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La città blu

Una città Blu che fluttua tra cielo e terra in questo racconto di Iago Menichetti vincitore della Pisa Live Edition con Federico Guerri come guest star.

 
La mia famiglia non è originaria della Città Blu.
Ma’ racconta che lei e Pa’ si erano persi con la carovana nel deserto da diversi giorni; le provviste erano finite, di città all’orizzonte non se ne vedevano e loro si stavano ormai preparando al peggio quando sentirono delle gocce d’acqua sulla pelle. Ogni pioggia è un miracolo nel deserto, Pa’ lo ripete sempre, così alzarono le teste al cielo e la videro: un’enorme sfera tutta blu sospesa a mezz’aria che sciabordava da una parte e dall’altra, come un mare in tempesta – non che io lo abbia mai visto, un mare in tempesta dico, però Ma’ usa sempre queste parole.
Tutto è fatto d’acqua qui da noi, non ci sono case o residenze fisse, in compenso siamo pieni di porte: sono lastre di legno intagliate nel tronco di un albero di cui anche le Nonne non ricordano più il nome e se c’è qualcuno che sa ricordare le cose quelle sono proprio le Nonne; trascorrono buona parte del tempo a raccontarci le storie della Città, come quella di Var, la pescatrice, che si dice abbia sconfitto l’enorme lucertola rossa, trafiggendola con un arpione di legno durante le giornate dell’assedio, quando la bestia tentò di bersi la Città in un’unica sorsata. Dal legno dell’arpione sarebbero poi nati un’infinità di frutti e l’arma avrebbe finito per trasformarsi proprio nell’albero da cui sono state ricavate le porte.
Almeno, questa è una versione della storia. Un’altra vede la lucertola rossa trionfare e scolarsi la città senza pietà. Quindi, in teoria, quello che vediamo tutt’intorno, il mondo intendo, non sarebbe altro che lo stomaco della lucertola.
Io, comunque, preferisco la prima versione.
Sono state le Nonne ad accogliere Ma’ e Pa’ quando sono arrivati e, come dicevo, qui non ci sono case o dimore fisse: l’acqua si modella intorno alle porte prendendo la forma di edifici sempre diversi; l’aspetto scelto però non è mai definitivo: prima si vedono le pareti agitarsi come onde imbizzarrite poi, con un unico scoppio, splash!, viene tutto giù e l’acqua subito costruisce un nuovo edificio, cambiando dimensioni, architettura e pure mobilio.
Al contrario dei miei, io sono nato qui.
Pa’ mi dice sempre che, quando venni al mondo, casa nostra era un enorme cilindro, con il portone d’ingresso al secondo piano e una buffa scala a chiocciola esterna per salire. Per questo mi chiamo Indro: è una specie di abbreviazione di cilindro. Ma’ mi partorì tra un sofà con tanti piccoli mulinelli al suo interno e una madia d’acqua dolce; feci appena in tempo a uscire che, splash!, ci ritrovammo tutti e tre in una grande tenda blu, senza divisione di stanze, e con giusto i mobili per cucinare i Tuk, dei buonissimi germogli che diventano croccanti quando annaffiati. Le Nonne dicono che tutti i nostri frutti e le nostre piante provengono dall’arpione di Var e che si sono conservati nella loro forma originaria, fino ai giorni nostri.
In ogni caso, non esiste un metodo per prevedere le trasformazioni e la Città possiede un senso dell’umorismo tutto suo, si diverte infatti ad accostare pagode in miniatura a castelli dalle torri merlate a monolocali a base esagonale o ad altre invenzioni. Del resto, bisogna stare attenti a non perdere di vista nemmeno la proprio porta perché pure quelle non si può dire stiano ferme ferme: vengono trascinate dalla corrente delle strade che fluiscono l’una nell’altra, mescolandosi ancora e ancora. Nei periodi di piena può capitare che una strada caschi addosso all’altra o che si infrangano tra di loro creando un incrocio, quindi bisogna essere lesti per stare dietro a una porta, anche se imparare a surfare, almeno all’inizio, può essere difficile. I nuovi arrivati ci impiegano sempre del tempo; i piedi sembrano poco adatti a scivolare sull’acqua ma, una volta che ci si fa l’abitudine, diventa la cosa più naturale del mondo. Quando le Nonne ce lo permettono, giochiamo a correntino: uno di noi, seguendo il flusso principale della corrente, deve cercare di fare perdere le sue tracce, magari approfittando di una trasformazione improvvisa o tuffandosi in una pozza vagabonda di quelle che girano libere in Città, mentre tutti gli altri provano a catturarlo.
Qualcuno è così bravo che ci vogliono dei giorni per ritrovarlo. In questi casi le Nonne, preda dei sensi di colpa, interrompono le lezioni e si mettono a cercarlo insieme a noi, per poi punire il poveretto senza pietà, con una dose massiccia di lezioni sulla meccanica dei fluidi.
Purtroppo c’è anche chi non riesce proprio più a fare ritorno.
Pa’ si fece un amico; era un brav’uomo. Fu lui a insegnargli come coltivare le piante subacquee con cui avrebbe poi sfamato noi, la sua famiglia. Pa’ cercò di sdebitarsi raccontandogli storie di “quelli che vivono con i piedi per terra”, come li chiamiamo qui, di chi sta giù, insomma. Trascorrevano intere serate a parlare dei viaggi della carovana, del deserto, delle oasi e delle comunità nomadi. Erano buoni amici.
Poi lui scomparve.
Stava facendo ritorno alla sua porta quando un cavallone, sollevatosi d’improvviso, lo inghiottì in un boccone.
Il mio fratellino, Euriste, porta il suo nome, fu Pa’ a sceglierlo.
Alle volte anche io mi chiedo come sia la vita giù; cosa si senta quando i piedi affondano nella terra o come sia trovarsi a fare i conti con una tempesta di sabbia. In quei momenti penso che vorrei fuggire, scendere tra “quelli che vivono con i piedi per terra” e mescolarmi a loro. Mi farei una carovana tutta mia e navigherei nel deserto fino ai suoi confini estremi, in cerca di avventure. Magari riuscirei anche ad arrivare fino al mare, così finalmente capirei cosa intende Ma’ quando ne parla – in realtà anche lei lo ha visto una volta sola, me lo ha confidato Pa’, però ne va molto fiera e ne parla come se fosse la cosa che conosce meglio.
Tu lo hai mai visto? Magari, dopo che ti sarai ambientato, mi potresti raccontare qualche storia di giù e così diventeremmo buoni amici, come Pa’ ed Euriste. Sì, cioè, senza la parte del cavallone, intendo.
Comunque le Nonne stanno arrivando, ci penseranno loro a te, vedrai. Non sono così male quando impari a conoscerle. Per qualunque cosa, non farti problemi e vienimi a cercare. Basta che bussi alla mia porta che sta proprio… stava proprio lì.
Persa. Di nuovo.
Ci metterò un mucchio a ritrovarla.
Poco male, ci si abitua anche a questo. Dopotutto, le cose funzionano così nella Città Blu.

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