Intervista ad Andrea Atzori

SPARTACO: Diamo il benvenuto ad Andrea Atzori, guest star di Minuti Contati per il mese di ottobre 2016. Autore della trilogia fantasy Iskìda della terra di Nurak.
 
ATZORI: Hello folks, grazie per l’invito. È un onore e uno spasso.
 
SPARTACO: Ciao Andrea, parliamo un po’ di Nurak, quest’isola liberamente ispirata alla Sardegna. Leggendo il libro si possono immaginare le coste frastagliate e le montagne dell’entroterra sardo, ma quanto c’è realmente della tua terra e quanto è frutto dell’immaginazione? Hai descritto dei luoghi reali?
 
ATZORI: Nurak rielabora i luoghi reali della Sardegna, sia da un punto di vista naturalistico che archeologico. Questo rappresenta un po’ un sotto-testo per il lettore sardo o che bene conosce l’Isola, che può così giocare a rintracciarne i volti. Chiaramente non potevo permettere che questi riferimenti fossero vincolanti da un punto di vista narrativo tanto meno descrittivo, altrimenti avrei soffocato Nurak in partenza.
 
SPARTACO: La cultura che presenti nella tua opera arriva dal neolitico sardo. La divisione in clan è in parte storia e i Giganti sono leggenda. Ci sono altri aspetti reali della storia dell’isola che hai inserito nel libro?
 
ATZORI: Nurak dipinge uno squarcio immaginario di tempo dove si compenetrano istanze culturali proprie tanto del Neolitico quanto dell’Eneolitico (Età del rame), unite all’Età del bronzo, quella in cui fiorì la civiltà nuragica. Dal punto di vista dell’antropologia culturale e della cultura materiale i romanzi cercano di essere il più possibile fedeli, così come per la botanica (Nurak presenta la flora endemica della Sardegna dell’Età del bronzo… con qualche libertà). Quindi sì, la fantasia è tenacemente aggrappata alla realtà. Inoltre, l’innesco della trama è un motivo intramontabile della storia isolana: gli invasori. Coloro che arrivarono dal mare per proclamarsi padroni senza alcun diritto.
 
SPARTACO: Una curiosità: gli incantesimi, che vengono pronunciati anche da Iskìda, sono in sardo?
 
ATZORI: Più o meno. In Nurak gli incantesimi sono detti Brebus (da “il verbo”) e così sono realmente chiamati dei tradizionali componimenti in sardo, tramandati dalla tradizione orale a uso magico-rituale. Diversi dalle preghiere, sono considerati autentiche formule magiche. Presentano però spesso dei sincretismi con il Cristianesimo, aspetto che non era compatibile con Nurak. Perciò, elaborando liberamente delle parole in sardo, ho inventato delle formule magiche composte da due elementi, che suonassero più immediate. Per sempio: Aurài-Entu (“Vento, ti invoco”), il “cavallo di battaglia” di Iski.
 
SPARTACO: Se Andrea Atzori fosse vissuto nella terra di Nurak, quale sarebbe stato il suo clan e quale il suo ascendente?
 
ATZORI: Bella questa. Direi il Clan della Murena. Le Murene sono l’unico clan di navigatori, e marinaio sono anch’io. Come ascendente però avrei il segno astrale del Cane, proprio come il clan di Iskìda. Per il sistema della magia (se ne possedessi il dono), sarei quindi uno stregone d’acqua “puro” (perché anche il Cane, in Nurak, è un segno d’acqua). Peccato, niente combo elementale.
 
SPARTACO: Come sono state accolte le avventure di Iskìda in Sardegna?
 
ATZORI: Sin da subito abbiamo avuto uno zoccolo duro di lettori e fan che sono stati un supporto prezioso e hanno tifato per noi durante i lunghi tre anni di scrittura della serie. Poi credo che la sua sorte sarebbe rimasta quella di un prodotto per appassionati del genere – quindi tutto sommato estraneo agli altri lettori – se non fosse stato per i recenti sviluppi. Questi hanno fatto scoprire Iskìda anche a chi ignorava cosa fosse un fantasy. È stata una piccola soddisfazione.
 
