Per tutto il tempo che serve

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il 17 febbraio sveleremo il tema deciso da ALBERTO BÜCHI. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Il BOSS assegnerà la vittoria.
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Damjen
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Per tutto il tempo che serve

Messaggio#1 » martedì 2 marzo 2021, 18:52

PER TUTTO IL TEMPO CHE SERVE
(Sara Rosini)



Sono come un dente cariato. Avevo un buco grosso così, eppure non sentivo niente. C’è voluto il dolore per capire. Ma ora che fa male, e solo finché farà male, posso essere salvato.
Tutto è cominciato la prima volta che ho visto tua moglie. Era ferma davanti alla vetrina del mio ufficio, non trovava il coraggio di entrare. E anche quando l’ha fatto, se n’è rimasta distante, in piedi.
Ho paura che Emanuel mi tradisca, ha detto, lo sguardo basso, una mano che cercava di riportare dietro l’orecchio una ciocca che non c’era. Certe donne fanno così, quando qualcuno fa loro del male, quelle se la prendono coi propri capelli. E più fa male, più tagliano. Quel giorno, rintanata in una tuta d’un paio di misure in più, occhi grandi da inciamparci e mani che non smettevano di cercare qualcosa cui aggrapparsi, tua moglie mi è sembrata un ragazzino che si era perso. C’è voluto un po’ prima che accettasse di sedersi, e anche quando l’ha fatto, sembrava che stesse lì lì per scivolare via. Mi ha mostrato, senza guardarle, alcune tue foto, mi ha dettato i tuoi orari, mi ha pagato in anticipo due intere settimane di marcatura stretta. Un pedinamento di routine, un gioco da ragazzi.
È il primo a cui lo dico, ha sussurrato mentre l’accompagnavo alla porta, grazie, e mi ha abbracciato stretto, una forza inaspettata.
La prima volta che ho incontrato tua moglie, caro Emanuel, non sapevo che sarebbe stata anche l’ultima. Abbiamo parlato per meno di un’ora eppure adesso, a distanza di un mese – o forse di più, ho perso il conto – il ricordo che ho di lei è più vivido di quello che mi è rimasto di me stesso. Come se si trattasse di qualcun altro, qualcuno che nemmeno conoscevo bene, ripenso alle mie giornate come alla masticazione distratta di un pasto freddo, poco gustoso, preparato sempre con gli stessi ingredienti. Come un dente che si credeva sano, mordevo tutto senza sentire né dolore né conforto.
Ora invece, quando mi ricordo di mangiare, tutto potrebbe fare un male cane. Per questo, quel poco che ho ancora il coraggio di mordere è d’un tratto così gustoso. Ed è tanto più assurdo ora che la mia vita si svolge nella desolata periferia della tua. È da lì, dal buio dell’angolo meno interessante della tua visuale, dal freddo dell’estremità meno confortevole della stanza, dalla spazzatura che si accumula nella mia macchina, dove mangio e dormo di fronte a casa vostra, è da lì che ho scoperto chi sei. Ed è lì, al buio, al freddo, tra le macerie che vado ammassando ai bordi della tua vita, che ho cominciato a capire chi sono io.
Tra te e me non è più una marcatura stretta, è un corpo a corpo.
Se dovessi descrivere a qualcuno, caro Emanuel, il tuo ripresentarti al mondo ogni mattina, mi ritroverei ad affastellare una sequela di gesti tecnici come un commentatore televisivo di tuffi olimpionici. È che la tua pratica, ormai, rasenta la perfezione. Come ti concentri allo specchio per cancellare la disperazione, la scrupolosità con cui ti nascondi sotto strati di abiti che non ti si adattano che metricamente, la mollezza nel bacetto a tua moglie e, di fuori, la vaporosità della battuta sul fantacalcio col vicino.
E poi, inevitabile, ogni mattina, il tuo capolavoro: l’ingresso tra la folla alla fermata dell’autobus. Asciutto, indolore, un’entrata in acqua senza schizzi. Nessuna increspatura, nessuna reazione uguale e contraria; solo lo sforzo silenzioso di essere goccia d’acqua tra gocce d’acqua. La tua perfezione rasenta la bellezza. Nondimeno, malgrado lo splendido gesto tecnico, rimani un uomo sott’acqua, un essere obbligato a un ambiente in cui non può sopravvivere.
E io, unico spettatore a conoscere la magnificenza del tuo sforzo, non perdo una replica. Non smettere, non ancora. Io credo in te, so che puoi continuare per tutto il tempo che serve.
Poi arriva l’autobus e tu riemergi tra la folla alla fermata. Una boccata d’aria svelta mentre controlli sul vetro della porta spalancata che gli occhiali non ti si siano appannati nell’impatto, e sei già seduto tra gli altri. Mi siedo dietro di te e non eravamo mai stati così vicini. Anch’io, adesso, sono una goccia d’acqua. Nuotiamo nello stesso acquario la cui superficie ora si adatta al nuovo contenitore, si acquieta, s’inclina leggermente e poi parte, ondeggia all’unisono a ogni curva, s’increspa e rimescola a ogni fermata.
