anche se fossi stata lì dentro con Otto per un anno...
Capite? Otto Fischer, l'imbecille che sui muri si taggava con “C∞l” rovesciando l'otto. Diceva che Otto sdraiato è come l'infinito. I maschi e i loro uccelli...
Si faceva chiamare Cool Eight, ma, ovviamente, non ci è voluto niente per trasformarlo in “Culotto”. Coglione.

E, solo per avermela leccata una volta, credeva che fossi la sua ragazza. E guai a chi lo contraddiceva, quell'inutile figlio di puttana. Era amico della peggio feccia di Bolzano. Gli Albanesi lo hanno sempre difeso. Avete presente? Come se fosse un fratellino ritardato: maledici il giorno che è nato ogni volta che ti si mette vicino, ma guai a chi lo tocca.
E così, qualcuno deve aver messo della ketamina o altra roba simile nel mio chupito e mi sono svegliata nella sala prove più puzzolente e lercia che abbia mai visto, con una catena alla caviglia. Porco cazzo, sembrava di stare in uno di quei film splatter da psicopatici! Non chiedetemi perché in quella sala prove c'è una catena attaccata al muro! Lì non provano solamente, questo è poco ma sicuro.
Era una sala abbastanza spaziosa, con un sacco di poster ai muri, illuminata da lunghe strisce di led che pendevano dal soffitto assieme a dei dischi di gommapiuma. Divanetti, puzza di marijuana e tutto quello che ci si può aspettare da un luogo del genere. Sarebbe stato un posto figo, se non fosse che ero drogata e incatenata in compagnia di quell'omino grasso, brutto e stupido che era Culotto.
Stava in piedi davanti a me. La mia borsetta era sull'angolo di un tavolo. Ad un certo punto il ciccione ha tirato fuori il mio telefono. Mi ha guardato con quella faccia flaccida e pelosa, gli occhietti da maiale e quell'espressione da koala compiaciuto. Appena è stato sicuro che mi fossi ripresa, ha spaccato il mio smartphone con un martello più grosso di un panino.

Già questo è stato un durissimo colpo, ve lo lascio immaginare. Poi si è messo a sorridere e a leccarsi quei lumaconi che aveva al posto delle labbra. Allora ho visto che dietro di lui, al tavolo, aveva fissato una di quelle morse da meccanico. Dentro c'era un machete che sporgeva oltre il bordo con la lama rivolta verso l'alto.
Un cazzo di machete! Dico io: dove la trovi quella merda qui a Bolzano? Cioè, che cazzo sei, in Vietnam? Comunque non è stato il mio primo pensiero, ovviamente. Ho pensato che mi ci spellasse o roba così.
Piangevo, mentre lui ha cominciato ad affilare quell'affare con una pietra. Solo che non era una pietra per affilare, ma una pietra pomice. Di quelle che usano le nonne per grattarsi i calli.

Dio, che coglione. Ne ha sempre fatte di cose stupide. Io ero nella sua stessa scuola alle medie. Erano in due, Otto e il suo gemello. Già allora c'era in giro la voce che il fratello sveglio fosse Gabriel, mentre Otto era considerato come un povero ritardato.
Un anno, per farla pagare a una professoressa che, secondo lui, l'aveva fatto bocciare, aveva deciso di coprirle l'auto di merda. Così aveva cominciato a farla in un secchio tutti i giorni per raggiungere una quantità soddisfacente. E, per essere più vicino, la faceva a scuola. In un bagno della palestra. Lo hanno beccato per la puzza mentre cagava durante l'ora di ginnastica. Quando lo hanno trovato sopra un secchio con sei chili di merda e gli hanno chiesto cosa stesse facendo, lui ha risposto che non stava bene e che l'aveva fatta tutta durante quell'unica seduta. Tutti quelli della mia età si ricordano questa storia.
O di quella volta che voleva fare il culo a un ragazzo di qualche anno più piccolo e gli aveva chiesto l'indirizzo. Quello gli aveva detto di abitare a Rovereto e Culotto c'è andato in treno. Ovviamente era una palla: chi darebbe un indirizzo vero a uno che lo minaccia?
Lo scemo ha cercato la casa per tutta la sera, poi ha passato la notte in stazione ad aspettare un treno che lo riportasse a casa. E ce ne sarebbero decine di storie così.

