Finalissima!

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo settembre sveleremo il tema deciso da Marco Cardone. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) I BOSS assegneranno la vittoria.
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Spartaco
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Finalissima!

Messaggio#1 » giovedì 17 ottobre 2019, 23:20

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Questo GAME non si scherza.
In finale sono arrivati due persi massimi decisi a darsele di santa ragione. Chi avrà la meglio tra Maurizio Ferrero (alla vostra sinistra) e Luca Nesler (sacchetto al braccio)?

Fate le vostre puntate, ne vedremo delle belle!



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Marco Lomonaco - Master
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Re: Finalissima!

Messaggio#2 » mercoledì 30 ottobre 2019, 16:11

Eccoci qui con i commenti del Cardone Furioso e la proclamazione del vincitore di questa edizione de "la sfida a..." Italian Way Of Cooking 2: pizza, mostri e mandolino.

Visto che i commenti sono molto lunghi, saranno spezzati su più post, tutti qui uno in fila all'altro.

IL MACHETE

Allora. Sono molto combattuto su questo racconto, ci sono elementi che mi sono davvero piaciuti, molti altri di cui avrei fatto a meno. Andiamo con ordine.
In primo luogo, noterai che non ho riportato correzioni dirette sul testo, il che è un bene: significa che la forma è corretta e non ci sono grandi errori formali o narratologici, almeno fino all’epilogo. Mi spingo a dire che anche lo stile mi è piaciuto molto, con alcune immagini che hanno deliziato il mio senso gore e un linguaggio (quasi sempre) bello sciolto. Inoltre, alcune trovate mi hanno fatto sinceramente sorridere, fra tutte la caratterizzazione di “culotto” (la faccia da koala e la pietra pomice, le labbra come lumaconi :D), il secchio di merda, la pizza “al sangue” (soprattutto, la paura che il ragazzo delle consegni scappi via senza lasciargliela). Altre sono meno riuscite.
Sull’altro piatto della medaglia, ti dirò che l’insieme funziona a tratti, in particolare la sequenza di sfighe, una più inverosimile dell’altra, che si succedono in maniera quasi meccanica e molto inverosimile; aggiungo che il tono smaliziato della protagonista non permette d’immedesimarsi molto in lei, né di rendere più credibili le sventure ch lei per prima sembra a volte non prendere sul serio. Un paio di esempi per chiarire:

“E così, qualcuno deve aver messo della ketamina o altra roba simile nel mio chupito e mi sono svegliata nella sala prove più puzzolente e lercia che abbia mai visto, con una catena alla caviglia. Porco cazzo, sembrava di stare in uno di quei film splatter da psicopatici! Non chiedetemi perché in quella sala prove c'è una catena attaccata al muro! Lì non provano solamente, questo è poco ma sicuro.”

“Allora ho visto che dietro di lui, al tavolo, aveva fissato una di quelle morse da meccanico. Dentro c'era un machete che sporgeva oltre il bordo con la lama rivolta verso l'alto.
Un cazzo di machete! Dico io: dove la trovi quella merda qui a Bolzano? Cioè, che cazzo sei, in Vietnam? Comunque non è stato il mio primo pensiero, ovviamente. Ho pensato che mi ci spellasse o roba così.”

È vero che, subito dopo, scrivi “piangevo”, ma il fatto che la storia sia un lungo resoconto ci distanzia molto dai fatti. Una situazione del genere avrebbe terrorizzato chiunque, invece lei fa battute e si atteggia a tipa scafata. Ripeto: ho ben presente che si tratta di un resoconto fatto a qualcuno a posteriori (e su questo dopo ci torno), che il narratore potrebbe essere inaffidabile e che, quindi, il tono smaliziato e cinico potrebbe anche starci, quel che voglio dire è che non so se questa impostazione sia la migliore, in questo caso specifico, perché l’insieme di distacco narrativo e di situazioni inverosimili rende tutto un po’ troppo giocoso per risultare davvero pulp. Anche nel pezzo seguente, quando Otto “affila” la lama con la pietra pomice, l’attenzione è tutta su di lui che è un coglione; parte addirittura un flashback raccontato che interrompe la tensione e che, potendo scegliere, avrei messo all’inizio, appena hai introdotto il personaggio, per non spezzare l’azione. Poi torni ancora sul dettaglio della pietra pomice. Insomma, tutto il focus è spostato sulla coglioneria di Otto, non sulla circostanza oggettivamente tremenda. E così via.
… e poi, perdonami, ma che diavolo ci faceva il machete nella morsa, rivolto verso l’alto? Sembra una cosa davvero funzionale al tuo racconto, insomma, e non ho trovato alcuna spiegazione convincente a questo fatto, anche soprassedendo sul fatto che dovresti darne tu una.

A questo proposito, le varie trovate sono molto poco credibili, anche se le consideriamo invenzioni di un narratore fallace; in primo luogo, mentre leggiamo non sappiamo che il personaggio si sta inventando tutto, perciò gli elementi inverosimili fanno storcere il naso e non è che sapere a posteriori che si trattava di una sceneggiata abbia un qualche effetto riparatore. In secondo luogo, è poco credibile persino che la tizia fornisca un racconto tanto improbabile. Chi mai crederebbe che uno, cadendo su un machete, possa scalottarsi il cranio? E che un altro si possa amputare di netto un avambraccio? Leggi qui:

“In quel momento è scivolato sul suo sangue ed è caduto in avanti. Il mazzo di chiavi è volato all'indietro e la sua testa di cazzo ha battuto contro la lama del machete. Quando ho sentito il tonfo, uno spruzzo di cervello e sangue è schizzato verso di me assieme ad una ciotola di cranio e capelli. Giuro su Dio. Mi sono messa a gridare come una scema per cinque minuti e ho pure vomitato. Penso di aver pianto per ore, poi mi sono addormentata.”

Insomma, non torna nulla, a partire dal fatto che uno scivoli su qualche goccia di sangue, continuando con una scatola cranica tagliata come con una spada laser, finendo addirittura con “spruzzi” di sangue e cervello. Persino la dinamica mi lascia perplesso: se Otto sta avanzando verso la ragazza e poi cade in avanti, dove diavolo era il machete, a metà strada fra di loro su un piedistallo con la morsa? E poi, se la lama è in verticale, sarà ben più facile che faccia un taglio nello stesso verso, invece che una lesione orizzontale, che è quella che ci vuole per ottenere lo scalottamento di cranio che descrivi. Insomma, non riesco davvero a figurarmi la dinamica, e questo non è bene. Per lo meno, in questo passo per la prima volta vediamo una reazione umana verosimile, benché raccontata. Però subito dopo ripartiamo con dettagli che sembrano più buttati lì per impressionare, senza rifletterci tanto: affinché un cadavere puzzi deve passare un bel po’ di tempo, diciamo in media un paio di giorni, non basta qualche ora per saturare di un tanfo orrendo un ambiente che descrivi come spazioso. L’odore del sangue gradevole certo non è, ma non combacia con la definizione di “puzza orrenda”. Stesso dicasi per la mosca che si vede nella scena. Non è chiaro perché la sua presenza desti tanta meraviglia: a meno di non ipotizzare che la ragazza si trovi in un ambiente sigillato ermeticamente, e non ne abbiamo motivo, può essere entrata da qualunque parte.
Qualche riga dopo passiamo alla pietra pomice trasformata in un gancetto che, per citarti, Mac Gyver levati. Per fortuna, subito oltre, cominciano delle difficoltà plausibili (cellulare scarico, pin), che comunicano un po’ del giusto senso di frustrazione claustrofobica della protagonista, nonostante la mediazione del resoconto (pensa senza…) Tuttavia l’idillio dura poco e, a distanza di qualche capoverso, ripiombiamo nell’assurdo: la polizia che non può rintracciare il telefono (può, fidati) e la protagonista che non si sa geolocalizzare. Ora, dico, anche mio figlio che non ha il cellulare saprebbe aprire un programma di mappe sulla home e capire dove si trova. Da lì, la trovata della pizza. Carina, eh, però un po’ forzata rispetto alla miriade di altre opzioni più accessibili e plausibili. Avrei apprezzato che la sequela di sfortune si mantenesse convincente, per esempio avresti potuto evitare la polizia ipotizzando che non ci fosse campo, e che andasse solo la connessione dati con il wi fi della sala prove. A quel punto, ordinare la pizza con l’app sarebbe stato (un po’ più) credibile. Lo so, lo so, con il senno del poi è tutto facile, però sono qui apposta per farti le pulci…
In ogni caso, subito dopo c’è una parte solida:

