Paralisi

Apro la porta e scendo le scale senza badarci.
Ho la borsa a tracolla e la sacca della spesa e le sento appena.
C’è il sole e i finestroni del vano delle scale sono spalancati per fare entrare aria di primavera.
Oggi è sabato e mi preparo tutta euforica ad andare a fare la spesa prima e un giro in centro poi.
Attraverso il primo incrocio tutta contenta, ma al secondo, mi blocco: la corsia è a doppio senso e io non riesco a fidarmi a muovere il primo passo.
Eppure.
Mi guardo intorno e i tigli secolari sono sempre gli stessi: le case davanti alla strada anche.
Alzo gli occhi ai balconi e noto i tappeti appoggiati alle ringhiere, sposto lo sguardo sulle finestre spalancate dalle quali giunge il rumore di aspirapolveri e panni stesi.
Mi sento sollevata, pronta ad affrontare la doppia corsia, ma ecco, un sorpasso da destra mi blocca sul ciglio.
Torno indietro, e mi impongo di farcela.
Dopotutto, ho contato le strisce e non è un’impresa impossibile percorrerle in un lampo come ho sempre fatto.
Ce ne sono otto in tutto.
Cerco sicurezza nel lungofiume dietro di me: c’è ancora tempo per la spesa, oggi i supermercati fanno tutti l’orario continuato.
E poi, ieri ho preparato in anticipo la pietanza per mio fratello: sarà contento di trovare l’insalata di patate.
Certo, mancano ancora il panfrutto, la birra, e il detersivo per i pavimenti.
Mi sgranchisco le gambe e cammino, rilassata dal rumore del fiume.
Guardo gli anatroccoli: alcuni nuotano, altri volano via, certi si riposano sui sassi che affiorano dall’acqua.
Mi sento meglio, allora mi giro per riprendere la mia impresa di attraversare la strada e guardo le panchine: sono tutte di legno non verniciato.
Allora ripenso alla macchina che ha distrutto quella più vicina alla strada.
Mio fratello, che era con me, è stato lesto a tirarmi via; c’è mancato poco.
Guardo la panchina nuova e ripeto a me stessa che non è nulla.
Ma ogni volta che provo ad attraversare la strada, pur con la visuale libera, mi blocco dopo le prime quattro strisce.
Ora ho cambiato itinerario, ho scelto una via secondaria, dietro le Poste, in una zona rimasta ferma al 1940.
Le strade sono poco frequentate e a un’unica corsia.
Riesco a fare la spesa, ma quando esco dal supermercato, la vista dell’incrocio nel quale si immettono le auto del parcheggio pubblico mi dà le vertigini.
Voglio andare avanti, come sabato scorso, come è sempre stato.
Arrivo a metà strada e vedo un autobus.
Mi torna alla mente la voce dell’autista su quello che ho preso l’estate scorsa.
Tenetevi forte.
E l’impatto contro l’auto.
Nulla di grave, era appena partito dall’incrocio e ha frenato, però…al mio migliore amico è andata peggio.
Torno indietro, e a furia di prove, giri dell’isolato, sento l’orologio suonare impietoso l’una e mezza.
Mi viene da piangere e voci di rimproveri che risalgono ai tempi della scuola mi fanno sentire inadeguata.
Allora prendo il cellulare e chiamo mio fratello: «Denis, vieni a prendermi. Sono davanti al discount di via Gerbelli.»
La sua voce è piuttosto seccata: «D’accordo, aspettami lì. Ti sei caricata troppo come al solito, eh?»
«Mi sa di sì. Ciao.»
Riappendo e mi incammino di nuovo davanti alla vetrina dell’ingresso a testa bassa e a passi incerti.
Sobbalzo all’arrivo di Denis: «Cinzia. Cos’hai? Non ti riconosco più.»
Nemmeno io.