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Sangue e Anima – Eternal War

Un racconto della guest star della Summer Edition. Livio Gambarini ha voluto omaggiare Minuti Contati con quest’inedito che diverrà anche il prequel del suo romanzo ETERNAL WAR.

 
A.D. 1087
 
Il dolore esplode dietro il mio orecchio destro. Il mondo diventa bianco.
I ciottoli appuntiti della strada mi feriscono i palmi e le ginocchia, l’odore di sterco di cavallo mi invade le narici. La voce di Piero incombe su di me: «Hai finito di usarmi per arricchirti, figlio di bordello!»
Un altro tuono di dolore alla nuca.
 
Mi alzo in un crepuscolo spettrale.
La strada è grigia. L’Arno gorgogliante è grigio. La foresta, il roveto di more selvatiche, il fico sopra la mia testa, il cielo oltre le foglie trilobate: tutti i colori sono stati risucchiati via. Tranne che Piero: Piero è una chiazza arancione cupo che spicca su tutto il resto.
«Che mi hai fatto? Bastardo, che mi hai fatto?»
Il mio garzone ha gli occhi bassi, non risponde. Una pietra scivola dalla sua mano: luccica di un liquido scuro. I tratti delle sue labbra si muovono in un mormorio carico di odio.
«Ben ti sta, avido verme sfruttatore. Avresti venduto anche tua madre, se non fosse già stata in vendita.»
Il colore di Piero sta cambiando: dall’arancione cupo vira al rosso, come il ferro di forgia che raffredda nell’aria di gennaio. Gonfia i polmoni, dalla gola prende uno scaracchio, sputa con forza ai miei piedi. Sogghigna soddisfatto. Abbasso lo sguardo.
Il mio cadavere mi guarda con gli occhi sbarrati.
Una lama di terrore mi attraversa la mente. Non rivedrò mai più mio figlio. Urlo. Un urlo alieno, orripilante. Questa non è la mia voce! La mia gola non sta vibrando, è come se un parassita annidato nella mia gola stesse urlando al posto mio. Mi tasto il collo: il mio tocco è una sensazione assurdamente inerte, come un oggetto urtato per sbaglio. Un panico schiacciante mi morde la pancia. Urlo di nuovo, ancora più forte, con tutto il fiato che ho in corpo. L’urlo si prolunga e si diffonde tra le fronde grigie degli alberi.
Da quanto tempo sto urlando? Il mio urlo non sta consumando il mio fiato. Potrei continuare all’infinito… Smetto. Devo calmarmi, tornare padrone di me.
Piero afferra le caviglie del mio cadavere e lo trascina verso la macchia di cespugli. Perché solo Piero è colorato?
Solo ora mi accorgo di quanto faccia freddo. Mi stringo le braccia sul corpo, mi guardo intorno. Minuscole creature si rincorrono tra gli sterpi del sottobosco. Sono sorci? Faccio qualche passo.
Sono persone: minuscoli fanciulli con teste di noce, pigna o riccio di castagna. Lottano gli uni contro gli altri, come se cercassero di impedirsi a vicenda di piantare i piedi nel terreno. Rabbrividisco. «Dio onnipotente, proteggimi!»
Lo sbuffare di una bestia mi fa voltare: lungo la strada è comparso un carretto carico di legname. Piero dà un ultimo strattone al mio cadavere e si acquatta tra le foglie. Il colore della sua figura sta mutando di nuovo: una venatura giallo limone gli scende per il dorso, irraggiandosi nel corpo fino a renderlo color tuorlo d’uovo. Sono le sue emozioni, quelle che sto vedendo? È un brivido che gli scivola lungo la schiena, per la paura di essere visto?
Sulla strada, il carrettiere è una chiazza lavanda chiaro. Conduce per il morso un bue, grigio come tutto l’ambiente. Mi piazzo in mezzo alla strada e allargo le braccia: «Deh, tu! Laggiù c’è un assassino, m’ha appena ammazzato!»
L’uomo prosegue fischiettando, il carro mi passa attraverso come una brezza lenta. Non mi ha visto, non riesce a sentirmi. Sono diventato uno spettro? Seguo il carrettiere, gli afferro il braccio lavanda. È come toccare un paiolo bollente.
«Ah!»
Una scarica di terribile estraneità si irradia attraverso la mia anima. Cerco di ritrarre la mano ma non posso, il dolore mi paralizza. Dalla mano mi pulsa in ondate lancinanti lungo tutto il corpo, anche se non ho più corpo. Formicola come uno sciame di termiti affamate.
Sono bloccato. Immobilizzato.
Il carrettiere prosegue lungo la sterrata. Appena sparisce dalla mia vista, Piero si alza dai cespugli e inizia a rovistare sul mio cadavere. Scioglie la borsa dell’argento, si guarda attorno e la nasconde dietro la diramazione di un albero. Torna sul corpo, trova il mio ciondolo.
«No! Il portafortuna di mia madre!»
Piero strappa il cordino e lo alza davanti agli occhi.
«Lascialo stare!»
Mia madre me lo diede la notte in cui morì. Mi disse di indossarlo finché non avessi realizzato il mio sogno di diventare un cavaliere. Quel sogno non si è avverato. Mi divincolo, mi sforzo, ma il mio spirito è paralizzato. Come se non bastasse, il formicolio aumenta. Cresce, cresce ancora, prima alle estremità e poi in tutto me stesso: sta per succedere qualcosa di grande e inevitabile.
Davanti a me balena un mantello nero. Uno scintillio fugace di metallo, poi la strada piomba nelle tenebre.
 
