Infrangibile

Infrangibile

Vivi la tua vita finché un vaso si dimostra infrangibile, fino alla fine. Vincitore del Capitolo del Camaleonte dedicato a J.C.Ballard (insignito anche della Coccarda per la mimesi con l’autore di riferimento), un racconto di Raffaele Marra.

 
In un raro attimo di distrazione durante il lavoro, Richard Gould si fermò ad osservare la figura imponente del suo direttore d’ufficio intento a passeggiare tra le scrivanie. Fu in quell’occasione che si rese conto di quanto il signor Blake somigliasse al grosso vaso sul mobile all’ingresso del suo appartamento.
Gould soffocò quel singolare pensiero e tornò a porre l’attenzione sulle pratiche ordinate davanti a sé, disposto come sempre a trascorrere il giorno nel lavoro diligente e silenzioso, come facevano tutti i suoi colleghi.
Quasi tutti, in realtà. Tre scrivanie più avanti e due verso sinistra c’era la signorina Green che, specie in primavera, osava canticchiare qualcosa sottovoce senza temere di essere udita dal signor Blake.
«Una così non sarà mai nominata impiegato del mese», pensò Gould immaginando per un attimo la coccarda color oro incollata, finalmente, sul suo paravento grigio.
«Non perdere tempo a sognare, Gould. Sei lento.»
L’impiegato deviò lo sguardo e si accorse che Blake lo stava osservando dal corridoio con aria di rimprovero. Abbassò gli occhi con fare colpevole e, senza rispondere, ingoiò la sua saliva acidula e tornò a concentrarsi sulle carte.
 
Quella stessa sera, tornato al suo appartamento nel quartiere residenziale, Gould si soffermò ad osservare il vaso che da anni adornava l’ingresso. Era appartenuto al vecchio inquilino, che per qualche motivo lo aveva lasciato lì sul mobile. Era un vaso panciuto, bianco e lucido, proprio come il signor Blake.
Il pensiero di vederlo frantumarsi sul pavimento con un tonfo grasso e gratificante divenne inaspettatamente seducente. Lo afferrò con entrambe le mani e lo tenne sollevato davanti a sé. Quindi scrollò le spalle, allentò la presa e lo lasciò cadere. Il vaso colpì il pavimento, rimbalzò, urtò nuovamente, poi rotolò su un fianco fino a fermarsi ai suoi piedi, intatto. Incredulo, Gould lo sollevò nuovamente e se lo rigirò tra le mani fino a quando gli occhi scorsero l’etichetta sul fondo: INFRANGIBILE. Sbuffò nervosamente, quindi decise di riprovarci. Questa volta lo lanciò in aria, fino quasi a sfiorare il soffitto. Il vaso compì una parabola perfetta, dopodichè piombò sul pavimento. L’urto fu tremendo, accompagnato da un rumore simile al suono di una campana scordata. Eppure il vaso non si ruppe, non sì lesionò né si scheggiò, neanche minimamente.
«Sono un essere umano, e appartengo alla categoria di coloro che ti hanno creato», disse puntando il dito verso l’oggetto fermo ai suoi piedi. «Ho la facoltà di distruggerti quando voglio», sentenziò accosciandosi di scatto.
La mossa successiva fu molto più drastica: Gould corse al balcone, sporse il vaso infrangibile dal parapetto e, senza esitare, lo lasciò cadere nel vuoto. Il volo dall’ottavo piano sembrò durare molto di più del previsto, e quando l’oggetto colpì l’asfalto, rimbalzò in avanti fino a incastrarsi nello squallido roveto che fungeva da aiuola. Gould si sporse dal parapetto fino quasi a perdere l’equilibrio, poiché quel che riusciva a intravedere aveva dell’incredibile: il vaso era ancora perfettamente intatto.
 
