UNA MENZOGNA

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo dicembre sveleremo il tema deciso da Flavia Imperi. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Il BOSS assegnerà la vittoria.
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Giovanni Attanasio
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UNA MENZOGNA

Messaggio#1 » domenica 13 dicembre 2020, 18:34

UNA MENZOGNA
di Giovanni Attanasio

Su quale fosse la ragione di tanta mestizia non era necessario indagare. Il sole si era già messo la corona più brillante in testa, e seppur irradiasse tutto l’altopiano e le campagne, per Eleonora non faceva differenza che la sfera sorridesse o piagnucolasse tra le nubi d’un temporale improvviso. Lei, al massimo, pretendeva di non sapere o di aver convenientemente dimenticato il perché di tanta malinconia: un’opera di carità nella quale si fingeva allegra di fronte a un padre che, sormontato da problemi senza nome, aveva anch’egli perso la gioia. Vivevano nella menzogna, ma si volevano bene, e questo, giuravano ogni notte prima di addormentarsi, sarebbe bastato a proteggerli.
 All’alba, forse più presto del giorno prima, la serva aprì la tenda e spalancò guardinga la finestra: si guardò le spalle in attesa che la signorina Eleonora balzasse fuori dalle lenzuola a strillare di chiudere lo spiffero.
 «Dormite ancora, signorina?»
 Le coperte si mossero.
 «Allora vi consiglio di prepararvi per la mattinata. Vostro padre, il barone, ha già manifestato l’intenzione di assentarsi per un’altra giornata, di recarsi al cimitero e poi in paese.»
 «È una buona notizia, hai sentito?»
 La serva allungò il collo, colta dal sospetto che la signorina si stesse rivolgendo a qualcuno che nella camera non era presente. «Con chi discutete, se posso permettermi?»
 Eleonora sgusciò fuori dalla coperte e pretese d’esser vestita. La serva non poté fare a meno di notare, adagiato tra i cuscini, un piccolo specchio tondo e meraviglioso, le cui gemme incastonate nel manico d’argento le facevano girare la testa.
 «Cosa ti turba?»
 «Non è nulla, signorina.»
 «Pretendo di sapere.»
 La serva strinse nel pugno la nappa della tenda. «Quello specchio, mi chiedevo, è—»
 «Sarà il caso di affrettarsi. Ho anch’io le mie faccende da sbrigare, cosa pensi? Devo imparare a svegliarmi all’alba e abituarmi all’idea che non posso oziare per il resto della mia vita.»
 «È indubbiamente così, signorina,» mormorò la serva, mentre teneva gli occhi ben distanti da quelli di perla della giovane che, seppur aspirasse alla grandezza, doveva spingersi in punta di piedi per chiudere per bene la finestra della propria camera.

Giudicò dal vociare allegro della servitù e dei contadini attorno alla villa che il barone di Castelnuovo, Vincenzo Calenda, avesse già lasciato l’abitazione per incontrare gli amici e collaboratori della sua nobile impresa per conto della Corona del Regno delle Due Sicilie che lui, per vezzo o per dispetto, soleva spesso chiamare Corona del Regno di Napoli, tra le risa dei presenti.
 Eleonora non aveva mai badato a tali dettagli, né alla ragione per cui la gendarmeria fosse tanto affezionata alla villa e ai loro possedimenti, né perché suo padre ne facesse un vanto. Di sicuro non piaceva a nessuno degli altri il riflesso del sole sulle baionette e, pian piano, smise di piacere persino a lei.
 Quella mattina non aveva tempo per ascoltare ciò che si diceva in giro di suo padre, le importava solo di sbrigarsi lungo il corridoio: teneva l’abito con la mani e correva, in punta di piedi, verso la stanza più remota della villa. Nemmeno sua madre, per quanto ricordava, aveva mai indagato coi suoi occhi vispi sino allo studio del barone; dalla moglie di un tanto rispettabile uomo si pretendeva che gli obbedisse e non lo facesse mai infuriare. Ma Eleonora, che marito non ne aveva e che del padre aveva timore solo quando lo sapeva a casa, reputò che la sua celere visita allo studio proibito non avrebbe dato fastidio a nessuno.
 Spinse la grossa porta meravigliosamente intagliata, avanzò nella sala ben illuminata e si diresse senza indugio allo scrittoio. Le serviva una lettera, poche righe scritte su un pezzo di carta, un qualsiasi appunto che le avrebbe confermato una volta per tutte che ciò che era accaduto alla madre fosse vero. Non era bizzarro che i briganti attaccassero le vetture lungo le lunghe tratte, tantomeno che per le Calabrie ci fosse appostato ogni genere di opportunista nemico del popolo e dell’ordine pubblico. Ma lei voleva vederlo scritto.
 «Ecco!»
 Le scivolò tra le dita un foglietto, e poi tanti altri, tenuti tutti in un cassettino dello scrittoio in disuso nell’angolo, vicino la libreria. Tra le macchie d’inchiostro e la sbadataggine di chi aveva premura solo di imbrattare quei fogli, Eleonora lesse e rilesse. Quando le lacrime si fecero troppe e le fu difficile persino distinguere cos’avesse tra le mani, si affacciò alla porta.
 «Lucia! Accendi il camino!» gridò, e poi si rannicchiò in un angolo polveroso, a penare. Strinse a sé quella verità, la corrispondenza tra suo padre e altri sconosciuti. «Non ci credo.»
 Giunse al camino: l’odore della legna e lo scoppiettare del fuoco le fecero battere il cuore più veloce.
 «Avete freddo, signorina? Uscite fuori al sole, è bello caldo.»
 «Lasciami sola.»
 E così fu fatto. Le mani le vibravano: gli spasmi servirono solo a facilitare il lancio di quelle cartacce inutili nella fiamma appena accesa.


Il barone aveva fatto ritorno, coi baffetti che ancora si scrollavano di dosso le risate del viaggio e della buona compagnia. Lui e la figlia parlarono poco nei giorni che seguirono: la nuova normalità, accettata da entrambi, richiedeva che le chiacchiere si tenessero al minimo.
 La notte portò consiglio e fece venire al barone un’idea a dir suo geniale, ossia di allestire la tavola fuori, nel giardino, e pranzare e discutere in presenza dell’unica cosa che i francesi non avevano trafugato da chiese e collezioni private: il calore del sole.
 «Dimmi, figlia mia, per quanto ancora hai intenzione di portare i capelli a quel modo disonorevole? Fatti dare una ripulita da Lucia, bontà divina, renditi quantomeno presentabile!»
 Lei lo ascoltò e poi aspettò che le vibrazioni della sua voce baritonale si disperdessero nell’aria. «Amo i miei capelli così come sono. Mi ricordano la mamma.»
 «E hai visto che fine ha fatto lei, povera donna, per acconciarsi sempre come se fosse una borghese figlia di chissà chi e non la moglie degna di un barone! Mai, e dico mai, l’ho sentita definirsi tale in presenza d’altri! “Baronessa Lucrezia, da questa parte!” la chiamavano, e lei mai si voltava. “Solo Lucrezia. Andrà bene così”. Non è andata bene affatto, e che Dio abbia pietà della sua anima.»
 «Tu ne hai pietà?»
 Il boccale di vino gli scivolò quasi dalle mani, il signor Vincenzo faticò a reprimere la necessità di alzarsi per redarguire la figlia. «Cosa ti salta in mente di dire, Eleonora?»
 Non ebbe tempo di rispondere poiché, col viso più rosso del suo e gli occhi altrettanto sgranati, un giovanotto era corso tra le sterpi e le campagne per raggiungere la residenza.
 «Signore, una brigante siciliana è stata arrestata dai gendarmi!»
 «Di’ loro di condurla qui sotto mio ordine!»
 Il ragazzino annuì e poi scavalcò il muretto, perdendosi tra la polvere sollevata dal suo incedere frettoloso.