“Non sapevo cos'avrebbe fatto vedendomi incatenata con gli occhi gonfi di pianto, sangue dappertutto e un cadavere sdraiato davanti a me. Confesso che la cosa che temevo di più era che non mi desse da mangiare. Lo so, sembra una stronzata, ma avevo davvero, davvero fame. E sete.”

E così via. Ecco, avrei voluto che fosse questo il tono del narrato per tutta la storia, anche facendosi andare bene la forma del resoconto. È un pezzo cinico e drammatico assieme, molto verosimile nell’umanità della paura irrazionale di lei.

Invece, subito dopo, fai fare un volo ad angelo sul machete anche al nostro portapizze e i facepalm si sprecano. Ma dico io, benedetto figliolo, se proprio devi farlo morire (e ce ne sarebbero state di alternative, eh), proprio su quel cazzo di machete messo lì apposta devi farmelo finire? E dai, annamo! No, non regge il test della sospensione dell’incredulità, nemmeno ipotizzando che il lettore abbia già capito che il resoconto consista in una serie di panzane, per i motivi che ho espresso sopra.

Poi c’è questa parte magnifica:

“Cristo, che frustrazione!
Ho aperto la scatola della pizza. Era piena di sangue. Era entrato dai forellini laterali e dalla fessura lasciata dal coperchio.
Vi giuro che non lo farei normalmente, ma ho preso due fette, le ho chiuse a panino e le ho ficcate in bocca. Appena ho sentito il sapore del sangue ho sputato tutto e mi è venuto di nuovo da vomitare. Ho cominciato a piangere.
Vi giuro che non è una cosa razzista.”

Eccezion fatta per “frustrazione” che, per usare un eufemismo, non rende molto bene la disperazione e l’orrore nel trovarsi a pochi metri da un tizio che si svuota di sangue, morendo di fronte ai tuoi occhi e condannando anche te nel farlo, tutto il resto è poesia. Questo vorrei vedere, per tutto il racconto, weirdness credibile, gore e bassezze umane, non Gianni e Pinotto che scivolano sul sangue e si fanno a fette a beneficio del pubblico.
… ti dirò, io l’avrei fatta rimanere in quella sala prove finché non se la fosse mangiata, la pizza al sangue, ma qui entriamo nella sfera dei gusti personali (ah-ah).

Ok, siamo alla fine.
Il refuso nella coniugazione del verbo avere (“ha dimenticato” invece che “ho dimenticato”) è davvero l’ultimo dei problemi. Il vero guaio è che non si capisce, e quel poco che s’intuisce non torna per nulla e non è comunque credibile. “Ops, ho SOLO dimenticato di pulire le impronte sul machete”. Solo? Cioè, ordisci un piano machiavellico per ammazzare un mucchio d gente, rischi il tutto per tutto, studi nei dettagli le menzogne che dovrai sostenere, e non pensi a pulire le impronte digitali? Converrai con me che non c’è verso di credere a una cosa simile.
Inoltre, a livello di trama, cosa volevi dire? Che la tizia ha ucciso il fratello di Culotto per poter stare poi con lui… perché? Cioè, non sappiamo nulla della vicenda alla base di questo ribaltamento finale di prospettiva l’effetto, che avrebbe dovuto essere di sorpresa, si riduce a un blando e perplesso spaesamento. Chi è davvero Culotto? Perché la sua tizia ha dovuto uccidere suo fratello e un portapizze per lui? Perché non se li è ammazzati da soli? Ma soprattutto, a noi che ce ne frega?
A livello narratologico, invece, mi domando il narratore a chi stia parlando. Alla fine scopriamo che la storia non è nemmeno un resoconto, ma il resoconto del resoconto fatto alla polizia. Davvero: perché? Avrei capito almeno un primo livello di metanarrazione, sul tipo de “i soliti sospetti”, ma addirittura questo carpiato non mi pare utile in alcun modo. E lo so che la differenza, alla fine, si riassume nel passaggio: “Ecco. Questo è quello che ho raccontato alla polizia”, e che non sarebbe cambiato molto, nella pratica, se avessi mostrato alla fine la protagonista che studiava le facce dei poliziotti per vedere se le credevano e, poi, lei in carcere che faceva le riflessioni che chiudono la storia, però sarebbe cambiato a livello concettuale. Intanto perché hai fatto un passaggio in più, inutile, poi perché il tutto si sarebbe chiuso in maniera più logica e ordinata e, infine, perché questa chiusa risulta criptica nelle motivazioni del narratore e nel destinatario finale. A chi sta raccontando la tipa? Ad altri carcerati? A noi lettori? Cos’è, uno sfondamento della quarta parete? O sei tra quelli che pensano che un narratore non abbia bisogno di una giustificazione per narrare? Io credo che questo valga per la terza persona, ma la prima mi ha sempre lasciato molto perplesso quando prende la forma di un flusso di pensieri che uno non avrebbe davvero motivo di rivolgere a sé stesso. Insomma, la mia opinione è che sia un racconto con molti punti buoni ma, purtroppo, molto altalenante nella qualità del narrato e con un finale tirato via, pasticciato e criptico che lascia l’amaro in bocca. Peccato, perché ci sono davvero tante cose che ho apprezzato.

Ah, i bonus. Non vinci quello del piatto tipico (la pizza è banale, dai), né quella del cattivo memorabile (Culotto è tutto tranne che quello), però vinci la sfida per la battuta. Non ne scelgo una in particolare perché ce ne sono diverse belle però, se proprio dovessi ricordarne una su due piedi, il secchio di merda da sei chili sarebbe forse la prima scelta, ecco. Inoltre, non è un bonus, ma hai centrato un po’ meglio del tuo rivale la situazione senza via d’uscita.
Ultima modifica di Marco Lomonaco - Master il mercoledì 30 ottobre 2019, 16:18, modificato 1 volta in totale.
Se dici cose senza senso, sarai trattato come un paroliere.
Sbattuto su e giù e ribaltato su un tavolo, fino a che le tue interiora saranno fuoriuscite.
E ci leggerò dentro ciò che mi pare, magari il futuro. [cit.]

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Re: Finalissima!