Sfumature di buio nell’oscurità. Mormorii demoniaci. Sibili da ogni direzione, come una pioggia di oggetti in caduta attorno a me, senza un terreno su cui impattare. I rumori della foresta e di Piero ci sono ancora, ma appena smetto di ascoltarli smetto anche di sentirli finché non li cerco di nuovo.
Un puntino dorato compare nelle tenebre sopra di me. Aguzzo lo sguardo.
Forse potrei provare ad avvicinarmi? Spingo la mia volontà in quella direzione e il mio corpo inizia a volare.
Sto volando! Ed è naturale quanto sporgere un braccio! Il puntino diventa più grande e più brillante. È il Paradiso? Mi sta chiamando? Sono stato un cristiano migliore di tanti altri, forse potrei raggiungerlo. Provo ad avvicinarmi ancora; sì, ci riesco!
Scivolo in quella direzione. Smetto di avere braccia e gambe, mi appuntisco e mi affusolo come una stella cadente, per essere più veloce. È meraviglioso.
Prima di lasciarmi tutto alle spalle, ascolto un’ultima volta i rumori del luogo dove giace il mio cadavere. Sono nebulosi e remoti, ma distinguo lo stesso la voce di Piero.
«E ora facciamo visita a tuo figlio.»
Spalanco le braccia e le gambe per frenare il mio viaggio nelle tenebre. Un bruciore infernale mi avvolge. La sensazione corporea che più ci assomiglia è quella di interrompere una pisciata prima di aver finito. Ma non è un piccolo getto che sto interrompendo: è una cascata, un fiume in piena, un’energia scrosciante trattenuta per anni dentro un piccolo corpo di carne.
Ogni brandello della mia anima mi sta urlando di lasciarmi andare. Ma non lascerò mio figlio in mano tua, bastardo: gli ho promesso che non l’avrei mai lasciato solo. Gli ho promesso che gli avrei insegnato a cavalcare.
Il mio spirito brucia e si consuma e il dolore è lancinante, ma la caduta sta rallentando. Finalmente mi fermo. Non importa se brucia, devo tornare indietro. Per la Vergine! Non trovo più il luogo da cui sono partito. Era un posto qualunque. C’è un luogo in cui forse potrei tornare anche in questa condizione, l’unico che abbia davvero senso per me e che riesco quasi percepire.
Casa.
 