Due signori in divisa tenevano per le braccia quella che sembrava una semplice massaia. La presero per i boccoli e la costrinsero a fissare il barone e il suo sguardo iroso. Uno dei gendarmi tenne la mano tra i capelli della giovane e pareva che, proprio come fossero di carbone, quei ricci gli stessero macchiando le mani.
 «Che bisogno c’è di farle del male? Lasciatela!» gridò Eleonora. S’azzardò a superare il padre e colpì il polso del gendarme. «Lasciatela! Non voglio ripetermi!»
 «Fate come dice,» mormorò il barone, pazientemente.
 La massaia si scompigliò i capelli e lisciò la veste lacera. Puntò i propri occhi d’argento su Eleonora. Quest’ultima sentì un improvviso tumulto al cuore: le labbra le presero a tremolare, spinte dalla necessità di dischiudersi ed emettere il più addolorato dei lamenti.
 «Di cosa sono accusata, vostra signoria?» parlò la massaia. Sogghignò e sfidò il barone a rispondere con onestà.
 «Mi è stato riferito che hai aizzato la folla contro le autorità e che poi, non contenta, sei corsa come una sorta di cagna impazzita nei miei terreni, urlando qua e là cose che mi imbarazza pure ripetere. Se ho dimenticato qualcosa—»
 «È perché voi signori avete la memoria corta. È conveniente, sfido, aver la capacità di cancellare dalla testa gli avvenimenti trascorsi affinché sia più facile volgere il proprio di dietro nella direzione più opportuna.»
 «Portatela via di qui!»
 Eleonora, a spasmi, riuscì a fare un passo e balbettare qualcosa. «Aspettate!» ripeté più forte. Tutti si fermarono, dalla prigioniera ai gendarmi.
 Il barone respirò a pieni polmoni e schiarì la voce: «Cosa c’è ancora, figlia mia?»
 «Cosa le accadrà?»
 «Non è affar tuo,» disse, severo, mentre aspettava di esser lasciato da solo con la figlia. «Mi è stato detto che sei entrata nel mio studio. È inutile che ti informi, Eleonora, che se ti permetterai di nuovo di disobbedire alle mie disposizioni sarò costretto ad adottare misure adeguate. Placa la tua necessità d’imitare tua madre una volta per tutte!»
 Eleonora scoppiò in lacrime e corse via, inerme e inadatta a fronteggiare la collera di quell’uomo che voleva chiamare padre ma che, quasi per gusto personale, amava indossare abiti da sconosciuto.

Il barone Vincenzo Calenda fu obbligato dall’impertinenza della figlia a riconsiderare le proprie priorità. Dovette annullare qualche appuntamento, scontentare gli amici e arrivare in ritardo alla battuta di caccia, e tutto perché Eleonora continuava a sgattaiolare via da casa. Di norma la cosa non lo avrebbe disturbato: le avrebbe semplicemente affiancato qualcuno della servitù per assicurarsi che non finisse sulla strada principale.
 Ma purtroppo per lui, Eleonora usciva da sola, vagava per le terre, tra le piantagioni, tra i rovi e fiumiciattoli, tra i terrapieni e le fattorie dei paesani che lavoravano per il barone. Erano tutti contenti di vederla, gioiosi nel discutere con l’amabile fanciulla. Risultava naturale che la creatura, già fattasi bellissima e preziosa, ricordasse a chi aveva la barba bianca e i capelli sporchi di vecchiaia, la baronessa Lucrezia.
 Lo stesso pomeriggio, il rosso tramonto pitturò le pagine di un volume di filosofia che Eleonora leggeva spesso di nascosto.
 La porta del salottino si aprì di botto e la tazzina vibrò sul piattino. «Cosa stai cercando di ottenere con questa tua ribellione, Eleonora?» Chinò gli occhi e lesse di sfuggita il titolo del libro: «Rousseau? Chi ti ha dato questa porcheria!?»
 «Lasciami!» lei si rannicchiò e strinse a sé il libro, ma non riuscì a lungo a resistere.
 Il barone prese con sé il tomo, rimettendo a posto un ciuffo e sbuffando. «Non so cosa ti stia succedendo, mia amata bambina, ma è da quando siamo rientrati da Messina che rifuggi il mio affetto e ti opponi veementemente a ogni mio tentativo di comunicazione. Mi metti con le spalle al muro. Resterai chiusa in camera, e se scopro di nuovo che vai per i campi a domandare di quella sciagurata, farò in modo che venga fucilata in pubblica piazza!»
 «Sei un bruto! Proprio come lo eri con la mamma!»
 Lui lasciò cadere il libro: aveva bisogno della mano libera per schiaffeggiarla con tutto se stesso. «Non osare, Eleonora. Ho amato tua madre più d’ogni cosa, non è colpa mia se lei ha tradito la mia fiducia!»
 Lei corse via, diretta al letto e al proprio cuscino. Trovò subito lo specchio d’argento e ne carezzò il bordo, perdendosi nei ricordi e nei familiari motivi con cui era decorato.


Qualche mese prima, sotto le festività di Natale, Eleonora aveva provato qualcosa di simile al senso di inadeguatezza che l’avrebbe vincolata in camera propria nell’estate a venire.
 Sedeva non molto comoda a teatro in mezzo a troppi individui della bella nobiltà di Messina, tra conti e baroni e a pochi passi da personalità che suo padre, barone di Castelnuovo del Principato Citra, aveva quasi timore a nominare. Lo spiava di sottecchi discutere deliziato con quei signori ben vestiti, mentre gli attori sul palco del Teatro della Munizione ciarlavano a vuoto.
 «Prendo una boccata d’aria,» fiatò appena, e fuggì da quella gabbia di matti. Scese le scale e si ritrovò all’esterno, a un passo dalle carrozze che trafficavano l’ampia via centrale.
 «Fai attenzione, o finirai travolta.»
 Eleonora si girò in direzione della voce e colse il sorriso malizioso di una ragazza della sua età. O così doveva essere, giudicò tra sé e sé. «Non sai come ci si rivolge a una persona con un titolo?»
 «I titoli di solito li trovo sui libri, non sulla gente,» borbottò quella, avanzando con un saltello. Tirò fuori da dietro la schiena un volume e lo adagiò tra le braccia incredule di Eleonora. «Leggilo, quando hai tempo. I francesi non sono sempre stati sotto Napoleone: qualche decennio fa avevano un cervello tutto loro.»
 «Cosa ci fa una come te di fronte a un teatro? Lavori qui?»
 «La mia—» si bloccò, massaggiandosi la testa, «la signora di Liuzzo si sta godendo lo spettacolo. Siccome è uno spettacolo che io non tollero, la aspetto qui fuori, al fresco e lontana dal puzzo dei nobilotti.»
 «Io non puzzo!»
 Lei si avvicinò ancora e, prima che Eleonora potesse sottrarsi, le adagiò il naso sul collo e tirò un bel respiro. «No, non puzzi.»
 «Scostumata!»
 «Vuoi far compagnia a questa scostumata? Passeggiamo un po’ per la città, la tua famiglia non noterà la tua assenza.»
 «Come ti chiami?»
 «Teresa.»
 «Non posso seguirti, Teresa. Devo tornare da mio padre.»
 «Se ti piace la prigionia, allora torna da lui. Se vorrai la libertà, io ti aspetterò sotto quell’albero: non posso sottrarmi quando si tratta di spezzare le catene messe ai polsi di fanciulle imprigionate.»
 Eleonora arrossì e poi, colta da un luccichio, inclinò la testa di lato: «Cos’hai lì?»
 «È un regalo della mia signora, uno specchio inglese che ha reperito durante un viaggio.»
 «È molto bello.»
 Teresa sorrise, lisciandosi una ciocca riccia. «Gli specchi non mentono mai. Siamo noi che imbrogliamo i nostri fratelli e le nostre sorelle, sempre e senza pietà.»
 «In che—»
 «Non badare a ciò che ho detto. Piuttosto: quando ti sentirai sola, parla allo specchio: ci sarò io ad ascoltarti.»


Nel buio della camera da letto, Eleonora carezzava lo specchio, contemplava la sua forma e si domandava se suo padre avesse già ordinato che Teresa venisse fucilata.
 Ci fu un rumore improvviso e lei scattò fuori dalle lenzuola: c’era qualcuno alla finestra. Strinse al petto lo specchio.
 «Non posso sottrarmi quando si tratta di spezzare le catene messe ai polsi di fanciulle imprigionate.»
 «Teresa!» Eleonora saltò fuori dalle coperte e si lanciò tra le sue braccia. Non aveva parole per esprimere la propria contentezza: sua madre era morta prima di poterle insegnare come mostrare riconoscenza.
 «Dobbiamo andarcene, Eleonora, ho chi ci aspetta sulla strada.»
 «Lo specchio...»
 Teresa aspettò. Poi la aiutò a balzare dalla finestra e iniziò a correre. Eleonora fu costretta a seguirla con addosso solo la veste da camera e un paio di scarpe.
 «Sei stata nello studio di tuo padre?» domandò Teresa, mentre si preparavano a lanciarsi oltre il muretto di cinta della villa, verso l’oscurità resa flebile dalla scarsa illuminazione stradale ancora accesa: presto, solo la luna sarebbe rimasta in cielo.
 Eleonora ebbe paura di confessare d’essersi disfatta dei documenti. Ma non del loro ricordo: «È stato lui.»
 «Che sia dannato!»
 Teresa non poté imprecare oltre, poiché l’uomo a cui aveva rivolto l’anatema sbucò dalle frasche e l’assaltò. Lei ruzzolò, ma si rimise in piedi e calciò il barone in faccia.
 Vincenzo Calenda sputò sangue e girò su se stesso, spaesato: «Portatemi il cavallo e il fucile!»