Messaggio#3 » mercoledì 30 ottobre 2019, 16:17

MANI MORTALI
[gli interventi sono tra parentesi quadre, li ho evidenziati così per non doverli rimettere in corsivo nell’editor del forum, come erano nella versione originale ndr]

[Allora, comincio con un breve commento, perché leggere solo le mie osservazioni potrebbe dare l’impressione che abbia apprezzato il racconto meno di quanto in realtà abbia fatto. Di certo ho gradito l’ambientazione, originale e credibile nella resa, risultato non scontato narrando di paesi diversi da quello nativo; il linguaggio è buono e la trama carina. Inoltre “mani mortali” vince a mani basse il bonus per la creatura mostruosa originale, davvero suggestiva, e anche quella del piatto tipico. La “situazione senza uscita”, invece, per quanto ben resa, non era davvero tale e la soluzione era facilmente intuibile. In ogni caso, non è un grosso problema, la specifica è stata comunque rispettata.
Sul versante delle cose che non mi hanno convinto, invece, c’è prima di tutto la gestione del punto di vista/filtro del narratore, come spiegato di seguito in dettaglio; poi i dialoghi: sono naturali solo a tratti, quando i due ragazzi fanno conversazione, mentre s’ingessano parecchio e risultano forzati quando usati per trasmettere informazioni che difficilmente sarebbero inserite in un discorso vero (in generale, c’è un po’ d’infodump, inteso non tanto come passaggio d’informazioni inutili, quanto come trasmissione artificiosa d’informazioni che avrebbero dovuto filtrare in altro modo, o non essere incluse affatto). Alcuni passaggi, inoltre, sono un po’ macchinosi e potrebbero essere semplificati, o resi più efficaci con una diversa organizzazione delle singole parti; di queste lo stile a tratti risente, pur mantenendosi su un buon livello medio.
La trama in sé è semplice e gradevole pur senza riservare grandi sorprese, anche perché l’unico vero twist è malamente gestito per via di una fastidiosa parallissi.
Insomma, la valutazione complessiva è buona, però a mio avviso il racconto avrebbe bisogno di una seconda stesura (cosa del resto normale, soprattutto in contest a tempo come Minuti Contati, per quanto il termine di consegna ne “la sfida” sia dilatato rispetto al format usuale).
Di seguito, i miei commenti dettagliati sul testo.]

1.


«Ecco a voi il momento che avete atteso per settimane. Voi, gentili telespettatori che per un qualunque motivo non avete potuto partecipare a una delle sette date precedenti, potrete recuperare questa sera! In diretta dal Nippon Budokan, il concerto della più bella idol del momento, Akami!»
Nastri scintillanti e fuochi d’artificio esplodono sul palco. Una nebbia verde fluo nasconde i tratti della figura che compare

[Trovo un po’ ossimorico usare una frase che descrive il nascondersi di qualcosa che compare. Avrei optato per una cosa più semplice, tipo “in mezzo alla nebbia verde fluo si fa strada ancheggiando una sagoma scura e indistinta. Le luci…”]

ancheggiando da dietro il sipario. Le luci si puntano su di lei, per un effetto speciale i nastri argentati ondeggiano, descrivendo delle ali piumate attorno alla sua sagoma.
Akami si lascia andare a un sorriso birichino, poi le note di tastiera di A.N.G.E.L. partono. Lei attacca a cantare. È bellissima.
Nel suo monolocale, seduta sul futon, Moriko alza le braccia al cielo e canta insieme alla idol. La voce della ragazza è acuta e piuttosto stonata, ma non le importa. Non ha mai avuto problemi a lasciarsi andare quando si trova sola, e il suo squallido appartamento non offre molto spazio per la compagnia.

[Nel pezzo precedente avverto un accenno di “tell”, misto a infodump, quando ci vengono comunicate informazioni delle quali non abbiamo bisogno come il fatto che la protagonista non abbia “problemi a lasciarsi andare quando si trova sola” (peraltro, sostituirei con “è sola”); il punto di vista appare, fin qui, interno al personaggio in quanto a focus, e mediato dalla voce di un narratore onnisciente in quanto a voce narrante. Tuttavia, questo narratore sbava nell’autore implicito, ovvero l’autore del testo, che fa capolino nelle pieghe dei dettagli quando riporta non solo fatti estranei dalla percezione istantanea del personaggio portatore di punto di vista, ma addirittura giudizi impliciti di merito che generano il dubbio sulla loro origine. Mi spiego meglio con un esempio: l’aggettivo, “squallido” pare rispecchiare un’opinione del narratore/autore, non necessariamente quella del personaggio, che non risulta immediatamente consapevole dello squallore in cui vive e, anzi, potrebbe ipoteticamente avere un’opinione del tutto diversa. Sottolineo quelle che potrebbero apparire piccolezze perché, nel corso del testo, varia il rapporto fra le tre componenti della narrazione (PDV, narratore e autore), in maniera più o meno marcata.[

Il fornelletto a gas su cui è solita scaldare zuppe precotte

[Qui, avrei preferito me le facessi vedere le zuppe, magari parlando di scatole accatastate accanto al fornello, immagine che ti avrebbe inoltre risparmiato d’imbeccare il lettore con l’aggettivo “squallido” appena sopra. Sono scelte, tu hai preferito usare un narratore più scostato dal personaggio, io avrei preferito una maggiore immersione e un testo meno “raccontato”. Il punto è che, come vedrai, la tua scelta non si mantiene su un binario ma scarroccia non di rado.]

giace abbandonato in un angolo, di fianco a un piccolo scaffale su cui sono riposti ordinatamente testi scolastici e manga. Il televisore ventotto pollici, posizionato su una scrivania ingombra di fogli e matite, pare talmente grande da occupare più spazio della minuta Moriko.

[E qui siamo, ad esempio, di nuovo nettamente all’esterno del pdv della protagonista, che di certo non percepisce il rapporto della sua stazza in relazione al televisore. Insomma: a chi è che “pare” così grande lo schermo? Al narratore, ovviamente, che però in questo passaggio rende evidente di sapere più cose di quante ne sappiamo noi o il personaggio. Per quel che mi riguarda, il tipo di filtro narrativo che hai scelto, condivisibile o meno, andrebbe gestito attingendo a tutto ciò che rientra nelle percezione, anche presente e passata, non necessariamente istantanea, di Moriko, mentre tutto quel che implica un’impressione estranea a lei svia e allontana ancora di più dal suo pdv. Insomma, se proprio si vuol parlare della proporzione fra lei e il televisore, sarebbe opportuno dire che “si era sempre sentita minuscola in confronto a quello schermo, nonostante non il televisore non fosse poi un così grande. In generale, lei si percepiva minuscola in rapporto a tutto il resto del mondo, tanto era minuta”, o qualcosa di simile. È abbastanza orrendo, tannto che io in effetti sconsiglierei di soffermarmi su un dettaglio del genere con il pdv che hai scelto, e forse nemmeno coglie quel che volevi intendere (implicavi anche il concetto di confusione sul mobilio sul quale è appoggiato lo schermo) ma il concetto rimane.]

«A-N-G-E-E-E-L-aishiteru!» intona il ritornello di Akami, e Moriko la imita, andando fuori tempo.
Un bussare violento interrompe il suo istante di giubilo. Smette di cantare,

[Via quella virgola]

e osserva la porta d’ingresso a pochi metri, per capire se ha sentito bene o è stato solo un’impressione.