Emergo dalla scansia delle provviste, sbilanciato dal volo. Agito le braccia, non riesco a recuperare l’equilibrio.
Finisco addosso a mia moglie.
Uh? Mi aspettavo un dolore lancinante come quando ho toccato l’immagine del boscaiolo, invece attraversando Lucia ho avvertito solo un fremito familiare. È perché siamo marito e moglie?
La sua figura è tenue, color pesca. Anche quel colore corrisponderà a un’emozione? Lucia si asciuga il sudore dalla fronte, lancia un’occhiata alla porta e riprende a sbriciolare le foglie di alloro con un sasso levigato.
«Lucia? Mi vedi?»
Non risponde. Mi affaccio alla finestra, i miei palmi attraversano la pietra serena come fosse nebbia. Avanzo di due passi, sono dietro la casupola. Due folletti dalle orecchie pelose stanno rovistando nel trogolo del maiale. Voltano le teste verso di me, strabuzzano gli occhietti e schizzano via come volpi.
Carlo è nell’orto: la sua sagoma da ragazzo malnutrito spicca sul grigio con un color turchino brillante. Sta bagnando i cavoli con un secchio, canticchia la canzone che gli ho insegnato la settimana scorsa. Ha l’aria così placida.
Mi avvicino a lui: «Figlio mio.»
Alzo la mano verso il suo viso, poi mi fermo. E se succedesse di nuovo come alla strada? Non voglio andare in Paradiso, non ancora. Ma se ho potuto toccare Lucia, forse…
Sfioro la guancia di Carlo, attraversandola di poco. Un brivido di benessere mi attraversa e mi pervade: è una sensazione di amore, robusta come il vino schietto. Le mie dita però lasciano tracce nerastre, che si arricciano nell’azzurro di Carlo come se la sua anima fosse uno stagno cristallino, e io un pezzo di carbone. Ritraggo la mano.
Ho potuto toccare lui e Lucia, ma non il carrettiere. Forse è questione di familiarità: posso toccare solo le anime delle persone che fanno parte della mia famiglia? Avrebbe senso, credo.
«Carlo! Lucia!» dice un’odiosa voce alle mie spalle. Mi volto: Piero si avvicina lungo la strada. È sporco di polvere, ha una ferita sullo zigomo. I colori della sua anima sono strani: all’interno è verde marcio, ma vicino ai contorni è blu come il cielo di sera. Cosa sta macchinando, quell’assassino?
«Una sciagura… terribile…»
Il garzone mette una mano sulla spalla di Carlo. «Siamo stati attaccati dai banditi. Tuo padre è morto.»
Attraverso lo steccato e mi paro davanti a lui. «Cane bugiardo! Ti prenda il Diavolo!»
Sulla porta, mia moglie si copre la bocca con le mani. La pietra levigata che aveva in pugno rotola ai suoi piedi, come il sasso che Piero ha usato per spaccarmi la testa.
I colori dei miei famigliari lampeggiano di arancio e di bianco, poi si increspano di onde scure e nel giro di pochi istanti diventano blu torbido.
«Sono riuscito a respingerli» biascica quel bastardo, «Ho fatto di tutto per salvarlo, ma era ferito gravemente.»
Le lacrime colano dagli occhi di Carlo. «Aveva giurato che non mi avrebbe lasciato solo.»
«Non ti lascio, Carlo!» Getto le braccia al collo di mio figlio.
Il suo spirito è consistente: lo stringo con tutte le mie forze. Questo blu torbido è completamente diverso dal turchino di prima: il suo dolore mi investe con la forza di una cascata. Piango. Non sapevo di poter piangere ancora.
Accanto a lui, Lucia ha il capo chino.  «Mio marito ha detto qualcosa, prima di…?»
«Sì. Mi ha detto di dare questo a Carlo.» Il bastardo cava di tasca il ciondolo di mia madre. «E poi mi fatto promettere che avrei badato a voi, e che avrei portato avanti l’attività come avrebbe fatto lui.»
«Lurido infame…!»
Con il corpo scosso dai singhiozzi, mio figlio allunga la mano verso il ciondolo a forma di ferro di cavallo. Stringo forte le sue spalle ossute, avvicino la bocca al suo orecchio: «Fermati, Carlo! Non devi credergli!»
La mano di mio figlio si ferma.
Il minuscolo ferro di cavallo ondeggia dal cordino strappato. Mi ha sentito? Ha avvertito la mia presenza? Devo riprovarci.
«È un bastardo, Carlo! È lui che mi ha ammazzato!»
Mio figlio singhiozza, immobile. Chiudo gli occhi, mi concentro sul mio legame con lui. Proietto tutto il mio essere attraverso le mani che gli stringono le spalle. Il dannato formicolio ritorna, le mie dita si irrigidiscono, ma non smetto.
Dopo un istante, la mano di Carlo scatta in avanti e strappa il ciondolo dalla mano di Piero.
«Io non ti credo» sibila mio figlio, «So che sei stato tu!»
Piero sgrana gli occhi, il suo colore diventa quello della paglia.
«Bravo, Carlo!» Lascio le spalle di mio figlio un attimo prima che il contatto mi paralizzi del tutto. Lucia lo abbraccia stretto, la sua anima mi sospinge indietro.
Piero balbetta qualcosa, probabilmente riuscirà a farla franca. Ma ormai è fatta: ora so che anche da morto posso fare qualcosa per vegliare sulla mia famiglia e assicurarmi che cresca felice e prospera.
Chiudo gli occhi, cerco di mantenere il controllo, mi concentro sul mio respiro. Anche se non ho davvero bisogno di respirare. Non è il momento di andarmene. La mia famiglia ha bisogno di me.
 