La carrozza che Eleonora s’aspettava di trovare disattese le aspettative: si ritrovò seduta tra il pagliericcio di un carretto scassato.
 «Fai correre quella bestiaccia, Michele!» gridò Teresa, mentre tendeva l’orecchio per capire se gli inseguitori fossero nei paraggi.
 Il trotto del cavallo del barone si faceva sempre più intenso. E poi altri cavalli, che risalivano dal boschetto e dal paese.
 «Mi hanno seguita,» Teresa, disperata, mise le mani tra il fieno sul carretto e imbracciò un’arma.
 Eleonora drizzò il capo e seguì il dito della giovane al suo fianco, lo stesso dito che, dopo aver armato il fucile, si spostò sul grilletto.
 «Sparerai per spaventare i cavalli, non è così?»
 L’altra si morse le labbra.
 «Teresa, non colpire papà.»
 Premette il grilletto e la nottata s’illuminò: qualcuno gridò e un cavallo nitrì. Urla confuse e male parole precedettero, seppur di poco, il suono degli spari di risposta degli inseguitori.
 «Non colpite la mia bambina!»
 Eleonora cercò di alzarsi sul carro, «papà, ti supplico di smetterla!»
 «Giù, sciocca!» Teresa la prese per le spalle e provò a trascinarla di nuovo tra la paglia e la sicurezza di poche assi di legno marcescenti. Altri lampi di luce nella tenebra e, distinto tra gli sbuffi degli animali e lo scalpiccio degli zoccoli, un grido acuto.
 «L’hanno colpita!» Eleonora si trovò le mani sporche di sangue, il corpo di Teresa tra le braccia: ansimava in agonia, ma era viva. «Devi accostare, ferma il carretto!»
 Michele girò di poco il capo e aprì la bocca per esprimere la propria opinione, ma un proiettile vagante lo silenziò, portandolo a ruzzolare giù dal carro. Il cavallo s’imbizzarrì e la vettura fu sbalzata oltre la strada, assieme alle due giovani che tentarono di aggrapparsi a qualcosa pur di non essere proiettate nell’aria.

Quando Eleonora aprì gli occhi, le baionette scintillanti dei fucili dei gendarmi la ancoravano al suolo. Al suo fianco, Teresa era stata messa in ginocchio e spinta contro il ceppo di un albero. Il barone stringeva il fucile e lottava per mantenere la mira ferma: il terrore di sbagliare, nonostante avesse la canna poggiata al capo della giovane, lo dominava.
 «No!»
 Eleonora si lanciò in avanti, alla cieca, e udì fortissimo il suono dello sparo, credendo di essere arrivata tardi: spalancò gli occhi incredula, e respirò l’odore di polvere da sparo direttamente dalla canna del fucile del padre.
 «Che hai fatto, pazzo?!» Teresa iniziò a strillare, bagnata dal caldo rigagnolo cremisi che correva dal petto di Eleonora. «È tua figlia, bastardo!»
 I gendarmi si fissarono tra loro: non fu loro chiaro cosa il barone avesse in mente e meditarono se fosse doveroso intervenire.
 «Posso gestire la faccenda da solo,» biascicò il barone.
 «Signore, con tutto il ris—»
 «Via da qui!»
 Teresa osservò l’uomo stringersi la testa tra le mani, piagnucolare e masticare parole incomprensibili.
 «Prima tua moglie e ora tua figlia,» sussurrò lei, «è così che voi nobili mettete a tacere le anime bramose di libertà?»
 «Taci, dannata serpe!» mise la mano nella tasca della giubba e caricò il fucile. Armò il cane.
 Teresa chiuse gli occhi: aveva fatto il possibile per salvarla. Respirò profondamente. Qualcosa di legnoso le fu messo in braccio. Spalancò le palpebre e si ritrovò col fucile in mano, orientato verso il cuore del barone, il tanto odiato Vincenzo Calenda.
 «Va’ nel mio studio e cerca nel secondo cassetto dello scrittoio vicino la finestra. Ci sono documenti che mia figlia non ha trovato: sei qui solo per quelli.»
 Teresa strinse i denti e sfiorò il grilletto col dito. La notte brillò di nuovo, per l’ultima volta. Mentre le lacrime le correvano sul viso, un guizzo argentato le rimbalzò sul volto: la luna aveva trovato qualcosa su cui specchiarsi, dimenticato tra dita fredde.
 «Quando mi sentirò sola parlerò allo specchio: ci sarai tu ad ascoltarmi dall’altro lato, vero? Tu, e le mie menzogne.»
Ultima modifica di Giovanni Attanasio il lunedì 14 dicembre 2020, 10:07, modificato 1 volta in totale.


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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#2 » domenica 13 dicembre 2020, 18:41

Tema: Nulla è come sembra.
La protagonista è convinta di poter superare il lutto della madre e vivere col padre, ma un incontro fortuito la spronerà a indagare, poiché nulla è come sembra.

Bonus 1: Protagonisti adolescenti (Young Adult) -3
Sia Eleonora che Teresa sono adolescenti.

Bonus 2: Almeno una scena che generi “sense of wonder” -2
Non voglio forzare l'attenzione su nessun punto specifico del racconto.

Bonus 3: Uso di flashback e/o flashfoward -2
La sezione che si svolge a Natale, a teatro, è un flashback di qualche mese.

Bonus 4: Uno specchio deve essere importante nella trama -2
Lo specchio, collegato a Teresa e al desiderio di libertà, esprime la necessità della protagonista di sfuggire al controllo del padre e seguire, invece, le orme della madre.
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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#3 » lunedì 21 dicembre 2020, 22:21

A TUTTI I PARTECIPANTI:
Se volete che La Sfida diventi qualcosa di più di un esercizio di scrittura sta a voi impegnarvi. Anche nella fase dei commenti cercate di superare i vostri limiti. Fate critiche costruttive, cercate le lacune dei racconti che dovete leggere e non fatevi problemi nell’esprimere il vostro pensiero in maniera onesta.
La perfezione non passa da queste parti ma insieme potete aiutarvi a migliorare.
Ultima nota, affinché la comunità cresca, se non l’avete fatto vi consiglio di iscrivervi al gruppo Facebook de La Sfida a…
https://www.facebook.com/groups/215238252346692

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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#4 » martedì 22 dicembre 2020, 19:17

Ciao Giovanni, piacere di leggerti. Ecco il mio commento: pesalo sempre come il giudizio di un collega dilettante, non sono cose scritte nella pietra.

Prime Impressioni: molto bella l’atmosfera siciliana di inizio Ottocento, c’è del potenziale nel tema della ragazzina dal sangue blu che si scopre più vicina al popolo. Mi piacciono le ambientazioni storiche, e devo ammettere che non mi dispiacerebbe approfondire l’ambientazione che tu proponi. Lascio ai giudici l’arduo compito di trovare o meno i bonus, a mio avviso (per i motivi che emergeranno più avanti) io assegnerei solo i primi tre.

Punti di Miglioramento: Partirei dai punti più semplici da spiegare. A mio avviso, il tuo narratore è pesante: conduco da molto una crociata contro il narratore onnisciente, e tu purtroppo lo usi a piene mani. Attenzione, questo stile rischia di distanziare il lettore, anziché avvicinarlo, invece la lettura dovrebbe far immergere nei personaggi e nell’ambientazione. L’incipit è un pochino prolisso, manzoniano, poco incisivo, mentre un incipit dovrebbe essere molto più energico e prepotente.
Arrivo ora alle cose un poco più difficili da spiegare. Ho faticato a volte a seguire il filo degli eventi che esponi.
Alcune azioni del barone sono un poco difficili da capire: la sua conversione alla fine, l’esporre sua figlia all’interrogatorio di una donna ribelle, l’omicidio della moglie solo perché un po’ più emancipata (non bastava chiuderla nella torre gotica?). Lo specchio ha un valore simbolico, però anche questo mi arriva perché lo leggo dal tuo commento, mentre per tutto il tempo durante la lettura ho cercato un elemento magico per far comunicare lo specchio di Eleonora e Teresa (per capire solo dopo che erano lo stesso specchio proprio perché a una prima lettura mi era sfuggito che la scena del teatro era flashback. Sigh!). Purtroppo lo specchio può tranquillamente non esistere, senza cambiare nulla alla trama… ma l’ultima parola è dei giudici.
I dialoghi, specie quelli tra barone e figlia, mi sembrano più fumettistici che reali: il tuo intento era di sicuro ricreare una parlata arcaica, però secondo me hai reso tutto troppo artificioso.

Punti di Forza: I dettagli visivi che introduci qua e là sono delle vere perle: i capelli così neri che quasi sporcano le mani di chi li tocca, i riflessi del sole sulle baionette e in tutte le superfici (siamo in Sicilia! E si vede!). I temi della ribellione adolescenziale declinati in chiave storico sociale non mi sembrano idee nuove, ma a mio parere sono comunque ancora valide. Insomma, l’ambientazione è fatta bene, la cornice storica anche… con questi elementi resi così bene potresti veramente creare una storia coi fiocchi!

Conclusioni: Buone le idee e bella l’ambientazione, il tuo racconto trasuda amore per la tua terra (ho indovinato? Sei siciliano?) Cercherei di curare i dettagli che ti ho presentato come punti di miglioramento e investirei un po’ più di tempo a cercare una trama più verosimile, forse questo specchio non serviva granché a sviluppare la storia, quindi togliendo la necessità di inserirlo potresti rendere tutto più fluido. Il mio giudizio è positivo, ma fossi in te renderei il mio modo di scrivere più facilmente fruibile.