Ti osservo da dietro, percorro la sfera chiara della testa, mi poggio sulle spalle da nuotatore, scivolo tra i lembi del cappotto grigio, morbido quasi da commuovermi, mi aggrappo alla curva della gamba che affiora, caparbia, dalle rette dei pantaloni, cammino sul disegno delle calze fin dentro le scarpe lucide.
Sono l’unico a sapere quanta fatica ti richieda essere trasparente. Sono l’unico a vederti.
Intanto due maschi fertili, aggrappati al palo vicino all’uscita, commentano la procace biondina seduta qualche fila più avanti, si sbavano addosso, sorridono intorno in cerca di sodali. Lo so che percepisci la turbolenza, l’imperativo sociale che ne emana. Lo vedi avvicinarsi in piccole onde concentriche che solcano la superficie dell’acquario, come un’alta marea che investe ogni maschio sul suo percorso, e che ora si allunga nella tua direzione. Quando t’investe, svelto la assecondi, ti lasci muovere e per questo ti tocca di sorridere come se comprendessi ciò che quei due, e tutti gli altri maschi intorno, provano. No, di più, come se lo provassi tu stesso. Ma io so che quello che puoi fingere, non può spingersi oltre la facciata; e così, mentre gli altri inseguono una mediocre fantasia erotica, ti immagino pensare qualcosa di assurdo, tipo cosa ne farebbe quella biondina del tuo amato fegato con cipolle. Ne verrebbe fuori un fegato e cipolle buono come quello di tua moglie? Scommetto che tu, al contrario di ciò che farebbe ogni altro uomo impegnato, stai pensando a lei. Starai ricordando quando l’hai baciata stamattina prima di uscire, la sua pelle dura come marmo nel surgelatore, così lontana dalla calda morbidezza del suo fegato sotto la forchetta. Forse starai pensando a quando gliel’hai sradicato da sotto le costole. O forse è il cuore che le hai strappato, e ora lo tieni in un sacchetto nella ventiquattrore, mentre il resto l’hai bruciato. O magari l’hai sotterrata in cantina. Dov’è tua moglie, Emanuel? Ma intanto, al ricordo di qualsiasi cosa tu abbia fatto del suo cadavere, ti concedi una piccola sbavatura alla rappresentazione di un uomo normale, giusto un’imperfezione, permettendo che le mani ti fremano appena. Ero dall’altra parte del binocolo la mattina in cui ti ho visto, completamente nudo, tremare talmente da sconquassarti. Ero lì fuori, in macchina, congelato, senza mangiare né dormire da quando, la sera prima, l’avevi tenuta con la testa sott’acqua, nella vasca. Ho sperato, l’ho sperato con tutto il cuore, che un po’ della forza con cui mi aveva stretto la salvasse. E invece non si è difesa, non ha lottato. A volte penso che se io, davanti alla porta del mio ufficio, l’avessi stretta più forte, magari tanto da nascondermela dentro, da assorbirla, forse lei, adesso… Ma chissà, forse un po’ è successo, forse una parte di lei è davvero rimasta qui dentro, da qualche parte.
Ma intanto, su quest’autobus alla deriva, la vertigine con cui ricordi il tuo potere su di lei ti costringe ad alzarti in piedi. È in quel momento che l’autobus frena e perdi l’equilibrio. Ti ritrovi carponi, le ginocchia sfrante sul ferro del pavimento, aggrappato alla coscia della biondina. Lei non dice una parola ma ti guarda come se le si fosse attaccato alla gamba un cane in calore. Poche spinte di reni, sembra pensare dall’alto delle sue enormi tette, e qualsiasi altro maschio, perfino se quadrupede, eiaculerebbe guaendo perfino se bipede. Ti rialzi, qualcuno da qualche parte sghignazza.
Per un attimo ho paura che tu le prenda la testa e gliela spacchi sul sedile davanti. Resisti, Emanuel. Ancora un po’, ancora per il tempo che serve. Tu invece ti scusi, raccogli la ventiquattrore e scendi dall’autobus appena prima che richiuda le porte. Non è la tua fermata, dove diavolo vai? Non faccio in tempo a sgattaiolarti dietro. Ti guardo attraverso i vetri sudici delle porte. Ti stai sedendo sulla panchina sotto la pensilina e sembri d’un tratto fragile, forse stanco. Hai i pantaloni sporchi di sangue alle ginocchia.
Poi l’autobus riparte. Tu alzi il viso e mi guardi. Non mi avevi mai visto, prima, e la sensazione di pericolo è lancinante. Eppure, inspiegabilmente, la prima volta che mi guardi mi scopro stupito di essere ancora visibile. Eccola la fitta che mi dichiara ancora vivo. Da quant’è che non la sentivo? Fatto sta che qualcuno mi guarda e io voglio essere visto. No, di più, voglio essere visto da te. Perché ora che fa male, e solo finché lo farà, sei l’unico che io abbia mai conosciuto che forse può salvarmi. Resisti Emanuel, rimani trasparente per il resto del mondo perché senza di te, e senza tua moglie nel freezer, o in cantina, o forse dentro di me, io tornerei a essere vuoto. Sono un dente cariato, piuttosto che sentire il vuoto di prima, o questo dolore, preferisco essere strappato via. Aspetterò per tutto il tempo che serve.
Batto il pugno sulla porta chiusa.

