Semifinale Marco Lomonaco

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo agosto sveleremo il tema deciso da Francesco Nucera. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Il BOSS assegnerà la vittoria.
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Spartaco
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Semifinale Marco Lomonaco

Messaggio#1 » mercoledì 8 settembre 2021, 16:11

Eccoci alla seconda parte de La Sfida a cambio vita: vado a fare il soccorritore
Combattono in questa semifinale:

Neve di Calce, di MatteoMantoani
Il paradosso dell'infinito, di Alessandro Canella

In risposta a questa discussione gli autori semifinalisti hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare allo SPONSOR un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello che ha passato il girone.
Quindi possono sfruttare i giorni concessi per limare i difetti del racconto, magari ascoltando i consigli che gli sono stati dati da chi li ha commentati.

Scadenza: venerdì 10 settembre alle 23:59
Limite battute: 21.666

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 10 settembre. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione!



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MatteoMantoani
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Re: Semifinale Marco Lomonaco

Messaggio#2 » venerdì 10 settembre 2021, 17:16

Orcolat. Letteralmente orcaccio in lingua friulana. Con questo termine viene indicato il sisma che alle ore 21:00:12 del 6 maggio 1976 colpì il Friuli e causò 990 morti, 3000 feriti e più di 100mila sfollati, interessando l'area di 137 comuni di cui 45 completamente rasi al suolo. Con i suoi 6.5 gradi della scala Richter, l'Orcolat fu il quinto peggior evento sismico registrato in Italia nel XX secolo.


Carnia, maggio 1976.
La polvere copriva tutto: le strade, le bare raccolte sul piazzale di fronte alla chiesa crollata, gli aghi dei pini e dei larici. Pareva scendere dal cielo, come una neve fatta di calce, sottile e inesorabile. Franco starnutì, indietreggiò d'un passo e poggiò la mano sul brandello di muro. L’interno della casa era ricoperto di macerie, nessuna parete era ancora in piedi. Si sedette su un grosso ciottolo e si concesse un momento di riposo.
I muri di tutte le case di quel paesino di montagna erano fatti di pietre colte dal letto del fiume Tagliamento, e poi attaccate tra loro con la sputacchia. I tetti erano paglia su incroci di assi di legno, spesso e volentieri mangiate dai tarli. Non era una sorpresa se il terremoto aveva raso al suolo tutto il paese. Che gente strana. Chi mai poteva vivere isolato e in quelle condizioni di miseria? Solo vecchi testardi e duri come le pietre con cui avevano costruito le loro inutili casette.
Franco sospirò e si rimboccò le maniche. Raccolse un pesante sasso e lo buttò da parte, batté le mani guantate e produsse un fiotto di polvere che lo investì in faccia. Tossì e sputò calcina impastata di catarro. Stava certamente scavando nel posto sbagliato. No, doveva cercare in corrispondenza della camera da letto. Cercò attorno, ma a parte cumuli di pietre non riuscì a trovare nulla che gli indicasse la presenza di un letto o di un armadio.
Una goccia fredda gli bagnò il labbro. Alzò lo sguardo e fissò le nuvole visibili oltre le travi scheletriche del tetto crollato. Sbuffò. Ci mancava solo la pioggia. Raggiunse il centro della casa, dove un grosso cumulo di assi spezzate e pietre creava una piccola montagnola di resti. Cavi elettrici scoperti serpeggiavano tra i massi come vene nere nella pelle grinzosa di un vecchio. Franco salì su un cumulo di legna e paglia, e scavò usando la zappa per arare che aveva trovato in strada. Un colpo sordo gli fece intendere che c’era un mobile di legno, sotto le macerie. Sorrise e si diede da fare per eliminare le pietre. Una cosa positiva, di quel metodo di costruzione, era che i sassi, cadendo, erano rimasti intatti, tanto che per rimuoverli spesso bastava farli rotolare via senza far troppa fatica.
Si fermò ad ascoltare. Le voci di altre persone venivano dai ruderi tutt’intorno. C’erano gli alpini, i vigili del fuoco e gli altri volontari provenienti da Perugia. Per il momento nessuno aveva avuto l’idea di ispezionare quella casa. Doveva fare in fretta, approfittare di essere solo poiché presto si sarebbero accorti di lui e avrebbero iniziato a invadere il suo spazio come mosche fastidiose. Aiutandosi con la zappa, tolse l’ultimo ciottolo e scoprì il mobile. Era un armadio di legno molto resistente tanto che, sebbene lungo i lati serpeggiassero alcune crepe, era ancora tutto d’un pezzo. Le ante erano immobilizzate da cumuli di macerie che Franco non aveva la voglia di ripulire: per fare quello che voleva bastava scavare un buco di lato. Diede un paio di colpi con la zappa in corrispondenza di una spaccatura e il legno cedette a liberare un ampio spazio interno. Mise dentro il braccio ed estrasse un paio di panni. Li buttò da parte e cercò ancora. Le dita toccarono un cassetto. Sorrise. Spinse il braccio all’interno, fino a penetrare il mobile con tutta la spalla.
Fu in quel momento che si accorse del piede che spuntava tra le travi spezzate. Ritrasse il braccio dal mobile e si avvicinò. Scavò e fece affidamento alle sue forze per togliere l’asse di legno dalla montagnola di macerie. Portò così alla luce una gamba, poi un cadavere insanguinato e infine un altro corpo esanime.
Il letto era sprofondato in mezzo alle pietre, i due vecchi giacevano raggomitolati uno accanto all’altro, mano nella mano. Franco si avvicinò, una vampata di odore di carne in decomposizione gli fece salire un conato di vomito. I due anziani erano ancora a letto, gli occhi chiusi e i visi ridotti a grumi di sangue rappreso. In alcuni punti la pelle impolverata era bucata a scoprire l’osso. Il naso dell’uomo era rientrato nel teschio e la mascella della donna si era staccata, strappata dal peso dei ciottoli. Franco fissò a lungo quella scena, il cuore gli batteva forte. Impresse nella memoria le tonalità del rosso tendenti al nero e i contorni distorti di quei visi. Da quando era arrivato, due giorni prima, quelli erano i primi cadaveri che vedeva. Poveracci, erano andati a dormire ignari di ciò che li aspettava. Scosse la testa: doveva tenere i nervi saldi. Quella polvere che imbiancava tutto doveva anche foderargli il cuore con una camicia di malta, oppure non avrebbe resistito un giorno in più in mezzo a tutta quella morte. Fissò i cadaveri e si sforzò di vedere solo due vecchi testardi, di quelli che non avevano potuto rinunciare alla loro casa fatta di sassi, in quel paese in mezzo al nulla. Sospirò e fece un passo indietro. Senza indugiare oltre, rimise il braccio nel buco dell’armadio. Cercò con le dita all’interno del cassetto e riuscì a estrarre qualche gioiello d’oro, tra cui una catenella da cui penzolava un medaglione con una foto in bianco e nero che mostrava un viso di donna con zigomi pronunciati. Franco la osservò con un certo interesse, poi la staccò e la gettò via. Cercò ancora nell’armadio, fino a trovare una borsetta di cuoio con un portafogli. C’erano solo ottantamila lire. Fece spallucce e mise tutto in tasca. Vecchi poveri in canna, la sua solita scalogna. Comunque, anche quel poco gli avrebbe permesso di tirare avanti per un po’.
Mise le mani a coppa attorno alla bocca e chiamò aiuto.

Sulla superficie del vino galleggiavano delle grosse gocce untuose. Franco portò il bicchiere alla bocca, prese un sorso e strofinò la lingua sul palato. Forte, minerale, un vino che andava subito alla testa. Alzò gli occhi e contemplò lo squallido bar ricavato tra le mura di lamiera del prefabbricato. Il lungo bancone era costituito da un’unica tavola di legno sostenuta da quattro gambe di ferro. Soffiò sulla gavetta colma di brodo proveniente dalle razioni alimentari dell’esercito. Vino e minestra, consumati sotto un tetto di lamiera sferzato da una pioggia gelata. Squallore totale.
Un paio di persone entrarono scostando la tenda. Parlavano nella lingua del posto, un’accozzaglia di suoni dalle vocali dure e strascicate. Franco fissò la minestra e il filo di vapore che si levava serpeggiando dalla gavetta, mise la mano in tasca e accarezzò i gioielli e i soldi rubati.
«Ehi.» Franco si girò di scatto, un alpino era in piedi accanto a lui. «Posso sedermi in parte a te?» Sorrideva. Non aveva più di una quarantina d’anni, la bocca dalle labbra tornite, bei baffi folti, occhi azzurri. Franco sentì una fitta allo stomaco. Chiuse le dita nella tasca a proteggere le catenelle d’oro e annuì.
Mentre l’uomo si accomodava sulla panca, Franco si morse un labbro e cercò di concentrarsi sulla sua gavetta fumante. L’alpino non smetteva di fissarlo. «Sei stato tu a trovare i Palombit, vero?»
Franco deglutì. «I due anziani? Sì.»
L’alpino piegò la testa di lato e sorrise. A quel gesto un po’ effeminato, Franco capì che l’altro era come lui. Gli tese la mano libera. «Sono Franco Baccone, un volontario di Perugia.»
L’alpino l’afferrò con forza e la rovesciò a palmo in su. «Mario Mion. Piacere di conoscerti. E grazie» gli lasciò la mano «per essere venuto fin qui da così lontano.»
«Spero di essere utile.»
«Lo sei. L’orco ha fatto molti danni e c’è lavoro per tutti.»
«L’orco?»
Mario si tolse il berretto piumato a rivelare una folta chioma di capelli biondi. Lo stomaco di Franco mandò una fitta.
«Noi friulani» Mario sorrise «crediamo che sotto le montagne ci sia un enorme orco incatenato nelle grotte. Ogni cento anni si risveglia e si agita, e così fa tremare la terra.» Diventò di colpo serio. «Causa lui i terremoti.» I suoi occhi azzurri si inumidirono e le sue labbra si mossero in un leggero tremolio.
Franco soffocò un gemito. Anche lui ne sapeva qualcosa, di orchi. «Non sono storie per bambini?»
Mario mosse di nuovo la testa in modo femmineo. «Certo, certo.» Lo guardò con un’espressione severa. «’Scolta, che mestiere fai?»
Si morse un labbro. «Il pittore.»
«Cioè, l’imbianchino? Quello che pittura i muri?»
«No.» abbassò lo sguardo sul bicchiere di vino. «Sono un artista, dipingo quadri.»
Mario aprì la bocca per dire qualcosa, ma venne interrotto da un alpino che si affacciò nella baracca. Il suo viso paonazzo per la corsa era bagnato dalla pioggia. «Mion, al é colât cumò un clap intor di Meni. Niciti!1»
Mario si alzò e corse verso suo compagno, entrambi sparirono nella pioggia. Franco rimase a guardare la tenda di plastica dell’ingresso oscillare avanti e indietro. Il cuore gli batteva forte.

Aveva dovuto pagare una piccola mazzetta per farsi dare un container con letto singolo. Le baracche riservate ai volontari di solito avevano letti a castello, come nelle caserme. Più che una baracca, gli avevano dato uno sgabuzzino con un unico materasso poggiato a terra e lo spazio per riuscire a malapena a stare in piedi. Ma andava bene così. Seduto sul letto a gambe raccolte, Franco disegnava su un blocchetto di fogli appoggiato sulle ginocchia. I colori a pastello erano riposti a casaccio tra i suoi piedi, mentre la matita rossa e quella blu erano infilate tra le dita della mano chiusa.
Gli occhi di Mario.
Lo stomaco di Franco fece ribollire il brodo mescolato col vino. La testa gli doleva, ma capitava sempre quando la pioggia gli bagnava i capelli.
Quegli occhi azzurri, dal taglio perfetto, la zazzera bionda.
Premette la matita talmente forte che produsse un lungo solco sul foglio ricoperto di tratti colorati. Sospirò e poggiò di lato i pastelli, si stese sul materasso e fissò il soffitto di lamiera. Chiuse gli occhi.
Il viso di Mario si avvicinava al suo, i baffi dorati gli accarezzavano la pelle. Le loro labbra si sfioravano, poi lui si ritraeva di scatto e i suoi occhi si facevano furbi, cattivi. Con le sue mani forti, estraeva una lunga corda dallo zaino da alpino, e lo legava stretto. Franco cercava di liberarsi, ma non poteva, i legacci erano troppo resistenti. Dopo tutto, erano nodi fatti da un esperto di montagna. Mario lo frustava con l’estremità libera della corda e Franco, a ogni colpo, provava una fitta di piacere che gli correva dallo stomaco fino in mezzo alle gambe. L’altro rideva di lui, gli sputava addosso e lo picchiava. Franco fissava quegli occhi di ghiaccio, implorando pietà. Ma Mario non lo ascoltava, toltosi i vestiti si masturbava e continuava a frustarlo. Franco si prostrava ai suoi piedi e lo pregava di smettere, ma in cuor suo tutto ciò invece gli piaceva, gli piaceva da morire.
Il fiotto caldo gli riempì la mano. Franco riprese fiato e si mise seduto a letto. L’aveva fatto ancora, aveva fantasticato in quel modo sporco, che sapeva essere sbagliato. Chiuse le braccia a proteggere il petto, provando infinita vergogna. Una lacrima scese lungo la guancia e bagnò il cuscino vicino al suo orecchio. Ricordi sepolti scavarono nella sua mente come vermi sotto la terra ghiacciata. Quando era giovane e suo padre metteva via il frustino, lo apostrofava dicendo che solo le donnette frignavano e che invece un vero uomo accettava le botte con onore. Franco, però, non poteva farne a meno e, anzi, lo faceva apposta, perchè farlo arrabbiare purtroppo gli piaceva. Da impazzire.

