Solo per i tuoi occhi

Nonno Enrico ha le mani fredde, fu il mio primo pensiero da bambino. Mi teneva in braccio, dita gelide a stringermi e un’espressione imbronciata. Forse temeva di farmi paura, con gli occhi scuri e la barba folta, cercava di darmi a mia madre che invece gli ripeteva di tenermi in braccio, perché volevo stare con lui.
Ed era vero. Adoravo mio nonno, adoravo il suo broncio, adoravo fare di tutto per strappargli un sorriso.
Tempo sprecato, diceva mamma, tutte le volte che le chiedevo di aiutarmi a farlo. Mi sorrideva, lei lo faceva ogni volta che i nostri occhi si incontravano. Ricordo quanto brillassero, i suoi occhi, mentre gli gridava contro, sembrava tremassero le pareti e forse lo facevano davvero perché nessuno aveva un fuoco dentro come lei, infuriata.
Aveva ragione mamma, gli urlava, ma lui aveva sguardo altrove, gli occhi che brillavano. Tu non hai una sola goccia di sangue caldo! E poi il boato dei suoi passi mentre mi portava via, mano nella mano, io voltato a dire Ciao al nonno. Non mi accorgevo, allora, che gli occhi gli brillassero di lacrime. Le stesse negli occhi di mamma, il giorno dopo, mentre leggeva una lettera nella sua stanza.
 
Passarono anni, ma non cambiò mai molto. Non cambiarono mai quelle parole, non hai una sola goccia di sangue caldo. Alla fine lo capì che non erano solo le mani del nonno ad essere fredde, qualcosa che mamma non dovette mai spiegarmi a parole. Eppure non smisi di vederlo, né di adorarlo, forse sempre con l’ingenuità di un bambino, e mia madre non smise mai di andare da lui.
Questi io non li capisco, pensavo, quando li vedevo litigare, quando li vedevo a beccarsi, e quando poi la vedevo accarezzargli le mani, dolcemente. Lui non lo faceva mai, non la toccava né reagiva. Eppure lei non smetteva, mai, né si arrabbiava a lungo. Non capivo perché, se davvero lui era l’uomo di ghiaccio che lei lo accusava di essere, che anche mia nonna Marta, forse, lo aveva accusato di essere. Forse anche lei prova lo stesso inspiegabile affetto incondizionato che sento io, che però non scalfisce la sua gabbia di ghiaccio.
Dovetti vederlo, il suo sangue, per capire.
 
Nonno, che fai? Era alla scrivania, quando andai da lui, la stessa a cui sedeva quel giorno in cui i suoi occhi brillavano. Sai che devi restare a letto, vieni. Teneva delle carte in mano, ma le coprì non appena mi vide. Portarlo a letto fu la solita processione di lamentele, un percorso che conoscevo bene: non era la prima volta che stavo con lui da quando era malato. Strano però, mi sembrò che i suoi occhi brillassero di nuovo, questa volta, le sue mani gelide ma sporche di nero. Capì solo dopo averlo messo a letto, quando andai a sistemare quelle carte.
Inchiostro, ecco cosa lo sporcava, un calamaio e un pennino gettati tra i fogli.
Ero curioso, troppo per trattenermi, ed eccomi allora a sfogliare le sue pagine. Linee nere tracciavano una grafia svolazzante che mi scoprii ad invidiare, prima di poter decifrare.
Dicevano A Marta, Solo Per i Tuoi Occhi.
 
Il solo conforto, ora che la mia anima appassisce senza te, è che forse si tingerà del colore delle foglie d’autunno, il colore del tramonto riflesso sui tuoi capelli. Lo attendo ogni giorno, fin dall’alba, perché solo in quei pochi istanti di luce ancora ti rivedo, lo attendo come l’autunno, in cui sei in ogni foglia, in ogni chioma.
 
Attendo l’alba, ogni notte, che fin dai primi raggi risplende dorata come i capelli di nostra figlia. Attendo i suoi sorrisi, gli stessi che faceva a te quando parlavi, o quando cantavi per lei. Se solo potessi, ma le uniche parole che esistono in me sono in un foglio muto. Mi chiedo se lei riesca a vederle comunque. Se anche lei intravede l’anima che questo corpo gelido trattiene, come sapevano fare solo i tuoi occhi.
 
Attendo la notte, ogni giorno, che ha le tinte scure degli occhi di nostro nipote, i tuoi stessi occhi. Che mi guardano con amore e aspettano un abbraccio che non sono certo di saper donare. La mia anima appassisce, è fredda come la mia carne e le stanze nella mia mente in cui un tempo passeggiavo alla riceva di calore sono gelide, vuote, il ricordo dei tuoi sorrisi sbiadito. Un peccato che non posso perdonarmi. Spero solo che la carta, questa mia voce muta, li conservi più a lungo di me.
 
Scorro tra le pagine, persino ora che anche i miei occhi brillano. Leggo di tramonti che non conosco, di parole che non ho mai sentito pronunciare, di persone che non ho mai incontrato. Leggo, una pagina dopo l’altra, una storia dopo l’altra, una poesia dopo l’altra, l’anima di mio nonno.
Mi guardo le dita, alla fine, sporche come le sue. Sporche del suo sangue, che è gelido ed è nero, perché è l’inchiostro con cui per tutta la vita ha svelato il suo cuore.
I miei occhi brillano e piango lacrime calde, mentre leggo le ultime pagine che sta scrivendo.
 
A mia figlia, la mia alba dorata. A mio nipote, la mia notte di stelle. Solo Per i Vostri Occhi.