Ho preso una brutta botta alle ginocchia. Mi siedo e l’autobus riparte. Un tizio da dentro mi guarda. Ha un’espressione interdetta, forse doveva scendere. Ho perfino la sensazione che mi stia dicendo qualcosa, e infatti muove le labbra. Sembra stanco, forse triste. Continuo a guardarlo finché sparisce nel riflesso della città sui vetri sporchi.
Sento le ginocchia bruciare proprio dove i pantaloni si stanno appiccicando. Chiamo l’ufficio, oggi non vengo, no, solo un raffreddore, se avete bisogno chiamatemi pure, sì, solo oggi.
Si ferma un altro autobus. Raddrizzo la schiena, assesto gli occhiali, fingo di guardare qualcosa d’importante al cellulare. Quando tutti quelli che sono scesi dall’autobus hanno preso le loro rotte, mentre si allontanano in tutte le direzioni, li immagino percorrere a grandi passi l’intero globo terrestre per ritrovarsi dall’altra parte del mondo, esattamente nel posto più lontano possibile da me. È a quel punto che vedo il tizio di prima, quello sull’autobus. Corre, sta venendo qui.

Sei ancora seduto sotto la pensilina. Man mano che mi avvicino, rallento. Ancora non ti vedo bene ma sei girato di qua, così t’immagino rimettere insieme i pezzi che compongono la rappresentazione di un uomo normale che aspetta l’autobus. Ogni pezzo lo fa, tranne i pantaloni sporchi di sangue. E poi il fatto che continui a guardarmi. Dovrei entrare in un negozio, o attraversare la strada, o girare i tacchi e tornare sui miei passi piuttosto, ma tu continui a guardarmi. Rallento ancora, la mia traiettoria prende a scarrocciare verso il parchetto che costeggia la strada. Sono a meno di dieci passi da te quando distolgo lo sguardo e mi costringo a scavalcare l’aiuola. Mi ritrovo a correre a perdifiato sul prato tra gli scivoli e le altalene. Stavo per rovinare tutto.

Dovrei cambiare il ghiaccio sulle ginocchia. E poi sarebbe ora di accendere le luci e invece lascio che la casa scivoli nella penombra, e poi nel buio, e che l’oscurità si faccia così densa da opporre resistenza alle lame dei fari delle poche macchine che passano, fuori. Dall’altra parte della strada, qualcosa luccica nel buio di un abitacolo.

Non si vede più niente da ore. M’infilo il berretto logoro degli Yankees e scendo dalla macchina. Cammino dall’altro lato della strada finché sono abbastanza lontano. A quel punto attraverso e torno indietro infilandomi nel primo giardino. Costeggio il retro delle case fino alla tua. Mi butto dietro alla siepe e gattono fino alla portafinestra della vostra camera. È socchiusa.

Mi alzo a fatica. Le ferite alle ginocchia tirano la pelle come una coperta troppo corta. Non ho fame, ho solo voglia di farmi un bagno. Mi porto il cellulare. Forse Sonia chiamerà.
Dentro all’acqua bollente, le spalle si sciolgono e la pelle delle ginocchia si ammorbidisce. Ripenso alla caduta sull’autobus. Non ho nessuno cui raccontarla. Se almeno Sonia chiamasse, sarei disposto a parlare di qualsiasi cosa, persino del taglio di capelli che si è fatta per somigliare a un uomo. Forse così potrei piacerti di più, aveva detto piangendo. Non è una questione di capelli, ho ribattuto. Allora devo andarmene?, ha singhiozzato. Le ho riempito la vasca, l’ho spogliata, l’ho tenuta per mano per aiutarla a entrare. No, non volevo dire questo. L’ho insaponata, l’ho strofinata e poi sciacquata, un pezzetto per volta, come fosse la mia bambina. Le ho riempito i capelli di shampoo profumato, e poi di balsamo, ci ho giocato, glieli ho appiattiti con la riga di lato come un damerino, le ho fatto la cresta, le ho fatto i baffi con la schiuma. Sei sempre bella.
Ha ricominciato a piangere. E pensare, ha detto, che ho anche creduto che avessi un’altra, l’ho perfino sperato.
Magari, ho risposto, perché allora non sarei così solo.
L’acqua intanto aveva smesso di fumare, e tutta l’umidità era avvinghiata a qualcosa, allo specchio, alle piastrelle, ai miei vestiti. La luce dalla finestra appannata, intanto, cadeva opaca e lenta come neve. Le ho tirato indietro la testa per sciacquarle i capelli, la nuca completamente immersa nell’acqua, tra le mie mani, così che si sentisse galleggiare.
Forse dovrei andare un po’ da mia madre, ha detto, e a bagnarle il viso erano rimaste solo le lacrime.
Sì, lo capisco, ho risposto lentamente per non dover sbrogliare troppo il nodo alla gola. Le sue braccia ora galleggiavano lente, le mani finalmente rilassate, socchiuse, i seni come arcipelaghi. Quanto ho desiderato che il suo corpo mi bastasse, quanto ci ho provato.
Ha chiuso gli occhi, non sarai solo, ha detto con la voce impastata dal sonno, la pelle increspata dal freddo. Ho assunto uno, ha sospirato, un investigatore privato. I capelli le fluttuavano lenti, tutt’attorno al viso rilassato. Era pure bello, ha sorriso, un po’ triste forse… Comunque sia, ha detto lei sempre più piano, ti starà guardando anche adesso.
Quando finalmente si è appisolata, ho aggiunto un po’ d’acqua calda.
La mattina dopo se n’era già andata, in silenzio, al buio.
Il vuoto dentro, il vuoto intorno, vasi comunicanti infine in equilibrio. Nel provare per la prima volta la morsa dell’immobilità, ho creduto, per un istante interminabile, di non essere più niente. È a quel punto che, in un angolo del cervello, Sonia ha ripetuto, con dolcezza, non sei solo. Ti starà guardando anche adesso.
Ho aperto le tende, mi sono spogliato completamente, mi sono masturbato. Furiosamente, disperatamente. Guardami, pensavo, schìfati e vattene pure tu. O vieni qui, adesso.

