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Tutto quello che c’era da dire

Una parola è per sempre. Un racconto di Federico Guerri, guest star della Pisa Live Edition.

 
La prima parola di Amos Battista fu “mamma”. Gli scivolò dalla bocca al compimento del tredicesimo mese per poi non uscire mai più.
Seguirono “papà”, “pappa”, “nanna”, “nonna”, “nonno”, prima che i genitori si rendessero conto che il bambino pronunciava parole per mai più ripeterle e decidessero di portarlo da una logopedista. La dottoressa fece in tempo a vedergli sfumare “tata” dalle labbra per poi diagnosticare un raro caso di Disiterolalia, la malattia che impedisce di pronunciare per due volte lo stesso termine.
Compiuti i due anni Amos aveva compreso che, quando la mamma indicava un oggetto scandendone il nome, lui doveva limitarsi a far sì con la testa, memorizzare il suono e non ripeterlo se non assolutamente necessario.
A sei anni, la maestra delle elementari si rese conto che il disturbo era più grave di quello che si pensava. Amos non soltanto perdeva tutte le parole pronunciate ma anche quelle scritte. Si dissolsero “casa”, “cane”, “gatto” e “soqquadro” prima che si decidesse a insegnargli a scrivere soltanto sillabe che, più tardi, avrebbe composto in parole solo se ce ne fosse stato bisogno. Il bambino, che aveva imparato a disegnare benissimo, veniva interrogato con blocco e matita davanti. L’insegnante gli chiedeva di spiegare l’origine dell’uomo e lui schizzava in pochi secondi la trasformazione da Australopiteco a Uomo di Neanderthal.
A 10 anni, nel giorno della Prima Comunione, pronunciò la parola “Dio” credendoci davvero. La fede si sgretolò poco dopo ma non ci sarebbe mai stata la possibilità di alcuna bestemmia.
A 15 anni, mentre l’estate gli moriva attorno, disse “ti amo” a una ragazzina coi capelli rossi che non avrebbe mai più rivisto.
A 18 anni rimpianse d’averlo fatto.
A 40 si rese conto che aveva fatto bene e che quello dell’adolescenza sarebbe per sempre stato il più grande amore di cui si può essere capaci.
Frequentò il Liceo Artistico e il Conservatorio facendo della pittura e della musica il modo per raccontarsi. Cominciò a studiare le lingue straniere imparando termini nuovi che gli regalavano nuove emozioni e nuovo senso per poi distruggerle parola dopo parola
A 23 anni si dichiarò alla futura moglie componendo per lei una sinfonia e suonandogliela al piano. Alla fine dell’esecuzione lei, piangendo, disse “sì”.
Il giorno del matrimonio rispose “acconsento” al parroco perché un “sì” di soddisfazione gli era scappato di fronte al gol decisivo della sua squadra in Coppa dei Campioni, quando aveva diciott’anni.
Sua figlia, che lo amava profondamente, decise di cambiare più nomi nella vita. Ne assumeva uno e glielo riferiva, poi lo manteneva finché lui non lo usava per un complimento o durante un litigio. A nome usato, ne inventava uno nuovo. Amos era incredibilmente fiero di questo gioco.
Tra i 50 e i 52 anni, sentendo il vocabolario assottigliarglisi nel cervello, passò due anni pronunciando solo numeri. Pensava di poter ingannare la maledizione appigliandosi all’eternità della matematica. Quando si ritrovò a dover pronunciare “settecentomiliardiquattrocentoventiseimiladuecento” per chiedere la carta igienica alla moglie si trovò assurdo e decise di rinunciare alle cifre per provare coi neologismi. Furono anni di sbloffio, garaggiani e prelilli. Dopo un po’ lo annoiarono pure quelli.
A settant’anni acquistò un vocabolario e si mise a evidenziare tutte le parole che aveva usato in vita. Si rese conto che erano molte meno di quelle che gli mancavano e fu felice. Cominciò a usare spasmodicamente tutti i termini che gli restavano riempiendoli, con intonazione e movimento, di significati che non avevano. Usò “ornitorinco” al posto di “ti amo” e “delegabile” per dire “ho fame”, “extradiegetico” fu “sono felice”.
A ottant’anni aveva evidenziato quasi tutto il vocabolario.
“Tutto quello che c’era da dire è stato detto”, pensò.
Sul letto di morte gli era rimasta soltanto una parola.
Era la stessa parola che, a 15 anni, mentre l’estate gli moriva attorno, avrebbe voluto pronunciare alla ragazzina coi capelli rossi. L’aveva conservata fino a quel momento lucidandola in bocca come un sasso di fiume.
“Addio”, disse Amos.
Il vocabolario si chiuse.

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