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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#5 » martedì 22 dicembre 2020, 21:50

MentisKarakorum ha scritto:A mio avviso, il tuo narratore è pesante: conduco da molto una crociata contro il narratore onnisciente, e tu purtroppo lo usi a piene mani.

L'ho usato a piene mani perché mi piace e penso pure che sia una questione di gusti da lettore; non mi sono alieni gli altri tipi di narratore, semplicemente qui mi piaceva questo. L'idea di una crociata contro le cose è molto lontana dal mio modo di pensare, sa troppo di prescrittivismo.

L’incipit è un pochino prolisso, manzoniano, poco incisivo, mentre un incipit dovrebbe essere molto più energico e prepotente.

L'incipit è scritto secondo un metodo che ho appreso e sperimentato già altre volte e ha lo scopo di introdurre il lettore a quelli che saranno gli eventi di tutta la storia, deve rendere bene l'idea di "a cosa sto andando incontro leggendo questo coso?".

Alcune azioni del barone sono un poco difficili da capire: la sua conversione alla fine, l’esporre sua figlia all’interrogatorio di una donna ribelle, l’omicidio della moglie solo perché un po’ più emancipata (non bastava chiuderla nella torre gotica?)

Nella scena dell'interrogatorio è stata la figlia a esporsi da sola, proprio perché, come si evince dal paragrafo del flashback, le due si conoscevano già e ci sono stati dei trascorsi. L'omicidio della moglie è legato a ragioni politiche e di faccia pubblica, non alla sua semplice stravaganza.
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Ultima cosa, una nota da parte mia: la storia si svolge nella zona di Napoli, in realtà. L'unica scena in Sicilia è quella a Messina. E sì, sono siciliano, e ho pure sfruttato l'occasione per infilarci dentro un po' di storia locale! Il "Teatro della Munizione" si chiama oggi, tristemente, Vittorio Emanuele.

Grazie per avermi letto e aver speso il tuo tempo a commentare la mia storia!
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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#6 » martedì 22 dicembre 2020, 22:06

Giovanni Attanasio ha scritto:
MentisKarakorum ha scritto:A mio avviso, il tuo narratore è pesante: conduco da molto una crociata contro il narratore onnisciente, e tu purtroppo lo usi a piene mani.

L'ho usato a piene mani perché mi piace e penso pure che sia una questione di gusti da lettore; non mi sono alieni gli altri tipi di narratore, semplicemente qui mi piaceva questo. L'idea di una crociata contro le cose è molto lontana dal mio modo di pensare, sa troppo di prescrittivismo.

Ovviamente esageravo ;) sperimentare va sempre bene, cerco sempre di mettermi nei panni del lettore, e temo che il narratore puramente onnisciente sia un pochino duro da leggere al giorno d'oggi. Per questo consiglio sempre qualcosa di più vivido.

L’incipit è un pochino prolisso, manzoniano, poco incisivo, mentre un incipit dovrebbe essere molto più energico e prepotente.

L'incipit è scritto secondo un metodo che ho appreso e sperimentato già altre volte e ha lo scopo di introdurre il lettore a quelli che saranno gli eventi di tutta la storia, deve rendere bene l'idea di "a cosa sto andando incontro leggendo questo coso?".

Certamente il tuo punto ci sta, però secondo alcuni un buon incipit contiene elementi di forte interesse emotivo, che portano il lettore a proseguire la storia. Da qui il mio aggettivo "manzoniano", temo che un lettore moderno potrebbe faticare a calarsi in una storia iniziando in questo modo. Ovviamente, anche qui, i miei sono consigli, non comandamenti biblici.

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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#7 » mercoledì 23 dicembre 2020, 7:45

Nella scena dell'interrogatorio è stata la figlia a esporsi da sola, proprio perché, come si evince dal paragrafo del flashback, le due si conoscevano già e ci sono stati dei trascorsi.

Sospettavo che Teresa fosse anche la giovane massaia dell'interrogatorio, però non l'avevo pienamente capito. Ho cercato nel testo qualche elemento per vedere se lo avevi esplicitato ma non l'ho trovato. Mi sono perso io qualcosa?

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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#8 » mercoledì 23 dicembre 2020, 9:44

MentisKarakorum ha scritto:
Nella scena dell'interrogatorio è stata la figlia a esporsi da sola, proprio perché, come si evince dal paragrafo del flashback, le due si conoscevano già e ci sono stati dei trascorsi.

Sospettavo che Teresa fosse anche la giovane massaia dell'interrogatorio, però non l'avevo pienamente capito. Ho cercato nel testo qualche elemento per vedere se lo avevi esplicitato ma non l'ho trovato. Mi sono perso io qualcosa?


Ci sono un paio di riferimenti.
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Ti rispondo anche qui su narratore e stile, premettendo che non sono urtato né altro, e che riconosco le pecche del mio stile.
Il mio non è mai stato uno stile attuale e in certe storie si nota molto, in altre meno. La scrittura è, dal mio punto di vista, un'arte che va vissuta con amor proprio e voglia di raccontare qualcosa che possa per prima sorprendere se stessi, e solo dopo, in questo modo, potrà sorprendere gli altri.
Sull'incipit capisco il tuo punto di vista: anche qui è una questione di scuole di pensiero.

Ah, tanto per scherzare un po': il prossimo che mi dà del manzoniano mi obbliga a sfruttarla come trovata di marketing. Non si sa mai, magari a qualcuno piace!
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MatteoMantoani
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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#9 » mercoledì 23 dicembre 2020, 10:12

Ti rispondo anche qui su narratore e stile, premettendo che non sono urtato né altro, e che riconosco le pecche del mio stile.
Il mio non è mai stato uno stile attuale e in certe storie si nota molto, in altre meno. La scrittura è, dal mio punto di vista, un'arte che va vissuta con amor proprio e voglia di raccontare qualcosa che possa per prima sorprendere se stessi, e solo dopo, in questo modo, potrà sorprendere gli altri.
Sull'incipit capisco il tuo punto di vista: anche qui è una questione di scuole di pensiero.

Non sono nella posizione di giudicare il tuo stile. Cerco di darti qualche consiglio sulla mia esperienza personale. Sono assolutamente d'accordo con te che la scrittura può essere un'arte da coltivare per il proprio interesse, e naturalmente non si può fare piacere un lavoro agli altri se prima questo non piace a noi stessi. Tuttavia, se scrivi romanzi con l'intento di fare appassionare altre persone al tuo lavoro, devi considerare il tuo target: ovvero devi metterti prima nei panni di chi lo leggerà e progettarlo in modo che possa piacergli. Sfogliando i libri in vendita nelle librerie, mi è capitato di rado di trovare qualcosa scritto con narratore onnisciente e stile manzoniano (forse appunto un po' più nei classici) proprio perché ormai la narrativa si è evoluta (o involuta, a seconda dei punti di vista) in qualcosa che riporta più al cosiddetto film mentale, ovvero una sequenza di immagini vivide con descrizione di esperienze sensoriali, insomma un'impostazione che richiama alle immagini del cinema.
Il mio consiglio (poi naturalmente sta a te soppesarlo secondo le tue esigenze) è di almeno imparare a usare queste tecniche nuove, e poi magari cercare un compromesso tra uno stile a te più congeniale e uno più moderno (io sto cercando di fare questo).
Questo non significa che il tuo modo di scrivere abbia delle pecche, ma solo che sia purtroppo più difficilmente condivisibile con un pubblico più vasto.

Ah, tanto per scherzare un po': il prossimo che mi dà del manzoniano mi obbliga a sfruttarla come trovata di marketing. Non si sa mai, magari a qualcuno piace!

Te lo dicono spesso? :D

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Giovanni Attanasio
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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#10 » mercoledì 23 dicembre 2020, 13:06

MentisKarakorum ha scritto:
Ti rispondo anche qui su narratore e stile, premettendo che non sono urtato né altro, e che riconosco le pecche del mio stile.
Il mio non è mai stato uno stile attuale e in certe storie si nota molto, in altre meno. La scrittura è, dal mio punto di vista, un'arte che va vissuta con amor proprio e voglia di raccontare qualcosa che possa per prima sorprendere se stessi, e solo dopo, in questo modo, potrà sorprendere gli altri.
Sull'incipit capisco il tuo punto di vista: anche qui è una questione di scuole di pensiero.