Qualcuno bussò alla porta di plastica. Franco aprì gli occhi e accese la lampadina. «Chi è?»
«Mario Mion, posso entrare?»
Farfalle nello stomaco. Franco si diede una veloce occhiata allo specchio, si ravviò con la mano un ciuffo grigio sulla testa e aprì. Mario era di fronte a lui col cappello pennuto in mano. Il viso era illuminato dalla luce del sole, che stava tramontando tingendo di rosso le nuvole cariche di pioggia. «Scusa, volevo parlarti un momento.»
Franco si fece da parte per farlo entrare. L’altro fece qualche passo verso il letto e raccolse un foglio. I suoi occhi azzurri diventarono due fessure. «Cos’è ‘sta roba?» Fece oscillare il pezzo di carta tra pollice e indice.
Franco fissò il disegno che raffigurava un viso deforme, chiazzato di segni rossi e viola, con la bocca dalle labbra nere spalancata in un grido, il naso appiattito e incassato dentro la faccia. «La mia arte.»
Mario aggrottò la fronte e prese un altro foglio. Il disegno mostrava una testa ricoperta di scarabocchi rosa, gli occhi disposti in modo asimmetrico e la bocca aperta a scoprire file di denti irregolari disegnati con un tratto azzurro tremolante. «Fa... impressione!»
Franco allungò la mano e prese il blocco di fogli. «Questo è quello che provo stando qui. L’orrore del terremoto e delle vittime sotto i sassi.»
Mario inclinò la testa di lato. «Allora, è per questo che sei venuto qui, per cercare ispirazione per la tua arte. Per disegnare i cadaveri!»
Franco alzò le sopracciglia. «No, no, certo che no.»
Mario lo interruppe. «O per rubare.»
Franco ammutolì, il cuore gli saltò in testa. «Perché hai detto questo?»
«Ho visto una catenella d’oro uscirti dalla tasca, quando eravamo al ristorante. Poi, sono andato dai tuoi amici perugini e mi sono fatto raccontare un po’ di te. Diciamo che non godi di una buona reputazione.»
Franco strinse i denti. «Calunnie.»
«Ah sì? E se cercassi qui, nella tua baracca privata, siamo sicuri che non troverei niente?»
Franco prese un respiro profondo. Chiuse gli occhi, e si lanciò. I baffi ispidi gli pungevano il labbro, ma lui premette forte e gli circondò il collo con le braccia. Per un secondo Mario non reagì, ricambiando il bacio, poi si ritrasse di scatto e lo spinse da parte. «Ma guarda.»
Entrambi fissarono il pavimento. Franco si portò una mano alla nuca. «Scusa.»
«No, no. Mi sa che di me hai capito tutto. Come io avevo capito tutto di te.» Fece un respiro profondo, tese due dita e gli sollevò il mento. Franco socchiuse le labbra per ricevere un altro bacio, che però non arrivò. Mario si allontanò da lui e si sedette sul letto, il berretto da alpino abbandonato ai suoi piedi. «Ma che roba. E io che ero venuto per vedere se eri un ladro, e mi ritrovo a baciarti.»
Franco si sedette accanto a lui lo fissò negli occhi azzurri. «Andiamo via da qui, io e te. Vieni con me a Perugia.»
All’udire la sua risata, Franco strinse le spalle e inspirò a fatica.
Mario gli prese una spalla e sorrise. «Gli anni Sessanta sono finiti, adesso dobbiamo tornare alla realtà.» La mano strinse la spalla così forte che Franco gemette per il dolore. «Allora, pittore, perché sei venuto qui? Dimmi la verità.»
Lui non si ritrasse, raccolse tutto il dolore che arrivava dalla spalla. Il suo stomaco tremò per l’eccitazione, qualcosa si risvegliò in mezzo alle sue gambe. «Volevo provare a disegnare la morte, e trovare un posto che somiglia a quello che ho dentro.»
Mario smise di stringere e incrociò le braccia. «Anche poeta?»
«No, dico la verità. Non hai idea di quello che ho passato. L'arte mi aiuta ad andare avanti.»
«E cosa mi dici dei saccheggi?»
«Vivere solo di arte non è facile.» Sospirò. «Sai, ho pensato che di casa in casa, magari, se trovavo qualcosina...»
«Ho capito. Quanta roba hai rubato?»
Franco desiderò con tutto sé stesso di essere picchiato. Uno schiaffo in faccia sarebbe andato benissimo. Gli occhi di Mario erano duri come quelli di suo padre, era pronto a farsi punire per essere stato cattivo. «Tanta. Sono un ladro.» Ansimò. «Puniscimi, picchiami.»
Mario alzò le sopracciglia e scoppiò a ridere. «Santa Madonna, sei messo proprio male!»
Franco trattenne il respiro, appoggiò il mento alle ginocchia e si mise a piangere. Voleva dire qualcosa, ma le parole non volevano uscire dalla gola serrata. Si vergognava, sapeva di essere sbagliato.
Mario si alzò. «Senti, ne ho viste troppe in questi giorni per avere voglia di denunciarti. Mi fai solo pena.»
«Ti prego, non lasciarmi qui da solo.»
Mario sbuffò. Alzò la mano per aprire la porta, poi la lasciò cadere lungo il fianco. «Ma guarda te, non riesco a essere obiettivo perché, lo ammetto, un poco mi piaci. Però guarda che non la passi liscia.» Poggiò le sue manone sulle sue spalle e gli diede una forte scrollata. «’Scolta, sei venuto fin qui per aiutare con i soccorsi. Allora datti da fare! Quello che hai rubato portalo al prete e di' che l'hai trovato mentre scavavi, così non ti faranno niente.» Abbassò lo sguardo. «E se vuoi disegnare quelle robe...» sospirò «bon, fai quello che vuoi.»
Franco alzò gli occhi umidi e fissò il viso angelico dell'alpino. «Vorrei tanto... se possibile, proviamo un po’ a volerci bene.»
«Io insieme a un ladro? No, mai!» Mario strinse le labbra. «Se vuoi andare d’accordo con me, dovrai darti parecchio da fare.»

Franco camminava tra le pareti crollate di casa Palombit. I soccorritori avevano raccolto i corpi martoriati e lasciato il resto com'era. Con la punta degli scarponi, che finirono per coprirsi di fanghiglia, Franco ripulì una porzione di pavimento per portare alla luce la vecchia foto che il giorno prima aveva gettato via. A parte un paio di righe bianche, era ancora in buono stato, la pioggia l'aveva stropicciata, ma la carta era ancora integra. Prese dalla tasca il medaglione e sistemò la foto al suo interno, così, come l'aveva trovata. La donna dagli zigomi alti lo guardò con gli occhi incorniciati da reticoli di rughe. Franco carezzò la foto col pollice, conscio di meritare quello sguardo glaciale. Dopo qualche passo trovò anche il pesante portafogli di cuoio da cui aveva preso le ottantamila lire, lo ripulì e ci sistemò dentro le banconote.
Camminando per il paese verso la chiesa, Franco assaporò l’aria fresca del mattino, e si rimproverò per non aver mai prestato attenzione ai contorni dipinti d'oro delle montagne tutt'attorno. Si promise di considerarle per i suoi prossimi lavori: forse era arrivato il momento di ritrarre anche qualcosa di bello.
Arrivò a messa già iniziata, si unì alla folla in piedi attorno al palco e raddrizzò la sua postura.
Le otto bare erano sistemate in riga davanti al podio montato accanto alle macerie della chiesetta. Una bara era avvolta da una bandiera con un aquila su sfondo azzurro: doveva trattarsi del feretro dell’alpino morto il giorno prima, Domenico. I soldati con il cappello decorato con la penna nera erano in piedi sul palco, accanto al parroco.
In prima fila, Mario gli lanciò diverse occhiate, cui lui rispose con un timido sorriso.
Appena il coro degli alpini iniziò a cantare, tutte le persone raccolte al funerale intonarono la stessa canzone.

Santa Maria, Signora della neve,
copri col bianco, soffice mantello
il nostro amico, nostro fratello.


La vista di Franco si offuscò. Si accorse che anche Mario era commosso, le sue guance imbiancate dalla polvere si sciolsero al passaggio delle lacrime.

Ma ti preghiamo, ma ti preghiamo

Franco si asciugò il viso e si unì a sua volta al coro.

Su nel paradiso, su nel paradiso,
Lascialo andare, per le tue montagne.


Da tutta la vita il suo cuore era a pezzi, l'ira di un orco l'aveva ridotto a un cumulo di macerie insanguinate.
Era arrivato In Friuli, e aveva trovato una neve fatta di calce che cementava la terra dove i morti erano sepolti, e sigillava il passato di una terra di confine.
Strinse le labbra per darsi forza e alzò la mano in segno di saluto, Mario accennò un sorriso.
Eppure, in quella terra lontana, devastata da un altro orco, forse avrebbe potuto rendersi finalmente utile a qualcosa e ricevere in cambio l'amore che aveva cercato tutta la vita, un amore pulito, delicato, di cui non avrebbe dovuto vergognarsi e che l'avrebbe reso una persona per bene.
Un'altra lacrima gli scese lungo la guancia. Non era tardi per cambiare. Poteva ancora farcela a essere un uomo migliore. Dipendeva solo da lui.
Solo da lui.


1 Mion, è appena caduto un ciottolo addosso a Domenico. Sbrigati!

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Alessandro -JohnDoe- Canella
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Re: Semifinale Marco Lomonaco

Messaggio#3 » venerdì 10 settembre 2021, 23:22

Il paradosso dell'infinito
Alessandro Canella

Mya immerse il cucchiaio nel brodo e raccolse un grumo filaccioso di pastina e formaggio. «Ieri ho incontrato Dev al bar del ponte 4.» Avvicinò la posata alla bocca di Eric, attenta a non versare una sola goccia sulle lenzuola. Il marito era disteso sul letto, la schiena tenuta sollevata dalla testata idraulica, occhi vacui fissi sul soffitto circondati da profonde cicatrici che si snodavano tra le escrescenze cutanee. Alla destra di lui un’infermiera consultava il suo tablet da polso. «Ha detto che alla fine avevi ragione. Era il convertitore gravitazionale a causare il ronzio nella camera d’equilibrio.» Mya spinse il cucchiaio nella bocca. «Ha però anche aggiunto che questo non lo ripaga di tutte le volte che ti ha salvato il culo su Taarth.» Sorrise e spostò l'attenzione sull’infermiera, alla ricerca di una complicità che invece non ottenne.
Eric tossì. Un rivolo di minestra misto a saliva gli colava a lato della bocca.
Mya appoggiò il piatto ai piedi del letto e prese il tovagliolo. «Guarda che disastro.» Avvicinò il pezzo di stoffa alle labbra, ma Eric piegò la testa di lato. «E questa novità? Non mi dirai che non apprezzi più la raffinata cucina dell’ospedale?»
Ancora una volta l’infermiera si limitò a picchiettare sullo schermo flessibile avvolto attorno all’avambraccio.
Mya scosse la testa e riavvicinò il tovagliolo alla bocca di Eric, ma uno spasmo alle gambe del marito spinse il piatto oltre il bordo del materasso, riversandone il contenuto sul pavimento.
L’infermiera fece per avvicinarsi con in mano un rotolo di carta, ma Mya le puntò un dito contro. «Me ne occupo io!»
Impassibile, l’altra posò il rotolo sul letto e si avviò verso l’uscita. «Chiamo un’inserviente.»
Mya si allungò ad afferrare la carta. Chiama pure chi preferisci, stronza… S’inginocchiò per asciugare il pavimento, quando la porta si riaprì. Mya rizzò in piedi brandendo il rotolo come un manganello. «Cosa cazzo non era chiaro delle mie parole? Ho detto che…»
Sull’uscio, a osservarla, una donna avvolta da una tunica grigia, volto e capelli celati da un velo che lasciava in vista soltanto gli occhi.
Mya lasciò cadere il rotolo. «Chiedo scusa, credevo fosse un’altra persona.»
La sconosciuta alzò una mano. «Nulla di cui scusarsi, capitano Reed.»
Mya provò un brivido nel sentire quel nome. «Temo che anche lei mi stia confondendo con qualcun altro. Non sono io il capitano Reed.» Si girò verso Eric, nel frattempo tornato immobile a fissare il vuoto.
La sconosciuta avanzò di un passo. «Eppure, da quanto risulta sui registri d’attracco, siete voi al comando della Cronenberg.»
Gli occhi di Mya corsero in direzione della donna. «Chi è lei? Cosa vuole?»
La sconosciuta intrecciò le mani sul grembo. «Mi chiamo Ari Asimov. Può ritenermi una cliente, se lo vorrà.»
Mya sospirò. «Spiacente, ma la Cronenberg non è una nave da trasporto civile. Se cerca un passaggio, temo dovrà rivolgersi altrove.»
La donna fece un altro passo. «Se avessi voluto usufruire dei servizi altrui, non mi troverei qui, non crede?»
Mya deglutì. Ancora una volta spostò lo sguardo sul marito, per poi andare ad appoggiarsi a uno degli oblò affacciati sul vuoto cosmico circostante la Exodus. Uno sciame d’incrociatori sfrecciò in direzione di uno dei ponti d’attracco. «Prenotare per sé un intero trasportatore non costa poco.»
«I crediti non sono un problema.»
Mya si staccò dall’oblò. «Se è così, ho bisogno di dettagli.»
La sconosciuta annuì. «Un solo passeggero, io. Riguardo il carico, questo si limiterà ai miei averi personali e una cassa da due metri di lunghezza per zero sessanta di larghezza e quaranta d’altezza. Peso totale meno di novanta chili.»
«Destinazione o carico prevedono rischi?»
«Nessun pericolo, per quanto il tratto finale andrà percorso in modalità stealth per non interferire con il flusso temporale del luogo. Riguardo il carico, si tratta di materiale organico in regola con le leggi della Exodus.» Ci fu una breve pausa. «Un’unica richiesta: la partenza dovrà avvenire entro domani.»
Le sopracciglia di Mya si tesero verso l’alto. «Domani? Impossibile. Soltanto per i permessi di decollo occorre una settimana, soprattutto con le navi seminatrici in distacco in questo periodo.»
La sconosciuta digitò qualcosa sul suo tablet. «Confido che saprà trovare una soluzione più che soddisfacente.»
Dal polso di Mya partì un bip. Gli occhi si spalancarono quando lessero la cifra appena caricata sul conto.