[Refuso: “o è statA solo un’impressione”]

Qualcuno bussa di nuovo alla porta, stavolta con più delicatezza.
Chi può essere? Non aspetto nessuno…

[Qui, di colpo, si affaccia un discorso diretto libero, nettamente contrastante con l’impostazione che hai scelto finora. Il pippotto che ho fatto fin qui è proprio relativo a questo tipo di passaggi, che risultano un po’ bruschi. Io sono un fautore della possibilità di leggeri scostamenti nel Pdv, nonostante la regola formale pretenderebbe una coerenza interna almeno ai singoli paragrafi, tuttavia tali variazioni dovrebbero essere graduali e metodicamente gestite, ovvero nascere dalla scelta consapevole dell’autore di avvicinare/allontanare il focus all’interiorità del personaggio a seconda di determinate condizioni decise in anticipo, e non seguire l’impeto della scrittura. Mi spiego: posso anche concepire un cambio radicale del Pdv, che magari parte onnisciente a volo d’angelo su una città, per poi calare a una zona precisa e, infine, a un personaggio, perché si tratta di una scelta determinata, benché opinabile fin che vuoi, per rendere cinematografica una scena. Oppure posso capire che, in passi diversi dello stesso paragrafo, si entri direttamente nei pensieri del personaggio o ci si limiti a descrivere con frasi corti e oggettive quel che accade, a seconda dell’effetto voluto (più empatia/maggior risalto all’azione) ma, come dicevo, sono giochi da gestione avanzata del pdv e devono essere frutto di volontà precise dell’autore. In questo caso, mi sembra tu sia andato più “a istinto”. In ogni caso, il passaggio da “più interno” a “più esterno” (o oggettivo, come ti pare) non deve mai essere incoerente o, peggio, strumentale a ottenere con una scorciatoia un certo effetto che sarebbe invece ottenibile in modo più efficace e corretto in altro modo. Per essere chiari, parlo di parallissi, e sto anticipando qualcosa che succede nel tuo racconto più avanti.]

Si avvicina alla porta e apre uno spiraglio. Dall’altro lato si trova un ragazzo alto e con strani capelli, il cui colore oscilla tra il biondiccio e il fulvo. Ma non sono tinti, sembrano essere naturali. I suoi occhi sono azzurri, e chiaramente non a mandorla.
Un gaijin.
Molto carino, pensa lei. Poi scuote la testa, scacciando questo pensiero.

[Il pezzo sopra va molto meglio, in quanto a rapporto pdv/narratore, sembra che tu stia raggiungendo un equilibrio. Invece, dovresti scrivere “quel pensiero”, non “questo”.]

«Buonasera. Ha bisogno?»
«Mi scusi, non volevo disturbarla» risponde lui in buon giapponese, solo un po’ sporcato dall’accento straniero. «Ma abito proprio sopra di lei. Volevo chiederle se gentilmente può abbassare un po’ la voce. Sa, domattina devo svegliarmi molto presto.»
Moriko arrossisce. Non pensava di stare schiamazzando così tanto. Si esibisce in un inchino di scuse, mentre il suo volto passa dal consueto pallore al rosso del sole della bandiera nipponica.

[Ueeeee, aspetta, siamo di nuovo molto più esterni, qui. Ci viene addirittura descritto di che colore diventa la sua pelle. Mi spiego, non è che sia un errore in termini assoluti, se usi un narratore esterno onnisciente, ma nel tuo brano continuo a rilevare un altalenare fra dentro e fuori. In questo caso, in effetti, è un errore.]

«Mi perdoni, gaijin-san. Non le darò ulteriori fastidi. Mi sento così stupida!»
«Non si disperi, signorina. E lasci pure perdere il gaijin-san. Il mio nome è Lorenzo» risponde lui, affabile.
«Ro-re-n-tsu-o?» scandisce lei.
«Beh, non proprio, ma suppongo che andrà benissimo. Lei come si chiama?»
Moriko rimane interdetta per qualche istante. Nessun giapponese è abituato a un approccio così diretto, ma forse era proprio quella inconsapevole sfacciataggine ad attirarla verso quel giovane straniero.
«Moriko. Piacere di conoscerla, signore. Il suo nome… lei è italiano, vero?»
«Sì. Sono uno studente di lingue straniere venuto qui a Tokyo per un anno di studi all’estero. Sono in città da una decina di giorni, ma non conosco quasi nessuno. Mi fa molto piacere fare la conoscenza della mia vicina.»
«Anche se l’ho disturbata?»
«Le ho già detto di non preoccuparsi. Ma forse c’è un modo con cui può sdebitarsi. Le va una cena insieme?»
«Mi… mi sta invitando a cena?»
«Certo. Cosa ne dice? Mi sembra simpatica e mi piacerebbe conoscerla un po’ meglio.»
«Io… ecco… sì, va bene.»
Quando, dopo i convenevoli, Moriko richiude la porta, non sa perché ha risposto a Lorenzo in quel modo. Non è mai stata abituata a prendere decisioni così affrettate, a farsi trascinare dalle emozioni verso gli uomini. L’esatto contrario di sua madre, che l’ha sempre considerata una debole per questo.

[Di nuovo un po’ d’infodump (lieve), nell’ultimo paragrafo. Il modo migliore per passare un’informazione del genere non è tirarla in faccia al lettore ma, per esempio, far domandare alla protagonista se sua madre sarebbe finalmente fiera di lei, o farla arrovellare sul fatto di star diventando simile a sua madre.]

Si risiede sul futon, ascolta Akami cantare le sue soavi melodie e ondeggia la testa, pensando che per una volta è bello sentirsi come la idol.
Felice e desiderata.

Bene qui.

2.


«Ti consiglio il katsu-kare. Sono stato qui a cena il primo giorno che sono arrivato, e l’ho trovato squisito.»
«Mi piace il curry, credo che seguirò il tuo consiglio» risponde Moriko, sorridendo.
Il locale in cui Lorenzo l’ha portata a cena alcune sere dopo il loro primo incontro, il Fukurou, è in una delle viuzze secondarie del quartiere di Shinjuku. Abbastanza vicino ai divertimenti della città, ma sufficientemente isolato da non essere gremito di gente. Piccolo, con luci soffuse e pochi tavoli, requisiti fondamentali per essere considerato un locale intimo, ma non romantico. Il padrone del posto spilla bicchieri di birra ad avventori sorridenti che schiamazzano ai pochi tavoli, e l’atmosfera è allegra. Un luogo perfetto per un primo appuntamento tra amici.

[Ok, qui stavo di nuovo per obiettare, ma ritengo che tutte queste indicazioni un po’ spiegose siano parte della percezione della ragazza. Solo, troverei il modo di farlo capire in modo chiaro, tipo: “… e l’atmosfera è allegra. Moriko sorride interiormente di quell’astuzia: è un luogo perfetto per un primo appuntamento tra amici ma anche abbastanza romantico da essere ricordato con piacere in futuro, se tra loro nascerà qualcosa di più”. Una roba del genere, meno impersonale di una descrizione oggettiva. ]

Poi, chi può dirlo.
«Allora Moriko, tu di cosa ti occupi? Studi, o hai un lavoro?»
«Beh a dire il vero… al momento, nessuno dei due. Ho tentato l’esame di ammissione all’università il mese scorso, ma l’ho fallito. Sono una ronin» risponde lei, con la voce rotta dalla vergogna.
«Una samurai senza padrone?» ironizza Lorenzo.
«Quello è il significato antico. Ora viene usato per quegli studenti che non sono riusciti a farsi ammettere agli studi e sono senza occupazione. Questo ti disturba?»
«Ma certo che no. Io sono stato bocciato due volte in terza superiore. E ti assicuro che la scuola italiana è una bazzecola in confronto a quella giapponese.»
Moriko sorride, divertita e sollevata.
«È da molto che studi la nostra lingua?»
«Quasi cinque anni. Ho pensato che ormai la conoscevo abbastanza da trasferirmi qui per un po’ di tempo.»
Una cameriera si avvicina al tavolo e sistema una birra davanti a entrambi.
«E poi, volevo vedere se era vera quella storia che non si riesce a distinguere un giapponese da un altro.»
C’è un attimo di silenzio imbarazzato, poi Lorenzo inizia a ridere sotto i baffi. Moriko capisce che è uno scherzo, ma fa di tutto per mantenere un’espressione imbronciata. Il trucco sembra funzionare, perché dopo pochi istanti Lorenzo ritorna serio e inizia a scrutarla attentamente per capire se la sua battuta fosse stata troppo pesante.