Sei andato a farti un bagno. Ho aspettato che t’immergessi nella vasca prima di lasciare il mio nascondiglio tra l’armadio e il muro. Frugo nei cassetti senza sapere cosa vado cercando. Forse lo capirò quando lo troverò. Dal bagno, intanto, solo qualche sciabordio lento. Apro il computer portatile sullo scrittoio. Nel fermo immagine di un video interrotto all’inizio, un uomo mezzo sdraiato su un divanetto rosso si tiene contro l’inguine, con forza, la testa di un altro uomo, cui sembra urlare qualcosa con l’espressione di chi offende, mentre un terzo uomo, alle spalle del secondo, è cristallizzato nel momento in cui lo penetra. Hai cercato un video così, e l’hai interrotto subito. Tolgo l’audio e lo faccio ripartire. I tre uomini ricominciano a sbraitare, a succhiare e a penetrare, ognuno con una sorta di rabbia solitaria, quasi di frustrazione, come se l’atto di ottenere piacere implicasse la colpa d’infliggere dolore. Ecco un’altra fitta, questa volta tra le gambe e poi dietro, dentro, su fino al cuore che trema per l’impatto, e poi ancora più su, ma anche a destra, a sinistra, in basso, fin dove la carie mi ha svuotato, per anni, in silenzio. Quando fermo il video, l’ho guardato quasi fino alla fine. Svelto, cerco altro e noto i tuoi vestiti sul letto, i pantaloni macchiati. Da qualche parte, ci saranno altri vestiti con altre macchie di sangue, quello di tua moglie. Ignoro il pensiero e mi ritrovo la tua camicia tra le mani. Cosa vado cercando…

L’uomo è fermo davanti al mio letto. Sta davvero annusando la mia camicia? Ho immaginato che faccia avesse, per questo ho quasi paura di scoprirlo diverso.
Sei quell’investigatore, vero?
Ritrovarmi a chiedermi cosa avrà visto di me, cosa avrà capito. Mi avrà visto masturbarmi? E perché mi gira ancora intorno se era stato assunto fino a due settimane fa? Non riesco a trattenere un sorriso, il primo da tanto.

Mi volto e sei lì, un asciugamano in vita, i capelli bagnati che al buio sembrano materia dura. Emanuel…
Accendi la luce. Mi guardi, mi stai vedendo. Ho rovinato tutto. O forse ci siamo, è ora.
Ho il cuore in gola che potrei sputarlo ai tuoi piedi. Tienitelo, vorrei dirti, ma sarebbe ridicolo.
Dico, invece, lo sapevi?

Sì.
Dovrei essere quantomeno seccato, e invece non riesco a smettere di sorridergli. Anzi, aspetta un attimo, gli dico battendomi una mano sulla fronte, e mettiti pure comodo, prenditi qualcosa da bere. Corro in bagno. Magari sai perfino dove sono i liquori, gli urlo, divertito. Ah, il ghiaccio è finito, e faccio partire la videochiamata a Sonia.

Tua moglie non smette di scusarsi.
Sono uno stupido.
Perfino il salotto è diverso da ciò che credevo da fuori. Me lo vedo intorno nell’inquadratura della videochiamata, in cui siamo vicinissimi. Ho una faccia orribile, da orribile stupido. Cerco di nasconderla con la tesa del berretto. Ho persino paura di puzzare, mentre tu sai di bagnoschiuma.
Ti pagherò tutto, sta dicendo lei, scriverò una recensione che poi verranno tutti da te. Ha gli occhi più tristi di quanto ricordassi, mentre tu non hai ancora smesso di sorridere. Non ti avevo mai visto farlo, prima.
Non hai freddo, ti chiedo quando chiudi la chiamata.

No, cioè, non lo so, dovrei. È che, ma non riesco a dire che sono troppo allegro per sentire freddo. Come ti chiami?

Stefano.

Stefano… Mi dai un attimo per vestirmi? Ah, se vuoi, dico mentre vado in camera, accendi pure la tv. Hai cenato?

No.
E non ricordo nemmeno più da quanto.

Nemmeno io, urlo per farmi sentire. Se non hai niente da fare, ordiniamo qualcosa.
Ho socchiuso la porta della camera, mi sto infilando le mutande quando sento aprire l’acqua della vasca.
La porta si schiude un po’, è Stefano, mi ha seguito in camera. Scusa, bisbiglia, guarda per terra.
No, davvero, scusa tu, io e Sonia in questi giorni siamo un po’ fuori di testa, sai, ci stiamo lasciando. Non è arrabbiato, sembra solo un po’ spaesato, o forse stanco. Tutta la mia allegria mi appare, d’un tratto, stupida. Forse vuole solo andarsene.

Ho bisogno di chiederti un favore, lo dico velocemente. Mi guardi con maggior attenzione e sembri perfino un po’ preoccupato. Mi tolgo il berretto e comincio a sfilare la maglietta da dentro i jeans.
Per un attimo non sai cosa rispondere, poi unisci i puntini. Se vuoi farti un bagno, dici, fa’ pure.
Mi bruciano gli occhi, sì, ne ho davvero bisogno ma no, non è quello il favore.

Stefano si sfila la maglietta, la tiene stretta nel pugno. Per un po’ si sente solo il rumore della vasca che si riempie. Sai perché, dice, ho continuato a pedinarti per tutto questo tempo?
Apro la bocca per rispondere, ma ciò che ne uscirebbe non convince nemmeno me.
Stefano comincia a slacciarsi la cintura. Ho continuato a pedinarti perché credevo che tu potessi fare una cosa per me. E ci ho creduto talmente, che mentre aspettavo che tu la facessi, mi sono dimenticato di raccontarmi le solite cazzate, quelle che mi consolavano e mi rincoglionivano da sempre. Ha finito con la cintura e attacca a sbottonarsi i jeans.
Non capisco, gli dico senza staccare gli occhi dalle sue mani.

Non è più importante, rispondo. Solo che ora non posso più tornare indietro. Non ho nulla cui tornare, per la precisione. Mi abbasso i jeans e sfilo i piedi, uno alla volta. Forse dovrei dirtelo che se non puoi uccidermi, allora dovrai salvarmi in un altro modo. E invece mi sfilo le mutande, in silenzio.
Sono come un dente cariato. O mi devitalizzi, o riempi il buco.