A.D. 1125
 
Due fanti fiorentini escono dalla casa della mia famiglia. Hanno sacchi pesanti sulle spalle. Un terzo soldato lancia un’occhiata alla parte nuova della casa e lancia una torcia sul tetto di paglia. La pece si infiamma subito.
Sul vialetto, Carlo si muove. La sua anima si stacca dal corpo martoriato e si alza barcollando. Si guarda attorno con la bocca aperta, si porta le mani nei capelli brizzolati.
Non riesco a non ripensare a quanto rimasi sbigottito io, la prima volta che vidi le Lande dello Spirito.
I suoi occhi si posano su di me. «Padre! Sei tu!»
«Ciao, Carlo.»
Allargo le braccia e lo stringo. Ora che siamo entrambi anime disincarnate, la nostra sostanza è di nuovo la stessa.
«Sapevo che non mi avevi abbandonato!»
«Te l’avevo promesso. Ho badato a te ogni giorno. Hai avuto una vita felice, no?»
«Cos’è questo posto?»
«Sono le Lande dello Spirito: l’anticamera dell’Aldilà. In pratica è l’ombra e l’impalcatura che regge il mondo della Materia. Tra pochi minuti riceverai il richiamo e potrai raggiungere il Creatore.»
Carlo si guarda attorno: il villaggio di Riva di Fiesole sta bruciando, il grigio è punteggiato dalle anime colorate degli umani. Una nebbia emozionale rosso-arancione forma una cappa sopra il massacro, addensandosi un po’ di più a ogni morte.
«Oh, santa Vergine! I fiorentini hanno… hanno…»
«Va tutto bene, Carlo. Ciò che conta è lasciare una traccia dietro di noi. Io ho lasciato te, e tu hai lasciato quattro figli meravigliosi che proseguiranno la nostra linea di sangue. Soprattutto Giamberto: ha fiuto per gli affari e non si lascia mai fregare, diventerà un buon capofamiglia.»
«Ma mia moglie… i miei amici…»
«Morire fa parte della vita. Il momento giunge per tutti, e ora è venuto il tuo: l’Aldilà ti aspetta.»
Carlo aggrotta le sopracciglia. «Tu… non vieni?»
Scuoto la testa: «Io resterò qui nell’area di transizione, a guidare i tuoi figli come ho fatto con te. Funziona così, sai? Quasi tutte le famiglie hanno uno spirito custode. In origine è il fantasma di un capofamiglia, ma con l’andare delle generazioni si muta in qualcosa di più. Si chiamano Ancestrarchi, sono i veri signori del mondo.»
Carlo apre la bocca, la richiude. Mi fissa. La apre di nuovo, e il tono è basso e roco:
«Avevi giurato che saresti rimasto con me.»
«L’ho fatto, e ora rimarrò con i tuoi figli, e i figli dei tuoi figli.»
«Non è questo che avevi giurato! Non è…»
Lo colpisco con un pugno allo stomaco. Lui sgrana gli occhi e si piega a metà. Intreccio le dita delle mani e calo un colpo sulla sua nuca. Scintille azzurre schizzano nel grigio delle Lande. Lo spirito di Carlo crolla a terra.
«Un Ancestrarca che conosco mi ha spiegato come funziona. Devo spaccare una parte della tua essenza e assorbirla per diventare più potente.»
Carlo è a terra. Gli sferro un calcio in faccia, un piccolo fulmine attraversa l’aria; lui si contorce e si lamenta.
«Mi dispiace, questa parte è la più sgradevole. Ma mi hanno assicurato che dalla prossima generazione andrà molto meglio. Sarà meno doloroso e più solenne. Il fatto è che non ho nemmeno un drappo colorato.»
Carlo smette di lottare e si rannicchia, coprendosi il viso. È sempre stato gracile sia nel corpo che nell’anima. Continuo a colpirlo.
«I drappi sono il primo potere degli Ancestrarchi, sai? Servono a modificare il colore emotivo dei tuoi consanguinei vivi, e in base alle situazioni spingerli a fare quello che vuoi. Tu mi darai il mio primo drappo. Speriamo che tu abbia un buon colore…»
Gli infilo la mano in bocca, afferro la lingua, do uno strattone prima che Carlo si riprenda abbastanza da mordermi. La lingua cede con un gorgoglio prolungato e si sradica, trascinando fuori dalla bocca fasce muscolari e scampoli di spirito, dei colori emotivi più radicati dell’anima di mio figlio.
Oh, che bellezza! Uno degli scampoli è dello stesso turchino brillante del primo giorno in cui lo vidi da morto: il colore della soddisfazione di quel che si ha, o di ciò che si sta facendo. Ottimo per i rinforzi positivi. Afferro quello scampolo, mi incido il polso sinistro con l’unghia, infilo il tessuto spirituale tra i miei tendini. Concentro la mia essenza. Lo trovo. Lo accolgo, inizio a nutrirlo. Ecco fatto.
«Ci metterà almeno un anno per crescere abbastanza. Quando sarà diventato un drappo, però, potrò usarlo su tutti i miei consanguinei. Grazie mille, Carlo. Spero che tu capisca che è per una buona causa.»
Mio figlio vibra a terra, in preda agli spasmi. Ha le braccia abbandonate ai lati del corpo. L’orrenda bocca vuota sembra un pozzo sepolcrale, gli occhi mi fissano con un misto di terrore e agonia.
Gli rimetto a posto la lingua. Carlo chiude gli occhi, tossisce, si gira su un fianco. La sua anima è diventata trasparente, presto un Tristo Mietitore aprirà una porta per l’Aldilà. Da oggi sarò in grado di farlo anch’io, nella dispensa di casa.
Carlo riapre le palpebre e mi fissa con un barlume di lucidità, che ha tutta l’aria di essere l’ultimo: «Tu… non sei mio padre!»
«Non più. Ora sono Kabal l’Ancestrarca, e mi prenderò cura della nostra famiglia a qualunque costo.»

