Nel mezzo del cammin di nostra vita

Il professore era chino sullo scrittoio, con il capo incassato tra le spalle. Il sole di mezzogiorno irrompeva nella stanza attraverso una finestra ormai priva di sbarre, arrossando la stempiatura del vecchio.
Floriana entrò nella cella e si avvicinò in punta di piedi per non disturbare l’anziano insegnante: era una delle prime persone che aveva assistito quando era entrata nel manicomio. La donna si accomodò su una seggiola e intrecciò le mani sulla gonna bianca. Aspettò che l’uomo si accorgesse della sua presenza e poi lo salutò.
Lui corrugò la fronte e contraccambiò con un rapido cenno e un borbottio rauco, poi tornò a intessere di scritte fittissime la pila di fogli sgualciti.
La ragazza raccolse uno di quelli che era caduto terra e lesse: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita”. Si accorse che anche le altre pagine sparse per il pavimento erano compilate nella stessa maniera.
Floriana ruppe il silenzio: «La stanno aspettando fuori dall’istituto, professore».
L’anziano la ignorò e continuò a salmodiare, in sussurri spezzati, quello che stava trascrivendo.
«Le ho preparato le valigie con i suoi oggetti personali» continuò lei, mantenendo un tono gioviale. «Gliele ho caricate sulla Seicento di sua nipote. Appena si sente pronto possiamo andare».
L’uomo si grattò la barbetta bianca e ispida, come se avesse del prurito.
«Va tutto bene, Floriana?» Il rettore del centro aveva fatto capolino nella stanza occupando l’uscio con il suo fisico imponente e slanciato.
«Sto convincendo il professore a venire via» fece lei.
«Carlo, vecchio mio» vociò allora il direttore in tono allegro. «Come sta andando con la scrittura?»
L’altro si girò versò di lui e un sorriso sdentato gli scaldò il volto segnato dalle rughe: «Buongiorno, dotor».
Il rettore sbirciò tra le scartoffie e poi fischiò: «Il primo canto della Divina Commedia di Dante. Bene!» Poi sembrò accigliarsi: «Allora professore, dopo tutto questo tempo si sarà stufato di stare qui. Gli altri hanno già lasciato l’istituto. Le piacerebbe vedere cosa c’è al di fuori del Parco di San Giovanni?»
L’altro parve rimpicciolirsi a quella proposta e un’espressione di paura gli incrinò il viso. Il vecchio si aggrappò allo scrittoio con le mani scheletriche, come se temesse che lo portassero via a forza.
Il direttore mantenne uno sguardo imperturbabile, poi prese la penna e tracciò una scritta su un pezzo di carta. Glielo passò a Carlo.
Il professore contemplò la scritta. Spalancò la bocca in un’espressione di stupore quasi caricaturale. Infine si alzò e porse il braccio a Floriana: «Dov’è mia nipote?»
La ragazza lo sostenne e lo accompagnò fuori, accarezzandogli la mano.
Quando lei tornò di nuovo nella stanza, il rettore era appoggiato sul davanzale della finestra, intento a rimirare il paesaggio: da lì si poteva abbracciare l’intero comprensorio dell’ospedale psichiatrico, ormai svuotato.
L’uomo si girò: «Floriana, grazie. Anche questa è fatta».
«Grazie a lei, dottor Basaglia, ma come l’ha convinto?»
«Gli ho solo ricordato che basta un pizzico di coraggio per uscire, se non da dove pensava di essersi smarrito, almeno da questa prigione».
Floriana lesse il foglietto di carta che lui le porse: “E quindi uscimmo a riveder le stelle”.