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Damjen
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Re: Per tutto il tempo che serve

Messaggio#2 » martedì 2 marzo 2021, 18:54

Ho provato a rispettare tutti i bonus, ma non sono sicura di esserci riuscita...

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MatteoMantoani
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Re: Per tutto il tempo che serve

Messaggio#3 » domenica 7 marzo 2021, 11:18

Prime Impressioni: Ciao Sara, benvenuta su MC. Devo dire che la tua è una bella prosa, piena di passaggi poetici e suggestivi. Sono contento di aver letto il tuo pezzo, e sono molto curioso di rileggere ancora qualcosa di tuo. Non lasciarci e partecipa ancora alle nostre gare, così potrò leggerti ancora.
I commenti che sto per farti, sono in gran parte legati al mio gusto personale: non vederli come cose scritte sulla pietra. Magari, se proprio vuoi, segnalami dove secondo me dico cose che non condividi proprio, posso certamente essermi sbagliato…

Aderenza al tema: Vedo il tema della gara nella fiducia di Sonia per Emanuel che vacilla. Poi introduci (a forza) anche il tema della fiducia di Stefano per Emanuel, ma non trovo bene i riferimenti nella trama per pensare che ci sia veramente qualcosa del genere.
Il bonus del flashback te lo darei, gli altri due no. La scena di sesso (il porno del pc) non è funzionale alla trama e, a mio avviso, non è nemmeno violenta. Il cane, scusa, non l’ho proprio trovato.

Punti di miglioramento: Arrivo al difficile compito di darti qualche suggerimento per migliorare il tuo racconto. Il fatto è che, a parte uno stile che mi è piaciuto tantissimo (anche se a mio gusto c’è ancora qualcosa da migliorare), la trama mi pare abbastanza poco coerente.
Viene chiamato un investigatore, che spia la coppia così bene da poter descrivere minuziosamente quello che succede dentro la casa, però che non si accorge che 1) Emanuel stava solo facendo un bagno a Sonia, 2) Sonia se n’è semplicemente andata di casa. Mi spiace, ma semplicemente l’intera trama non sta in piedi.
A mio parere hai messo troppa carne al fuoco: c’è il “risveglio” della voce narrante che si scopre omosessuale, c’è un delitto che alla fine si rivela solo un sospetto, c’è una moglie che lascia il marito… il risultato, purtroppo, è che hai approfondito molto bene solo il tema del “risveglio”, però lasciando un po’ da parte le altre cose.
Altro commento che ti darei, è di curare meglio la verosimiglianza delle cose che mostri: Emanuel scivola in autobus e si sbuccia le ginocchia (un po’ difficile, a meno che sul pavimento non ci siano chiodi), il detective vede Emanuel che scivola, ma non capisce che il sangue sui pantaloni è dovuto alla caduta, il detective che entra in casa senza chiavi e apre il computer trovando il filmino porno (che sembra un po’ buttato lì senza dare un valore aggiunto alla trama).
Riguardo allo stile, i complimenti arriveranno dopo. Adesso ti consiglio di rivedere il modo con cui rendi il discorso indiretto e la fruibilità delle sequenze di scene con cambi di voce narrante (difficili da seguire, a meno che le voci narranti non abbiano una spiccata differenza nei toni, nel linguaggio o nel modo di narrare). C’è molta poesia, ma forse qualche volo pindarico di troppo (specie la frase finale, che è un po’ un pugno in un occhio) che appesantisce la lettura. Anche alcune frasi sono molto lunghe e certi paragrafi sono wall of text un po’ lenti da digerire.

Punti di forza: Ho letto il racconto con trasporto perché, a mio avviso, hai uno stile particolare, che sposa bene i dettagli suggestivi con lo svolgersi delle azioni. È come se i personaggi vedessero il mondo con gli occhi del cuore, e io ho partecipato molto volentieri a questa decodifica della realtà in funzione dei sentimenti. Qui meriti un vero applauso, non sono un fan dei testi del genere, però ho letto il tuo molto volentieri. A mio avviso, potresti magari dosare un po’ di più quest’effetto e usarlo solo nelle scene che veramente ne hanno bisogno, quelle in cui i personaggi hanno un vero momento di introspezione e di esplorazione emotiva, e andare più veloce e stringata in quelle scene in cui ci sono delle semplici azioni.

Conclusioni: Il tuo pezzo secondo me è sbilanciato: da un lato pende uno stile particolare e (a mio avviso) molto elegante e suggestivo, dall’altro una storia non all’altezza. Per quanto mi sia piaciuto il modo in cui hai reso l’introspezione dei protagonisti, non ho avuto lo stesso apprezzamento per la trama. Voglio quindi darti il consiglio di perseverare col tuo stile, magari perfezionando qua e là la fruibilità della tua prosa, e puntare di più sulla coerenza e sulla verosimiglianza delle vicende che descrivi.
Se mi immagino una bella trama con dei personaggi avvincenti dai sentimenti resi così bene, già vedo un romanzo degno di essere letto e ricordato. Quindi non mollare! A rileggerci (spero) presto!



Analisi riga per riga:

Sono come un dente cariato. Avevo un buco grosso così, eppure non sentivo niente. C’è voluto il dolore per capire. Ma ora che fa male, e solo finché farà male, posso essere salvato.
Incipit ad effetto, ma forse un po’ troppo ambiguo. Ho pensato che la carie consistesse nel buco di un proiettile, quindi che il personaggio stesse sanguinando e che il dolore fosse un modo per restare sveglio mentre gli aiuti arrivavano.

Certe donne fanno così, quando qualcuno fa loro del male, quelle se la prendono coi propri capelli.
Bella immagine, bel concetto, bella frase. Magari puoi togliere il “quelle”, per renderla più fluida.