L’ascensore raggiunse il ponte 4 con un leggero sobbalzo. Mya attese la piena apertura dei pannelli scorrevoli prima di uscire dalla cabina e immettersi sul ponte 4. Come a qualunque orario di qualunque giorno, l’attività era frenetica, con le banchine per lo più occupate da una folta schiera di navi seminatrici pronte a salpare ognuna per un diverso piano abitabile del multiverso.
Mya passo in mezzo ad alcuni Devoti del Sacro Loop avvolti nelle loro tuniche arancioni e raggiunse l’attracco della Cronenberg. I droni stavano già richiudendo il portellone d’accesso alla stiva dopo aver provveduto a caricare l’esiguo bagaglio.
La donna si mosse in direzione della scaletta d’accesso alla cabina di comando.
«Dunque è lei che devo ringraziare per la revoca dei miei permessi.»
Mya si voltò in direzione della voce. Di fronte a lei trovò un ragazzo sulla ventina con addosso la divisa della MultiSpace Express che la fissava, mani strette sui fianchi e gambe divaricate.
«Lei è…?» Il tono di Mya era fermo, per nulla intimorito dall’atteggiamento spavaldo del giovane.
«Capitano Bowel, a comando della Crichton.»
Mya non potè resistere dal ridere. «Capitano, addirittura? È così che la MSE chiama i suoi fattorini, ora?»
«Prenda pure in giro. Resta il fatto che fino a poche ore fa doveva essere la Crichton a salpare, non quel…» Bowel fece una smorfia. «Quel ferro vecchio.»
«Si dà il caso che questo ferro vecchio disponga di permessi regolari, quindi le consiglio di rivolgersi all’Ufficio Doganale se proprio desidera sporgere reclamo, anziché importunare la sottoscritta. In alternativa, può sempre trovare un piano parallelo sfasato di 24 ore rispetto alla sua destinazione originale.»
«Beh, forse è proprio quello che farò, capitano. Non si lamenti però se in futuro dovessi essere io a rubarle il posto.»
Mya sorrise. «Ne dubito.» Quindi diede le spalle al ragazzo e afferrò la scaletta d’accesso alla cabina.
«Non sia così pessimista» gridò Bowel. «Il multiverso è molto più piccolo di quello che possa sembrare!»

Non appena la Cronenberg superò il ponte di lancio della Exodus, Mya piegò la testa verso Ari Asimov, seduta sul sedile a lato. «Pronta per l’inserimento delle coordinate.»
Senza dire una parola, la donna inviò i valori endecadimensionali sul tablet di Mya.
Mya si morse un labbro e avviò il Motore a Passaggio di Fase. Tutte io le becco, le sociopatiche? Il cuoio capelluto prese a pizzicarle e da sotto la pelle crebbe quella sensazione di calore che innumerevoli salti le avevano reso familiare, all’inizio gradevole, poi sempre più fastidiosa, infine dolorosa. Strinse i denti, mentre il Motore scomponeva ogni cellula del suo corpo a livello subatomico.
Un millesimo di battito di ciglia: così veniva descritta la durata di un salto, pari al lasso di tempo che separava la smaterializzazione organica e la sua ricomposizione da parte del Motore a Passaggio di Fase all’interno del suo raggio d’azione.
Tutte stronzate.
Mya riaprì gli occhi e per prima cosa esaminò che ogni parte del corpo si trovasse al posto giusto. I casi di viaggiatori risvegliatisi con arti fusi nel metallo delle proprie navi si contavano a decine e l’idea la terrorizzava, soprattutto dopo quanto accaduto al cervello di Eric.
Con uno sforzo di volontà scacciò il ricordo del marito e controllò il registro di viaggio. Tre secondi: tanto era durato il salto appena effettuato. Tre secondi in cui aveva smesso di esistere. Odiava quel pensiero, ma non poteva fare a meno di conviverci.
Per distrarsi si sporse sulla mappa olografica del quadrante. Non appena letti i dati, sentì tuttavia la necessità d’affondare la schiena nella poltrona.
Si voltò verso Ari. «Un universo sosia…» Lo disse a bassa voce, più a sé stessa che all’altra donna. «Sfasatura temporale rispetto al nostro universo di partenza?»
«Anteriore. Circa quattro secoli. Ecco perché sarà importante occultare il nostro arrivo e limitare i contatti sul suolo.»
«Suolo?»
La donna fece un cenno verso il bordo del vetro della cabina, oltre il quale s’iniziava a scorgere un pianeta dalla conformazione continentale inconfondibile.
Mya lanciò un’occhiata ai sensori di navigazione. Lo spazio aereo risultava sgombro. «Se lo sfasamento è di quattro secoli, significa che parliamo del periodo risalente al disastro della Nexus.»
Ari annuì. «2 dicembre 2378. Una settimana dopo l’esplosione.»
«Pensavo avesse detto che il lavoro non prevedeva rischi.»
«Finché rimaniamo nel raggio d’azione della Cronenberg, siamo al sicuro dall’influenza di quel che rimane della Nexus.»
Mya si augurò fosse davvero così. «E la ragione per cui ci troviamo qui?»
«Una trattativa» tagliò corto Ari, con il tono di chi non vuole aggiungere altro.

Il punto previsto per l’atterraggio coincideva con il cortile di una vecchia baita isolata tra i monti.
La Cronenberg atterrò affondando gli arti pneumatici nella neve. Il portellone laterale si sollevò pochi istanti più tardi, permettendo alle due donne di scendere seguite da una barella antigravitazionale su cui era disposto quanto caricato a bordo della nave.
Raggiunto l’ingresso della casa, Ari bussò. Dopo una breve attesa si affacciò un uomo, per nulla turbato dalla presenza di visitatori e tantomeno dall’aspetto di Ari, dando anzi l’impressione di conoscerla già.
I due si scambiarono alcune frasi in una lingua che Mya non fu in grado di riconoscere, fino a quando non vennero interrotti da un grido femminile proveniente dal piano superiore. L’uomo sparì all’interno, lasciando la porta aperta.
Ari fece segno di non seguirla. «Tornerò appena finito.»
«Che equivale a…?»
«Che equivale al tempo necessario. I crediti sul vostro conto dovrebbero rendere l’attesa più sopportabile.»

Il sole calò in fretta oltre le montagne, così come la temperatura.
Mya aumentò la temperatura interna della tuta, chiedendosi se non fosse il caso di rientrare nella nave. Nell’attesa, si sedette su una panca e caricò alcune vecchie olofoto di lei ed Eric risalenti a quando i troppi salti non gli avevano ancora distrutto il cervello. Si fermò su una in particolare. Nell’immagine era abbracciata a suo marito, alle spalle il rottame di un trasportatore classe M4 appena acquistato dando fondo a buona parte dei loro risparmi. Lungo la fiancata un nome a malapena leggibile: Cronenberg.
«È difficile dire addio a chi per anni è stato al nostro fianco.» Ari la osservava dalla tettoia antistante l’ingresso della casa, la schiena poggiata a una delle colonne. La donna si avvicinò. «Lo ama ancora molto, vero?»
Mya disattivò l’olofoto. «Non è il dover dire addio a essere difficile. È la consapevolezza che non servirebbe a nulla.» Fece un sospiro. «Quando Eric ed io ci siamo conosciuti lavoravo come pilota di navette mediche su Taarth. Lui invece era un soldato, ma non di professione: di quelli idioti, che si arruolano solo dopo essere stati abbandonati dall’amante e che nonostante ciò sono convinti di poter fare la differenza. La differenza invece la fece una granata a ricomposizione genetica. Si salvò soltanto perché qualcuno lo spinse via un attimo prima dell’esplosione, limitando i danni.» Mya rise. «I medici dissero che se voleva potevano ridargli l’aspetto originale, ma lui rispose che ci teneva alle sue cicatrici, che se le era sudate in battaglia.» L’espressione sul volto di Mya tornò triste. «Ho sempre rispettato quella scelta, tanto da non chiedergli mai di mostrarmi una sua foto di prima dell’incidente. Avevo paura di non riconoscerlo. Ora invece, quando gli sono a fianco, ho l’impressione che sia lui a non riconoscermi più. E allora penso: che senso ha dirgli addio se in verità non ti rimane altro che un ricordo?» Alzò lo sguardo. «Ha mai amato qualcuno così intensamente da desiderare di poter vivere con lui in eterno e al contempo dimenticarlo per smettere di piangere ogni volta che lo si vede?»
Ari andò a sedersi di fianco a lei. «Ho vissuto con mio marito per quarant’anni. Anni intensi, pieni di amore, di traguardi, ma anche di disperazione. E dolore.» Con gesti lenti delle dita, la donna sciolse i nodi che tenevano legato il velo davanti alla faccia. Il tessuto scivolò via, rivelando il volto di un’anziana solcato da profonde ustioni. «Quindi sì, conosco bene la sensazione.»
Per un po’ rimasero in silenzio. Fu Mya a parlare per prima. «Com’è andata la trattativa?»
Ari sorrise. «Difficile da dire, ma credo bene. Per fortuna disponevo di una buona merce di scambio.»
Mya indicò la cassa sulla barella. «Quella?»
L’anziana annuì.
«E in cambio cos’ha ottenuto?»
Ari si alzò in piedi e porse la mano a Mya. «Glielo mostro.»

La camera era piccola e buia, con il letto a occupare buona parte della superficie. Distesa sopra di esso, una giovane madre teneva in braccio un neonato ancora sporco di sangue e liquido amniotico, intenta a cantargli sottovoce una nenia.
Ari si avvicinò al letto e con dolcezza prese in braccio il bambino, lasciando la ragazza sola con la sua voce e le sue lacrime. A piccoli passi, raggiunse Mya, rimasta sull’uscio della camera. «Ti presento mio marito.»
Gli occhi si Mya si sbarrarono. «È per questo che siamo qui? Intendo dire su questo piano, in questo universo sosia? Per creare un loop?»
«Oh no, l’ho già creato. L’abbiamo creato. Io e lui. Nel tempo e in tutte le dimensioni in cui abbiamo vissuto e in cui continuiamo a vivere.»
«Mi sta dicendo che è riuscita a convincere questa donna che il suo bambino vivrà in eterno al suo fianco? Che lei lo crescerà, per poi cosa? Per fargli conoscere una versione più giovane di sé stessa che poi farà ripartire tutto ciò dall’inizio? E come ci sarebbe riuscita?»
«Offrendo in cambio un figlio da poter seppellire.» Ari strinse i pugni. «Nel Pacifico, a chissà quale profondità, il Motore a Passaggio di Fase della Nexus sta ancora collassando. Entro due mesi metà della popolazione del pianeta verrà scomposta e ricomposta in giro per il multiverso. È così che la Ari originale ha conosciuto mio marito. Ora però ho la possibilità di garantirli una vita migliore. Per riuscirci ho però bisogno di un ultimo favore.» Ari costrinse Mya a prendere in braccio il bambino.
La donna guardò il neonato. «E se non lo facessi? O se intervenisse qualche variabile non considerata nel tuo piano? Cosa vi dà la certezza che questo loop non sia altro che una fantasia?»
Ari sorrise. «Nulla. Ma a volte nella vita occorre un po’ di fede.»

Mya ricontrollò gli appunti lasciati da Ari, pieni di tabelle e orari da rispettare, e bussò alla porta dell’interno 476, chiedendosi cosa sarebbe successo al bambino che dormiva placido nel seggiolino ai suoi piedi se l’avesse fatto con un secondo di ritardo o uno d’anticipo. Forse nel primo caso sarebbe diventato un pericoloso terrorista interdimensionale, mentre nel secondo uno scienziato di fama galattica. O forse…
La porta si aprì e davanti a Mya comparve il capitano Bowel, seppur in una versione più avanti negli anni a giudicare dall’attaccatura dei capelli e dal leggero rigonfiamento all’altezza dei fianchi. La logica imponeva anche una terza eventualità, la più probabile in un universo composto da infiniti piani, ovvero che quello di fronte a lei fosse soltanto un altro Bowel, una versione con cui lei non aveva nulla in comune.
«Capitano Reed, che piacevole coincidenza» disse Bowel, come a voler smentire ogni possibile spiegazione alternativa in merito alla sua identità. Con un cenno del capo indicò il seggiolino. «Quindi è lui il marito di Ari. Lo immaginavo più alto.»
Mya rimase a bocca aperta per alcuni secondi prima di riuscire a riorganizzare i pensieri quel tanto che bastava. «Lei conosce la Asimov?»
«La dolce vecchia Ari? Certo che conosco quella figlia di puttana. È stata lei a introdurmi ai segreti del Sacro Loop. Come sta, a proposito?»
Mya piegò la bocca in una smorfia. «Bene direi. A parte l’aver deciso di passare gli ultimi anni di vita a fianco della versione morta del marito.»
«Suppongo allora non la rivedrò fino al prossimo ciclo. O forse un giorno incontrerò una sua versione più giovane, chi può dirlo? Ma prego, entri pure. Mi permetta di offrirle almeno una birra per il disturbo.» L’uomo sollevò il seggiolino e fece segno a Mya di accomodarsi su una logora poltrona in pelle, intanto che lui portava il bambino in un’altra stanza. «Così non rischieremo di svegliarlo» disse una volta tornato, in mano un paio di birre già stappate. Ne porse una a Mya.
La donna diede un lungo sorso. «Tutto ciò è assurdo. Come faceva la Asimov a sapere che ci conoscevamo?»
Bowel alzò le spalle. «Semplice coincidenza.»
«Ciò rende la cosa ancora più folle. Insomma, che probabilità esistono che due persone appartenenti a piani con evoluzioni storiche sfasate, non solo s’incrocino due volte, ma che addirittura incontrino copie appartenenti a universi sosia dei rispettivi universi d’origine?»
Bowel finse di contare con le dita. «Mmmh, direi una su due.»
«Scusi?»
Bowel portò un braccio dietro lo schienale della poltrona. «Ma sì, pura e semplice matematica. Ci pensi: quante possibilità aveva che una volta aperta la porta del mio appartamento si trovasse di fronte a una persona diversa dal sottoscritto? O un alieno, perché no? O che l’appartamento esplodesse? O che fosse vuoto?»
«Infinite?»
«Esatto! E quante che invece avvenisse esattamente quella particolare sequenza di circostanze che ci ha portato alla conversazione che stiamo avendo qui e ora? Glielo dico io: sempre infinite. E lo sa perché? Perché in un multiverso, infinite sono le alternative di un evento, ma infinite sono anche le sue copie.»
«Detto così sembra quasi che l’intero universo sia governato dal lancio di una moneta…»
«E la cosa le dà fastidio?»
Mya rimase a pensarci per un po’. «Devo ancora capirlo.»
Un bip dal tablet di Mya interruppe la conversazione. La donna lesse il messaggio e per poco non fece cadere la birra sul pavimento.
«Cattive notizie?»
Mya alzò il mento verso Bowel. «Una comunicazione dall’ospedale in cui è ricoverato mio marito. Qualcuno ha firmato per la sua estrazione dalla struttura.»
«Chi?»
Mya sentì la testa girare. «Me stessa.»