Il giorno dopo, la situazione nell’ufficio prese una piega decisamente negativa. Gould aveva passato la notte in bianco dopo essere sceso a prendere il vaso e averlo riposto nuovamente sul mobile dell’ingresso. Si era alzato dal letto con un gran mal di testa e se n’era andato in ufficio, per la prima volta dopo tanti anni senza sbarbarsi.
Le pratiche sulla scrivania erano aumentate, e quando il signor Blake, nel solito abito bianco, attraversò il suo corridoio, Gould sollevò lo sguardo con fare interrogativo.
«Dacci dentro, Gould, che siamo in ritardo con i tempi», ordinò il direttore arrestatosi accanto al suo paravento.
«Faccio del mio meglio», sussurrò Gould con tono misurato.
«Evidentemente non basta», concluse risoluto Blake che intanto aveva sollevato lo sguardo lungo il corridoio in direzione della Green che, Gould ci avrebbe giurato, aveva risposto con un risolino malizioso. Abbassò il capo e annuì senza aggiungere altro mentre il direttore si allontanava a passo lento. Gould si aggiustò il nodo alla cravatta, strinse i denti e brontolò qualcosa che nessuno poté udire. In quell’istante gli tornò alla mente il vaso bianco.
E continuò a pensarci per tutto il pomeriggio, con i nervi scossi e la testa bassa sui fogli. La signorina Green, le cui pratiche evidentemente erano assai meno, terminò il suo lavoro a metà giornata e passò il resto delle ore a svolgere chissà quali altre fondamentali mansioni in direzione.
 
Tornò a casa di sera con un piano nella mente. Invece di cenare scese nell’interrato, là dove ogni condomino possedeva un piccolo box per gli attrezzi. A differenza degli altri, il suo era sempre perfettamente ordinato e pulito, o per lo meno lo era stato fino a quella sera. Infatti, quando ebbe estratto dalla cassetta degli attrezzi il martello di acciaio, Gould non si preoccupò affatto di rimettere tutto a posto, né tanto meno di chiudere la porta andandosene. Salì rapidamente al suo appartamento, entrò, urlò qualcosa come “faccio del mio meglio”, quindi si scagliò con violenza contro il vaso. Lo prese a martellate con forza inaudita, pregustando ad ogni gesto il tonfo grasso del tondo pancione bianco che esplodeva. Ma i tentativi furono inutili. Al quinto rimbalzo, il martello deviò pericolosamente verso il suo volto. Dolorante, Gould si sollevò tenendosi una mano sul labbro mentre nella mente risuonavano stranamente le parole di Blake: «evidentemente non basta».
Per terra, anziché i cocci del vaso, c’erano solo alcuni frammenti bianchi persi in un liquido rosso. Erano due denti che annegavano nel suo stesso sangue.
 
«Hai un aspetto che fa schifo, Gould. Hai del sangue sul colletto della camicia e ti mancano due denti» disse Blake guardandolo dall’alto verso il basso. «E noto che oggi non porti la cravatta in ufficio», aggiunse scuotendo la testa. Qualche scrivania più in là la Green, il cui profumo era di giorno in giorno più fastidiosamente intenso, si lasciò scappare un risolino divertito. La novità di quel giorno era che era stata nominata “impiegata del mese” e questo contribuiva a mandarlo su tutte le furie.
Gould sostenne lo sguardo del suo capo per qualche istante, sentendo le tempie pulsare. Poi tornò al mare di pratiche sparse disordinatamente davanti a sé.
Riprese a lavorare ma, qualche minuto dopo, si interruppe e lasciò che il pensiero volasse a ciò che avrebbe fatto l’indomani.
Dopo anni, aveva deciso di prendersi un giorno di malattia, e così fece.
Raggiunse il cantiere del parcheggio multipiano a duecento metri dal suo palazzo, attese la pausa pranzo, poi, quando gli operai erano distratti, si intrufolò di nascosto. Per tutta la mattinata aveva studiato la cosa con molta attenzione, quindi gli fu facile muoversi con una certa disinvoltura. Posò il vaso al centro della strada di accesso, quindi salì a bordo del rullo compressore, girò la chiave di accensione e, prima che gli operai potessero impedirglielo, accelerò puntando dritto verso l’oggetto. Il pesante mezzo rombò nel silenzio della pausa pranzo e avanzò ancheggiando verso la sua vittima. Gould urlò di piacere mentre schiacciava il vaso bianco e al suo urlo si unirono le minacce lontane degli operai che accorrevano. Fermò il motore, saltò giù e fece qualche passo indietro per vedere il risultato della sua opera. Il vaso, sporco ma intatto, lo attendeva nel terreno. Gould lo afferrò imprecando e fuggì via giusto un attimo prima che gli operai potessero raggiungerlo.
 