È il primo a cui lo dico, ha sussurrato mentre l’accompagnavo alla porta, grazie, e mi ha abbracciato stretto, una forza inaspettata.
Qui le battute di dialogo sono a metà tra l’indiretto e il diretto. Userei qualcosa di più netto, i segni caporali per delimitare bene le battute oppure, se vuoi usare il discorso indiretto, devi rivederle per metterle in bocca alla voce narrante. Fai la stessa cosa verso la fine, quando Emanuel racconta il dialogo con la moglie.

Come se si trattasse di qualcun altro, qualcuno che nemmeno conoscevo bene, ripenso alle mie giornate come alla masticazione distratta di un pasto freddo, poco gustoso, preparato sempre con gli stessi ingredienti.
Staccherei le due frasi con un punto (o due punti, o punto e virgola…) prima di “ripenso”.

dove mangio e dormo di fronte a casa vostra, è da lì che ho scoperto chi sei
Idem. Altri casi più avanti di frasi che si possono spezzare, non te li segnalo tutti.

È che la tua pratica, ormai, rasenta la perfezione. Come ti concentri allo specchio per cancellare la disperazione, la scrupolosità con cui ti nascondi sotto strati di abiti che non ti si adattano che metricamente, la mollezza nel bacetto a tua moglie e, di fuori, la vaporosità della battuta sul fantacalcio col vicino.
Tutto molto ben reso e suggestivo, ma mi fa pensare che il protagonista possa in effetti infilarsi nel bagno a osservare Emanuel mentre fa la sua toeletta e, addirittura, possa andare a controllare la mollezza delle labbra con una lente di ingrandimento. Mi sembra tutto un po’ troppo ravvicinato: ricorda che il tuo personaggio è pur sempre una persona esterna, quindi le azioni che descrive devono essere coerenti con le sue capacità di percezione.

l’ingresso tra la folla alla fermata dell’autobus. Asciutto, indolore, un’entrata in acqua senza schizzi.
Applauso virtuale: sei riuscita a trovare il paragone dei tuffi olimpionici all’immersione nella vita quotidiana. Invidio la tua capacità di analisi e rielaborazione delle emozioni, complimenti.

Intanto due maschi fertili
Dal punto di vista biologico, i maschi sono sempre fertili (a meno di patologie). Meglio mettere “in calore”, rende più l’idea di quello che vuoi esprimere

e qualsiasi altro maschio, perfino se quadrupede, eiaculerebbe guaendo perfino se bipede
Frase un po’ farraginosa, sospetto che ci sia un refuso (“perfino se quadrupede” si può levare)

Resisti Emanuel, rimani trasparente per il resto del mondo perché senza di te, e senza tua moglie nel freezer, o in cantina, o forse dentro di me, io tornerei a essere vuoto. Sono un dente cariato, piuttosto che sentire il vuoto di prima, o questo dolore, preferisco essere strappato via. Aspetterò per tutto il tempo che serve.
Qui ho perso il filo: non capisco perché il detective si sia tanto affezionato a Emanuel e sua moglie, da dare un senso alla sua vita solo in funzione delle sue indagini. Un po’ troppo forzato, secondo me. Ci sta, ma manca una spiegazione del come e del perché. Forse il tutto arriva alla fine, quando si scopre che anche il detective è omosessuale, però è un po’ tardi, sempre secondo me.

Ho preso una brutta botta alle ginocchia. Mi siedo e l’autobus riparte.
Ho dovuto rileggere il pezzo un paio di volte per capire che stavi cambiando la voce narrante. Il fatto è che i due narratori si assomigliano troppo, pur essendo persone diverse.

scarrocciare
Ho dovuto cercare questa parola nel vocabolario. Ho visto che si usa per le imbarcazioni: forse volevi fare una metafora, ma non mi è arrivata.

Dovrei cambiare il ghiaccio sulle ginocchia.
“Quando se l’è messo? Perché? Per la caduta in autobus? E se ne va in giro col ghiaccio legato alle ginocchia sotto i pantaloni?” Queste sono le domande che mi sono fatto fino a quando dici che si trova a casa. Per evitare questi dubbi, meglio se descrivi prima l’ambiente in cui il personaggio si trova, poi il resto.

i seni come arcipelaghi
Una similitudine non troppo riuscita, secondo me: arcipelago indica più isole piccole, i seni che galleggiano sull’acqua sono due…

Sono come un dente cariato. O mi devitalizzi, o riempi il buco.
Frase che fa cadere tutto quanto hai scritto prima: due omossessuali stanno per avere un rapporto e mi parli di un buco che viene riempito. Ok, c’è il confronto con il buco nell’animo (la carie), però non puoi riempirlo in questo modo: questa frase, invece di commuovere, fa ridere.

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Giovanni Attanasio
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Re: Per tutto il tempo che serve

Messaggio#4 » domenica 7 marzo 2021, 14:35

Ciao, ti lascio questo commento a caldo, dopo aver letto la storia solo una volta e forzandomi a non rileggerla se non prima di votare tra qualche giorno. Nel commento della votazione ti dirò di più, se ci sarà da dire altro.

La storia inizia molto bene e lo stile è davvero ottimo, però, ancora prima della fine del primo paragrafo, la narrazione comincia a essere ridondante; non in senso stilistico, o almeno non troppo, ma in senso di contenuto. È chiara la premessa, ma ora dove vogliamo andare a parare? Siamo quasi a 10k caratteri quando c’è una sorta di “azione”, il miraggio di un’azione.
A un certo punto mi sono perso: non avevo capito che avessi spostato il pov.
Non ho neppure colto il senso di “io credo in te”, non mi è molto arrivato. Avevo subodorato l’omosessualità nella storia, avevo il sentore che ci sarebbe stata una virata verso quella direzione. Detto questo, una volta giunti a quella “rivelazione”, tante azioni del personaggio sembrano più sensate. Con un’altra lettura, prima di votare, deciderò cosa pensare della scena omosex: per ora le tengo lì da parte prima di giudicare.
L’idea del dente cariato usato come “simbolo” e riproposto funziona, è ripreso nei punti giusti e rende bene l’idea.