Non sono nella posizione di giudicare il tuo stile. Cerco di darti qualche consiglio sulla mia esperienza personale. Sono assolutamente d'accordo con te che la scrittura può essere un'arte da coltivare per il proprio interesse, e naturalmente non si può fare piacere un lavoro agli altri se prima questo non piace a noi stessi. Tuttavia, se scrivi romanzi con l'intento di fare appassionare altre persone al tuo lavoro, devi considerare il tuo target: ovvero devi metterti prima nei panni di chi lo leggerà e progettarlo in modo che possa piacergli. Sfogliando i libri in vendita nelle librerie, mi è capitato di rado di trovare qualcosa scritto con narratore onnisciente e stile manzoniano (forse appunto un po' più nei classici) proprio perché ormai la narrativa si è evoluta (o involuta, a seconda dei punti di vista) in qualcosa che riporta più al cosiddetto film mentale, ovvero una sequenza di immagini vivide con descrizione di esperienze sensoriali, insomma un'impostazione che richiama alle immagini del cinema.
Il mio consiglio (poi naturalmente sta a te soppesarlo secondo le tue esigenze) è di almeno imparare a usare queste tecniche nuove, e poi magari cercare un compromesso tra uno stile a te più congeniale e uno più moderno (io sto cercando di fare questo).
Questo non significa che il tuo modo di scrivere abbia delle pecche, ma solo che sia purtroppo più difficilmente condivisibile con un pubblico più vasto.

Ah, tanto per scherzare un po': il prossimo che mi dà del manzoniano mi obbliga a sfruttarla come trovata di marketing. Non si sa mai, magari a qualcuno piace!

Te lo dicono spesso? :D


Con parole diverse, ma me lo dicono sempre. A volte anche con questa stessa parola.

Per quanto riguarda l'altro discorso: questo non è l'unico stile con cui scrivo. Sono stato definito eclettico, altrove, perché ogni mio racconto breve sembrava scritto da un autore completamente diverso. Le esigenze del lettore le considero, certo che sì, ma non detteranno mai il mio modo di fare.
Forse è il caso di dirlo chiaramente: ho apprezzato i tuoi consigli.
Detto questo, il modo in cui considero target e altro, partono da un gradino di base che richiede che i miei lettori cerchino l'opera niche, qualcosa che non salti fuori dalla "bella editoria" dei nomi titanici. Non voglio nemmeno passare per l'artista reietto che fa cose a caso per impressionare. Diciamo che mi colloco nel mezzo, ha senso?
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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#11 » mercoledì 23 dicembre 2020, 13:32

Per quanto riguarda l'altro discorso: questo non è l'unico stile con cui scrivo. Sono stato definito eclettico, altrove, perché ogni mio racconto breve sembrava scritto da un autore completamente diverso. Le esigenze del lettore le considero, certo che sì, ma non detteranno mai il mio modo di fare.
Forse è il caso di dirlo chiaramente: ho apprezzato i tuoi consigli.
Detto questo, il modo in cui considero target e altro, partono da un gradino di base che richiede che i miei lettori cerchino l'opera niche, qualcosa che non salti fuori dalla "bella editoria" dei nomi titanici. Non voglio nemmeno passare per l'artista reietto che fa cose a caso per impressionare. Diciamo che mi colloco nel mezzo, ha senso?


Ha più che senso, è quello che cerco di ottenere anche io :) l'unico mio dubbio, a parte il discorso sul target, è che sia possibile convincere un editore con uno stile improntato su un pubblico di nicchia.
Non ho esperienza con l'editoria, non ho ancora pubblicato niente (anche se qualche editore a pagamento mi ha circuito senza successo) però le mie aspettative verso quel mondo sono molto basse. Alla fine sono organizzazioni a scopo di lucro, quindi quello che proponi loro deve avere le caratteristiche di un prodotto, con tutti i malus che si accompagnano alla definizione. Se trovi qualche editore virtuoso che punta all'arte e non ai guadagni, fammi subito i nomi che mi ci tuffo. Però, fino a prova contraria, meglio cercare di imparare a scrivere anche in funzione del target.

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Giovanni Attanasio
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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#12 » mercoledì 23 dicembre 2020, 13:55

MentisKarakorum ha scritto:
Per quanto riguarda l'altro discorso: questo non è l'unico stile con cui scrivo. Sono stato definito eclettico, altrove, perché ogni mio racconto breve sembrava scritto da un autore completamente diverso. Le esigenze del lettore le considero, certo che sì, ma non detteranno mai il mio modo di fare.
Forse è il caso di dirlo chiaramente: ho apprezzato i tuoi consigli.
Detto questo, il modo in cui considero target e altro, partono da un gradino di base che richiede che i miei lettori cerchino l'opera niche, qualcosa che non salti fuori dalla "bella editoria" dei nomi titanici. Non voglio nemmeno passare per l'artista reietto che fa cose a caso per impressionare. Diciamo che mi colloco nel mezzo, ha senso?


Ha più che senso, è quello che cerco di ottenere anche io :) l'unico mio dubbio, a parte il discorso sul target, è che sia possibile convincere un editore con uno stile improntato su un pubblico di nicchia.
Non ho esperienza con l'editoria, non ho ancora pubblicato niente (anche se qualche editore a pagamento mi ha circuito senza successo) però le mie aspettative verso quel mondo sono molto basse. Alla fine sono organizzazioni a scopo di lucro, quindi quello che proponi loro deve avere le caratteristiche di un prodotto, con tutti i malus che si accompagnano alla definizione. Se trovi qualche editore virtuoso che punta all'arte e non ai guadagni, fammi subito i nomi che mi ci tuffo. Però, fino a prova contraria, meglio cercare di imparare a scrivere anche in funzione del target.


Non stai considerando di pubblicare in self. Io per ora ho fatto così (pochissima roba), e ho già nel mirino qualche editore medio/piccolo che forse accetta testi un po' più coraggiosi. Sono d'accordo sul discorso editoria e scopo di lucro. Non ti so dire molto altro sugli editori grossi perché me ne tengo lontano; dubito che si facciano convincere da un autore che loro non reputano già meritevole dei loro standard.
Se hai del budget e puoi pagarti un editor e una piccola consulenza marketing, puoi lanciarti nel self. È un lavoraccio, ma è l'unico che ti permette di essere veramente te stesso e trovare lettori che ti amano per ciò che sei.
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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#13 » mercoledì 23 dicembre 2020, 15:06

Giovanni Attanasio ha scritto:Non stai considerando di pubblicare in self. Io per ora ho fatto così (pochissima roba), e ho già nel mirino qualche editore medio/piccolo che forse accetta testi un po' più coraggiosi. Sono d'accordo sul discorso editoria e scopo di lucro. Non ti so dire molto altro sugli editori grossi perché me ne tengo lontano; dubito che si facciano convincere da un autore che loro non reputano già meritevole dei loro standard.
Se hai del budget e puoi pagarti un editor e una piccola consulenza marketing, puoi lanciarti nel self. È un lavoraccio, ma è l'unico che ti permette di essere veramente te stesso e trovare lettori che ti amano per ciò che sei.

Non ho mai approfondito il tema del self publishing. Dovrei capire quanto viene a costare, se sono in grado di seguirlo e quanto sia fattibile. Ma se dà soddisfazioni ci potrei anche pensare.
Puntavo di più alle case editrici piccole, anche a livello locale, però anche lì ho molti dubbi.
Diciamo che prima sento di voler imparare a scrivere bene :) poi si vedrà. In questo mi aiutate molto voi, coi vostri commenti. E per il momento va bene così.

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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#14 » domenica 27 dicembre 2020, 13:05

Ciao, Giovanni e piacere di leggerti.

Dunque, il racconto presenta parecchie problematiche sotto tutti i punti di vista. Cercherò di essere quanto più chiaro possibile.

1) La trama è parecchio confusa. Abbiamo Eleonora che vuole scoprire le cause della morte della madre. Lo scopre praticamente nelle prime venti righe, ma non fa niente, se non piangere. Poi abbiamo alcune scene di litigio tra il barone e la figlia (funzionali a esprimere l'astio tra i due, ma prive di un vero filo consequenziale), poi la scena della brigantessa (che non aggiunge niente alla trama o ai personaggi. Poco più che un riempitivo), poi il flashback dell'incontro con Teresa (anche questo parecchio confuso, con Teresa che agisce come se sapesse tutto di Eleonora, la annusa e le da uno specchio rubato alla padrona senza che nulla abbia davvero uno scopo effettivo), lo scontro con il barone e il successivo inseguimento e il finale (con Eleonora che un istante prima era obbligata a terra dalle baionette dei gendarmi, ma poi, improvvisamente, ha lo spazio per fare da scudo umano a Teresa. Poi il barone si fa uccidere da Teresa, che forse ha agito solo per interesse... perché si, a quanto pare!). Insomma, la trama resta praticamente immobile per tutto il tempo, salvo esplodere in un finale confuso e inverosimile. Tutta la parte centrale aggiunge pochissimo, anche perché la scoperta che avrebbe dovuto innescare il cambiamento di Eleonora avviene all'inizio e sembra non avere conseguenze fino al finale. Il flashback, poi, è costruito ugualmente male, con Teresa che, più che una donna indipendente, parla e agisce come una totale squinternata (la scena dell'annusata vorrebbe essere arguta, ma è semplicemente imbarazzante).

