Sancta aurea pluvia, mundatrix peccatorum

AVVISO AI LETTORI: il racconto presenta un linguaggio e delle situazioni estremamente esplicite, pertanto non procedete nella lettura nel caso siate facilmente impressionabili.


 

La follia umana e demoniaca in questo racconto di Eugene Fitzherbert, quinto classificato nella 124° Edizione del contest principale di Minuti Contati con Elisa Emiliani come guest star, scritto sul tema “Qualcosa di spaventoso succede nella tua città”.

 
Ripieni di droga, io, JJ e Spike decidemmo di martellare la placca commemorativa che sigillava il Vespasiano di Piazza Mancini e i demoni invasero San Vito. Pezzi di arti mozzati, denti e ossa si accumularono lungo i marciapiedi trasportati da rigagnoli di sangue.
Avevamo intuito che il nostro solo indizio, la frase
 
SANCTA AUREA PLUVIA, MONDATRIX PECCATORUM
 
incisa sulla placca, si riferiva alla pioggia dorata, santa
«Svengo!» Don Marco, imbottito di pillole per urinare, si accasciò mentre continuava a farla di Santa Ragione.
«Sti cazzi,» intervenne JJ. «Tanto ormai ha pisciato sulla porta del diavolo.»
Ci serviva una pisciata santa, e chi meglio del prete del paese?
Spike guardò nel buco e un uncino di due metri emerse dalla cavità per trapassargli l’occhio destro. Dal Vespasiano emerse un mostro chitinoso.
«JJ, via!»
Lasciammo il prete, in mezzo alla sua pipì non così santa.
«Euge, Don era la nostra ultima speranza.»
«Non è detto.» Mi balenò un’idea. «Quale pipì viene chiamata acqua santa?»
Lui mi guardò un po’ stranito.
«JJ, quella dei bambini
Maledetta Ecstasy.
Mi calai anche io una pastiglia: non c’è niente di meglio di un paradiso artificiale per combattere l’inferno. «Ci serve un bambino. Qualche idea?»
«Beh, ci sarebbe Veronica, della 4° C.»
«Quella smandrappona?»
«Ha appena avuto un figlio, da Michele della Esso.»
«Scopano tutti!»
«E allora?»
«Ce lo andiamo a prendere.»
 
Veronica giaceva per metà in una pozzanghera del suo stesso sangue in cucina, e per metà sparsa sui muri. Il bambino, Elio o Ennio, strepitava in una culla. JJ lo afferrò e scappammo fuori.
Ora dovevamo sperare che la pipì del bambino chiudesse il Vespasiano.
Il cadavere di Spike era ancora al suolo, orbo; del prete c’era una scia di sangue e urina che scivolava all’Inferno: la sua estrema minzione.
Di fronte al buco, dissi: «Fallo pisciare.»
«E come? Mica è BabyMia, un tastino e spruzza piscetta profumata.»
«Dai qua.»
Afferrai Ennio o Elio e cominciai a spogliarlo.
«Euge, sbrigati. Ho il cervello liquefatto.»
«JJ, non andare in paranoia. Spike dovrebbe avere un po’ di Keta in tasca.» Avevo quasi tolto il panno al bambino irrequieto: mi veniva voglia di gettarlo nel buco.
JJ stava ravanando nelle tasche di Spike.
Il bambino nudo piangeva da far sanguinare le orecchie, ma non potevo lasciarmi sopraffare dall’urgenza di schiantarlo a terra. Puntai il pisellino verso il buco infernale: «Avanti, pezzo di merda. Piscia!»
In quella, Spike urlò: «Levami le mani di dosso!»
Tipico di Spike, dare di matto. Subito dopo realizzai che Spike era morto, cazzo!
La testa di JJ, volò dritta dentro il buco. Mi voltai, il bambino come scudo.
Spike si lanciò verso di me. Non seppi mai quanto erano affilati i suoi artigli, perché dilaniarono Ennio o Elio, squarciandogli la pancia.
Disperato, notai che, tra i rivoli di sangue, scorreva la pipì più santa che ci fosse. Ribaltai il bambino proprio sul buco infernale, le gocce di urina fumante che vi cadevano. La scritta incisa si illuminò in assenso.
«Ecco la tua Sancta Aurea Pluviam, bastardo!» urlai e lasciai cadere Ennio o Elio nel buco, un gavettone di carne, sangue e piscio.
Il buco si richiuse con un boato che mi lasciò privo di sensi. Quando mi ripresi, tra le macerie del mio paese di merda, c’erano solo umani barcollanti.
A guardarli mi chiedo se ne sia valsa veramente la pena…