[Qui molto meglio, il pdv e il filtro si avvicinano in maniera piacevole. Stona solo la motivazione dell’espressione seria di Lorenzo. È intuibile che la guardi per capire se l’abbia offesa, ma il narratore non può darlo per certo, a meno di non essere anche nella testa di lui, contraddicendo l’impostazione fin qui tenuta. Perciò, per mantenermi aderente: “Il trucco sembra funzionare, perché dopo pochi istanti Lorenzo ritorna serio e inizia a scrutarla attentamente, FORSE per capire se la sua battuta SIA stata troppo pesante”. Occhio anche alla consecutio.]

«Guarda che quelli sono i cinesi» dice lei dopo un po’.
Scoppiano a ridere entrambi, poi brindano e bevono.
Prima che la loro cena arrivi, il ghiaccio è rotto. Lorenzo chiede a Moriko di chi fosse la canzone che stava cantando l’altra sera e lei gli parla di Akami, la idol sulla cresta dell’onda.
«Ah, sì! Credo di aver visto la sua foto su qualche giornale. Ora che ci penso, le assomigli un po’. Potresti essere sua sorella.»
«Ma dai, non dire stupidaggini!»
Lorenzo si alza per andare in bagno, e quando ritorna, pochi minuti dopo, i loro katsu-kare arrivano. Il piatto è composto da un tonkatsu, una cotoletta di maiale impanata, servita con riso e abbondante curry. Moriko la assaggia ed è travolta dal sapore quando le abbondanti spezie si mischiano con il sapore neutro del riso e con quello più ruvido della carne nella sua impanatura.
«Avevi ragione, Rorenzo. È il migliore che abbia mai mangiato.»
«Lorenzo, con la elle. Dai, ci sei quasi» risponde lui ridendo.

[Risponde lui, ridendo.]

Finita la cena, Moriko propone a Lorenzo di fare un giro per Shinjuku. «Dai, ti faccio da guida! Conosco bene la zona!»

[Questa cosa puoi facilmente mostrarla, invece che raccontarla, tanto più che metti una linea di dialogo. Tipo:
Il resto della cena passa veloce. La compagnia di Rorenzo è gradevole. “Ti va di fare un giro per Shinjuku” gli propone, disegnando con il cucchiaino ghirigori di cioccolato sul piatto vuoto del dessert. “Conosco bene la zona, posso farti da guida!”
Ecco, so di aver cambiato molto il testo, non ci fare caso, volevo solo dare un’idea di come mostrare di più. Quel “Finita la cena, Moriko propone a Lorenzo di fare un giro per Shinjuku” è davvero troppo raccontato. Comunque, puoi usare anche meno caratteri di quelli che ho adoperato io, il concetto lo hai capito.]

Lorenzo accetta di buon grado e gentilmente paga il conto. Escono nella buia viuzza,

[mi piace di più “viuzza buia”]

illuminata solo dalle luci soffuse di alcune lampade al neon colorate.
Dopo qualche passo, Moriko ha un capogiro. Si ferma, poggia la mano contro il muro per sorreggersi.
«Ti senti bene?» chiede Lorenzo.
«Io… sì, è stato solo un attimo.»
Moriko fa ancora qualche passo, poi le ginocchia le cedono di colpo. Vede il cemento della strada avvicinarsi velocissimo al suo volto. Tenta di portare avanti le braccia per frenare la caduta, ma queste non sembrano avere vita.
L’oscurità giunge prima del dolore dell’impatto.

3.


Quando Moriko riprende i sensi, la prima cosa che le assale il naso è l’odore. Umido, chiuso, polveroso, con una nota di marcescenza, come di carne andata a male. Tenta di aprire gli occhi, ma le palpebre sono troppo pesanti.

[Vedi? Qui sei davvero all’interno del pdv del personaggio, molto, molto di più che all’inizio della storia, quando mostravi cose esterne alla sua percezione, colori del volto, considerazioni… Ripeto: va anche bene un po’ di flessibilità ma, in un testo così breve, quel che suggerisco è la coerenza, dal principio alla fine.]

«Aiu…to» cerca di pronunciare, ma dalle labbra le esce solamente un rantolo.
Ci vogliono almeno quindici minuti prima che la sensazione di sonnolenza inizi a scemare. È in quel momento che Moriko inizia a percepire il freddo. Meno intenso di quello di una giornata invernale, ma spiacevole, di quello che ti entra nelle ossa. Riesce infine a spalancare gli occhi, ma tutto è ancora troppo offuscato.
«Lo so che sei sveglia, non fare finta di dormire» dice una voce.
Moriko la riconosce dall’accento. È Lorenzo.

[Molto bene, qui. La scelta del pdv interno e di un narratore così vicino a quella prospettiva, in una situazione di rapimento, è certamente vincente, perché permette maggiore immedesimazione; inoltre, confinare ciò che viene mostrato alla limitata percezione del protagonista favorisce la resa di un senso d’impotenza e prigionia. A questo punto, però, l’ultima parola dev’essere “Rorenzo”, ovvero come lei ha finora chiamato il tipo. Questo dettaglio ci calerà ancora di più nella testa della vittima.]

«Che… che è successo?»
«Che ciò che ho messo del curry del katsu-kare ha fatto effetto. Forza, ti voglio bella sveglia.»
Una sensazione ghiacciata investe improvvisamente Moriko, e ha l’effetto di svegliarla del tutto.

[Qui ti allontani, descrivendo quel che accade. Devi invece continuare a stare stretto su di lei, farcela “sentire” mentre si sveglia del tutto, allertata. Via anche tutta quella roba cervellotica che segue. La scena è chiara, e tale la devi presentare; inoltre, qui sì che ci sta un avvicinamento ulteriore del pdv, con un pensiero diretto:

Una doccia gelata la investe senza preavviso, mozzandole un respiro a metà.
Spalanca gli occhi e annaspa, sprizzando acqua dalla bocca.
Rorenzo regge in mano un secchio rugginoso e sgocciolante.
Merda.]

Lorenzo, davanti a lei, ha un secchio di metallo rugginoso tra le mani. Fino a pochi istanti prima doveva essere pieno d’acqua, che ora infradicia i vestiti della ragazza.
Vedi? Questa spiegazione te la puoi evitare.

Lorenzo ha qualcosa di strano in volto.
Il suo viso è diverso, spaventoso… pensa Moriko. Le ci vuole qualche momento prima di rendersi conto che una grottesca maschera da teatro kabuki è dipinta sul suo volto.