«Come sarebbe a dire che sono stata io?» Mya battè il pugno sulla scrivania.
Seduto all’altro lato, il direttore medico della Exodus fece segno a Mya di rimanere calma. «Signora, capisco la sua alterazione, ma le assicuro che l’impronta biometrica di chi ha prelevato suo marito coincide con la sua. Non l’avremmo lasciato uscire dalla struttura, altrimenti.»
«Stronzate! Pretendo di vedere i filmati della sorveglianza.»
«La prego di capire, si tratta di matariale d’inda—»
«Subito!»
L’uomo deglutì, quindi digitò qualcosa al computer. Sullo schermo partì un video che mostrava la camera di Eric. Il direttore fece avanzare il filmato al momento in cui la porta si aprì ed entrarono due infermieri, seguiti da qualcuno che Mya conosceva bene: Ari Asimov.
«Ma cosa cazzo…»
Il direttore fermò il video. «Riconosce quella donna?»
Mya si morse il labbro inferiore e corse fuori dall’ufficio.
Fece partire una chiamata. La Ari che aveva conosciuto lei si trovava su un altro piano, ma se era fortunata questa seconda Ari si trovava ancora nel suo universo con i medesimi codici utente. Una possibilità remota. O forse no. Forse era davvero una su due. Doveva esserlo!
Un bip.
«Perché non me l’hai detto?» gridò Mya.
«Non potevo» rispose Ari. «Era l’unico modo per salvare Eric. E anche l’unico che hai tu.»
Mya si fermò, il cuore che minacciava di romperle le costole. «Come?»
«Taarth. La risposta è sempre stata lì.»

L’ascensore sobbalzò. Senza attendere la loro piena apertura, Mya s’infilò tra i pannelli scorrevoli e salì sulla passerella centrale del ponte 4.
Mya alzò il braccio all’altezza del naso e consultò il tablet. Secondo i registri c’era una sola nave diretta a Taarth quel giorno: la Clark. Per quanto le fosse possibile, si fece largo tra la calca informe di tecnici, automi e comuni viaggiatori che affollava il ponte fino a raggiungere l’attracco 12. La Clark era di fronte a lei, un incrociatore pesante di classe S2, a giudicare dalla stazza, in grado di trasportare almeno 5000 unità di terra.
Nel vedere la massa di reclute in attesa d’imbarcarsi, Mya fu colta dallo sconforto. Come poteva pensare di trovarlo tra tutta quella gente?
Iniziò a gridare. «Eric! Eric, dove sei?»
A risponderle fu soltanto un gran numero di occhi sorpresi e bocche divertite.
Mya si allontanò di qualche passo e riprese a chiamare a gran voce, quando qualcuno l’afferrò per un polso.
«Quindi è questo che fa, ora? Andare in giro a gridare come una pazza?»
Nel vedere la terza versione del capitano Bowel nel giro di 48 ore, Mya non riuscì a trattenere un’espressione sorpresa. «Ancora lei? Ma che ci fa qui?»
Bowel allargò le braccia e si guardò attorno. «Non è ovvio? Mi sto arruolando. Piuttosto, lei che combina? Perché gridava il mio nome?»
Per alcuni secondi Mya rimase in silenzio, quindi scoppiò a ridere. Infine lo abbracciò.
Bowel rimase con la braccia aperte mentre la donna lo stringeva a sé. «Ok, siete davvero impazzita…»
Mya si staccò. «Forse. O forse no. Com’era? Una possibilità su due?»
Bowel si grattò dietro il collo. «Beh, non funziona proprio così…»
«Allora perché non mi spiega meglio questo paradosso?»
«Adesso? Sa, avrei una nave da prendere. E poi non è proprio così semplice come volevo far credere l’altra volta. Ci vuole tempo…»
Mya gli prese le mani tra le sue e sorrise. «Non c’è fretta. Abbiamo tutto il tempo dell’universo.»
lupus in fabula

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Re: Semifinale Marco Lomonaco

Messaggio#4 » domenica 26 settembre 2021, 23:40

Il paradosso dell'infinito
[Faccio i commenti in prima lettura per dare la percezione delle reazioni e dei commenti che mi passano per la testa PRIMA di aver finito di leggere il brano, la prima volta che mi ci approccio. In coda trovi un commento figlio della lettura del brano completo. Trovi i miei commenti lungo il brano tutti tra parentesi quadra, quindi con un banale “ctrl/cmd+f” sulla aperta quadra trovi tutto. Se trovi errori grammaticali, scusami, Siri spesso pensa di sapere meglio di me cosa voglio scrivere.]
Mya [Riflessione a freddo: qual è il valore aggiunto di scrivere Mya con la Y? Solo renderlo più fastidioso da leggere o avrà un senso?] immerse il cucchiaio nel brodo e raccolse un grumo filaccioso di pastina e formaggio. «Ieri ho incontrato Dev al bar del ponte 4.» Avvicinò la posata alla bocca di Eric, attenta a non versare una sola goccia sulle lenzuola [tell, fammelo vedere, non c’è bisogno di dirmelo]. Il marito [Buon colpo fare che sia il marito quando la prima impressione era che fosse il figlio… non è ottimale dal punto di vista del flusso di comprensione perché mi obbliga a rivedere la mia idea ma lo fai quasi subito e non mi dà fastidio, anzi, mi incuriosisce sul come ci sia finito nel letto a mangiare pastina, mi faccio domande, il che è buono per il brano, ma attento che cammini sul ghiaccio sottile con questi stratagemmi] era disteso sul letto, la schiena tenuta sollevata dalla testata idraulica [Ecco, appunto, non riesco a visualizzarmi come sia la scena, con la testata idraulica mi hai perso… con un nome così, se non so di cosa si sta parlando, mi immagino un qualche macchinario strano. Se è una normale testa del letto d’ospedale, non ti serve chiamarla testata idraulica… con “testata” hai sovrapposizione con la testata dei motori e con “idraulica” mi spingi ancora di più in quella direzione visto che non ho ancora chiaro il contesto. Poi magari altri hanno capito subito, ma va considerato che qualcuno, forse più di qualcuno, te lo sei perso], occhi vacui fissi sul soffitto [virgola, oppure “e”] circondati da profonde cicatrici che si snodavano tra le escrescenze cutanee. Alla destra di lui [qui c’è un errore di gestione, nella mia percezione c’è una donna che prende la pastina e dice una cosa a qualcuno, la prima persona che mi fai vedere dopo la battuta è il marito, quindi penso stia parlando al marito, poi invece mi devo ricredere e sta parlando con l’infermiera? È quello che ti dicevo poco fa, attento che cammini sul ghiaccio sottile… una volta posso anche cambiare idea su quella che è la scena che mi sto raffigurando, soprattutto se fa un bell’effetto, ma qui tra elementi che mi figuro probabilmente sbagliati e “film” mentale da correggere, la scena risulta troppo confusa. Identifica un ordine di priorità delle informazioni e mettile in ordine nel testo. Quindi, prima la scena della donna che prende il cucchiaio con la pastina e mostri il marito, capiamo se il marito parla o no, capiamo dove siamo, eccetera… POI la battuta verso l’infermiera e le due cominciano a parlare tra loro. Tutto ciò anche al netto del fatto che “alla destra di lui” è proprio brutto da leggere.] un’infermiera consultava il suo tablet da polso. «Ha detto che alla fine avevi ragione. Era il convertitore gravitazionale a causare il ronzio nella camera d’equilibrio. [Tecnobubble? Se questa roba non serve anche dopo è tecnobubble pieno. E dà un po’ fastidio perché è impossibile capire alcunché della questione dalle loro parole]» Mya spinse il cucchiaio nella bocca. «Ha però anche aggiunto che questo non lo ripaga di tutte le volte che ti ha salvato il culo su Taarth. [battuta un po’ cliché]» Sorrise e spostò l'attenzione sull’infermiera, alla ricerca di una complicità che invece non ottenne.
[Il difetto principale è che ho letto tutto questo e ancora non ho capito com’è l’ambiente in cui avviene la narrazione, questo è abbastanza grave, soprattutto considerando che mi hai già obbligato più di una volta a ricredermi su quello che mi stavo immaginando.]
Eric tossì. Un rivolo di minestra misto a saliva gli colava a lato della bocca.
Mya appoggiò il piatto ai piedi del letto e prese il tovagliolo. «Guarda che disastro.» Avvicinò il pezzo di stoffa alle labbra, ma Eric piegò la testa di lato. «E questa novità? Non mi dirai che non apprezzi più la raffinata cucina dell’ospedale?» [Ok, capisco ora che sono in un ospedale, l’infermiera prima non bastava, il letto con l’aggeggio idraulico mi aveva portato fuori strada… lo so che un letto d’ospedale può essere benissimo idraulico, anche se più spesso hanno una banalissima vite senza fine per modellare l’inclinazione delle sezioni del letto, ma è l’idea che danno tutti questi elementi insieme che non restituisce l’immagine dell’ospedale nella mia mente. È comunque un parere individuale, valutalo anche in relazione a quello che ti hanno detto gli altri]
Ancora una volta l’infermiera si limitò a picchiettare sullo schermo flessibile avvolto attorno all’avambraccio.
Mya scosse la testa e riavvicinò il tovagliolo alla bocca di Eric, ma uno spasmo alle gambe del marito [anche l’informazione che è la moglie era meglio darla in apertura, in modo da inquadrare subito bene tutta la situazione e solo poi fai muovere i personaggi e aggiungi elementi] spinse il piatto oltre il bordo del materasso, riversandone il contenuto sul pavimento.
L’infermiera fece per avvicinarsi con in mano un rotolo di carta, ma Mya le puntò un dito contro [sembra un po’ esagerata come reazione puntarle il dito, finora non sembravano in cattivi rapporti]. «Me ne occupo io!»
Impassibile, l’altra posò il rotolo sul letto e si avviò verso l’uscita. «Chiamo un’inserviente.»
Mya si allungò ad afferrare la carta.  Chiama pure chi preferisci, stronza [uhm… ok… a questo punto mi viene da fermarmi e ricominciare daccapo il racconto convinto di non aver capito qualcosa io della dinamica… questo non va molto bene.]…  S’inginocchiò per asciugare il pavimento, quando la porta si riaprì. Mya rizzò in piedi brandendo il rotolo come un manganello. «Cosa cazzo non era chiaro delle mie parole? Ho detto che…» [qui ci sono un paio di gestioni non molto carine delle frasi, non sono gravi ma non sono belle e scorrevoli da leggere, è comunque il meno, finora]
Sull’uscio, a osservarla, una donna avvolta da una tunica grigia, volto e capelli celati da un velo che lasciava in vista soltanto gli occhi.
Mya lasciò cadere il rotolo. «Chiedo scusa, credevo fosse un’altra persona.»
La sconosciuta alzò una mano. «Nulla di cui scusarsi, capitano Reed.»
Mya provò un brivido nel sentire quel nome. «Temo che anche lei mi stia confondendo con qualcun altro. Non sono io il capitano Reed.» Si girò verso Eric, nel frattempo tornato immobile a fissare il vuoto.
La sconosciuta avanzò di un passo. «Eppure, da quanto risulta sui registri d’attracco, siete voi al comando della Cronenberg.»
Gli occhi di Mya corsero in direzione della donna. «Chi è lei? Cosa vuole?» [Qui qualcosa di più filtrato dal pdf poteva essere utile a inquadrare meglio i sottintesi del dialogo e, quindi, il peso delle parole e dei ruoli reciproci delle due donne]
La sconosciuta intrecciò le mani sul grembo. «Mi chiamo Ari Asimov [scelta discutibile, imho, questo cognome… non ne hai bisogno, la storia deve essere forte di per sé, non per, passami il termine, questo tipo di “paraculate”, che ci stanno se hanno MOLTO senso, non se sono gratuite e non profondamente integrate nel contesto]. Può ritenermi una cliente, se lo vorrà.»
Mya sospirò. «Spiacente, ma la Cronenberg non è una nave da trasporto civile. Se cerca un passaggio, temo dovrà rivolgersi altrove.»
La donna fece un altro passo. «Se avessi voluto usufruire dei servizi altrui, non mi troverei qui, non crede?» [Questo dialogo si incastra un po’ male, la battuta della tizia in grigio dovrebbe essere più corta e più caratterizzante. Fammi capire il carattere del personaggio dal suo modo di parlare, così fila tutto più liscio. Questa battuta passa un’informazione e basta, non è ottimale. «Non prendiamo civili sulla Cronenberg. Nessuna eccezione.» inciso che fa capire il mood della moglie dopo averle risposto così. O l’inciso lo metti prima di “nessuna eccezione” se preferisci. Poi l’altra può rispondere «Nessuna eccezione?» beat «Proprio nessuna?» Poi metti una frase che decomprime un attimo e descrive le azioni con cui la tizia in grigio riempie il silenzio teso del momento. Poi va bene, fai deglutire Mya, o magari ancora meglio la fai sogghignare cos’ pensiamo che sta capendo la situazione e intende trarne il massimo profitto (non devi farlo davvero, è solo per farti capire che dialoghi, beat, e tutti gli altri elementi di contorno di uno scambio sono preziosissimi per caratterizzare i personaggi), a quel punto le fai dire come vuoi tu “Riservare una nave intera può essere molto costoso” e a seconda di cosa le hai fatto fare prima, la battuta assume un significato molto diverso]
Mya deglutì. Ancora una volta spostò lo sguardo sul marito, per poi andare ad appoggiarsi a uno degli oblò affacciati sul vuoto cosmico circostante la Exodus. Uno sciame d’incrociatori sfrecciò in direzione di uno dei ponti d’attracco. «Prenotare per sé un intero trasportatore non costa poco.»
«I crediti non sono un problema.»
Mya si staccò dall’oblò. «Se è così, ho bisogno di dettagli.»
La sconosciuta annuì. «Un solo passeggero, io. Riguardo il carico, questo si limiterà ai miei averi personali e una cassa da due metri di lunghezza per zero sessanta di larghezza e quaranta d’altezza. Peso totale meno di novanta chili.» [se è zero sessanta è anche zero quaranta, oppure è alta 40 metri… cioè, poi magari è alta 40 metri, ma non mi torna con i 90 kg]
«Destinazione o carico prevedono rischi?»
«Nessun pericolo, per quanto il tratto finale andrà percorso in modalità stealth per non interferire con il flusso temporale del luogo. Riguardo il carico, si tratta di materiale organico in regola con le leggi della Exodus.» Ci fu una breve pausa. «Un’unica richiesta: la partenza dovrà avvenire entro domani.»
Le sopracciglia di Mya si tesero verso l’alto. «Domani? Impossibile. Soltanto per i permessi di decollo occorre una settimana, soprattutto con le navi seminatrici in distacco in questo periodo.»
La sconosciuta digitò qualcosa sul suo tablet. «Confido che saprà trovare una soluzione più che soddisfacente.»
Dal polso di Mya partì un  bip. Gli occhi si spalancarono quando lessero la cifra appena caricata sul conto.
[Qui in generale i dialoghi sono un po’ legnosi, ma quando si è smesso di dover capire dove fossimo e hanno cominciato a interagire i personaggi fila un po’ meglio. L’unica cosa su cui vorrei focalizzare l’attenzione è che hai snocciolato parecchi cliché della fantascienza che erano ok negli anni ’60 ma che oggi se ti fermi un attimo a riflettere sono piuttosto anacronistici… si parla di navi spaziali stealth che non devono interferire con spazi temporali e poi le persone hanno ancora i letti d’ospedale idraulici e usano i tablet? E un’incongruenza molto forte dal punto di vista tecnologico e deriva in pieno dalla SciFi classica, solo che ormai i tempi sono andati avanti e se vuoi scrivere di tecnologie che avremo fra anche solo pochi anni non puoi non considerare la velocità dell’innovazione tecnologica quando fai la fase creativa della scrittura]