2) Personaggi: abbiamo la figlia che vorrebbe ribellarsi, il padre-padrone e la tipa ribelle. Stop. Stereotipi fatti e finiti. Eleonora, che è l'unica che avrebbe potuto avere un minimo di approfondimento e di crescita, comincia in un modo e termina esattamene nello stesso modo. Il fatto che legga Roussseau o scopra i delitti del padre sembra avere poca influenza su di lei, tanto che deve intervenire comunque Teresa a salvarla. La "redenzione" finale del barone, poi, non sembra per niente in linea con il personaggio (mi aspettavo che sparasse a Teresa e solo in un secondo momento si suicidasse).

3) Stile e POV: questa probabilmente è la parte su cui c'è maggiormente da lavorare. La stile è pesante, barocco e lentissimo. Abbiamo periodi lunghissimi, con subordinate che si susseguono l'una all'altra, impedendo quasi al lettore di prendere fiato. Le frasi sono ripiene in modo inverosimile di aggettivi e avverbi spesso inutili, che non aggiungono quasi niente alla descrizione effettiva, ma rendono il testo ancora più difficile da seguire e noioso. Le frasi, inoltre, sono costruite in un modo che mi sembra volutamente "aulico" o, con espressioni enfatiche, verbi posizionati prima dei soggetti e costruzioni che non significano praticamente nulla ("Il barone aveva fatto ritorno, coi baffetti che ancora si scrollavano di dosso le risate del viaggio e della buona compagnia." ma cosa stracacchio dovrebbe significare?? "per Eleonora non faceva differenza che la sfera sorridesse o piagnucolasse tra le nubi d’un temporale improvviso" o Eleonora è la Pimpa, oppure la frase semplicemente non ha un vero senso). In alcuni tratti, mi hanno ricordato le traduzioni dei testi greci e latini fatte dagli autori degli anni 50/60 (tipo Rosa Calzecchi Onesti per l'Iliade) che ancora oggi fanno capolino nei libri dei Licei Classici. Il problema è che in quei testi il tono altisonante e aulico ha ancora senso, perché entrano in gioco la ritmica e la prosa epica o tragica (e, comunque, se vedi le versioni più recenti, l'aulicità tende a essere smorzata), quì, in un racconto in prosa dell'anno domini 2020, non ha il minimo senso di esistere.
Il tutto è reso ancor più confuso dall'uso del narratore onnisciente, in assoluto il peggior tipo di narratore tra quelli conosciuti, in quanto spezza l'immersività del racconto fin dalla prima riga e pone problemi enormi dal punto di vista del POV e del filtro del narratore. Problemi che si verificano puntualmente: il POV è incasinatissimo e, nella stessa scena, salta tranquillamente da un personaggio all'altro, al punto che in molti punti (soprattutto durante l'inseguimento) ho faticato parecchio a capire chi dicesse cosa e chi parlasse con chi (anche perché, in alcune scene, hai messo il soggetto delle azioni a metà frase, una scelta che non rende il testo più aulico, lo rende solo più confuso). Il filtro del narratore, invece, è totalmente sfasato: in alcuni punti sappiamo TUTTO quello che provano, pensano e sentono i personaggi, anche quelli che, in quel momento non sono POV, in altri viene posto un filtro grossolano che blocca al lettore informazioni che dovrebbe possedere (ad esempio, non c'è un vero motivo per cui non possiamo sapere quello che Eleonora legge nelle carte del padre, se non la mera funzionalità di trama). Il narratore onnisciente può funzionare solo in presenza di un filtro del narratore solido e coerente, cosa che quì è venuta totalmente a mancare.

4) Dialoghi: risentono della stessa forma aulica e pomposa del resto del testo, con l'aggravante che suonano fin da subito costruiti. Rileggili e riflettici sopra: ti sembrano davvero frasi che delle persone, in quel dato contesto reale, pronuncerebbero? O sembrano, piuttosto, battute da copione fatte e finite? Ancora peggio, non esiste una vera differenza di modo di parlare tra personaggi teoricamente appartenenti a classi sociali e culturali nettamente diverse. IL barone parla esattamente nello stesso modo pomposo e altisonante della massaia siciliana, che parlerà allo stesso modo di Teresa.

Insomma, nel complesso, direi che c'è molto da lavorare. Se posso suggerirti, direi che la cosa migliore sarebbe cominciare ad approfondire gli elementi della narrativa affidata al mostrato, piuttosto che al narrato, in quanto molti dei problemi che ti ho segnalato verrebbero automaticamente a smorzarsi con questo approccio. E molla il narratore onnisciente, ragazzo mio! So che è doloroso all'inizio, ma vedrai che ti farà crescere tantissimo.

Alla prossima!.

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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#15 » lunedì 28 dicembre 2020, 11:23

Ciao Giovanni, penso sia la prima volta che leggo qualcosa di tuo qui su MC. Allora iniziamo a parlare del tema. Io forse lo avevo inteso in senso più ampio, qui vedo che lo hai ristretto a una menzogna detta dal padre alla figlia. Forse avrei inserito ancora qualcosa in più che enfatizzasse il tema. Per quanto riguarda i bonus 1 e 3 sicuramente niente da segnalare. Per quanto riguarda lo specchio non l’ho trovato così importante per la trama, in quanto anche senza di esso il racconto sarebbe filato allo stesso modo. Il sense of wonder purtroppo non l’ho trovato, mi piacerebbe sapere dove lo hai trattato. Forse nel padre che si è fatto uccidere?
Nel complesso hai una buona penna, ma trovo, ovviamente è un parere personale, che le tue descrizioni appesantiscano il racconto. Il linguaggio ricercato è adeguato quando si tratta di dialoghi, ma nelle descrizioni, a volte, fa perdere un po’ il senso della frase. Un po’ di volte sono dovuta tornare indietro a rileggere delle frasi perché mi ero persa. Inoltre, alcuni passaggi li ho trovati non troppo lineari, come quando Eleonora all’inizio obbliga la serva a farsi dire quello che sta pensando, per poi ignorarla, o come quando il governatore fa portare il suo cospetto Teresa. Per una semplice brigante, a mio avviso, non sarebbe stato disturbato il governatore.
Buono l’uso del “show not tell”, anche se mi sarebbe piaciuto qualche dettaglio in più alla fine. La chiusura del racconto l’ho trovata un po’ affrettata.
Laura Cazzari

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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#16 » lunedì 28 dicembre 2020, 12:06

Laura Cazzari ha scritto:Ciao Giovanni, penso sia la prima volta che leggo qualcosa di tuo qui su MC. Allora iniziamo a parlare del tema. Io forse lo avevo inteso in senso più ampio, qui vedo che lo hai ristretto a una menzogna detta dal padre alla figlia. Forse avrei inserito ancora qualcosa in più che enfatizzasse il tema. Per quanto riguarda i bonus 1 e 3 sicuramente niente da segnalare. Per quanto riguarda lo specchio non l’ho trovato così importante per la trama, in quanto anche senza di esso il racconto sarebbe filato allo stesso modo. Il sense of wonder purtroppo non l’ho trovato, mi piacerebbe sapere dove lo hai trattato. Forse nel padre che si è fatto uccidere?
Nel complesso hai una buona penna, ma trovo, ovviamente è un parere personale, che le tue descrizioni appesantiscano il racconto. Il linguaggio ricercato è adeguato quando si tratta di dialoghi, ma nelle descrizioni, a volte, fa perdere un po’ il senso della frase. Un po’ di volte sono dovuta tornare indietro a rileggere delle frasi perché mi ero persa. Inoltre, alcuni passaggi li ho trovati non troppo lineari, come quando Eleonora all’inizio obbliga la serva a farsi dire quello che sta pensando, per poi ignorarla, o come quando il governatore fa portare il suo cospetto Teresa. Per una semplice brigante, a mio avviso, non sarebbe stato disturbato il governatore.
Buono l’uso del “show not tell”, anche se mi sarebbe piaciuto qualche dettaglio in più alla fine. La chiusura del racconto l’ho trovata un po’ affrettata.


Ciao. È sicuramente la prima storia che leggi, perché non ho ancora scritto altro per MC.
Il "sense of wonder" è un po' sul finale sì.
Lavorerò di più a descrizioni e passaggi complessi, in futuro, grazier per avermelo fatto notare. A mia discolpa, posso dire che sono un amante dello stile all'antica, stile che purtroppo è difficile da rendere bene e bilanciare al 100%.
Non ti nego che ho sottovalutato la lunghezza massima consentita. Ho pianificato una storia che meritava più spazio, e ho dovuto restringere un pochetto, si nota sul finale e nel legame tra padre e figlia. Leggendo il tuo commento mi è pure venuto in mente che avrei potuto sfruttare il flashback per introdurre la madre, anziché la brigante.
Sono felice che tu abbia notato lo "show not tell". Ho appreso da altri commenti che col mio stile e narratore sia un po' difficile da cogliere, nonostante io mi sforzi di mostrare e mai raccontare in modo pesante. Poi, ehi, i miei lettori preferiti sono già stecchiti e sepolti, peccato non poter chiedere a loro come far meglio! :D
Di nuovo grazie e buona giornata!
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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#17 » martedì 29 dicembre 2020, 18:38

Il racconto inizia lineare, ma ad un certo punto sembra forzato, come se fosse prelevato da una storia più ampia e riadattato. Soprattutto il finale ha un effetto tronco, rispetto al lussureggiare delle descrizioni precedenti. Confermo la presenza del primo bonus, mentre non trovo che lo specchio abbia un ruolo rilevante nella storia, che avrebbe potuto delinearsi senza di esso, senza tralasciare nulla. Il sense of wonder si evince forse rispetto alla morte della madre, che rimane inesplorata. Non avevo colto, senza leggerlo, invece, il terzo bonus.
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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#18 » martedì 29 dicembre 2020, 19:39

sprynt ha scritto:Il racconto inizia lineare, ma ad un certo punto sembra forzato, come se fosse prelevato da una storia più ampia e riadattato. Soprattutto il finale ha un effetto tronco, rispetto al lussureggiare delle descrizioni precedenti. Confermo la presenza del primo bonus, mentre non trovo che lo specchio abbia un ruolo rilevante nella storia, che avrebbe potuto delinearsi senza di esso, senza tralasciare nulla. Il sense of wonder si evince forse rispetto alla morte della madre, che rimane inesplorata. Non avevo colto, senza leggerlo, invece, il terzo bonus.