Sul lato stilistico voglio aggiungere che mi piace il non utilizzo di segni per delineare i dialoghi, in quel senso aiuta molto a scorrere tra un pensiero e l’altro del personaggio. La storia è un’enorme “narrazione”, il tutto ci viene comunicato in modo molto chiaro e siamo "costretti" a essere il personaggio. La cosa funziona, perché no. La voce del personaggio offre tanti spunti a cui aggrapparsi per capire chi è e come vive, cosa fa e via dicendo.

Fammi sapere quali erano le tue intenzioni con la storia e io le confronterò con ciò che ho recepito per farmi un’idea precisa.
"Scrivo quello che voglio e come voglio. Fatevelo piacere."

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Damjen
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Re: Per tutto il tempo che serve

Messaggio#5 » mercoledì 10 marzo 2021, 13:05

Sono proprio contenta di partecipare a tutto questo!!!
Grazie mille dei tuoi commenti, e ancor di più per la gentilezza con cui li porgi (spero di aver saputo fare altrettanto).


MentisKarakorum ha scritto: Aderenza al tema: Vedo il tema della gara nella fiducia di Sonia per Emanuel che vacilla. Poi introduci (a forza) anche il tema della fiducia di Stefano per Emanuel, ma non trovo bene i riferimenti nella trama per pensare che ci sia veramente qualcosa del genere.


In effetti alla fiducia di Sonia per Emanuel non avevo nemmeno pensato...
Comunque il mio tentativo (fallito) era di rendere la fiducia di Stefano (il pov) in Emanuel attraverso il suo risveglio, cioè la sua improvvisa consapevolezza di essere... sbagliato. Perché "fiducia"? Perché cominciare a guardare in faccia i propri mostri (la carie che lo svuota da sempre) è frutto della speranza di poter far smettere presto questa dolorosa consapevolezza, proprio grazie a Emanuel, unico assassino che Stefano abbia mai conosciuto. Quindi la fiducia è fatta di "resisti!", perché se qualcuno scopre che Emanuel è un assassino, finirà in galera, per cui niente aiuto.
Trooooppo forzato e celebrale, lo capisco :)

MentisKarakorum ha scritto:Il bonus del flashback te lo darei, gli altri due no. La scena di sesso (il porno del pc) non è funzionale alla trama e, a mio avviso, non è nemmeno violenta. Il cane, scusa, non l’ho proprio trovato.


Questa scena di sesso mi farà vergognare per il resto della mia vita, lo so! XD
Impresentabile, davvero.
Per quanto riguarda il cane, è nella micro sequenza statica sull'autobus, quando Emanuel cade e si aggrappa alla bionda. Ma appunto non è una scena, è una sequenza, quindi so che non merita il bonus.


Purtroppo devo scappare, continuo domani.
Ciau

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Fagiolo17
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Re: Per tutto il tempo che serve

Messaggio#6 » mercoledì 10 marzo 2021, 19:49

Ciao Sara, piacere di leggerti.
Ti faccio subito i complimenti per il tatto che usi nei commenti e per la loro profondità.
Io purtroppo non sono così bravo (non sul tatto, ma sulla profondità dei commenti).
L'idea alla base del tuo racconto mi è piaciuta, l'evoluzione del protagonista fino alla scoperta della sua omosessualità. Un bel tema, che hai declinato bene.
Il tuo stile è molto particolare, sembra un flusso di pensieri intersecato con la narrazione dei fatti. Anche le battute del dialogo sono quasi indirette.
In questo pezzo funziona, ma ho qualche dubbio che possa andare bene per qualsiasi narrazione. Da valutare di volta in volta.
Un piccolo appunto sulla scelta del pdv ballerino.
Il primo punto di vista è troppo lungo rispetto ai balzi successivi. Infatti ho fatto un po' di fatica a capire che era cambiato il portatore di punto di vista. Per comodità avresti potuto fare una parte in normale e una in corsivo, giusto per dare uno stacco anche visivo.

In bocca al lupo!

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Polly Russell
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Re: Per tutto il tempo che serve

Messaggio#7 » sabato 13 marzo 2021, 16:24

Ciao e ben trovata, credo sia la prima volta che leggo qualcosa di tuo e l'ho fatto con piacere, quindi grazie.
La metafora del dente che ritorna per tutto il pezzo è ben riuscita, calza alla perfezione dall'inizio alla fine.
La tua prosa è ricercata e spesso scivola nella poesia, alcune volte davvero bene, altre risultando un po' ridondante.
Alcune frasi però sono davvero perfette.
occhi grandi da inciamparci
wow! Ecco, questa è una di quelle che mi fa dire, perché non ci ho pensato io? lol
La scelta di non utilizzare alcun segno per i dialoghi, in sincerità non mi è piaciuta, avrei gradito almeno un corsivo, un virgolettato. Così ho sempre e solo un personaggio e mezzo in mente, il protagonista e Emanuel e nemmeno mi accorgo della presenza di Silvia.
Anche la scelta di far saltare il pov tra i due, per quanto sia ben fatta, risulta in alcuni momenti di difficile comprensione, soprattutto alla fine, dove sono tante piccole frasi, alternate tra i due. Vero che l'uso di due persone diverse dovrebbe aiutarci a capire chi sta dicendo cosa, ma in alcuni casi ci ho comunque dovuto riflettere.
Non ho colto due dei bonus, il fatto di vedere il porno non aggiunge né toglie nulla alla trama, anche perché non devi per forza essere omosessuale per decidere di guardare un porno gay. Il cane, m'è proprio sfuggito, a meno che sia il cane sull'autobus, ma avevo capito fosse un paragone "come fanno i cani".
il flashback c'è.
La fiducia è quella di lei in Emanuel, nel fatto che sarebbe riuscito a "far pace" con la propria sessualità: ci stà.
Non ho capito la scelta di interpellare un 'investigatore, perché ha scelto lui? Non sarebbe stato più facile combinargli un appuntamento in un club? lol
Anche le ragioni di Stefano mi paiono parecchio oscure. Sembra voglia scoprire la verità sulla moglie di lui, pur essendo sicuro che lui l'abbia uccisa. A un certo punto si dice sicuro addirittura che lui l'abbia affogata, ciò nonostante continua nel suo gioco di pedinamento senza denunciarlo, senza chiamare la polizia...
Comunque, al netto del perfettibile, ho apprezzato la prosa e i voli pindarici della coscienza di Stefano.
Polly