L’ascensore raggiunse il ponte 4 con un leggero sobbalzo. Mya attese la piena apertura dei pannelli scorrevoli prima di uscire dalla cabina e immettersi sul ponte 4 [ponte4-ponte4 ripetizione]. Come a qualunque orario di qualunque giorno, l’attività era frenetica, con le banchine per lo più occupate da una folta schiera di navi seminatrici pronte a salpare ognuna per un diverso piano abitabile del multiverso. [È tutto un po’ tell questo inizio, non sono un fanatico dello show, digerisco anche un po’ di tell sotto certe condizioni, una delle quali è che abbia senso usarlo nel passaggio o nell’opera, qui non mi sembra ne abbia.]
Mya passo [ò] in mezzo ad alcuni Devoti del Sacro Loop avvolti nelle loro tuniche arancioni e raggiunse l’attracco della Cronenberg. I droni stavano già richiudendo il portellone d’accesso alla stiva dopo aver provveduto a caricare l’esiguo bagaglio.
La donna si mosse in direzione della scaletta d’accesso alla cabina di comando.
«Dunque è lei che devo ringraziare per la revoca dei miei permessi.»
Mya si voltò in direzione della voce. Di fronte a lei trovò un ragazzo sulla ventina con addosso la divisa della MultiSpace Express che la fissava, mani strette sui fianchi e gambe divaricate.
«Lei è…?» Il tono di Mya era fermo, per nulla intimorito dall’atteggiamento spavaldo del giovane.
«Capitano Bowel, a comando della Crichton.»
Mya non potè resistere dal ridere. «Capitano, addirittura? È così che la MSE chiama i suoi fattorini, ora?» [i dialoghi sono sempre troppo poco incisivi, puoi dire le stesse cosa in modo molto più immediato e caratterizzante. Vedi l’esempio sopra che è spiegato, ma qui potevi fare una battuta sarcastica un po’ più implicita e meno “spiegosa”]
«Prenda pure in giro. Resta il fatto che fino a poche ore fa doveva essere la Crichton a salpare, non quel…» Bowel fece una smorfia. [non serve spiegare sempre tutto, ok che bisogna essere chiari, e non lo si è mai abbastanza, ma tra essere chiari ed essere sempre espliciti ci passa un po’ di differenza] «Quel ferro vecchio.»
«Si dà il caso che questo ferro vecchio disponga di permessi regolari, quindi le consiglio di rivolgersi all’Ufficio Doganale se proprio desidera sporgere reclamo, anziché importunare la sottoscritta. In alternativa, può sempre trovare un piano parallelo sfasato di 24 ore rispetto alla sua destinazione originale.» [anche qui, battute troppo verbose, 2/3 di quello detto tra queste virgolette non serve o può essere sintetizzato e reso più efficace]
«Beh, forse è proprio quello che farò, capitano. Non si lamenti però se in futuro dovessi essere io a rubarle il posto.»
Mya sorrise. «Ne dubito.» Quindi diede le spalle al ragazzo e afferrò la scaletta d’accesso alla cabina.
«Non sia così pessimista» gridò Bowel. «Il multiverso è molto più piccolo di quello che possa sembrare!» [Da questo paragrafo abbiamo capito che i tuoi personaggi semplicemente parlano troppo e in modo non efficace, questo aspetto è molto importante perché una storia sia percepita come scorrevole, i personaggi come vividi e tridimensionali e via dicendo. Sulla pagina il 90% di quello che “vediamo” di un personaggio sono le sue linee di dialogo, abbiamo molti meno segnali non verbali che nella realtà, quindi le battute sono fondamentali. Focalizzati sullo scremare parecchio il numero di caratteri che usi per i dialoghi, ne avrai un grande beneficio]

Non appena la Cronenberg superò il ponte di lancio della Exodus, Mya piegò la testa verso Ari Asimov, seduta sul sedile a lato. «Pronta per l’inserimento delle coordinate.»
Senza dire una parola, la donna inviò i valori endecadimensionali sul tablet di Mya.
Mya si morse un labbro e avviò il Motore a Passaggio di Fase [ok che vuoi porre l’accento, ma tecnicamente qui le maiuscole sono sbagliate… Motore Diesel/A Scoppio/Elettrico/A Magneti Permanenti/etc non si scrivono con le maiuscole].  Tutte io le becco, le sociopatiche? [qui stai variando di MOLTO l’immersione nel personaggio, non ricordo tu abbia mai usato finora l’indiretto libero per i pensieri della protagonista, quando devi impostare un certo codice lo devi fare subito, altrimenti quando poi appare è un cazzotto in un occhio. Quindi va benissimo l’indiretto libero, ma mettilo sin dall’inizio così uno lo capisce subito e lo acquisisce come codice comunicativo del testo e non ha sorprese strane a metà brano]  Il cuoio capelluto prese a pizzicarle e da sotto la pelle crebbe quella sensazione di calore che innumerevoli salti le avevano reso familiare, all’inizio gradevole, poi sempre più fastidiosa, infine dolorosa. Strinse i denti, mentre il Motore scomponeva ogni cellula del suo corpo a livello subatomico [è un po’ una finezza ma questa frase suona un po’ male… “scomponeva ogni cellula a livello subatomico”, scegli meglio le parti che rappresentano il tutto… oppure ignora questa segnalazione, è davvero una finezza e mi pare tu abbia questioni molto più importanti su cui focalizzarti, te la segnalo giusto per completezza].
Un millesimo di battito di ciglia: così veniva descritta la durata di un salto, pari al lasso di tempo che separava la smaterializzazione organica e la sua ricomposizione da parte del Motore a Passaggio di Fase all’interno del suo raggio d’azione. [spieghino fastidioso]
Tutte stronzate.
Mya riaprì gli occhi e per prima cosa esaminò che ogni parte del corpo si trovasse al posto giusto [un po’ difficile da fare a occhio, se avesse un organo al posto di un altro sarebbe un casino, e soprattutto non avrebbe modo di vederlo esteriormente… questo è un buon punto per farle controllare un qualche strumento di analisi o scansione che post salto le segnali eventuali anomalie per un intervento il più possibile tempestivo, con le tecnologie che ne conseguono, queste sarebbero utili all’interno della tua narrazione]. I casi di viaggiatori risvegliatisi con arti fusi nel metallo delle proprie navi si contavano a decine e l’idea la terrorizzava, soprattutto dopo quanto accaduto al cervello di Eric.
Con uno sforzo di volontà scacciò il ricordo del marito e controllò il registro di viaggio [tecnicamente si scaccia un ricordo focalizzandosi su altro, altrimenti se provi solo a scacciare un pensiero in sé, la mente si focalizza ancora di più su quello… quindi ristrutturerei questa frase per far emergere questa dinamica in modo più chiaro]. Tre secondi: tanto era durato il salto appena effettuato. [ma non era il millesimo di un battito di ciglia? l’hai detto poche righe fa, attenzione a non contraddirti così palesemente, o chiarisci cosa intendevi con quel “così veniva descritta”] Tre secondi in cui aveva smesso di esistere. Odiava quel pensiero, ma non poteva fare a meno di conviverci. [e poi hai appena detto che cerca di pensare ad altro per non tornare con la mente al marito, non farla ritornare su sto pensiero, oppure stiamo facendo avanti e indietro sempre dallo stesso concetto]
Per distrarsi si sporse sulla mappa olografica del quadrante. Non appena letti i dati, sentì tuttavia la necessità d’affondare la schiena nella poltrona.
Si voltò verso Ari. «Un universo sosia…» Lo disse a bassa voce, più a sé stessa che all’altra donna. «Sfasatura temporale rispetto al nostro universo di partenza?»
«Anteriore. Circa quattro secoli. Ecco perché sarà importante occultare il nostro arrivo e limitare i contatti sul suolo.»
«Suolo?»
La donna [sono due donne in scena, non usare “la donna” per distinguere l’una dall’altra o si fa confusione, piuttosto se vuoi suare questi artifici narra in prima persona e non in terza, oppure fai attenzione a queste situazioni. ] fece un cenno verso il bordo del vetro della cabina, oltre il quale s’iniziava a scorgere un pianeta dalla conformazione continentale inconfondibile.
Mya lanciò un’occhiata ai sensori di navigazione. Lo spazio aereo risultava sgombro. «Se lo sfasamento è di quattro secoli, significa che parliamo del periodo risalente al disastro della Nexus.» [Mi hai perso con i nomi delle astronavi, troppi e non li distinguo, e da come dice la battuta mi sembra di dover sapere già cos’è la Nexus, ma la mia testa è una lavagna bianca a riguardo, non ho idea, attento che questi sono i peccatucci di gestione che poi abbassano molto il gradimento di un testo anche se poi sono cose magari semplici da sistemare]
Ari annuì. «2 dicembre 2378. Una settimana dopo l’esplosione.» [battuta spieghino, tollerabile, ma cerca una soluzione più elegante per inquadrare la situazione]
«Pensavo avesse detto che il lavoro non prevedeva rischi.»
«Finché rimaniamo nel raggio d’azione della Cronenberg, siamo al sicuro dall’influenza di quel che rimane della Nexus.» [raggio d’azione di cosa? non si capisce né cosa sia né perché dovrebbe tenerli al sicuro]
Mya si augurò fosse davvero così. «E la ragione per cui ci troviamo qui?»
«Una trattativa» tagliò corto Ari, con il tono di chi non vuole aggiungere altro. [“con il tono di…” è un po’ bruttino, si capisce, fila anche abbastanza liscio, ma legagli un’azione e magari una battuta o un indiretto libero della protagonista, viene più sentito]

Il punto previsto per l’atterraggio coincideva con il cortile di una vecchia baita isolata tra i monti. [tell per tell, a sto punto risparmia caratteri “la cronenberg atterrò nel cortile di una vecchia baita isolata tra i monti”, è brutto lo stesso ma almeno guadagni caratteri da usare meglio altrove]
La Cronenberg atterrò affondando gli arti pneumatici nella neve. Il portellone laterale si sollevò pochi istanti più tardi, permettendo alle due donne di scendere seguite da una barella antigravitazionale su cui era disposto quanto caricato a bordo della nave.
Raggiunto l’ingresso della casa, Ari bussò. Dopo una breve attesa si affacciò un uomo, per nulla turbato dalla presenza di visitatori e tantomeno dall’aspetto di Ari, dando anzi l’impressione di conoscerla già.
I due si scambiarono alcune frasi in una lingua che Mya non fu in grado di riconoscere, fino a quando non vennero interrotti da un grido femminile proveniente dal piano superiore. L’uomo sparì all’interno, lasciando la porta aperta.
Ari fece segno di non seguirla. «Tornerò appena finito.»
«Che equivale a…?»
«Che equivale al tempo necessario. I crediti sul vostro conto dovrebbero rendere l’attesa più sopportabile.» [crediti che lei le ha già dato, il capitano potrebbe anche salutare e andarsene, occhio a non far agire i personaggi in modo poco coerente]
[Questo passaggio è TUTTO tell…]

Il sole calò in fretta oltre le montagne, così come la temperatura [detta così implica che la temperatura cala oltre le montagne].
Mya aumentò la temperatura interna della tuta, chiedendosi se non fosse il caso di rientrare nella nave. Nell’attesa, si sedette su una panca e caricò alcune vecchie olofoto di lei ed Eric risalenti a quando i troppi salti non gli avevano ancora distrutto il cervello. Si fermò su una in particolare. Nell’immagine era abbracciata a suo marito, alle spalle il rottame di un trasportatore classe M4 appena acquistato dando fondo a buona parte dei loro risparmi. Lungo la fiancata un nome a malapena leggibile: Cronenberg. [probabilmente ti sei accorto/a che lo spazio non ti sarebbe bastato per finire e stai scivolando in “tellate” brutali anche dove non ce n’è bisogno]
«È difficile dire addio a chi per anni è stato al nostro fianco.» Ari la osservava dalla tettoia antistante l’ingresso della casa, la schiena poggiata a una delle colonne. La donna si avvicinò. «Lo ama ancora molto, vero?»
Mya disattivò l’olofoto. «Non è il dover dire addio a essere difficile. È la consapevolezza che non servirebbe a nulla.» [e ora invece si apre e si confida con lei dopo che fino a poco fa l’ha trattata a pesci in faccia, scontrosissima e senza nemmeno contare che crede che la asimov l’abbia anche messa in pericolo… e in tutto questo non è che sia successo nulla che le abbia avvicinate…] Fece un sospiro. [ahia, in questi casi il sospiro prelude allo speigone] «Quando Eric ed io ci siamo conosciuti lavoravo come pilota di navette mediche su Taarth. Lui invece era un soldato, ma non di professione: di quelli idioti, che si arruolano solo dopo essere stati abbandonati dall’amante e che nonostante ciò sono convinti di poter fare la differenza. La differenza invece la fece una granata a ricomposizione genetica. Si salvò soltanto perché qualcuno lo spinse via un attimo prima dell’esplosione, limitando i danni.» Mya rise. «I medici dissero che se voleva potevano ridargli l’aspetto originale, ma lui rispose che ci teneva alle sue cicatrici, che se le era sudate in battaglia.» L’espressione sul volto di Mya tornò triste. «Ho sempre rispettato quella scelta, tanto da non chiedergli mai di mostrarmi una sua foto di prima dell’incidente. Avevo paura di non riconoscerlo. Ora invece, quando gli sono a fianco, ho l’impressione che sia lui a non riconoscermi più. E allora penso: che senso ha dirgli addio se in verità non ti rimane altro che un ricordo?» Alzò lo sguardo. «Ha mai amato qualcuno così intensamente da desiderare di poter vivere con lui in eterno e al contempo dimenticarlo per smettere di piangere ogni volta che lo si vede?» [e infatti, righe di spiegone senza molta ragion d’essere se non dire a me lettore dei dettagli del loro passato]
Ari andò a sedersi di fianco a lei. «Ho vissuto con mio marito per quarant’anni. Anni intensi, pieni di amore, di traguardi, ma anche di disperazione. E dolore.» Con gesti lenti delle dita, la donna sciolse i nodi che tenevano legato il velo davanti alla faccia. Il tessuto scivolò via, rivelando il volto di un’anziana solcato da profonde ustioni. «Quindi sì, conosco bene la sensazione.»
Per un po’ rimasero in silenzio. Fu Mya a parlare per prima. «Com’è andata la trattativa?»
Ari sorrise. «Difficile da dire, ma credo bene. Per fortuna disponevo di una buona merce di scambio.»
Mya indicò la cassa sulla barella. «Quella?»
L’anziana annuì.
«E in cambio cos’ha ottenuto?»
Ari si alzò in piedi e porse la mano a Mya. «Glielo mostro.» [basta, ormai sono amiche, va bene, anche se non è che sia successo im modo molto naturale e/o graduale]

