Amanda

Amanda era l’amore e il dolore della mia vita.
Amanda era come il profumo della benzina: estasiante, piacevole, dannoso, corrosivo.
L’amavo e la odiavo, per quanto non mi avesse mai fatto nulla, se non donarmi il suo amore.
Tutto perché non ero stato il primo. Ero l’ottavo. Carlo, Tommaso, Kevin, Roberto, seppur per poche settimane, Gregorio, Emanuele e il secondo Roberto. Nomi che avevano fatto parte delle sue giornate, che le avevano accarezzato i capelli, baciato le sue labbra, condiviso il suo letto. Ero un Cristoforo Colombo anticipato dai vichinghi. Li sognavo di notte, fantasmi che sollazzavano nella sua testa.
Fortuna che non sono mai stato un uomo qualunque. La mia intelligenza è sempre stata oltre il normale e deve essere per questo che Amanda si era innamorata di me. Io sono l’inventore della macchina del tempo.
Non potete neanche immaginare le facce di tutti e sette, quando si sono ritrovati davanti a me, armato di pistola, pronto a ucciderli prima d’incontrarla e invitarla a uscire. Sette colpi, lucidati uno a uno, prima di metterli nel caricatore. E me li sono fatti bastare. Carlo ha pianto. D’altronde, aveva solo quindici anni, che potevo aspettarmi. Però anche Emanuele ha pianto e lui ne aveva trentuno. Roberto, il secondo, aveva provato a offrirmi del denaro, pensando fossi un ladro. Stupido. Credeva che con quello potesse comprare tutto. Era per questo che Amanda l’aveva lasciato.
L’altro Roberto, invece, era rimasto impalato tutto il tempo. Neanche la soddisfazione di avere la benché minima reazione.
Uno alla volta mi sono tolto di dosso le loro zavorre. Avrei avuto Amanda tutta per me. Sarei stato il suo unico uomo. L’unico della sua vita.
Quando tornai indietro, dopo il mio pellegrinaggio attraverso gli anni passati, mi sentivo in qualche modo più leggero.
Amanda era mia. Amanda era la luna e io ero il suo Neil Armstrong.
La portai fuori a mangiare e le feci preparare in anticipo il suo piatto preferito.
Solo che non era più il suo piatto preferito. Mi disse che, in realtà, amava il fish and chips. Le risposi che si sbagliava. Erano tre anni che stavamo insieme e mai mi aveva detto una cosa del genere. Mi raccontò di come se ne fosse innamorata il giorno in cui si trasferì a Londra per gli studi, dopo essersi lasciata con Francesco.
Rimasi di sasso. Non sapevo fosse mai andata a Londra e non sapevo di Francesco. Le chiesi se fosse stato prima o dopo di Kevin, ma lei non conosceva nessun Kevin. Non conosceva nessun Tommaso, Carlo o Gregorio. E questo non mi sorprese, mia dolce Amanda. Li avevo uccisi tutti, uno per uno. Prima che tu potessi conoscere i loro baci e le loro attenzioni.
Però conoscevi Francesco. E conoscevi Lorenzo, Pasquale, Hans e Roberto. Ma non Roberto coi soldi. Nemmeno quello imbambolato. Questo era diverso e mi è sembrato che un Roberto non dovesse mai mancare nel tuo repertorio.
Impazzii. Non erano più loro, erano altri. E tu non eri più tu, ed eri un’altra. Eri quella dei piatti inglesi. Non più Sergio Leone, ma Christopher Nolan. Non i Coldplay, mai ascoltati. Solo e soltanto musica italiana.
Chi sei, Amanda? Amanda, la mia rovina, il mio dolore. Amanda, non sei più il mio amore.
Mi lavai le mani sporche con insistenza. Rividi il pianto di Carlo e piansi pure io. Amanda, sei ancora mia, ma non sei più Amanda.