Nel pomeriggio ebbe un’idea ancora migliore.
C’era un passaggio a livello, nella periferia della city, poco distante da casa sua, in una zona decisamente isolata e quindi sufficientemente nascosta. Vi si recò di corsa, animato da un’avidità che non aveva mai conosciuto prima. Raggiunse i binari caldi di sole nonostante l’aria fresca e, con estrema cura, vi adagiò il vaso bianco assicurandosi che la posizione fosse la più adatta per garantirne la distruzione. Quindi attese fino a quando la terra annunciò, vibrando, l’arrivo del treno. Eccitato si leccò le labbra secche e osservò la locomotiva percorrere il breve tratto di binari dinnanzi a sé. L’impatto fu rapidissimo, istantaneo, accompagnato da un rumore metallico e da un balzo violento della macchina che dapprima sollevò il muso in diagonale, poi piombò verso il basso uscendo dalle rotaie. Il fragore si fece assordante mentre le carrozze iniziavano a serpeggiare sollevando fumo e polvere. Il deragliamento durò pochi infernali secondi, poi tutto fu, almeno per qualche secondo, silenzio e attesa. Gould, sforzandosi di vincere l’orrore che lo divorava, afferrò il vaso volato intatto a pochi metri da lui, quindi prese a correre.
 
Passò i tre giorni successivi a preparare il nuovo piano, incurante delle richieste di spiegazioni e delle minacce di licenziamento provenienti dall’ufficio. Impiegò quasi tutto il denaro del suo conto dapprima per comprare le informazioni necessarie e la complicità di alcuni abbietti individui che popolavano il quartiere, poi per fornirsi il tritolo che, secondo i calcoli, sarebbe bastato per compiere il suo atto. Ci mise un giorno e una notte per trasferire in casa i quintali di tritolo utilizzando la sua borsa da viaggio praticamente nuova.
All’alba finì di sistemare la miccia e, prima ancora che il sole fosse alto nel cielo (e comunque, in quella stagione sarebbe rimasto nascosto dietro le alte cortine di cemento dei palazzi del quartiere), accese. Ormai esausto, restò immobile ad osservare la scintilla avanzare lungo il pavimento, emozionato come un bambino ai fuochi d’artificio.
L’edificio fu raso al suolo per trequarti, le vittime furono diverse decine. Nessuno seppe spiegare bene cosa fosse accaduto, quali fossero le cause della tragedia. Poco rimase dei corpi, delle strutture e degli oggetti coinvolti nell’esplosione. Fra questi ultimi, sommerso dalla polvere e dalle macerie, se ne stava immobile un vaso bianco e tondo, miracolosamente intatto.

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Raffaele Marra

Ingegnere, insegnante di matematica, musicista per hobby, scrive spaziando tra vari generi, con una preferenza per le storie caratterizzate da finali a sorpresa. Suoi racconti sono pubblicati da Delos Books e Florestano Edizioni. Del 2014 è il suo primo romanzo, “Dove non arrivano gli occhi”, edito da Edigrafema. Una vittoria per lui a Minuti Contati.


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