La camera era piccola e buia, con il letto a occupare buona parte della superficie. Distesa sopra di esso, una giovane madre teneva in braccio un neonato ancora sporco di sangue e liquido amniotico, intenta a cantargli sottovoce una nenia.
Ari si avvicinò al letto e con dolcezza prese in braccio il bambino, lasciando la ragazza sola con la sua voce e le sue lacrime. A piccoli passi, raggiunse Mya, rimasta sull’uscio della camera. «Ti presento mio marito.»
Gli occhi si Mya si sbarrarono. «È per questo che siamo qui? Intendo dire su questo piano, in questo universo sosia? Per creare un loop?»
«Oh no, l’ho già creato.  L’abbiamo  creato. Io e lui. Nel tempo e in tutte le dimensioni in cui abbiamo vissuto e in cui continuiamo a vivere.»
«Mi sta dicendo che è riuscita a convincere questa donna che il suo bambino vivrà in eterno al suo fianco? Che lei lo crescerà, per poi cosa? Per fargli conoscere una versione più giovane di sé stessa che poi farà ripartire tutto ciò dall’inizio? E come ci sarebbe riuscita?»
«Offrendo in cambio un figlio da poter seppellire.» Ari strinse i pugni. «Nel Pacifico, a chissà quale profondità, il Motore a Passaggio di Fase della Nexus sta ancora collassando. Entro due mesi metà della popolazione del pianeta verrà scomposta e ricomposta in giro per il multiverso. È così che la Ari originale ha conosciuto mio marito. Ora però ho la possibilità di garantirli una vita migliore. Per riuscirci ho però bisogno di un ultimo favore.» Ari costrinse Mya a prendere in braccio il bambino.
La donna guardò il neonato. «E se non lo facessi? O se intervenisse qualche variabile non considerata nel tuo piano? Cosa vi dà la certezza che questo loop non sia altro che una fantasia?»
Ari sorrise. «Nulla. Ma a volte nella vita occorre un po’ di fede.» [Siamo al culmine dello spiegane, ritengo di aver capito i sottintesi, ma svuoi fidarti del mio giudizio riscriverei daccapo tutto questo passaggio. Non funziona e la maggior parte dei lettori qui te la perdi e non capisce nulla, troppe informazioni dirette e indirette in troppe poche righe. semina meglio prima. Il disastro della Nexus è meglio arrivare qui sapendo già in cosa consiste, anche i loop temporali è meglio spiegarli prima di arrivare qui. Così ci si gode il “colpo di scena” senza dover metabolizzare tutte le informazioni allo stesso momento. Poi il momento non è abbastanza vissuto dalla protagonista. Perché non le fai pensare all’inizio di fare la stessa cosa per stare di nuovo con suo marito, di tornare indietro nel tempo e creare un loop in cui loro possano essere felici? Poi magari non glielo fai fare e arrivi qui con un bel carico emotivo da sfruttare per farle vivere al meglio questa scena. O qualcosa del genere insomma, arriviamo qui che non hai caricato a sufficienza sulle emozioni, e questo anche perché hai usato troppo tell e ci hai portato troppo poco dentro la protagonista.]

Mya ricontrollò gli appunti lasciati da Ari, pieni di tabelle e orari da rispettare, e bussò alla porta dell’interno 476, chiedendosi cosa sarebbe successo al bambino che dormiva placido nel seggiolino ai suoi piedi se l’avesse fatto con un secondo di ritardo o uno d’anticipo. Forse nel primo caso sarebbe diventato un pericoloso terrorista interdimensionale [questa sparata con questa struttura trasale non lascia trasparire abbastanza l’ipoteticità della cosa e lascia MOLTO spaesati, sembra quasi che se sposti la gente nello spaziotempo un secondo troppo tardi crei dei terroristi], mentre nel secondo uno scienziato di fama galattica. O forse…
La porta si aprì [la porta de che? dove sono? non si capisce] e davanti a Mya comparve il capitano Bowel, seppur in una versione più avanti negli anni a giudicare dall’attaccatura dei capelli e dal leggero rigonfiamento all’altezza dei fianchi. La logica imponeva anche una terza eventualità, la più probabile in un universo composto da infiniti piani, ovvero che quello di fronte a lei fosse soltanto un altro Bowel, una versione con cui lei non aveva nulla in comune.
«Capitano Reed, che piacevole coincidenza» disse Bowel, come a voler smentire ogni possibile spiegazione alternativa in merito alla sua identità. Con un cenno del capo indicò il seggiolino. «Quindi è lui il marito di Ari. Lo immaginavo più alto.» [??? Da come sei partito/a, io immaginavo che Bowel fosse il marito o, meglio ancora (sarebbe stato un po’ scontato ma bello se l’avessi fatto bene), che Ari altri non fosse che la protagonista, e il neonato da salvare fosse il marito che sarebbe poi finito con il cervello fritto… quando giochi con i piani temporali, i lettori più smaliziati si aspettano cose di questa portata, sappilo… quindi il più delle volte pensare di giocare con il tempo NON è una buona idea, ci va molto più lavoro del previsto e il rischio di svaccare tutto comunque è altissimo]
Mya rimase a bocca aperta per alcuni secondi prima di riuscire a riorganizzare i pensieri quel tanto che bastava. «Lei conosce la Asimov?»
«La dolce vecchia Ari? Certo che conosco quella figlia di puttana. È stata lei a introdurmi ai segreti del Sacro Loop. Come sta, a proposito?»
Mya piegò la bocca in una smorfia. «Bene direi. A parte l’aver deciso di passare gli ultimi anni di vita a fianco della versione morta del marito.» [Ma perché la protagonista è così tranquilla? Io sarei quantomeno allarmato dalla presenza del fattorino… ma allarmato forte]
«Suppongo allora non la rivedrò fino al prossimo ciclo. O forse un giorno incontrerò una sua versione più giovane, chi può dirlo? Ma prego, entri pure. Mi permetta di offrirle almeno una birra per il disturbo.» L’uomo sollevò il seggiolino e fece segno a Mya di accomodarsi su una logora poltrona in pelle, intanto che lui portava il bambino in un’altra stanza. «Così non rischieremo di svegliarlo» disse una volta tornato, in mano un paio di birre già stappate. Ne porse una a Mya. [continuo a non aver capito dove si svolge questa scena]
La donna diede un lungo sorso. «Tutto ciò è assurdo. Come faceva la Asimov a sapere che ci conoscevamo?»
Bowel alzò le spalle. «Semplice coincidenza.» [no dai, “coincidenza” è una parola che se parli di viaggi temporali e realtà parallele non puoi tirar fuori così, è molto deludente per il lettore]
«Ciò rende la cosa ancora più folle. Insomma, che probabilità esistono che due persone appartenenti a piani con evoluzioni storiche sfasate, non solo s’incrocino due volte, ma che addirittura incontrino copie appartenenti a universi sosia dei rispettivi universi d’origine?» [Ecco…]
Bowel finse di contare con le dita. «Mmmh, direi una su due.»
«Scusi?»
Bowel portò un braccio dietro lo schienale della poltrona. «Ma sì, pura e semplice matematica. Ci pensi: quante possibilità aveva che una volta aperta la porta del mio appartamento si trovasse di fronte a una persona diversa dal sottoscritto? O un alieno, perché no? O che l’appartamento esplodesse? O che fosse vuoto?»
«Infinite?» [Riecco…]
«Esatto! E quante che invece avvenisse esattamente quella particolare sequenza di circostanze che ci ha portato alla conversazione che stiamo avendo qui e ora? Glielo dico io: sempre infinite. E lo sa perché? Perché in un multiverso, infinite sono le alternative di un evento, ma infinite sono anche le sue copie.» [occhio che non tutti gli infiniti sono uguali… esistono quelli che si chiamano gradi di infinito in matematica, quindi questo discorso non fila proprio liscissimo per me… anzi… è una bella suggestione quella che presenti, ma al mio occhio non regge, non spiegata così.]
«Detto così sembra quasi che l’intero universo sia governato dal lancio di una moneta…»
«E la cosa le dà fastidio?»
Mya rimase a pensarci per un po’. «Devo ancora capirlo.»
Un  bip  dal tablet di Mya interruppe la conversazione. La donna lesse il messaggio e per poco non fece cadere la birra sul pavimento.
«Cattive notizie?»
Mya alzò il mento verso Bowel. «Una comunicazione dall’ospedale in cui è ricoverato mio marito. Qualcuno ha firmato per la sua estrazione dalla struttura.»
«Chi?»
Mya sentì la testa girare. «Me stessa.»

«Come sarebbe a dire che sono stata io?» Mya battè il pugno sulla scrivania.
Seduto all’altro lato, il direttore medico della Exodus [se devi inserire N navi, scegli nomi MOLTO diversi tra loro, la X me la fa confondere con quell’altra che è esplosa nel passato] fece segno a Mya di rimanere calma. «Signora, capisco la sua alterazione, ma le assicuro che l’impronta biometrica di chi ha prelevato suo marito coincide con la sua. Non l’avremmo lasciato uscire dalla struttura, altrimenti.»
«Stronzate! Pretendo di vedere i filmati della sorveglianza.»
«La prego di capire, si tratta di matariale d’inda—»
«Subito!»
L’uomo deglutì, quindi digitò qualcosa al computer. Sullo schermo partì un video che mostrava la camera di Eric. Il direttore fece avanzare il filmato al momento in cui la porta si aprì ed entrarono due infermieri, seguiti da qualcuno che Mya conosceva bene: Ari Asimov. [Ecco, no, se è materiale d’indagine quella può strillare quanto le pare ma non le fanno vedere niente lo stesso e dicono “sicurezza, portate fuori sta svalvolata”, non basta come l’hai messa giù tu][Comunque ora vediamo come farai convergere Ari e Mya, ma tieni comunque presente quello che ti ho scritto prima a riguardo, un lettore di roba di viaggi nel tempo se le aspetta ste cose]
«Ma cosa cazzo…»
Il direttore fermò il video. «Riconosce quella donna?»
Mya si morse il labbro inferiore e corse fuori dall’ufficio.
Fece partire una chiamata. La Ari che aveva conosciuto lei si trovava su un altro piano, ma se era fortunata questa seconda Ari si trovava ancora nel suo universo con i medesimi codici utente. Una possibilità remota. O forse no. Forse era davvero una su due. Doveva esserlo!
Un  bip.
«Perché non me l’hai detto?» gridò Mya.
«Non potevo» rispose Ari. «Era l’unico modo per salvare Eric. E anche l’unico che hai tu.»
Mya si fermò, il cuore che minacciava di romperle le costole. «Come?»
«Taarth. La risposta è sempre stata lì.»

L’ascensore sobbalzò. Senza attendere la loro piena apertura, Mya s’infilò tra i pannelli scorrevoli e salì sulla passerella centrale del ponte 4. [succede tutto al ponte 4 in sto spazioporto? l’1-2-3 non se li fila nessuno?]
Mya alzò il braccio all’altezza del naso e consultò il tablet. Secondo i registri c’era una sola nave diretta a Taarth quel giorno: la Clark. [altro dettaglio che puoi ignorare, non è rilevantissimo, ma te lo segnalo lo stesso: in un hub di movimento che non sia specificamente adibito al trasporto passeggeri, è difficile che si sappia quali navi vanno dove e quando così facilmente. Se saperlo non è parte del focus del luogo, sono informazioni che in genere si hanno a livello cnetrale e logistico e non sono accessibili a tutti] Per quanto le fosse possibile, si fece largo tra la calca informe di tecnici, automi e comuni viaggiatori che affollava il ponte fino a raggiungere l’attracco 12. La Clark era di fronte a lei, un incrociatore [espansione del concetto di poco fa: è pure una nave da guerra, non esiste che si sappia dove sia diretta e quando partirà, è un problema di sicurezza, o Mia è un alto ufficiale che ha senso che conosca l’informazione, oppure ha poco senso che per lei sia accessibile agilmente da un tablet sull’avambraccio] pesante di classe S2, a giudicare dalla stazza, in grado di trasportare almeno 5000 unità di terra.
Nel vedere la massa di reclute in attesa d’imbarcarsi, Mya fu colta dallo sconforto. Come poteva pensare di trovarlo tra tutta quella gente?
Iniziò a gridare. «Eric! Eric, dove sei?»
A risponderle fu soltanto un gran numero di occhi sorpresi e bocche divertite.
Mya si allontanò di qualche passo e riprese a chiamare a gran voce, quando qualcuno l’afferrò per un polso.
«Quindi è questo che fa, ora? Andare in giro a gridare come una pazza?»
Nel vedere la terza versione del capitano Bowel nel giro di 48 ore, Mya non riuscì a trattenere un’espressione sorpresa. «Ancora lei? Ma che ci fa qui?»
Bowel allargò le braccia e si guardò attorno. «Non è ovvio? Mi sto arruolando. Piuttosto, lei che combina? Perché gridava il mio nome?»
Per alcuni secondi Mya rimase in silenzio, quindi scoppiò a ridere. Infine lo abbracciò.
Bowel rimase con la braccia aperte mentre la donna lo stringeva a sé. «Ok, siete davvero impazzita…»
Mya si staccò. «Forse. O forse no. Com’era? Una possibilità su due?»
Bowel si grattò dietro il collo. «Beh, non funziona proprio così…»
«Allora perché non mi spiega meglio questo paradosso?»
«Adesso? Sa, avrei una nave da prendere. E poi non è proprio così semplice come volevo far credere l’altra volta. Ci vuole tempo…»
Mya gli prese le mani tra le sue e sorrise. «Non c’è fretta. Abbiamo tutto il tempo dell’universo.»
[Boh, finale un po’ random… ci sono troppe cose che non si capiscono e troppe altre che si capiscono ma non si coglie come mai siano così… Questa è la terza versione di Bowell che trova, e sa esattamente di cosa parla Mya quando fa riferimento alla discussione precedente, se ne desume che versioni diverse di piani diversi hanno una sorta di memoria condivisa… questa semplice considerazione fa esplodere tutto il racconto… Due domande su tutte: Perché allora Mya non sa quello che fa la sé stessa del futuro? E perché tutti i personaggi non sanno tutto di tutti allora?]