Ciao e grazie per aver commentato.
Quello che hai notato è vero, ma la storia non è riadattata: ho pianificato la struttura sottovalutando lo spazio a disposizione per la sfida e ho inserito il flashback perché volevo sperimentare la tecnica (una cosa che non avrei dovuto fare, col senno di poi).
Speravo che lo specchio colpisse di più. Ammetto di non aver consegnato la migliore delle prove, abbagliato dalla necessità di accaparrare i bonus. Che dire, la prossima andrà meglio!
Ti ringrazio ancora per avermi commentato e grazie per avermi fatto notare queste imperfezioni. Ciao!
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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#19 » domenica 3 gennaio 2021, 19:03

Ciao Giovanni,

mi dispiace, ma sarò schietto: ho trovato la tua storia piuttosto confusa e a tratti incoerente.
Eleonora si intrufola di nascosto nello studio del padre e poi si affaccia alla porta urlando alla serva di venire ad accendere il camino? Non mi pare particolarmente efficace come tecnica antisgamo.
L’approccio che ha Teresa al primo incontro con Eleonora mi sembra troppo “easy”, come se fossero già amicone. Dà subito confidenza, al limite dell’impertinenza, ed Eleonora si fida subito di lei. Poi Eleonora “coglie un luccichio” ma non ci dici dove. All’inizio avevo pensato che fosse qualcosa appeso al collo, magari seminascosto dalle vesti di Teresa. Uno specchio di quelli col manico mi sembra un oggetto abbastanza grande perché Teresa dovesse tenerlo in mano e quindi si sarebbe notato subito.
Ci hai mostrato la scena in cui la massaia veniva condotta al cospetto del barone dal punto di vista di Eleonora. Però la descrizione della massaia è totalmente esterna. Eleonora sembra averla riconosciuta, ma la sua identità viene nascosta al lettore e trovo ciò particolarmente odioso: se sto vedendo la scena con gli occhi di un personaggio, io devo sapere quello che sa lui/lei. Oltretutto, non fornisci nessun elemento significativo per far pensare che quella massaia fosse proprio Teresa. In prima battuta ho pensato che fossero due persone diverse, anche perché, se Eleonora è una ragazza e Teresa ha circa la sua stessa età, faccio fatica a identificare Teresa come “massaia”.
Quando Teresa va a prelevare Eleonora (perché poi?), il barone esce da un cespuglio e la aggredisce: è una scena molto forzata. Il barone passa il suo tempo nei cespugli in attesa che passi qualche paesano a importunare la figlia?
«Va’ nel mio studio e cerca nel secondo cassetto dello scrittoio vicino la finestra. Ci sono documenti che mia figlia non ha trovato: sei qui solo per quelli.»
Non trovo proprio il senso di questa battuta. Gli sgherri del barone sentiranno il colpo e lo troveranno morto. Non la cercheranno? La servitù lascerà entrare Teresa felicemente nello studio o Teresa potrà introdurvicisi con facilità? E quali sono questi altri documenti? Cosa dovrebbero dimostrare?
Per quanto concerne lo stile, adotti un narratore onnisciente che spesso interviene a dirci con tante parole cose di cui ci interessa poco (“Il sole si era già messo la corona più brillante in testa, e seppur irradiasse tutto l’altopiano e le campagne, per Eleonora non faceva differenza che la sfera sorridesse o piagnucolasse tra le nubi d’un temporale improvviso.” – magari voleva essere poetica, però l’ho trovata solo pesante e un po’ stantia). Anche quando ci caliamo nel punto di vista di qualcuno, poi all’improvviso ci troviamo esterni o nel punto di vista di qualcun altro e questo blocca il flusso della narrazione.
Insomma, mi dispiace ma ho trovato molta confusione, sia nella storia, sia nello stile.

Alla prossima.

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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#20 » mercoledì 6 gennaio 2021, 2:02

Ciao Giovanni, piacere di leggerti.

A mio giudizio il tuo è un buon racconto, bilanciando quelli che mi paiono i suoi pregi e i suoi difetti.
Comincerò con questi ultimi, che trovo essere essenzialmente due: un incipit eccessivamente convoluto e un finale con punto di vista ballerino.
Ci hai immersi in poche righe e con un paio di metafore nell'ambientazione geografico/spaziale e in quella sentimentale fra i protagonisti. Forse perché su Minuti Contati va per la maggiore uno stile molto differente, ho faticato a leggere questo primo paragrafo, prima che la serva aprisse all'alba le tende, mentre da quel punto in poi la lettura è stata scorrevole, facile.
Credo che un inizio privo di queste righe sarebbe stato più efficace. Non avrei però assolutamente eliminato il paragrafo stesso, che ritengo comunque una perla, ma lo avrei inserito al primo accenno all'esistenza di un padre per spiegare i sentimenti che legavano padre e figlia.
Per quanto riguarda il finale posso dire che il difetto sia quasi lo stesso: lo avrei trovato molto più 'potente' se il racconto fosse terminato al momento della morte di Eleonora. Il dialogo fra Teresa ed il Barone, che introduce alcune necessarie spiegazioni di retroscena, l'avrei anticipato, lasciando che le orecchie della figlia udissero le accuse di Teresa e una mezza confessione del padre prima dello sparo fatale. Questo avrebbe portato anche ad evitare di dover cambiare punto di vista per narrare vicende che Eleonora, ormai morta, non poteva osservare o ascoltare.

Per quanto riguarda i punti di forza, mi trovo in contrapposizione con gli altri commentatori.
Il tuo è uno stile di scrittura che mi piace e lo trovo sicuramente un punto a favore. Trovo infatti che ogni storia abbia necessità di uno stile adeguato tanto all'argomento quanto al genere di coinvolgimento che si vuole indurre nel lettore.
Da questo punto di vista il tuo stile, che viene definito manzoniano, barocco o all'antica, mi sembra ben più che solo adeguato per un racconto che potrebbe essere esteso a romanzo storico. Oggi useremmo il termine femminicidio per descrivere l'accaduto, ma se avessimo trovato questo termine moderno all'interno della narrazione avrebbe stonato più di una chitarra elettrica in un concerto di musica operistica. Per tanto trovo il tuo stile un necessario complemento per immergere il lettore nella giusta atmosfera, inducendo un costrutto di pensieri tipico di un'epoca in cui è perfettamente normale il delitto d'onore.
Anche l'uso della terza persona mi sembra funzionale al racconto e, in particolare, alla 'morale' che può trarne un giovane adulto lettore. Questa scelta stilistica rende infatti difficile l'immedesimazione nella protagonista e spinge a considerarsi un osservatore esterno, ma in una narrazione in cui la protagonista principale finisce per perdere la vita mantenersi esterni aiuta a generare un senso di impotenza di fronte agli eventi che si svolgono nelle righe che leggiamo. Sentirsi osservatori esterni in una vicenda del genere induce a una sana riflessione rispetto a simili eventi che popolano la cronaca odierna.

