La ragione di Francis

La ragione di Francis

Realtà che collidono e troppo spesso si dimentica di comprendere per lasciare spazio a un’interpretazione dettata dai nostri limiti. Vincitore della Dragon Fest Live at Home Edition, un racconto di Mario Pacchiarotti.

 
Sto ritto sulla tolda, guardando il mare verso prua. La nostra meta è ancora lontana, ma non posso dimenticare che è una prigione il luogo in cui mi conducono. Sento i passi claudicanti del capitano dietro di me, ma decido di ignorarlo, fingendo di essere preso nei miei pensieri.
«Allora signor Bacon, ancora convinto che dovremmo smettere di navigare, cedendo il passo a quei mostri?»
Rispondo senza voltarmi. «Il mare è il loro regno, capitano. Il regno dei tritoni. Noi siamo gli estranei, qui.»
«Sirene, tritoni, potete chiamarli come vorrete, restano mostri. Ci hanno sorpreso in un primo momento, giacché li credevamo animali leggendari e non nego siano un problema per la pesca, ma per una nave attrezzata come la nostra… Non rappresentano un rischio.»
Scrollo le spalle. «Ho cercato di convincere la nostra amata Regina Elisabetta, ma a corte non ho avuto mai un gran seguito. Ho fallito. Tutti però pagheremo le conseguenze.»
Il capitano mi si affianca. «Devo ammettere che avete mostrato valore nel perorare la vostra causa. Ma era una causa sbagliata. Stiamo attrezzando ogni imbarcazione affinché vi siano uomini armati a bordo, siamo in guerra, ma la vinceremo come abbiamo vinto ogni volta che ci siamo schierati. Non saranno sirene dalla voce incantata e qualche guerriero con la coda di pesce a impedire di estendere il nostro dominio ai mari così come alla terra.»
Ho fatto questa discussione così tante volte che ho la nausea. Ma è più forte di me, tentare di aprire una mente ottusa. Faccio un ampio gesto ad abbracciare l’orizzonte di fronte a noi.
«Guardi. Guardi l’immensità dell’oceano intorno a noi, si estende a perdita d’occhio, più immenso di ogni nazione, più profondo di qualsiasi lago. Come possiamo competere con il nemico che abita questo sterminato regno? Perché non cercare un contatto? Perché non provare a comprendere, invece di uccidere?»
«Comprendere? Sono loro ad aver attaccato per primi. Come può dimenticare tutti i morti, signor Bacon? Innocenti, sterminati e divorati da quelle bestie immonde?»
Mi giro verso di lui e superando ogni etichetta lo afferro per le spalle.
«Che ne sappiamo noi di loro? Ogni giorno vengono uccisi capodogli e balene, si riempiono stive di pesce e molluschi. Le nostre navi solcano in lungo e in largo gli oceani e i mari. Non potrebbero essere questi affronti da lavare col sangue? Immagini se qualcuno venisse nei nostri verdi prati a sterminare pecore e mucche solcando i cieli con bastimenti più leggeri dell’aria. Cosa penseremmo? Non li considererebbe lei dei nemici?»
«Questo non potrebbe mai accadere. Agli uomini Dio stesso ha dato il dominio: siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra.»
Lo lascio e faccio un passo indietro.
«Cosa posso dire io, allora? Così sia, rinchiudetemi pure, l’amarezza più grande non sarà marcire in una cella, ma aver avuto ragione.»
Torno a guardare l’orizzonte e così credo faccia anche il capitano, che mi rimane a fianco. Non abbiamo altro da dirci, almeno per ora. Non è una cattiva persona, così come Elisabetta non è una cattiva regina, ma nessuno di loro è disposto ad accettare una verità più grande di quella tramandata dalla Bibbia, quella che ci insegna la semplice osservazione della realtà dei fatti.
Rimaniamo così a lungo. Poi un urlo spezza la nostra apatia. Sta succedendo qualcosa a poppa, ci voltiamo per capire di che si tratti, ma non occorre che nessuno lo spieghi, lo possiamo vedere da soli. Dal mare, nella scia della nave, si erge la testa smisurata di un animale fantastico. Scaglie e denti dominano, cedendo il primato solo a degli occhi di serpente, arancioni e malvagi.
«Sant’Iddio, un serpente marino» esclama il capitano, cominciando a dare ordini. «Armate i cannoni e state pronti a sparare, preparatevi per la virata a dritta.»
Molti uomini rimangono immobili, di certo paralizzati dal terrore di quella vista. La testa intanto si fa più alta sul lungo collo, più vicina. Sbuffi di vapor acqueo emergono dalle nari della bestia. Sembra guardare solo me, ma so che è un inganno della mia mente.
Il capitano continua a urlare ma solo alcuni dei marinai sembrano pronti a eseguire l’ordine dato.
Dall’acqua comincia a emergere il torso della bestia e poi…
«Non è un serpente, capitano» sussurro, afferrandogli il braccio. «Non è un serpente» ripeto, mentre l’essere dispiega le ali. Grandi, immense, gettano ombra e terrore su di noi, mentre battono l’aria sollevando in volo la creatura.
«È… è…» balbetta il capitano, malfermo sulle gambe.
«È un drago.»
Sono le ultime parole che dico, mentre lo ammiro alzarsi nel cielo, poi virare per tornare su di noi.
Aprire le fauci. Soffiare quel fuoco impossibile.
La cosa peggiore, è avere ragione.


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