COMMENTO GENERALE a posteriori
Può ben essere che sia io a non aver colto dei dettagli che facevano capire tutto, non lo escludo, ma questo non rende il tuo racconto meno problematico. Se chi legge non coglie le cose SOLO con le informazioni inserite nel brano, esattamente come le hai inserite, il brano ha un problema. A me sembra di aver capito tutto quello che hai scritto, ma non mi torna niente.
L’errore più grave del brano, comunque, è stato cercare di far stare in questo spazio una storia che ne avrebbe richiesto molto di più. Questo ti ha obbligato a spiegoni continui, tell come se piovesse, e alla fine comunque non sei riuscito a trasmettermi i dettagli della storia che mi sarebbero serviti a capire per bene tutto.
Poi non voglio dire che sia un brano che non si può leggere, leggersi si legge, ma ci sono diversi errori gravi di struttura e molte inefficienze stilistiche.
Se fossi in te mi concentrerei come prima cosa sulla fase creativa: valuta meglio le idee sulla base dello spazio a disposizione.
Subito dopo lavora il più possibile sulla strutturazione della storia che vuoi raccontare, devi mettere nero su bianco prima i dettagli che vuoi mostrare, le informazioni che devono passare al lettore, e fare caso a che non siano concentrate tutte nello stesso punto ma ben spalmate lungo il brano.
Poi lavora sui dialoghi: puoi migliorare molto e far migliorare altrettanto i tuoi testi lavorando su quelli. Il consiglio che ti do è quello di misurarli (in caratteri) e poi dimezzare lo spazio in cui scrivi le battute e fare in modo che nello spazio dimezzato escano le stesse informazioni. All’inizio ti sembrerà impossibile, ma insisti. Questo ti aiuterà a sgrezzarli molto.
Infine sul migliorare la narrazione implementando più “mostrato”, ma non fine a sé stesso, con cognizione di causa.

N.B. va da sé che non so chi tu sia né come tu scriva di solito (il brano mi è arrivato in forma anonima), se ci conosciamo sai già come intendere il mio commento, in caso contrario due parole a riguardo: io credo molto nell’approccio diretto e schietto. Dico le cose esattamente come mi sembrano, senza filtri e senza indorare la pillola, perché non ti servirebbe a niente. Il commento si focalizza su quelle che sono le criticità riscontrate e nulla di quanto scritto da me ha il fine di offenderti, ma solo quello di aiutarti tirando fuori quelli che sono i problemi che ho riscontrato (o meglio, alcuni dei problemi che ho riscontrato) per permetterti di vederli e di valutare da solo/a se le cose ti stiano bene così o se tu voglia fare qualcosa per sistemarli.
Ciò detto, spero di esserti stato utile e ti auguro buona scrittura! :)

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Re: Semifinale Marco Lomonaco

Messaggio#5 » domenica 26 settembre 2021, 23:41

Neve di calce

Orcolat. Letteralmente  orcaccio  in lingua friulana. Con questo termine viene indicato il sisma che alle ore 21:00:12 del 6 maggio 1976 colpì il Friuli e causò 990 morti, 3000 feriti e più di 100mila sfollati, interessando l'area di 137 comuni di cui 45 completamente rasi al suolo. Con i suoi 6.5 gradi della scala Richter, l'Orcolat fu il quinto peggior evento sismico registrato in Italia nel XX secolo.

[Conosco l’Orcolat e so che è associato al sisma del 76 per antonomasia, ma in realtà è una creatura del folklore friulano che vive sotto le alpi della Carnia e provoca i terremoti quando si agita. A partire dal titolo la mia curiosità principale è capire se il tuo racconto avrà un retrogusto fantastico oppure no. Comunque vale anche per te il disclaimer fatto per l’altro racconto. Quando commento non indoro nessuna pillola e vado dritto al punto con l’intenzione di darti il feedback che, se saprai digerirlo, ti potrà aiutare di più a migliorare. Quindi magari sarò duro, ma sempre senza la minima cattiveria, anzi, faccio tutto per aiutarti il più possibile. Resta sempre inteso che non sei obbligato/a a concordare con quello che ti dico, prendi le mie opinioni e fanne ciò che ritieni più opportuno, compreso rifiutarle in toto se credi. Ultima nota: le annotazioni sul brano le faccio SEMPRE in prima lettura, perché sono i pareri che ho imparato essere più utili agli autori che vogliono davvero migliorare. Leggere tutto il brano e poi dare pareri solo a posteriori non aiuta tanto quanto sapere cosa passa per la testa di chi legge mentre legge. I lettori veri non ti danno la chance di leggere il tuo brano N volte per capire le cose, lo leggono una volta e quello è tutto ciò che avrai. Trovi i miei commenti lungo il brano tutti tra parentesi quadra, quindi con un banale “ctrl/cmd+f” sulla aperta quadra trovi tutto. Lo dico anche a te: se trovi errori grammaticali, scusami, Siri spesso pensa di sapere meglio di me cosa voglio scrivere.]

Carnia, maggio 1976.
La polvere copriva tutto: le strade, le bare raccolte sul piazzale di fronte alla chiesa crollata, gli aghi dei pini e dei larici. Pareva scendere dal cielo, come una neve fatta di calce, sottile e inesorabile. Franco starnutì, indietreggiò d'un passo e poggiò la mano sul brandello di muro. L’interno della casa era ricoperto di macerie, nessuna parete era ancora in piedi. Si sedette su un grosso ciottolo e si concesse un momento di riposo. [Al di là del fatto che è tutto tell, quello che manca a questo intro è qualche piccolo dettaglio che cali tutta la situazione che hai descritto in un contesto reale. Una chiesa resta una chiesa finché non “inquadri” la statua del santo patrono crollata dal tetto e schiantata a terra; le bare sono solo bare se non focalizzi la mia attenzione sulle impronte di mani strisciate e le righe delle lacrime che solcano la cortina di polvere che le ricopre, e via dicendo. Le macerie all’interno della casa sono solo macerie finché non mi mostri un orsacchiotto trafitto da una barra d’armatura del cemento crollato, una foto con il vetro della cornice infranto che “decapita” metaforicamente il bambino ritratto nella fotografia… e via dicendo. Capisci quanto puoi giocare con i dettagli, come puoi far calare la scena sul lettore anche con dei non detti, con delle metafore anche visive per partire subito con tutto il dramma di una situazione del genere? Invece cominci con “la polvere, le bare, la chiesa, le macerie”…]
I muri di tutte le case di quel paesino di montagna erano fatti di pietre colte dal letto del fiume Tagliamento [brutto brutto questo spieghino], e poi attaccate tra loro con la sputacchia [meglio questo, ma di’ solo questo, come pensiero indiretto libero del protagonista: “cosa si aspettavano tutti? Pietre di fiume tenute insieme con lo sputo” è comunque bruttino ma almeno ci cali nella psiche del personaggio e ci fai vedere davvero la scena con i suoi occhi]. I tetti erano paglia su incroci di assi di legno, spesso e volentieri mangiate dai tarli. Non era una sorpresa se il terremoto aveva raso al suolo tutto il paese. Che gente strana. Chi mai poteva vivere isolato e in quelle condizioni di miseria? Solo vecchi testardi e duri come le pietre con cui avevano costruito le loro inutili casette. [Qui tutto troppo verboso e tutto sempre tell e pochi dettagli concreti che ci calerebbero nella scena]
Franco sospirò e si rimboccò le maniche. Raccolse un pesante sasso e lo buttò da parte, batté le mani guantate e produsse un fiotto di polvere che lo investì in faccia. Tossì e sputò calcina impastata di catarro. Stava certamente scavando nel posto sbagliato. [Solo qui abbiamo un primo indizio del fatto che il protagonista potrebbe essere un soccorritore, o uno della protezione civile o consimili, dal narrato non emerge quasi nulla del suo filtro psicologico, quindi arriviamo qui senza sapere niente di lui, questo è abbastanza grave, ricorda che i lettori empatizzano con le storie che racconti solo attraverso i personaggi. Non rendere bene i personaggi è un errore che manda all’aria le tue idee come quasi nient’altro. Quindi calaci dentro il protagonista, facci vedere il mondo attraverso i suoi occhi e filtracelo attraverso i suoi pensieri e i dettagli che nota, vedrai che funzionerà tutto subito molto molto meglio.] No, doveva cercare in corrispondenza della camera da letto. Cercò attorno, ma a parte cumuli di pietre non riuscì a trovare nulla che gli indicasse la presenza di un letto o di un armadio. [detta così sembra che i cumuli di pietre possano rivelare la presenza di un letto o un armadio, è così? Non credo di saperlo]
Una goccia fredda gli bagnò il labbro. Alzò lo sguardo e fissò le nuvole visibili oltre le travi scheletriche del tetto crollato. Sbuffò. Ci mancava solo la pioggia [vedi, entri ed esci dal personaggio senza soluzione di continuità e questo disorienta… il mio consiglio è di entrare e stare dentro]. Raggiunse il centro della casa [e qui esci di nuovo, dire “il centro della casa” crea immediatamente in me l’immagine vista dall’alto, che è l’unico modo per capire dove sia il intro della casa, quando sei a livello del terreno vedi stanze, corridoi, altre stanze, disimpegni, non “il centro della casa”], dove un grosso cumulo di assi spezzate e pietre creava una piccola montagnola di resti. Cavi elettrici scoperti serpeggiavano tra i massi come vene nere nella pelle grinzosa di un vecchio èQuesto andrebbe detto immediatamente dopo la considerazione sulla pioggia per far percepire l’ulteriore pericolo. Non sei lontano da quel momento ma meglio starci proprio aderenti se vuoi che le due cose siano messe in correlazione]. Franco salì su un cumulo di legna e paglia, e scavò usando la zappa per arare che aveva trovato in strada [che è la prima volta che vediamo, non va bene, se la usa faccela vedere prima, abbiamo seguito Franco da fuori, perché non abbiamo visto la zappa?]. Un colpo sordo gli fece intendere che c’era un mobile di legno, sotto le macerie. Sorrise e si diede da fare per eliminare le pietre. Una cosa positiva, di quel metodo di costruzione, era che i sassi, cadendo, erano rimasti intatti, tanto che per rimuoverli spesso bastava farli rotolare via senza far troppa fatica.
Si fermò ad ascoltare. Le voci di altre persone venivano dai ruderi tutt’intorno. C’erano gli alpini, i vigili del fuoco e gli altri volontari provenienti da Perugia. Per il momento nessuno aveva avuto l’idea di ispezionare quella casa. Doveva fare in fretta, approfittare di essere solo poiché presto si sarebbero accorti di lui e avrebbero iniziato a invadere il suo spazio come mosche fastidiose [questo è un bel pensiero, perché inserisce nella narrazione un elemento di forte discontinuità che crea curiosità, però se questo giochino l’avessi fatto all’inizio, la curiosità l’avresti creata da subito, e sarebbe stato ancora meglio]. Aiutandosi con la zappa, tolse l’ultimo ciottolo e scoprì il mobile. Era un armadio di legno molto resistente tanto che, sebbene lungo i lati serpeggiassero alcune crepe, era ancora tutto d’un pezzo. Le ante erano immobilizzate da cumuli di macerie che Franco non aveva la voglia di ripulire: per fare quello che voleva bastava scavare un buco di lato. Diede un paio di colpi con la zappa in corrispondenza di una spaccatura e il legno cedette a liberare un ampio spazio interno. Mise dentro il braccio ed estrasse un paio di panni. Li buttò da parte e cercò ancora. Le dita toccarono un cassetto. Sorrise. Spinse il braccio all’interno, fino a penetrare il mobile con tutta la spalla. [attenzione che se lui sente il vociare dalle case adiacenti, il rumore che fa lui sfondando con la zappa un mobile di legno massiccio si sentirebbe allo stesso modo di fuori, e il battere è un rumore che attira immediatamente l’attenzione dei soccorritori, perché è il tipico rumore che fanno le persone bloccate sotto le macerie per farsi sentire]
Fu in quel momento che si accorse del piede che spuntava tra le travi spezzate. Ritrasse il braccio dal mobile e si avvicinò. Scavò e fece affidamento alle [sulle?] sue forze per togliere l’asse di legno dalla montagnola di macerie. Portò così alla luce una gamba, poi un cadavere insanguinato e infine un altro corpo esanime.
Il letto era sprofondato in mezzo alle pietre [non riesco a visualizzare la scena, un letto che sprofonda tra le pietre? Se è un modo poetico per dire che le pietre hanno sotterrato il letto, non mi garba molto], i due vecchi giacevano raggomitolati uno accanto all’altro, mano nella mano. Franco si avvicinò, una vampata di odore di carne in decomposizione [da quanto tempo erano lì? Non ci avevi dato nessun elemento interno alla narrazione per capire il momento della narrazione stessa] gli fece salire un conato di vomito. I due anziani erano ancora a letto, gli occhi chiusi e i visi ridotti a grumi di sangue rappreso. In alcuni punti la pelle impolverata era bucata a scoprire l’osso. Il naso dell’uomo era rientrato nel teschio e la mascella della donna si era staccata, strappata dal peso dei ciottoli. Franco fissò a lungo quella scena, il cuore gli batteva forte. Impresse nella memoria le tonalità del rosso tendenti al nero e i contorni distorti di quei visi. Da quando era arrivato, due giorni prima [ecco, ce lo dici ora ma con un tell/spieghino un po’ brutto], quelli erano i primi cadaveri che vedeva. Poveracci, erano andati a dormire ignari di ciò che li aspettava. Scosse la testa: doveva tenere i nervi saldi. Quella polvere che imbiancava tutto doveva anche foderargli il cuore con una camicia di malta, oppure non avrebbe resistito un giorno in più in mezzo a tutta quella morte [questi pensieri sono un’intromissione forte del narratore, più forte di quelle fatte fin qui, e si sente… conviene tradurre questo concetto in un pensiero indiretto libero coerente con la caratterizzazione e usarlo così. Occhio che tradurlo non vuol dire semplicemente trasformare la frase, ma renderla un pensiero coerente e in linea con la caratterizzazione, che vuole anche dire cambiare la frase]. Fissò i cadaveri e si sforzò di vedere solo due vecchi testardi, di quelli che non avevano potuto rinunciare alla loro casa fatta di sassi, in quel paese in mezzo al nulla. Sospirò e fece un passo indietro. Senza indugiare oltre, rimise il braccio nel buco dell’armadio. Cercò con le dita all’interno del cassetto e riuscì a estrarre qualche gioiello d’oro, tra cui una catenella da cui penzolava un medaglione con una foto in bianco e nero che mostrava un viso di donna con zigomi pronunciati. Franco la osservò con un certo interesse, poi la staccò e la gettò via. Cercò ancora nell’armadio, fino a trovare una borsetta di cuoio con un portafogli. C’erano solo ottantamila lire. [che negli anni ’70 non erano affatto poche, è come trovare un portafogli con dentro 400€ oggi… se ti interessa: https://www.infodata.ilsole24ore.com/20 ... 1860-2015/] Fece spallucce e mise tutto in tasca. Vecchi poveri in canna, la sua solita scalogna. Comunque, anche quel poco gli avrebbe permesso di tirare avanti per un po’.
Mise le mani a coppa attorno alla bocca e chiamò aiuto.

