Io e T

Paesi abbandonati, T-Rex e mulini dimenticati… Passato, presente e futuro negli occhi di chi ha più ricordi che vita. Un racconto di Maurizio Bertino.

 
Io e t
 
La prima volta che lo vidi stava sulla collina. Sulle prime stropicciai gli occhi: era enorme, alto quanto il Mulino che gli stava a fianco. Già, il Mulino… Fu costruito prima ancora che nascessi, in onore di un figlio perduto che amava viaggiare e leggere Don Chisciotte. Il padre di quel ragazzo terminò la sua opera e morì. La madre lo curò fino a quando la vecchiaia glielo permise. Poi, semplicemente, rimase lì e divenne il simbolo del mio paese.
Ma sto divagando.
«Ehi! Che ci fai tu lì!» urlai pur sapendo che da quella distanza non poteva sentirmi.
Cinque minuti dopo T, l’ho chiamato così perché con Rex si chiamano i cani, era nel mio cortile.
Da bambino lo studiavo sul Grande Libro della Preistoria, da ragazzo andavo al cinema a vederlo nei film, da adulto lo ricordavo con tenerezza, tempi andati, i problemi ormai erano altri. Ora, anziano, lo porto a passeggiare tutte le mattine intanto che faccio il mio giro.
«Buongiorno signora Luisa! Bella giornata, non trova? Stia attenta, T sorride sempre, ma di stamane s’è già mangiato la signora Olga, di nuovo, voleva accarezzarlo e non è che posso definirlo ammaestrato, proprio no. Mi stia bene!»
Gli ho costruito un mega guinzaglio, ma se tira perché vuole andare fino a lì per mangiarsi qualcuno non è che posso sperare di trattenerlo. Mi punto con i piedi, ma alla fine la vince lui, sempre. E dire che tutte le mattine passo dal Ticio per raccattare il pane d’avanzo, quello ch’è venuto duro e che non vende.
«Grazie Conce» faccio alla signora in cassa «Oggi T è particolarmente affamato, s’è già mangiato il macellaio». E lei sorride come sorrideva sempre alla mia mamma. Erano amiche, la mia mamma e la Conce e il marito della Conce era amico del mio papà e insieme andavano alla grengia, una delle baite sopra il paese, quasi a metà del monte e da là guardavano la città in lontananza. Ogni tanto ci porto T, su alla grengia. Lassù posso lasciarlo libero, gli piacciono i cinghiali. Il problema sono gli escursionisti, ma non è che posso stare attento proprio a tutto, insomma.
Al termine del mio giro trovo sempre Luca ad aspettarmi a casa, è un bravo ragazzo.
«Papà, sicuro che non vuoi trasferirti da noi, in città? Sono pochi chilometri, cinque minuti, prometto che ti porto in paese tutti i giorni così ti fai la passeggiata. Sono preoccupato, qui non è rimasto nessuno, con chi puoi parlare? Almeno hai smesso di raccontarmi del tuo T-Rex immaginario…»
Sorrido e prendo la busta che mi porta: pane, pasta, sughi, shampoo, la solita spesa. Lo accolgo in casa, facciamo una partita a Mario Kart. Videogiochi, una vecchia passione che ci tenevo a tramandare: Luca è gentile e ogni volta mi accontenta.
«Ciao papà, ci vediamo domani».
Quando torno da T s’è mangiato il resto del paese. Lo mando a dormire strigliandolo a dovere. Sta nel garage grande, quello dove tenevo l’ammiraglia, si trova bene.
Una volta solo, mi fermo in cortile, chiudo gli occhi e ascolto il vento. E lì, nel buio, nel frinire dei grilli o nello sferzare della pioggia, nel silenzio della neve o nel torrido dell’estate, mi asciugo una lacrima prima di andare a dormire.