Nonostante la mia opinione positiva ed il fatto che ritenga la diversità e la varietà un aspetto sempre positivo (per deformazione professionale ma non solo) ti invito a cogliere l'occasione della frequentazione di questo sito per arricchire il tuo bagaglio stilistico provando a cimentarti nella 'narrazione immersiva moderna in prima persona'. Troverai qui da tutti coloro che frequentano questo spazio da molto più tempo di me ottimi consigli per migliorare in questo stile senza dover abbandonare quello che ti è già congeniale.
"Ho solo due cose da lasciarti in eredità, figlio mio, e si tratta di radici ed ali." (William Hodding Carter)

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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#21 » mercoledì 6 gennaio 2021, 10:40

Alessio ha scritto:Ciao Giovanni,

mi dispiace, ma sarò schietto: ho trovato la tua storia piuttosto confusa e a tratti incoerente.
Eleonora si intrufola di nascosto nello studio del padre e poi si affaccia alla porta urlando alla serva di venire ad accendere il camino? Non mi pare particolarmente efficace come tecnica antisgamo.
L’approccio che ha Teresa al primo incontro con Eleonora mi sembra troppo “easy”, come se fossero già amicone. Dà subito confidenza, al limite dell’impertinenza, ed Eleonora si fida subito di lei. Poi Eleonora “coglie un luccichio” ma non ci dici dove. All’inizio avevo pensato che fosse qualcosa appeso al collo, magari seminascosto dalle vesti di Teresa. Uno specchio di quelli col manico mi sembra un oggetto abbastanza grande perché Teresa dovesse tenerlo in mano e quindi si sarebbe notato subito.
Ci hai mostrato la scena in cui la massaia veniva condotta al cospetto del barone dal punto di vista di Eleonora. Però la descrizione della massaia è totalmente esterna. Eleonora sembra averla riconosciuta, ma la sua identità viene nascosta al lettore e trovo ciò particolarmente odioso: se sto vedendo la scena con gli occhi di un personaggio, io devo sapere quello che sa lui/lei. Oltretutto, non fornisci nessun elemento significativo per far pensare che quella massaia fosse proprio Teresa. In prima battuta ho pensato che fossero due persone diverse, anche perché, se Eleonora è una ragazza e Teresa ha circa la sua stessa età, faccio fatica a identificare Teresa come “massaia”.
Quando Teresa va a prelevare Eleonora (perché poi?), il barone esce da un cespuglio e la aggredisce: è una scena molto forzata. Il barone passa il suo tempo nei cespugli in attesa che passi qualche paesano a importunare la figlia?
«Va’ nel mio studio e cerca nel secondo cassetto dello scrittoio vicino la finestra. Ci sono documenti che mia figlia non ha trovato: sei qui solo per quelli.»
Non trovo proprio il senso di questa battuta. Gli sgherri del barone sentiranno il colpo e lo troveranno morto. Non la cercheranno? La servitù lascerà entrare Teresa felicemente nello studio o Teresa potrà introdurvicisi con facilità? E quali sono questi altri documenti? Cosa dovrebbero dimostrare?
Per quanto concerne lo stile, adotti un narratore onnisciente che spesso interviene a dirci con tante parole cose di cui ci interessa poco (“Il sole si era già messo la corona più brillante in testa, e seppur irradiasse tutto l’altopiano e le campagne, per Eleonora non faceva differenza che la sfera sorridesse o piagnucolasse tra le nubi d’un temporale improvviso.” – magari voleva essere poetica, però l’ho trovata solo pesante e un po’ stantia). Anche quando ci caliamo nel punto di vista di qualcuno, poi all’improvviso ci troviamo esterni o nel punto di vista di qualcun altro e questo blocca il flusso della narrazione.
Insomma, mi dispiace ma ho trovato molta confusione, sia nella storia, sia nello stile.

Alla prossima.


Ti rispondo brevemente dicendo che ho sviluppato piuttosto male una storia che avevo pianificato molto bene. Se potessi tornare nel passato farei due cose: rimuovere il flashback e aggiustare alcuni avvenimenti e rivelazioni in accordo con alcuni dei tuoi consigli e quelli di altri.
Sullo stile: lo stile della storia è questo. Sui punti di vista andrebbero fatte correzioni, ma ritengo che anche qui il problema sia legato al fatto che mi sono voluto cimentare in qualcosa che meritava più spazio e condensando a caso ho perso di vista lo schema di partenza.
Alla prossima lettura!
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Giovanni Attanasio
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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#22 » mercoledì 6 gennaio 2021, 10:45

PietroD'Addabbo ha scritto:Ciao Giovanni, piacere di leggerti.

A mio giudizio il tuo è un buon racconto, bilanciando quelli che mi paiono i suoi pregi e i suoi difetti.
Comincerò con questi ultimi, che trovo essere essenzialmente due: un incipit eccessivamente convoluto e un finale con punto di vista ballerino.
Ci hai immersi in poche righe e con un paio di metafore nell'ambientazione geografico/spaziale e in quella sentimentale fra i protagonisti. Forse perché su Minuti Contati va per la maggiore uno stile molto differente, ho faticato a leggere questo primo paragrafo, prima che la serva aprisse all'alba le tende, mentre da quel punto in poi la lettura è stata scorrevole, facile.
Credo che un inizio privo di queste righe sarebbe stato più efficace. Non avrei però assolutamente eliminato il paragrafo stesso, che ritengo comunque una perla, ma lo avrei inserito al primo accenno all'esistenza di un padre per spiegare i sentimenti che legavano padre e figlia.
Per quanto riguarda il finale posso dire che il difetto sia quasi lo stesso: lo avrei trovato molto più 'potente' se il racconto fosse terminato al momento della morte di Eleonora. Il dialogo fra Teresa ed il Barone, che introduce alcune necessarie spiegazioni di retroscena, l'avrei anticipato, lasciando che le orecchie della figlia udissero le accuse di Teresa e una mezza confessione del padre prima dello sparo fatale. Questo avrebbe portato anche ad evitare di dover cambiare punto di vista per narrare vicende che Eleonora, ormai morta, non poteva osservare o ascoltare.

Per quanto riguarda i punti di forza, mi trovo in contrapposizione con gli altri commentatori.
Il tuo è uno stile di scrittura che mi piace e lo trovo sicuramente un punto a favore. Trovo infatti che ogni storia abbia necessità di uno stile adeguato tanto all'argomento quanto al genere di coinvolgimento che si vuole indurre nel lettore.
Da questo punto di vista il tuo stile, che viene definito manzoniano, barocco o all'antica, mi sembra ben più che solo adeguato per un racconto che potrebbe essere esteso a romanzo storico. Oggi useremmo il termine femminicidio per descrivere l'accaduto, ma se avessimo trovato questo termine moderno all'interno della narrazione avrebbe stonato più di una chitarra elettrica in un concerto di musica operistica. Per tanto trovo il tuo stile un necessario complemento per immergere il lettore nella giusta atmosfera, inducendo un costrutto di pensieri tipico di un'epoca in cui è perfettamente normale il delitto d'onore.
Anche l'uso della terza persona mi sembra funzionale al racconto e, in particolare, alla 'morale' che può trarne un giovane adulto lettore. Questa scelta stilistica rende infatti difficile l'immedesimazione nella protagonista e spinge a considerarsi un osservatore esterno, ma in una narrazione in cui la protagonista principale finisce per perdere la vita mantenersi esterni aiuta a generare un senso di impotenza di fronte agli eventi che si svolgono nelle righe che leggiamo. Sentirsi osservatori esterni in una vicenda del genere induce a una sana riflessione rispetto a simili eventi che popolano la cronaca odierna.

Nonostante la mia opinione positiva ed il fatto che ritenga la diversità e la varietà un aspetto sempre positivo (per deformazione professionale ma non solo) ti invito a cogliere l'occasione della frequentazione di questo sito per arricchire il tuo bagaglio stilistico provando a cimentarti nella 'narrazione immersiva moderna in prima persona'. Troverai qui da tutti coloro che frequentano questo spazio da molto più tempo di me ottimi consigli per migliorare in questo stile senza dover abbandonare quello che ti è già congeniale.


Ciao!
Il tuo commento mi ha fatto sentire felice, forse sei il primo e unico che ha apprezzato lo stile.
Accolgo la tua "sfida" e mi cimenterò con altri stili nel corso della mia presenza sul forum. Mi voglio vantare, nonostante la mia giovane età, di aver un bel bagaglio di stili da esporre al lettore e farò in modo che anche voi di MC possiate conoscermi per il mio eclettismo. Se fallirò nel provarmi figo, onta e disonore!
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DavideMannucci
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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#23 » venerdì 8 gennaio 2021, 23:28

Ciao Giovanni e piacere di averti letto!
Ho trovato il tuo un buon racconto, il tema centrato e i bonus ci sono, specchio compreso. Concordo con te, l'impressione è che la realizzazione non sia stata all'altezza dell'idea ma devo ribadire anche io che lo stile che hai riservato a questo racconto è adeguato alla storia. Sono convinto che tu sia versatile in quanto a stile ma è una mia sensazone ad una prima lettura.
Una discreta prova nel complesso.
A presto
Davide Mannucci

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Giovanni Attanasio
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Re: UNA MENZOGNA

Messaggio#24 » sabato 9 gennaio 2021, 1:08

DavideMannucci ha scritto:Ciao Giovanni e piacere di averti letto!
Ho trovato il tuo un buon racconto, il tema centrato e i bonus ci sono, specchio compreso. Concordo con te, l'impressione è che la realizzazione non sia stata all'altezza dell'idea ma devo ribadire anche io che lo stile che hai riservato a questo racconto è adeguato alla storia. Sono convinto che tu sia versatile in quanto a stile ma è una mia sensazone ad una prima lettura.
Una discreta prova nel complesso.
A presto


Ciao, e grazie per il commento!
Mi rifarò nelle prossime sfide e, soprattutto, starò molto attento a tema e richieste prima di fiondarmi all'assalto.
Alla prossima!
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