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Livio Gambarini

Livio Gambarini è un giovane filologo di origini bergamasche. Vive a Milano, dove è editor freelance e tutor del corso “Il piacere della scrittura” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Inizia a pubblicare racconti di vario genere nel 2011, che negli anni gli valgono diversi premi e podi letterari, tra cui Horror Polidori (Nero Press 2013), Parole di Vapore (Liberodiscrivere 2013), Chrysalide – fantascienza (Mondadori 2013), Matrix Anthology (Homo Scrivens 2014) e Scrittori in Carrozza (Ponte alle Grazie 2014). È del 2014 anche il suo primo romanzo storico, ambientato nel Trecendo in Lombardia, Le colpe dei padri (Silele Edizioni). Sempre del 2014 è la novella fantascientifica ASAP: Tempi che corrono, scritta a sei mani con Marco Cardone e Polly Russell e prima classificata nello Special Skannatoio n° 1 del forum LaTelaNera. Nel giugno 2015 pubblica per Acheron Books il romanzo historic fantasy Eternal War: Gli Eserciti dei Santi, con protagonista Guido Cavalcanti e gli spiriti della Firenze della Divina Commedia. Ha frequentato un corso di sceneggiatura di fumetti con Adriano Barone e corsi di scrittura creativa con Marco Carrara, Raul Montanari e Giuseppe Lupo. Modera il forum per scrittori del portale LaTelaNera.it.


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