SPARTACO: Iskìda della terra di Nurak è una saga fantasy, una mostra di illustrazioni e potrebbe diventare un film. Quale delle tre cose è quella a cui non riesci ancora a credere?
 
ATZORI: Domanda tendenziosa. Ovviamente la terza. Il progetto del film è presente, attivo, mutevole, e forse proprio per questo mi riesce ancora difficile capacitarmi. Con il tempo però mi è capitato di ripensare anche ai romanzi in sé. All’inizio, averli scritti è stato “normale”, nel senso che era ciò che volevo fare, e l’ho fatto. Da poco però mi sono spesso ritrovato a guardare i tre volumi accoccolati sullo scaffale della libreria, con le loro mille e passa pagine, e di pensare: “Cavoli, li ho scritti io. Dovevo proprio essere rincoglionito.” (I beg pardon).
 
SPARTACO: Parte fondamentale della saga sono le illustrazioni di Daniela Orrù e Daniela Serri. Com’è nata la vostra collaborazione?
 
ATZORI: Non conoscevo Dany&Dany. È stato l’editore (Edizioni Condaghes) che, dopo aver letto il progetto in cui era indicata esplicitamente la necessità di un apporto grafico (sì, Iskìda è nata da un progetto. Se non fosse stato approvato, probabilmente non avrei scritto i romanzi), ha detto: “So io chi se ne deve occupare.” Così mi mostrò il loro portfolio e, be’, erano perfette. L’accoppiata fantasy classico + manga non piace a tutti, ma era la mia idea sin dall’inizio, e per certi versi si è rivelata vincente. Con Dany&Dany si è creato subito un feeling. Non stavano semplicemente “illustrando un libro”. Siamo un trio, siamo Iskìda.
 
SPARTACO: Una cosa che salta subito all’occhio entrando nel sito www.terradinurak.net è la bandiera con i Quattro Mori che precede quella dell’Italia e quella della Gran Bretagna. Che legame c’è tra te e la Sardegna? Ora che vivi in Germania come vivi il tuo essere sardo?
 
ATZORI: La bandiera è per passare alla traduzione in sardo (una lingua, non un dialetto) dei contenuti del sito, che non è stata ancora ultimata. Il messaggio però è abbastanza chiaro. È sempre difficile spiegare come un sardo senta la propria terra, quell’amore incondizionato e sofferto che forse è proprio di chiunque altro rispetto alla propria terra natia e in qualunque altra parte del mondo ma. Spesso, dall’esterno, questo sentire viene frainteso per mero campanilismo. Ma è qualcosa di più. Siamo “italiani” solo dal 1720 (paradossalmente un secolo prima dell’Unità, con i Savoia). Per i tre secoli precedenti eravamo spagnoli. Prima ancora siamo stati bizantini, romani, punici. E in questo perenne essere costretti a diventare qualcun altro siamo rimasti sempre sicuri di una cosa: di essere sardi.
 
SPARTACO: Ci saranno altre avventure ambientate nella terra di Nurak?
 
ATZORI: Forse, chissà. Ora sento il bisogno creativo di allontanarmi da Nurak. Ma è un mondo, esiste, è lì. Potenzialmente ci sono infinite altre storie da raccontare.
 
SPARTACO: Nei mesi scorsi si è concluso il primo atto che porterà sui grandi schermi Iskìda e la terra di Nurak. Che esperienza è stata girare il taeser cinematografico? Hai avuto modo di confrontarti con il regista Anthony LaMolinara? (NdR: Premio Oscar agli effetti speciali per Spider-man 2)
 
ATZORI: Stare sul set è stata un’emozione indescrivibile. L’adrenalina che si innesca per riuscire a portare a casa il risultato, coordinando un’intera troupe contro ogni tipo di imprevisto e con l’aggravante di essere consapevoli dei fondi spesi che potrebbero andare in fumo in un nulla, rasenta la dipendenza da sostanze stupefacenti. E ho capito che non fa per me. Io vivo nella Foresta Nera, guardo il bosco fuori dalla finestra e scrivo. Sono l’unico artefice dei miei mondi. Il cinema invece è un alveare in perenne subbuglio. Ciò non vuol dire che non tornerò più che volentieri sul set, se e quando capiterà. Con Anthony c’è ormai un rapporto di amicizia e stima professionale reciproca.
 