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Alessandro -JohnDoe- Canella
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Re: Per tutto il tempo che serve

Messaggio#8 » sabato 13 marzo 2021, 22:21

Ciao Sara.
Parto col dire che questo è uno di quei brani in grado di mettermi in seria difficoltà a livello di “posizionamento”. Una cosa è certa: il tuo è il racconto più coraggioso di tutti dal mero punto di vista stilistico.

Parto da una premessa (anche perché sennò che premessa è?): in generale, quando si tratta di gusti personali, non ho dubbi su cosa sia per me la bella scrittura. Il mio narratore ideale è quello che definisco un narratore invisibile, ovvero in grado di esaltare azioni, pensieri e sensazioni dei personaggi portatori di PDV senza far mai sentire la propria presenza. Non è solo una questione di focalizzazione o di show don’t tell, quanto anche di scarso amore verso descrizioni e frasi finto-poetiche il più delle volte fini a sé stesse.
Da queste parole potresti pensare che il tuo racconto non abbia raggiunto i miei gusti dal punto di vista stilistico. E invece no. L’ho adorato!
L’ho adorato perché sei stata coerente con una precisa scelta stilistica, adottando una prosa che, nello spazio ridotto di un racconto, funziona. Anche l’idea di non distinguere graficamente i dialoghi è stata un’ottima idea, perfettamente coerente.

Ciononostante, a mio avviso il brano è, allo stato attuale, inficiato da alcune ingenuità, le quali mi fanno sospettare che tu sia una scrittrice/lettrice ancora giovane (libera di correggermi dall'alto della tua vecchiatudine).

Parto da quella più “innocente”: iniziare (o quasi) un brano con una frase come “tutto è cominciato…” equivale un po’ a “era una notte buia e tempestosa”. È un cliché, di quelli da evitare proprio. Ora, visto che il brano è caratterizzato da uno stile che ricorda per certi versi il flusso di coscienza, perché non catapultare il lettore direttamente nel ricordo dell’incontro? Avrà un effetto straniante? Senz’altro, ma se vogliamo essere coerenti con lo stile adottato, dobbiamo farlo sin dall’inizio.

La seconda ingenuità, quella più grave, riguarda invece l’uso che fai della prima persona. Mi spiego. Tu qui hai due PDV, due personaggi molto diversi per carattere, motivazioni, psicologia. Eppure, per entrambi utilizzi la medesima costruzione verbale. Il risultato è che sembra di stare leggendo la stessa persona. Non fraintendermi: è sempre molto chiaro chi dei due sta parlando, ma solo per una questione di stacchi grafici, non di voce. Avrei preferito uno stile narrativo più “classico” per Emanuel, o comunque caratterizzato da uno stile diverso. A ben vedere, è lo stesso difetto riscontrato nel racconto del buon Fagiolo. Solo che nel suo caso era un problema di uniformità stilistica a prescindere dallo stato emotivo dell’unico PDV. Qui invece è di uniformità stilistica su più PDV.

Segnalo infine questa frase:
Nel fermo immagine di un video interrotto all’inizio, un uomo mezzo sdraiato su un divanetto rosso si tiene contro l’inguine, con forza, la testa di un altro uomo, cui sembra urlare qualcosa con l’espressione di chi offende, mentre un terzo uomo, alle spalle del secondo, è cristallizzato nel momento in cui lo penetra.

Hai in mente il meme della tizia che fa calcoli assurdi nella testa per capire che cavolo sta succedendo? Ecco, quella è la sensazione che ho provato nel leggere questo passaggio :D Ti consiglio di rivederla e semplificarla, perché allo stato attuale non brilla per fluidità.

Per concludere: ottimo stile e ottime (ma davvero ottime!) intuizioni descrittive (quel passaggio già sottolineato da Polly è un colpo di genio!). Devi solo lavorare a livello di costruzione della struttura narrativa, stando attenta a far sì che uno stile così particolare non confonda il lettore. Fai esplodere le voci (plurale) dei tuoi personaggi, e vedrai che questo racconto diventerà superlativo.
lupus in fabula

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Damjen
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Re: Per tutto il tempo che serve

Messaggio#9 » venerdì 19 marzo 2021, 21:31

Scusate per il ritardo!
Vi ringrazio tutti, davvero, ma davvero, ma davvero tanto.
Per la precisione sono proprio commossa (ho di fronte un parente, mentre scrivo, che mi sta chiedendo che diavolo abbia xD) ma dicevo, sono troppo contenta di aver ricevuto tanti consigli. Consigli che credo di aver capito.
Rileggerò questi consigli e mi impegnerò a essere comprensibile, meno prolissa, meno astratta.
Ragazzi... grazie di tutto cuore.

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