Una mano amica

Secondo classificato nella Scilla Bonfiglioli Edition, 147° All Time, un racconto di Stefano Moretto.

 
Prendo la penna dal taschino del camice e batto la punta due volte sulla cartella che tengo in mano. La chimera numero 418 mi guarda dall’altro lato delle sbarre, incatenata al muro con le braccia spalancate come fosse crocefissa. È un modello a base umana, anche se non sembra avere raziocinio. Una folta criniera dorata le circonda il volto umano e cade sul petto nudo. Gli avambracci sono coperti da una fitta peluria ocra e le mani sono di stampo felino. Una chimera di leone. Il petto è segnato dalle frustate. Le labbra sono sporche di sangue.
Scorro con gli occhi la cartella.
“Destinazione: scorta”
Speravo in qualcosa di meglio, un leone non è il tipo di animale da usare così. Se ne renderanno conto e ci chiederanno il rimborso.
La porta alle mie spalle si apre. Una guardia entra con un taser in mano e indica la chimera con un cenno della testa.
«Allora?»
«Ci vuole tempo per valutare i danni che avete fatto, ho appena iniziato.»
I suoi occhi passano da me alla chimera. «Sbrigati, il cliente sarà qui tra poco.»
Esce dalla stanza. Fuori dalla porta un’altra guardia mi fissa. La porta si chiude, i loro sguardi mi perseguitano dall’oblò rinforzato.
Mi avvicino alla porta della gabbia, prendo la chiave dalla tasca e apro. La chimera ha lo sguardo puntato verso la porta, sembra non considerarmi. Mi aspettavo una reazione più vivace, probabilmente è troppo concentrata sulla guardia appena entrata. I tagli sul petto sono gonfi e arrossati, forse sono infetti. La chimera si volta verso di me. Ha occhi arancioni e un naso schiacciato. Avvicino il dorso della mano alla sua faccia. Allunga la testa verso di me e mi annusa. Mi guarda, le sopracciglia si inarcano in uno sguardo triste.
«Lo so, amico mio. Lo so.»
Entro con la mano nella sua chioma soffice. Chiude gli occhi e strofina la testa contro la mia mano. Il suo respiro rallenta. Le ferite sul petto non sono profonde, ma se non le curiamo rischiamo che si aggravino. Segno sulla cartella “Disinfettante” e “Antibiotici”.
La porta si spalanca, i passi di diverse persone entrano nella stanza. La chimera passa lo sguardo da loro a me. Le carezzo la guancia un’ultima volta.
«Andrà tutto bene.»
Uno spilungone entra nella gabbia.
«È questo il mio cucciolo?»
Gli faccio cenno con la mano di tenere le distanze.
«Non si avvicini, per favore.»
Si ferma, i suoi occhi indugiano sulle zampe incatenate della chimera. Nella stanza, al di là delle sbarre, ci sono le due guardie e il capo reparto. Sta fissando il cliente con sguardo accigliato.
«Le chiedo di uscire dalla gabbia, signore.» Mi avvicino a lui con i palmi delle mani alzati. «La chimera sarà pronta entro la fine del mese, come da accordi.»
Storce il naso, ma obbedisce. Esco con lui e chiudo la porta della gabbia. Il cliente batte le nocche contro le sbarre.
«Queste non bastano per tenerla a bada? C’è bisogno di tenerla così? Se le catene le rovinano i polsi voglio uno sconto.»
Il capo reparto si avvicina e fa un mezzo inchino con la testa. Sfoggia il suo sorriso falso riservato ai clienti infidi.
«Le assicuro che non ci saranno danni alla sua chimera. I nostri articoli, oltre che unici, vantano una qualità senza eguali.»
«Se non sarà come da contratto sarà un grosso problema per voi.»
Esce dalla stanza, le guardie lo seguono.
Il capo reparto prende un respiro e passa la mano sulla faccia.
«Giuro che quelli così non li sopporto.»
«Neanche io. Più sono ricchi e più trovano scuse per non pagare.»
Lancia uno sguardo alla chimera e si avvicina alla gabbia.
«Rimango sempre stupito dalla fiducia che hai in questi mostri. Non ricordo di averne visto uno andare via senza una tua carezza. Questo qui poteva morderti, lo sai che ha assalito una guardia?»
«Sì, lo so. Penso solo che tutti meritano un gesto gentile, almeno una volta. Per alcuni di loro sarà l’unico in tutta la vita.»
Ride.
«Ragazzo mio, sei troppo sentimentale. Finisci pure la valutazione, a quello là ci penso io.»
Esce dalla stanza e si richiude la porta alle spalle.
Mi passo una mano sulla fronte. Sto sudando. Il dorso della mia mano ha preso una tonalità verdognola. Riallineo i cristalli fotonici dei miei geni camaleontici, la mano riacquista il colore roseo con cui mi travesto dagli umani.
Anch’io vorrei una carezza.