SPARTACO: Cosa si prova a essere il primo autore fantasy italiano dalla cui opera verrà tratto un film di stampo internazionale?
 
ATZORI: Tanta tensione, dovuta principalmente al fatto che non è assolutamente detto che ciò avvenga. 😉 Essere arrivati alla conclusione del teaser è già un sogno divenuto realtà, qualcosa che non avevo messo in conto per la mia vita, ma che è successo. Ciò che verrà dopo appartiene alle meccaniche dell’industria cinematografica, in cui soltanto LaMolinara potrà guidarci. Pur continuando a crederci e a lavorare, cerco di non dimenticare mai che sono più i film che non vengono realizzati rispetto a quelli che arrivano in sala.
 
SPARTACO: So che di recente hai iniziato a scrivere sceneggiature per i fumetti. Che differenza c’è con lo scrivere un romanzo?
 
ATZORI: Rispetto allo scrivere un romanzo, sceneggiare un fumetto è all’altro versante dell’arte, ovviamente molto più vicino al cinema. Sebbene il procedere per scene ormai sia diventato metodo assodato per la scrittura di fiction (soprattutto fantastica), la prosa rimane un flusso ininterrotto di linguaggio ed emozioni, in cui i cambi di scena sono un durante che si compenetra a dialoghi e descrizioni. Per il fumetto la testa deve funzionare con bipolarità, procedere in parallelo: le immagini sono immobili e linguisticamente mute, mentre i dialoghi continuano a parlare. E le due cose devono lavorare insieme.
 
SPARTACO: Sappiamo che tra qualche mese uscirà il tuo nuovo romanzo, pubblicato da Acheron Books, che si andrà a collocare nell’universo di Multiverse Ballad (Origami Edizioni, 2014). Puoi darci delle anticipazioni?
 
ATZORI: Il romanzo per Acheron si chiamerà Dal bronzo e dalla tenebra. Come potete intuire, sono tornato in Sardegna e nella stessa epoca. Non era mia intenzione. Ma Acheron mi ha – come dire – lusingato, e ho ceduto. Non è la terra di Nurak, è una Sardegna più reale, in cui il fantastico si cala nella speculazione storica e archeologica. È di una brutalità che ho raramente raggiunto prima in una storia, e per questo è agli antipodi di Nurak: un sardo potrebbe leggere cose della sua terra che non gli piaceranno. Il lettore fantasy invece troverà un’opera a cavallo tra Grimdark e Sword&Sorcery, nell’Età del bronzo. Il collegamento a Multiverse Ballad in realtà non è diretto, ma implicito. Tutto ciò che io scrivo è Multiverse Ballad. Anche Iskìda è Multiverse Ballad. Multiverse Ballad non è solo un romanzo, è la mia cosmogonia narrativa. In essa, tutto trova un posto.
 
SPARTACO: Quando hai scoperto la tua passione per la scrittura?
 
ATZORI: Con i giochi di ruolo, ovviamente. Ho fatto poi l’errore di credere che potessi esserci portato tanto da farne una professione, e di indirizzare la mia vita completamente verso il raggiungimento di quell’obiettivo. Ora è quello che faccio. Ho smesso da tempo di chiedermi se è giusto, sbagliato, conveniente, inopportuno, folle. La mattina semplicemente mi alzo e scrivo. Immagino possa guarire, però.
 
SPARTACO: Nonostante in Italia ci siano tanti bravissimi scrittori di fantasy, questo genere viene considerato ancora una nicchia. Cosa ti ha portato a scrivere una saga fantasy?
 