[Qui, invece, c’è molto artificio narrativo. Come facciamo a credere che la prima impressione di Moriko sia che “Lorenzo ha qualcosa di strano in volto”? Davvero non si rende conto di un simile mascherone sul viso del ragazzo? Non è credibile: deve rendersene conto immediatamente, oppure lo fai uscire da una zona d’ombra, o quel che vuoi. Insomma, deve spiegarsi perché lei non capisca subito un fatto evidente.]

Indossa abiti diversi rispetto a quelli che aveva durante la cena. Un giubbotto di pelle nero, pantaloni neri mimetici e guanti di pelle. Lorenzo rimane in silenzio davanti a lei, e appoggia il secchio a terra.
La ragazza accorge di essere rannicchiata in una gabbia di circa un metro e mezzo per un metro e mezzo e poco più bassa, sospesa da terra per mezzo di una catena. Le sbarre sono di solido acciaio.

[Tutta questa parte la metterei immediatamente dopo la secchiata d’acqua. Moriko è terrorizzata, si sveglia con un tizio davanti a lei con una maschera in faccia (perché, poi?), si guarda attorno. Vede gabbie, cazzo, lei stessa è in una prigione… merda, c’è qualcosa là dentro! Che cazzo significa… Oddio, ommerda, porca puttana! … Vabbè, hai capito. Insomma, non spezzerei il ritmo narrativo in una parte così d’impatto per descrivere uno che poggia un secchio per terra e per parlare dei suoi vestiti. Puoi farlo dopo, quando lei comincia a tentare di razionalizzare la situazione.]

Poco distante da lei, un’altra gabbia del tutto simile è coperta da un grosso telo di plastica scura. Si guarda attorno, ma vede solamente un ambiente polveroso, numerose tubature e il grigio del cemento e del metallo. L’unica illuminazione è garantita da un paio di lampadine appese direttamente al filo della corrente.
«Cosa… dove sono? Dove mi hai portato?» grida Moriko.
«Una piccola casa dei giochi, dove io e te passeremo un po’ di tempo insieme.»
«Tu… non sei uno studente di lingue.»
«Ma quanto sei perspicace. Allora dimmi, cosa pensi che io sia?»
«Un fottuto maniaco, ecco cosa! Lasciami andare! Liberami! Per pietà, non lo dirò a nessuno!»
«Taci! E piantala di fare la commedia della ragazzina innocente!»
«Non capisco di cosa parli! Per favore…»
«Bugie! Le tue sono tutte fottute menzogne! Vivi in un piccolo appartamento, giochi a fare la ragazzina della porta accanto, ma sono tutte cazzate per nascondere la tua vera natura. Per poter cacciare liberamente. Non è vero, hatoita-onna?»

[A parte che i dialoghi sono un po’ legnosi e spiegosi al limite dell’infodump, in questo preciso momento Moriko dovrebbe pensare “cazzo, mi ha beccato”. Siamo troppo all’interno del suo pdv per continuare la recita, hai il dovere di rendere partecipe il lettore di questa consapevolezza, qui e ora, non puoi ritardare senza ingannarlo.]

«Io…» inizia Moriko, rimanendo interdetta. «Non so nemmeno di cosa tu stia parlando!»

[Invece, qui scivoli di colpo fuori dal suo pdv. Se avessi inteso orchestrare il racconto sull’impressione che Lorenzo abbia preso un granchio e imprigionato una ragazza innocente, sarebbe stato meglio rimanere esterni al pdv fin dall’inizio. In alternativa, avresti potuto alternare paragrafi con i due punti di vista, o cominciare con quello di lui, nel quale far percepire la sua ossessione paranoica e il suo dubbio, che lo ha già portato a uccidere un’innocente, e terminare con quello di lei per ribaltare le premesse. Sono tutte ipotesi, ma le uso per chiarire che voce narrante e pdv vanno decisi prima, per non farsi condizionare dallo svolgimento della trama.]

«Ah no? Figuriamoci! Sono un maledetto gaijin e devo raccontare a te delle leggende locali? Piantala! O ti farò fare la fine di quest’altra qui!»
Lorenzo avanza di qualche passo, lei si rannicchia sul fondo della gabbia. L’uomo afferra il telo che copre l’altra struttura e la toglie.

[Refuso: “lo toglie”.]

Moriko caccia un urlo.
All’interno, il corpo di una ragazza della sua stessa età giace in una posizione contorta. I vestiti sporchi le cadono larghi, come se fosse smagrita durante la prigionia. Eppure, non pare essere morta da molto. Il cadavere puzza, ma non ha ancora iniziato a decomporsi.
«Tu sei pazzo! Pazzo!»
«A volte mi sento pazzo. Davvero, devo essere fottuto nel cervello per fare tutto questo. Voglio dire, se mi sbagliassi? Se fosse davvero una cazzata questa storia degli yokai, dei kami, e di tutta la merda che c’è intorno? Prendi lei, per esempio. Ero convinto, così convinto, che fosse una della tua specie. Ma mi sono sbagliato, e questa poveraccia c’è andata di mezzo. Non potevo certo dirle “merda, ho fatto un errore, ti prego di perdonarmi e di non avvertire la polizia dopo che ti avrò liberata”. Non dopo tutto quello che le avevo fatto. Rischi del mestiere, della caccia. Ma no, è tutto vero, e non commetterò di nuovo lo stesso errore. Questa volta devo essere sicuro di non sbagliarmi.»

[Bla, bla, bla. Troppe chiacchiere spiegose. Puoi far passar il concetto con molte meno parole. Oppure adottando il suo pdv :P (e, ancora, stai nascondendo al lettore quello che il tuo personaggio sa)]

Lorenzo si avvicina alla gabbia in cui è contenuta Moriko e la scuote con violenza. Il suo volto si torce in un ghigno orribilmente sfigurato dalla maschera da teatro kabuki,

[Dal trucco, altrimenti sembra indossi una vera maschera, non dare per scontato che il lettore ricordi un dettaglio comunicato al volo parecchi paragrafi prima.]

poi prende dalla cintola un mazzo di chiavi. Ne avvicina una alla toppa della gabbia e fa scattare la serratura, senza però aprire la porticina.
«Ecco, ora sei libera.»
Moriko rimane immobile, sul fondo della gabbia.
«Che c’è? Vuoi rimanere lì? Vattene pure.»
«No, tu… stai giocando a qualcosa. Vuoi che esca, per poi prendermi alle spalle. Per violentarmi.»
«Cazzate, se avessi voluto violentarti l’avrei già fatto. Vedi, se tu riesci a uscire da qui, ho intenzione di scusarmi con te e lasciarti andare per la tua strada… prima di farti qualcosa di irreparabile. Ma non ci riuscirai. Li vedi questi?» Lorenzo alza il dito, e indica alcune striscioline di pergamena incollate sulla catena che sorregge la gabbia. Sono decorate con una scrittura fitta, tratteggiata con inchiostro rosso.
«Fogli… di preghiera?»
«Quasi. Sono incantamenti che fanno sì che nulla, ad eccezione di mani mortali, possa aprire le porte di questa gabbia. Se sei veramente cosa penso… non uscirai da qui.»
Moriko rimane immobile e abbassa lo sguardo, iniziando a dondolare con la testa.
«E va bene, continua pure la commedia. Forse sei veramente spaventata da me… ma non credo di sbagliarmi, non questa volta.»
Lorenzo le da

[Dà]

le spalle e si dirige verso l’unica uscita della stanza. Lancia un’ultima occhiata a Moriko prima di andarsene e chiuderla all’interno.
Subito, le mani di Moriko scattano in avanti e iniziano ad armeggiare con il meccanismo della serratura, ma qualcosa non funziona. Prima che le sue dita possano toccare la chiusura a scatto, scivolano perdendo la presa. La ragazza ci riprova qualche volta, inutilmente. Rilancia un’occhiata alle pergamene sopra di lei, fa fuoriuscire una mano dalle sbarre per afferrarle, ma anche queste sono protette dall’incantamento.
«Cazzo. Mi ha fregata» pensa Moriko, la hatoita-onna.