«Ehi, Otto. Che cazzo ci faccio qui?» gli ho chiesto.
«Sei qui per pagare il conto, stronza» mi ha risposto. «Ho una gran voglia di farti a fettine, ma se sarai gentile forse non ti farò nulla.»
Poi ha aperto la scatola di un ristorante d'asporto e ha tirato fuori una salsiccia. Un odore di würstel e crauti ha invaso la stanza. Ha cominciato a passare il salsicciotto sulla lama facendolo a fette. Era davvero affilata, ma non penso fosse merito suo e della sua pietra per i duroni.
«Fai tutto questo per una scopata?» ho chiesto.
Lì per lì non mi sono resa conto di quanto suonasse “disponibile” quella frase. Un po' come dire: “bastava chiedere” e invece no, cazzo! Non bastava chiedere!
«No, ti voglio punire perché ho sentito cose che non mi sono piaciute» ha detto.
«Che cosa?»
«Che mi hai tradito.»
«Cristo, Otto!» Ho sbottato. « Noi non stiamo insieme».
«Ora no di sicuro, ma sono io che ti lascio!» ha gridato lui.
Credo d'aver scosso il capo. Che cazzo di logica...
«Invece sì, brutta puttana!» ha ripreso l'idiota. «Ma prima voglio lasciarti un ricordino di Cool Eight! Anzi, te ne lascerò parecchi: abbiamo tempo fino a venerdì sera. Poi ho le prove con la mia band».
Vi rendete conto?

Comunque avevo paura di quel machete. Penso che gliel'avrei anche data. Non credo che ci sia qualcuno che non accetterebbe di fare un pompino o roba così, in cambio di smettere di essere terrorizzati a quel modo.
«Otto, va bene» ho detto. «Liberami da questa catena e sarò gentile.»
Lui ha sorriso e si è buttato in bocca il resto del würstel. Ha dato un ultimo colpo alla lama con la pietra pomice e ha tirato una bestemmia feroce prendendosi la mano.
Il coglione si era tagliato via un pezzo di mignolo. Ha cominciato a sgocciolare per terra e si è allontanato dietro una specie di paravento. Dopo un po' è ricomparso col ditino fasciato e un mazzo di chiavi in mano.
«Tutto bene, bro. Ora si scopa» mi ha detto.
“Bro”, capito?
Mi sono sforzata di sorridere e lui ha cominciato ad avanzare dondolando il bacino in modo ridicolo. Pensava di essere sexy.
E poi è successo.

In quel momento è scivolato sul suo sangue ed è caduto in avanti. Il mazzo di chiavi è volato all'indietro e la sua testa di cazzo ha battuto contro la lama del machete. Quando ho sentito il tonfo, uno spruzzo di cervello e sangue è schizzato verso di me assieme ad una ciotola di cranio e capelli. Giuro su Dio. Mi sono messa a gridare come una scema per cinque minuti e ho pure vomitato. Penso di aver pianto per ore, poi mi sono addormentata.
Quando mi sono svegliata non avevo idea di quanto avessi dormito. C'era una mosca che volava tra i pezzettini di cervello che stavano sdraiati nella pozza di sangue come delle bollicine di detersivo per pavimenti. Da dove cazzo era entrata?
Non vi descrivo la puzza orrenda che c'era.