ATZORI: Era quello che volevo scrivere. Tornato dal master in editoria in Inghilterra, munito di qualche strumento in più e della necessaria dose di cinismo ho cercato di tradurre in “editorialese” ciò che volevo fare artisticamente. Così è nata Iskìda. Se avessi badato ai dati di vendita del fantasy in Italia avrei rinunciato in partenza. Ma se sono un professionista, non sono però ancora un mercenario. Bisogna amare ciò che si scrive per riuscire a scriverlo (tranne per le traduzioni; per quelle l’imparare a convivere con il ribrezzo è uno strumento tecnico che si affina con gli anni). E anche ammettendo che, con gli strumenti del mestiere, si riuscisse a scrivere bene qualcosa anche provando distacco nei suoi confronti, la domanda sarebbe: varrebbe davvero la pena farlo?
 
SPARTACO: Avrai avuto modo di conoscere altri autori italiani e di leggere le loro opere. Consigliaci qualcuno che secondo te merita un approfondimento.
 
ATZORI: Alcuni di coloro che mi sento di consigliare nel campo del fantastico vi sono sicuramente già noti. Parlo di Luca Tarenzi, Aislinn, Francesco Dimitri, Dario Tonani. Da poco ho davvero apprezzato Eternal War di Livio Gambarini e Italian Way of Cooking di Marco Cardone; in generale l’intera squadra che – con grande lungimiranza – la Acheron Books sta radunando attorno al suo marchio. Tra questi, forse non conoscete Massimo Spiga. Non perché è sardo (eh), ma mi sento di dire che è una delle penne più affilate che ci sono in circolazione, e a breve uscirà il suo nuovo romanzo. Per il resto stimo molto Davide Morosinotto. È un professionista immenso e la sua scelta di occuparsi di letteratura per ragazzi non ha mai vacillato; i sui concept e la realizzazione dei suoi romanzi sono però ottima letteratura per ragazzi, esattamente quella che può stappare i chakra di un lettore adulto molto più di tanta melassa neo realista. La lista continua ed è lunga, non me ne vogliano i tanti che non cito in questa sede.
 
SPARTACO: Prima di essere uno scrittore sarai un lettore. Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali quelli a cui ti ispiri?
 
ATZORI: Sono un lettore onnivoro. Insieme alla fiction cerco sempre di leggere in parallelo anche saggistica, specialmente storica; filosofia e storia delle religioni. Per la fiction provo a variare più che posso, in modo da saggiare gli stili dei vari autori, tanto che inizio saghe e trilogie di qua e di là, spesso lasciandole – ahimè – non perché non mi piacciano ma perché sento che non mi “servano” in quel dato momento. Lo so, è orribile. Ma that’s it. Ci sono autori però a cui torno regolarmente, e non potrei farne a meno. Nel fantastico contemporaneo leggo Brian McClellan (Promise of Blood) e Brandon Sanderson (Mistborn). Ho amato quella perla che è l’Orda del vento di Alain DaMasio, e poi sempre lui, il buon vecchio Joe motosega Abercrombie (“Ah, le teste sulle picche. Non passano mai di moda”). Al qual proposito, yes, leggevo anche Martin, prima. Poi il mondo è andato avanti. Come scrittrici, Ursula Le Guin e Robin Hobb, e per la fiction realista (o quasi), un nome tra tutti: Cormac McCarthy.
 
SPARTACO: Di commenti feroci se ne ricevono tanti e sicuramente anche Iskìda avrà avuto chi l’ha bistrattata. Come si affrontano le critiche, e qual è il modo migliore per reagire?
 
ATZORI: E il primo che la bistratta sono io. Scherzo… ma non tanto, nel senso che sono molto severo nei confronti di ciò che scrivo. Il fatto è che troppo spesso si dimentica una verità fondamentale e lo si fa proprio perché ovvia: a scrivere si impara scrivendo. Questa ovvietà si scontra con il fatto che un romanzo, o un racconto, ci immortalano in un dato momento creativo e di esecuzione, mentre noi continuiamo a divenire. Essere giudicati per qualcosa che non si è più genera sempre un sentimento di impotenza, perché il nostro unico margine di intervento è nel presente, è il migliorarci ora. Questa costatazione basterebbe a relegare ogni critica – anche quelle positive – in un ambito di speculazione che non deve riguardare il processo creativo. E con il tempo lo si impara. Detto ciò, Iskìda finora non ha ricevuto critiche troppo feroci (di “gamberettiana” memoria, se vogliamo), ma credo per puro caso. La sfera percettiva di un lettore rispetto a un testo, così come quella di un autore, è qualcosa di puramente soggettivo. E il tentativo di trascendere la soggettività appellandosi a soli criteri oggettivi è un paradosso semantico, perché questi, per le arti, esistono solo sino a un certo punto, oltre il quale risiede il mistero dei capolavori (che non sono mai solo tecnica). Viviamo però in un’era dove il “customer feedback” è diventato regola di costume: in appositi portali online si valutano anche i medici ospedalieri. Sarebbe interessante se si aprissero dei portali dove i professionisti possono invece valutare gli utenti. Ci faremmo tutti delle grandi risate, e forse il fenomeno verrebbe ridefinito da entrambi i lati per quello che è: l’apoteosi del nulla. (Scusate, mi sono dilungato. È sempre un argomento contenzioso).
 