[Spiacente, non funziona, per tutti i motivi che ti ho detto sopra. Ci nascondi il colpo di scena in maniera poco pulita, uscendo dal pdv del personaggio. È il classico errore di parallissi di cui parlavo prima, un restringimento ingiustificato della prospettiva e, benché qui duri abbastanza poco, è comunque il modo sbagliato di costruire il tuo ribaltamento.]

4.


“Asseconda la tua natura, seduci gli uomini, falli tuoi schiavi per poi divorare i loro cuori ancora pulsanti. Ma stai attenta, perché non tutti, nel mondo dei mortali, sono nostre prede. La catena alimentare non è una piramide, ma una ruota, e i cacciatori vivono pochi centimetri sopra di noi.”
“Mamma, ma se devo rischiare così tanto per divorare qualche cuore, allora perché farlo? Possiamo vivere senza, e lo sai.”
“Mangeresti riso e berresti acqua per un’intera vita, come un monaco? No, noi divoratrici siamo qualcosa di più di questo.”
“Ma il rischio è grande e io ho paura!”
“E io che ho sacrificato così tanto per crescerti ed educarti! Tua sorella sarà sempre molto più in gamba di te! Lei, alla tua età, aveva già ucciso due umani. Vuoi forse essere da meno?”
“Non voglio essere come mia sorella…”
Mentre continua ad armeggiare inutilmente con la serratura incantata, Moriko si perde nei ricordi, poi scuote la testa tentando di scacciare la bugia che aveva detto alla madre.
Pensare al passato, ai miei errori, non mi salverà da questa situazione. Forse se avessi accettato la mia natura avrei imparato a riconoscere i cacciatori… invece eccomi qui, alla mercé di questo pazzo. Come ha fatto a scoprirmi? Non ho mai commesso errori, non sono mai nemmeno andata a trovare i miei parenti da quando…

[E siamo di nuovo in profondità nella testa di Moriko, che dice/pensa anche più di quanto sarebbe lecito, a meno di non voler passare informazioni al lettore con questo escamotage. Che si chiama (o, meglio: potrebbe essere chiamato…) infodump.]

Ma è inutile rimuginare su cosa potrebbe essere accaduto.

[Vedi, anche questa frase non va bene. Hai sempre tenuto un grado di separazione fra narratore e personaggio, qui invece li fai quasi coincidere. Ammetterai che, per una storia così breve, stai cambiando registro davvero troppe volte. La frase dovrebbe essere: “poi Moriko pensa che è inutile rimuginare…” o, a limite: “Poi scuote la testa. È inutile rimuginare su…” La seconda versione potrebbe sembrare identica alla tua, solo con una diversa disposizione; invece non lo è. Quel “scuote la testa”, infatti, ci riporta all’impostazione in cui il narratore ci spiega cosa accade in scena e, dunque, il successivo “È inutile rimuginare” lo percepiamo con il sottotesto “Moriko pensa che…”, anche se non è scritto. Partire secco con quell’avversativa “MA è inutile rimuginare”, rende le parole di Moriko, e non del narratore. Spero di essere stato chiaro.]

Moriko decide di agire.

[Infatti qui non scrivi “è ora di agire”, ma torni a mediare descrivendo quel che accade, ovvero che la protagonista decide di agire.]

Inizia a scuotere la gabbia, sperando che il soffitto di cemento ceda a furia di strattoni, ma capisce dopo poco che non funzionerà. Si toglie allora uno stivaletto, cerca di colpire il meccanismo della porta, ma anche questa soluzione non la porta a nessun risultato. Niente, ad eccezione di mani mortali, può toccare quella serratura.
Dopo qualche altro tentativo, la speranza la abbandona con un gemito che fuoriesce involontariamente dalla sua bocca.
Niente, ad eccezione di mani mortali.
Moriko guarda il cadavere della ragazza nella gabbia accanto alla sua, e pensa che farà la sua stessa fine dopo giorni di tremenda agonia.
Mani mortali.
Moriko chiude gli occhi, una lacrima le solca il viso.
Mani.
Moriko capisce.

[Ripeti troppe volte il nome. Se elimini gli ultimi due, e n particolare tutta l’ultima frase, fila tutto più liscio:
Moriko guarda il cadavere della ragazza nella gabbia accanto alla sua, e pensa che farà la sua stessa fine dopo giorni di tremenda agonia.
Mani mortali.
Chiude gli occhi, una lacrima le solca il viso.
Mani.
I suoi occhi si spalancano, colmi di risolutezza. Di colpo, sa cosa deve fare.]

La ragazza striscia e si appiattisce sulle sbarre laterali della sua gabbia. Allunga la mano e raggiunge l’altra senza fatica. Afferra un braccio del cadavere e inizia a tirarlo verso di sé. Questo passa facilmente tra le sbarre, ma non raggiunge la porta della gabbia di Moriko – è troppo corto, e il resto del corpo è bloccato nell’altra gabbia.
«Cazzo. Mi tocca. Mi tocca proprio.»
Il volto di Moriko si contrae, poi i suoi occhi si rivoltano, diventando bianchi. Le delicate guance del volto si spaccano ai lati della bocca, rivelando una fauce colossale, mentre denti sottili e acuminati, simili a quelli di un pesce abissale, fuoriescono dalla gengiva, aprendosi la strada tra un dente umano e l’altro.

[Ecco: no. Questa descrizione non la puoi fare. O trovi un escamotage o niente. Potresti dire, per esempio: “odia farlo, sa come diventa quando lo fa, ma non vede altra soluzione. Allora contrae i muscoli del volto per lo sforzo, rovescia gli occhi e sente le guance spaccarsi. Cerca di non pensare alla foresta di denti acuminati che le sporgono dalle gengive, aprendosi la strada tra un dente umano e l’altro…” o, invece, metterla giù come se se la godesse, non importa. Quel che importa, invece, è che tu rimanga all’interno del su pdv. Come ho già detto, tocca sceglierne uno e rimanere coerenti, mentre il tuo ondeggia molto. Se vuoi avere la possibilità di descrivere dall’esterno il suo aspetto, devi partire dall’inizio con un narratore esterno, e ti puoi scordare di converso tutte le incursioni che fai “all’interno” nel testo.]