Pensate che sia tutta una stronzata? Se avessero raccolto scommesse sulla morte di Culotto, penso che la voce “ammazzarsi da solo mentre cerca di scopare” sarebbe stata una delle più votate.
Comunque, il mio orologio segnava “martedì”. Mi scappava la pipì e avevo fame e sete. Venerdì sera sarebbero arrivati gli amici di Culotto, ma mancava troppo tempo: sarei certamente morta.
Ho cominciato a pensare a come uscire da quella situazione disperata e mi è venuto in mente il telefono distrutto. Io non avevo un cellulare, ma l'idiota morto per terra sì.
Mi allungai per afferrarlo e tirarlo verso di me, ma riuscivo a malapena ad accarezzargli la testa, proprio sul buco. Era viscido e non riuscivo a prenderlo per tirarlo verso di me. Ho sforzato la catena fino a farmi male, ma niente.
Ho notato che la pietra pomice mi era rotolata vicino, così ho avuto un'idea. L'ho presa e ho cominciato a sfregarla contro la catena. Non per liberarmi, ovviamente, ma per modellarla. Dopo una mezzora avevo una sorta di gancetto di spugna dura. Mi sono sentita Macgyver!
Ho infilato la pietra nel buco del cranio di Culotto, spinto i resti di cervello che c'erano dentro e gli ho agganciato il bordo dell'osso. Ho trattenuto diversi sforzi di vomito, anche perché non avevo proprio nulla da rimettere. Era pesante il bastardo, ma sono riuscita ad avvicinarlo un po' prima che il mio attrezzo preistorico si spezzasse. Poi ho allungato una mano e l'ho afferrato per le narici. L'ho trascinato vicino, ho frugato le sue tasche e... bingo! Avevo un cellulare.

Bingo un cazzo, era tanto scarico che manco s'accendeva. Però c'era una presa di corrente vicino a dove mi trovavo e io avevo un caricatore nella borsa. A guardarlo mi sembrava che il telefono del ciccione fosse compatibile, così mi sono levata i pantaloni e una scarpa. L'ho legata coi lacci al fondo dei jeans e ho cominciato a lanciarla verso la borsetta, finché sono riuscita a farla cadere e a trascinarla verso di me. Il cavo del mio smartphone era compatibile con quello di Otto. Ho pensato: “Finalmente un po' di fortuna”.
Ho messo il telefono a caricare e intanto mi sono appoggiata al muro riflettendo sul perché mi trovassi in una situazione del genere. Alla fine mia mamma aveva avuto ragione. Quella era la parte peggiore. Per tutta l'adolescenza ha cercato di spronarmi a fare la seria, a smettere di bere, di drogarmi e di andare con tutti quelli che avevano un bel taglio di capelli.
Che cazzo, io mi volevo solo divertire, ma mi sono guardata intorno e, per la prima volta, ho pensato di essere una vera merda. Ma ormai...

Appena il telefono è stato abbastanza carico ho provato ad accenderlo. Pin. Vacca troia!
Ovvio che ci fosse un pin. Mi è venuto mal di testa dal nervoso, ma mi sono calmata e ho cominciato a rifletterci sopra. Quel coglione di Culotto non doveva avere un codice difficile da ricordare, vi pare? Indovinate. È bastato inserire quattro volte l'8.
Naturalmente, come tutti quelli nati negli anni '90, non conosco un solo numero di telefono a memoria. Che cazzo ricordo a fare un numero di dieci cifre se lo fa il telefono al posto mio?
Non avevo voglia di chiamare la polizia, anche perché gli Albanesi l'avrebbero saputo e... insomma, Culotto era il peggiore di tutti, ma non il più cattivo.