SPARTACO: Qual è la critica che ti è stata più utile?
 
ATZORI: Non ve lo posso dire. È successo da qualche mese. È stato un editor, di quelli che hanno il dono dell’empatia, che non solo ha fatto la radiografia a un mio romanzo inedito, ma a me stesso e al mio rapporto con la scrittura. Mi ha fatto notare una cosa che ho sempre saputo e che pensavo di poter bellamente continuare a ignorare. È stata dura. Molto dura. Ma dalla notte al giorno mi sono sentito più forte di prima: avevo una nuova prospettiva di miglioramento.
 
SPARTACO: Cosa consiglieresti a un nuovo autore che cerca di affacciarsi nel mondo dell’editoria?
 
ATZORI: Di cambiare strada sinché è in tempo? Perdonate, suona una paraculata pazzesca, ma tant’è. Ci ho riflettuto a lungo negli ultimi tempi. La professione dell’autore soffre di un peccato originale che, nell’io di un artista, coverà sempre una frustrazione. Se è la creatività quella che avete, o che cercate, potrebbe essere espressa in mille altri modi, ed è quello che tutti noi – io compreso – avremmo fatto se fossimo nati in un altro tempo. E se è la scrittura la valvola creativa che sentite vostra, potete scrivere anche senza incatenarvi le caviglie con le aspettative del mercato. Siamo cresciuti con in mente il mito letterario dell’”autore”, di colui che vive del suo cammino artistico in cui un editore investe tempo e denaro. Ma questo non esiste più. È stato un prodotto di una data evoluzione editoriale, e l’evoluzione dell’editoria verso altre strutture se lo sta riprendendo. Volete davvero essere macinati in questa macchina? Per me forse è troppo tardi, ma fossi in voi ci farei un pensiero. (Lo so, non è quello che un giovane autore vorrebbe sentirsi dire. Ma io non dico di rinunciare alla propria passione: semmai di salvarla dalle grinfie della Storia).
 
SPARTACO: Ottobre 2016 sarà il mese della Atzori Edition. Non ti chiedo anticipazioni sul tema, ma un indizio su cosa vorresti trovare nei racconti ce lo puoi dare. Quando leggi, preferisci farti stupire, emozionare o cos’altro?
 
ATZORI: Credo che l’emozione sia il fine ultimo di ogni espressione letteraria. È il perché si scrive e il perché si legge. Spero di trovare racconti autentici. Scritti male, bene o meglio, su quello si potrà sempre lavorare (sto affermando che la sola forma impeccabile di un racconto non lo rende automaticamente un bel racconto? Esattamente. E torniamo al paradosso della critica).
 
SPARTACO: Cosa non deve mancare in un racconto?
 
ATZORI: Che domande… ovviamente la punteggiatura.
 
SPARTACO: Andrea Atzori sarà un giudice severo?
 
ATZORI: Sarò un giudice sincero. Basta?
 
SPARTACO: Siamo giunti alla fine di questa nostra intervista. È stato un onore parlare con te e lo sarà ancora di più averti come Guest di Minuti Contati. In bocca al lupo per i tuoi progetti.
 
ATZORI: Well, è stata una lunga intervista! È un onore per me essere qui. Ci vediamo nella mischia. (Sono io il lupo).

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