Moriko fa scattare le mandibole, e con un unico morso trancia di netto il magro braccio del cadavere. Dal moncherino quasi non fuoriesce sangue, solo un fetore rivoltante.
La hatoita-onna spinge la mano mutilata contro la porta della sua gabbia. Basta una lieve pressione, e questa si spalanca con un cigolio. La ragazza sguscia fuori, il suo volto trasfigurato si ricompone in fattezze umane.
Senza guardarsi indietro, corre verso la porta e la spalanca. Dall’altro lato, un lungo corridoio con il soffitto percorso da tubature. In fondo, uno spiraglio di luce. La libertà.
Moriko avanza, quando un’ombra si staglia tra lei e l’uscita.
Lorenzo.
«Cosa… come hai fatto a uscire?»
«Il cancello… l’ho solo aperto» risponde lei, intimorita.
Lui porta la mano alla cintura, dove una wakizashi di pregevole fattura fa bella mostra di sé.
«Ti prego! Hai detto che mi avresti lasciato andare.»
«Io… possibile che abbia commesso un altro errore?»
«Te l’ho detto, non so cosa stavi cercando da me, ma ti prego, non uccidermi!» lo supplica Moriko.

[Qui “lo supplica Moriko” puoi levarlo, è pleonastico.]

«Ma non c’era altro modo perché tu uscissi di lì… io… possibile che il mio istinto da cacciatore abbia sbagliato ancora?» dice Lorenzo, e inizia ad avanzare lentamente. Moriko assume un’espressione terrorizzata poi si accascia piangendo.
Questa volta è una recita, ma Lorenzo non può saperlo.

[Il lettore non è idiota, è chiaro che si tratti di una recita, così come che Lorenzo non possa saperlo. Non fornire informazioni superflue, risultano stucchevoli.]

Il cacciatore avanza verso di lei, fino ad arrivare a meno di un metro.
«Io… ti prego, perdonami. Non volevo farti del male. Io voglio solo proteggervi dai most…»
Moriko scatta in piedi e afferra le braccia di Lorenzo, strattonandole con violenza e bloccando qualsiasi suo tentativo di afferrare l’arma. Il suo volto trasmuta di nuovo, mentre una lingua oscena, rossa e lunghissima,

[Torniamo a quanto sopra: per chi è oscena la lingua di Moriko? Per lei stessa? Non credo. Per il narratore? Per te? Questo singolo aggettivo ti fa scarrocciare dal corretto pdv e suona un’imbeccata al lettore su come debba leggere la scena, su quali sensazioni gli debba suscitare. Tu scrivila bene, vedrai che sarà lui a trovare “oscena” la lingua, anche se non lo specifichi.]

fuoriesce dalle fauci e si infila a forza nella bocca del cacciatore. La lingua di Moriko gli sfonda la trachea, scava attraverso il suo torace e si avvinghia intorno al cuore ancora vitale del ragazzo.
Con un suono simile allo strapparsi di un asciugamano bagnato, la hatoita-onna estrae l’organo di Lorenzo dal petto e lo risucchia, dilaniandolo con i denti a spillo.
Con un espressione orripilata sul volto kabuki, Lorenzo scivola a terra, morendo ancor prima di toccare il suolo.

[No, non lo sai quando muore. Perché hai sempre assunto il pdv di Moriko. È verosimile che muoia prima di toccare terra, ma non puoi affermarlo. Inoltre, continuo a non capire perché Lorenzo debba essere così conciato.]

«La mamma aveva ragione. È troppo buono per vivere senza!» esclama Moriko con voce innaturale.

[E ancora con gli aggettivi: via “innaturale”, che non può essere una considerazione sua.]

5.


Moriko non andava davanti a quell’abitazione da molto tempo. Fa un lungo respiro per prendere coraggio e suona il campanello.
«Chi è?» risponde una voce femminile al citofono.
«Sono io… Moriko.»
Dopo qualche secondo di silenzio, la porta le viene aperta. Dall’altro lato, una ragazza molto somigliante a lei le fa un gran sorriso.
«Sorella! Che sorpresa! Non credevo che saresti mai venuta a trovarci!»
«Ciao, Akami. Com’è andato il tour?»
«Benissimo, è stata una gran figata! Ma entra, ti racconto tutto dopo! La mamma sarà davvero contenta di vederti.»

[Finale un po’ superfluo. Un tocco in più lo dà, ma forse avresti potuto trovare una chiusa più efficace.]
Se dici cose senza senso, sarai trattato come un paroliere.
Sbattuto su e giù e ribaltato su un tavolo, fino a che le tue interiora saranno fuoriuscite.
E ci leggerò dentro ciò che mi pare, magari il futuro. [cit.]

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Re: Finalissima!

Messaggio#4 » mercoledì 30 ottobre 2019, 16:22

GIUDIZIO FINALE

Giudizio finale.

Bene, siamo al momento del verdetto. I due contendenti giunti fin qui presentano diversi punti di forza e sono frutto, senza dubbio, di penne competenti. Non vi tragga in inganno il fatto che ho mosso parecchie osservazioni: ho apprezzato il lavoro di entrambi e ritengo che, con le opportune modifiche, faranno ottimo sfoggio di sé nella raccolta de “la sfida”. D’altronde, sono un notorio rompipalle e credo lo sapeste prima ancora di poggiare le mani sulla tastiera.
Veniamo al dunque.
Di “mani mortali” ho apprezzato molto ambientazione e linearità della trama, semplice ma priva di contraddizioni. Buono in media lo stile. I più grandi difetti, per me, sono la gestione del punto di vista, delle informazioni e dei dialoghi.
De “il manchete” ho amato la scrittura, il gusto pulp, l’ironia, il cinismo, le trovate e alcuni passaggi davvero crudi ma, al tempo stesso divertenti e godibili. I problemi principali sono, a mio avviso, la continua interruzione della sospensione dell’incredulità, la qualità altalenante della trama, la scelta di un resoconto tanto distanziato dai fatti e, soprattutto, il finale clamorosamente sbagliato. Però sono poche righe, e si rimedia facile, ma davvero non l’ho digerito.
Il punto è che, ora, devo scegliere un vincitore… per quanto potenzialmente mi sia piaciuto più “il machete”, per come sono strutturati, gestiti e scritti allo stato attuale i racconti, non posso che constatare che “mani mortali” ha meno difetti. Però è dura, siamo quasi in parità. Il machete, d’altronde, ha forse colto in modo ancor più preciso il tema “situazione senza via d’uscita”. E allora? Stallo. Però ci vengono in aiuto i bonus: “il machete” si è aggiudicato “battuta esilarante”, mentre “mani mortali” ha inanellato “mostro folkloristico” e “piatto locale”. Siamo a un punto bonus contro ben cinque.
Ciò detto, dopo un match insanguinato e durato fino all’ultima ripresa, dichiaro vincitore ai punti:

“Mani mortali”, di Maurizio Ferrero.

Complimenti anche agli altri semifinalisti e grazie a tutti gli altri partecipanti. È stata una bella battaglia e ho letto tutti i racconti in gara. Spero ci si riveda da queste parti in occasione di altre sfide.
Haloa!


Come vi anticipavo, ho chiesto a Marco di farvi dei commenti estesi, che gli sono costati tempo e fatica, per farvi capire che essere arrivati in finale non è che una momentanea soddisfazione, che non deve distrarvi dal più ampio cammino di studio e miglioramento. Sfruttate questa opportunità per apprendere il più possibile, commenti come questi sono il cuore di partecipazioni a contest come "la sfida a..."

Quindi congratulazioni a entrambi, ma un pochino di più al vincitore! ;)
Se dici cose senza senso, sarai trattato come un paroliere.
Sbattuto su e giù e ribaltato su un tavolo, fino a che le tue interiora saranno fuoriuscite.
E ci leggerò dentro ciò che mi pare, magari il futuro. [cit.]

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