Però l'ho chiamata. Che potevo fare? Lo sbirro al telefono mi ha chiesto dov'ero.
«E io che ne so?» ho detto.
E lui: «Sicura che non sia uno scherzo?»
Ma vaffanculo, cazzo.
Poi mi ha detto: «Provi a scoprire dove si trova con la geolocalizzazione».
Non ci ho pensato abbastanza e ho messo giù. Poi ho capito che avrei dovuto chiedere come cazzo fare, perché non ne avevo idea. Ho visto sulla home del telefono l'app che Culotto aveva usato per ordinare da mangiare. Quei crauti... puzzavano ancora sopra l'odore del sangue, ma con la fame che avevo me li sarei divorati.
Comunque, vuoi la sete, lo shock e tutto il resto, ho avuto un'idea. Col senno di poi, un'idea di merda: ho ordinato una pizza.
Ho pensato che il ragazzo delle consegne mi avrebbe trovato perché l'app comunicava la mia posizione. Mi avrebbe dato da mangiare, da bere, mi avrebbe liberato e avrebbe chiamato un'ambulanza, la polizia o... qualcuno, insomma.

È arrivato dopo venticinque minuti. Un successo secondo l'app.
Dopo un po' di tentativi per trovarmi, il tipo mi ha telefonato. Ho pensato di non spaventarlo, così ho detto solo di scendere, perché ero in una sala prove.
«Se trovi chiuso spingi. Spingi forte» ho detto.
Cazzo, non potevo dirgli “sfonda la porta”! Quello scappava. Ma era tutto aperto, ci credereste? Quel coglione di Otto Fischer, lo scemodimmerda, aveva lasciato tutto aperto.
Il tipo è entrato. Era un magrebino bassotto con i capelli pettinati da un lato. «C'è nessuno? Pizza!»
«Sono qui» ho detto cercando di sembrare tranquilla.
Non sapevo cos'avrebbe fatto vedendomi incatenata con gli occhi gonfi di pianto, sangue dappertutto e un cadavere sdraiato davanti a me. Confesso che la cosa che temevo di più era che non mi desse da mangiare. Lo so, sembra una stronzata, ma avevo davvero, davvero fame. E sete.
La pipì invece l'avevo fatta da un bel po', ma tanto, tra sangue e crauti, non si sentiva nessun altro odore. Anche il tipo si è lamentato della puzza, poi mi ha visto.
«Ciao, bello. Puoi passarmi le chiavi che sono lì sul pavimento?» gli ho detto.
Gli ho indicato il mazzo che era caduto a Culotto e lui lo ha raccolto. Mi guardava a bocca aperta, senza capire un cazzo.
«Sai com'è» ho provato a dire, «stavamo facendo un giochino. Mi dai le chiavi? E la pizza, per favore».
Quello ha annuito ed è venuto verso di me sorridendo come un idiota. Mi ero dimenticata di essere senza pantaloni e il tipo fissava il mio tanga bordeaux. Ecco perché era così distratto.
Ha capito che Culotto era cadavere quando gli si è trovato sopra. Ha urlato e, cercando di scavalcarlo, è inciampato nei suoi piedi e ha perso l'equilibrio. Ha fatto per tenersi al tavolo con la mano che reggeva la pizza e...

Beh, l'ha persa quella cazzo di mano. Si è buttato di peso sul machete e “zac”!
La mano è caduta a terra con la scatola della pizza ancora sopra, e il moncherino ha cominciato a spruzzare sangue come un rubinetto aperto. Ha imbrattato tutto.
Ci siamo messi a urlare. Lui per il male e lo spavento, immagino. Io perché mi stava riempiendo la pizza di sangue. Gli gridavo: «Dammi le chiavi! Dammi quelle cazzo di chiavi, porca troia!»
Ma quello pensava solo a spegnersi lentamente. Ha barcollato verso di me, poi si è appoggiato col petto al tavolo ed è rimasto lì.
Cristo, che frustrazione!
Ho aperto la scatola della pizza. Era piena di sangue. Era entrato dai forellini laterali e dalla fessura lasciata dal coperchio.
Vi giuro che non lo farei normalmente, ma ho preso due fette, le ho chiuse a panino e le ho ficcate in bocca. Appena ho sentito il sapore del sangue ho sputato tutto e mi è venuto di nuovo da vomitare. Ho cominciato a piangere.
Vi giuro che non è una cosa razzista.

In quel momento ho pensato di trovarmi ancora più nella merda. Avevo due cadaveri e qualcosa come trenta litri di sangue nella stanza. Non so quanti erano davvero. Quanto sangue c'è in un uomo?
Vabbè, ero esausta. Però sapevo dov'erano le chiavi della mia cazzo di catena: nella mano semichiusa del magrebino sdraiato contro il tavolo.
La mano in questione penzolava oltre il bordo. Provai ad allungarmi il più possibile, ma non ci arrivavo. Per poco, ma non ci arrivavo.
Ho preso le fette della pizza e ho cominciato a tirarle contro il braccio del morto per farlo oscillare, ma non erano abbastanza pesanti. Ho bevuto il tè freddo che era rotolato fino a me, ma non avrei dovuto farlo, perché anche la lattina vuota era troppo leggera.
Ho tirato l'unica scarpa che avevo e ha funzionato, ma non abbastanza, così, per ultima, ho buttato la mano mozzata del tipo, e il braccio penzolante ha oscillato un pochino di più. Mi sono allungata e ho afferrato le dita del ragazzo della pizza appena in tempo.

Ho preso le chiavi e ho aperto la catena.
All'inizio zoppicavo, mi faceva male la caviglia e mi sentivo di merda.
Ho mangiato tutti i crauti freddi e mollicci. Nella sala poi ho trovato delle patatine scadute e c'era un lavandino. Le ho mangiate, ho bevuto e sono scappata fuori in mutande. Ho preso un autobus e sono andata a casa. Volevo consegnare il cellulare di Otto, ma me l'hanno preso gli Albanesi.


Ecco.

Questo è quello che ho raccontato alla polizia.
Penso che gli sbirri avrebbero creduto a tutto, ma ha dimenticato le mie impronte sul machete.
Che cazzo di sfiga.
Ma, anche se qui si sta di merda, non mi pento: ho fatto tutto per lui. E, nonostante quello che pensano quegli stronzi dei suoi falsi amici, io so di essere l'unica donna della sua vita.
Per questo sto tranquilla: mi ha promesso che mi farà uscire e io gli credo.
Non importa se dovrò aspettarlo un altro mese o un altro anno, sono certa che, appena potrà farlo, Cool Eight verrà per me e, da quel momento, dovrò chiamarlo Gabriel.

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Marco Lomonaco - Master
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Re: Semifinale Fabrizio Borgio

Messaggio#4 » venerdì 11 ottobre 2019, 12:22

Buongiorno, sfidanti!

come anticipato sul gruppo facebook, sono giunti i giudizi dello sponsor, che trovate qui di seguito.

Mimic master.
Storia sf infine piuttosto convenzionale, qualcosa a metà strada fra Screamers e certi racconti a fumetti che tra gli ‘80’s e ‘90’s si leggevano su L’ETERNAUTA e 1984
L’originalità non è di casa a parte gli accenni a un world building dove una cultura di stampo pseudo bolivariano e un mondo ispanofono li ritroviamo sparsi fra le stelle. Scrittura asciutta, semplice. Fin troppo.

Il Machete
Siamo in pieno neo pulp di stampo tarantiniano ma il tutto è gestito con una certa abilità. Nonostante il linguaggio di ri(gore) e l’inevitabile macelleria evocata l’insieme funziona e dimostra una vis umoristica ben riuscita, perfetta per le corde delle storie di Cardone. Per me, il vincitore.


Come incontrovertibilmente indicato, accede quindi alla finale IL MACHETE, di Luca Nesler, congratulazioni per essere sopravvissuto a un giudice severo a cui avevo chiesto di non indorarvi la pillola.
E congratulazioni anche allo sfidante, sconfitto, ma comunque giunto fin qui!
Se dici cose senza senso, sarai trattato come un paroliere.
Sbattuto su e giù e ribaltato su un tavolo, fino a che le tue interiora saranno fuoriuscite.
E ci leggerò dentro ciò che mi pare, magari il futuro. [cit.]

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