Sulla superficie del vino galleggiavano delle grosse gocce untuose. Franco portò il bicchiere alla bocca, prese un sorso e strofinò la lingua sul palato. Forte, minerale, un vino che andava subito alla testa. Alzò gli occhi e contemplò lo squallido bar ricavato tra le mura di lamiera del prefabbricato. Il lungo bancone era costituito da un’unica tavola di legno sostenuta da quattro gambe di ferro. Soffiò sulla gavetta colma di brodo proveniente dalle razioni alimentari dell’esercito. Vino e minestra, consumati sotto un tetto di lamiera sferzato da una pioggia gelata. Squallore totale.
Un paio di persone entrarono scostando la tenda. Parlavano nella lingua del posto, un’accozzaglia di suoni dalle vocali dure e strascicate. Franco fissò la minestra e il filo di vapore che si levava serpeggiando dalla gavetta, mise la mano in tasca e accarezzò i gioielli e i soldi rubati.
«Ehi.» Franco si girò di scatto, un alpino era in piedi accanto a lui. «Posso sedermi in parte a te?» Sorrideva. Non aveva più di una quarantina d’anni, la bocca dalle labbra tornite, bei baffi folti, occhi azzurri. Franco sentì una fitta allo stomaco. Chiuse le dita nella tasca a proteggere le catenelle d’oro e annuì.
Mentre l’uomo si accomodava sulla panca, Franco si morse un labbro e cercò di concentrarsi sulla sua gavetta fumante. L’alpino non smetteva di fissarlo. «Sei stato tu a trovare i Palombit, vero?»
Franco deglutì. «I due anziani? Sì.»
L’alpino piegò la testa di lato e sorrise. A quel gesto un po’ effeminato, Franco capì che l’altro era come lui [in che senso? Non si capisce cosa intendi]. Gli tese la mano libera. «Sono Franco Baccone, un volontario di Perugia.»
L’alpino l’afferrò con forza e la rovesciò a palmo in su. «Mario Mion. Piacere di conoscerti. E grazie» gli lasciò la mano «per essere venuto fin qui da così lontano.»
«Spero di essere utile.»
«Lo sei. L’orco ha fatto molti danni e c’è lavoro per tutti.»
«L’orco?»
Mario si tolse il berretto piumato a rivelare una folta chioma di capelli biondi. Lo stomaco di Franco mandò una fitta.
«Noi friulani» Mario sorrise «crediamo che sotto le montagne ci sia un enorme orco incatenato nelle grotte. Ogni cento anni si risveglia e si agita, e così fa tremare la terra.» Diventò di colpo serio. «Causa lui i terremoti.» I suoi occhi azzurri si inumidirono e le sue labbra si mossero in un leggero tremolio.
Franco soffocò un gemito. Anche lui ne sapeva qualcosa, di orchi. «Non sono storie per bambini?»
Mario mosse di nuovo la testa in modo femmineo [ok, forse ora si capisce, ma forse stai affrontando la questione con un po’ poco tatto e affidandoti a qualche stereotipo di troppo. ]. «Certo, certo.» Lo guardò con un’espressione severa. «’Scolta, che mestiere fai?»
Si morse un labbro. «Il pittore.»
«Cioè, l’imbianchino? Quello che pittura i muri?»
«No.» abbassò lo sguardo sul bicchiere di vino. «Sono un artista, dipingo quadri.»
Mario aprì la bocca per dire qualcosa, ma venne interrotto da un alpino che si affacciò nella baracca. Il suo viso paonazzo per la corsa [che ne sa Franco che il tizio ha corso? non te lo sto segnalando sempre, solo i casi più palesi, ma continui a fare dentro e fuori dal pdf di Franco senza nessuna utilità] era bagnato dalla pioggia. «Mion, al é colât cumò un clap intor di Meni. Niciti!1» [!!!1!1111!!!Uno! XD ti è scappato un 1, e la battuta occhio che per uno che non mastica nemmeno un minimo di dialetto locale potrebbe risultare indoprensibile, accompagnala magari con qualche gesto che faccia capire, o dai una connotazione al tono di voce, o scegli delle parole che siano più assonanti con l’italiano, insomma, rendi comprensibile il passaggio o almeno il senso generale della scena a più lettori possibile]
Mario si alzò e corse verso suo compagno, entrambi sparirono nella pioggia. Franco rimase a guardare la tenda di plastica dell’ingresso oscillare avanti e indietro. Il cuore gli batteva forte.

Aveva dovuto pagare una piccola mazzetta per farsi dare un container con letto singolo. Le baracche riservate ai volontari di solito avevano letti a castello, come nelle caserme. Più che una baracca, gli avevano dato uno sgabuzzino con un unico materasso poggiato a terra e lo spazio per riuscire a malapena a stare in piedi. Ma andava bene così. Seduto sul letto a gambe raccolte, Franco disegnava su un blocchetto di fogli appoggiato sulle ginocchia. I colori a pastello erano riposti a casaccio tra i suoi piedi, mentre la matita rossa e quella blu erano infilate tra le dita della mano chiusa.
Gli occhi di Mario.
Lo stomaco di Franco fece ribollire il brodo mescolato col vino. La testa gli doleva, ma capitava sempre quando la pioggia gli bagnava i capelli.
Quegli occhi azzurri, dal taglio perfetto, la zazzera bionda. [fai attenzione all’instalove, non è generalmente apprezzato, e ha un feroce esercito di detrattori, usalo con saggezza]
Premette la matita talmente forte che produsse un lungo solco sul foglio ricoperto di tratti colorati. Sospirò e poggiò di lato i pastelli, si stese sul materasso e fissò il soffitto di lamiera. Chiuse gli occhi.
Il viso di Mario si avvicinava al suo, i baffi dorati gli accarezzavano la pelle. Le loro labbra si sfioravano, poi lui si ritraeva di scatto e i suoi occhi si facevano furbi, cattivi. Con le sue mani forti, estraeva una lunga corda dallo zaino da alpino, e lo legava stretto. Franco cercava di liberarsi, ma non poteva, i legacci erano troppo resistenti. Dopo tutto, erano nodi fatti da un esperto di montagna. Mario lo frustava con l’estremità libera della corda e Franco, a ogni colpo, provava una fitta di piacere che gli correva dallo stomaco fino in mezzo alle gambe. L’altro rideva di lui, gli sputava addosso e lo picchiava. Franco fissava quegli occhi di ghiaccio, implorando pietà. Ma Mario non lo ascoltava, toltosi i vestiti si masturbava e continuava a frustarlo. Franco si prostrava ai suoi piedi e lo pregava di smettere, ma in cuor suo tutto ciò invece gli piaceva, gli piaceva da morire. [un po’ out of nowhere questa scena, non solo arriva dal nulla, ma è anche molto spinta ed esagerata rispetto agli avvenimenti narrati e rispetto al tenore generale del brano letto fin qui… spero abbia un senso e una funzione nel brano e non sia semplicemente un elemento messo così per “alzare la temperatura”, altrimenti è proprio un po’ bruttina]
Il fiotto caldo gli riempì la mano. Franco riprese fiato e si mise seduto a letto [attenzione, prova a sdraiarti per terra ed alzarti senza usare una mano, non è facile come lo fai sembrare… do per scontato che non usi una mano perché hai appena detto che è piena del suo “fiotto caldo”]. L’aveva fatto ancora, aveva fantasticato in quel modo sporco, che sapeva essere sbagliato. Chiuse le braccia a proteggere il petto [sporcandosi di sperma la maglia…], provando infinita vergogna. Una lacrima scese lungo la guancia e bagnò il cuscino vicino al suo orecchio. Ricordi sepolti scavarono nella sua mente come vermi sotto la terra ghiacciata [come scavano i vermi sotto la terra ghiacciata? è una metafora di belle parole ma che non trasmette il senso di quello che è poi nella realtà la scena]. Quando era giovane e suo padre metteva via il frustino, lo apostrofava dicendo che solo le donnette frignavano e che invece un vero uomo accettava le botte con onore. Franco, però, non poteva farne a meno e, anzi, lo faceva apposta, perchè [perché] farlo arrabbiare purtroppo gli piaceva. Da impazzire. [Non so, tutto questo passaggio sembra davvero pretestuoso. Non dico che non avrà un senso a brano finito, ma è anche scritto in modo pretestuoso, riducendo il tutto a un cliché già visto in N salse e che non ha un briciolo della profondità che avrebbe potuto avere]

Qualcuno bussò alla porta di plastica. Franco aprì gli occhi e accese la lampadina. «Chi è?»
«Mario Mion, posso entrare?»
Farfalle nello stomaco. Franco si diede una veloce occhiata allo specchio, si ravviò con la mano un ciuffo grigio sulla testa e aprì [se siamo conseguenti alla scena di prima, hai perso TUTTO il potenziale drammatico della scena perché ora mi sto immaginando Tutti Pazzi per Mary e Franco col ciuffo sparato in alto visto che si è ravviato i capelli con la mano e non hai specificato quale mano, fai attenzione ai dettagli, quelli rilevanti vanno inseriti per evitare che i lettori facciano sti collegamenti che poi mandano all’aria il momento del brano per come volevi che fosse]. Mario era di fronte a lui col cappello pennuto in mano. Il viso era illuminato dalla luce del sole, che stava tramontando tingendo di rosso le nuvole cariche di pioggia. «Scusa, volevo parlarti un momento.»
Franco si fece da parte per farlo entrare. L’altro fece qualche passo verso il letto e raccolse un foglio. I suoi occhi azzurri diventarono due fessure. «Cos’è ‘sta roba?» Fece oscillare il pezzo di carta tra pollice e indice.
Franco fissò il disegno che raffigurava un viso deforme, chiazzato di segni rossi e viola, con la bocca dalle labbra nere spalancata in un grido, il naso appiattito e incassato dentro la faccia. «La mia arte.»
Mario aggrottò la fronte e prese un altro foglio. Il disegno mostrava una testa ricoperta di scarabocchi rosa, gli occhi disposti in modo asimmetrico e la bocca aperta a scoprire file di denti irregolari disegnati con un tratto azzurro tremolante. «Fa... impressione!»
Franco allungò la mano e prese il blocco di fogli. «Questo è quello che provo stando qui. L’orrore del terremoto e delle vittime sotto i sassi.»
Mario inclinò la testa di lato. «Allora, è per questo che sei venuto qui, per cercare ispirazione per la tua arte. Per disegnare i cadaveri!»
Franco alzò le sopracciglia. «No, no, certo che no.»
Mario lo interruppe. «O per rubare.»
Franco ammutolì, il cuore gli saltò in testa. «Perché hai detto questo?»
«Ho visto una catenella d’oro uscirti dalla tasca, quando eravamo al ristorante [no, non ha reagito in nessun modo, nemmeno mezzo grammo di sospetto, magari non compreso da Franco o una reazione strana, niente… sei al limite della scorrettezza]. Poi, sono andato dai tuoi amici perugini e mi sono fatto raccontare un po’ di te. Diciamo che non godi di una buona reputazione.» [non gode di una buona reputazione e lo mandano in giro da solo a cercar case, non sembra molto coerente]
Franco strinse i denti. «Calunnie.»
«Ah sì? E se cercassi qui, nella tua baracca  [doppio spazio] privata, siamo sicuri che non troverei niente?»
Franco prese un respiro profondo. Chiuse gli occhi, e si lanciò. I baffi ispidi gli pungevano il labbro, ma lui premette forte e gli circondò il collo con le braccia. Per un secondo Mario non reagì, ricambiando il bacio, poi si ritrasse di scatto e lo spinse da parte. «Ma guarda.»
Entrambi fissarono il pavimento. Franco si portò una mano alla nuca. «Scusa.»
«No, no. Mi sa che di me hai capito tutto. Come io avevo capito tutto di te.» Fece un respiro profondo, tese due dita e gli sollevò il mento. Franco socchiuse le labbra per ricevere un altro bacio, che però non arrivò. Mario si allontanò da lui e si sedette sul letto, il berretto da alpino abbandonato ai suoi piedi. «Ma che roba. E io che ero venuto per vedere se eri un ladro, e mi ritrovo a baciarti.»
Franco si sedette accanto a lui lo fissò negli occhi azzurri. «Andiamo via da qui, io e te. Vieni con me a Perugia.»
All’udire la sua risata, Franco strinse le spalle e inspirò a fatica.
Mario gli prese una spalla e sorrise. «Gli anni Sessanta sono finiti, adesso dobbiamo tornare alla realtà.» La mano strinse la spalla così forte che Franco gemette per il dolore. «Allora, pittore, perché sei venuto qui? Dimmi la verità.»
Lui non si ritrasse, raccolse tutto il dolore che arrivava dalla spalla. Il suo stomaco tremò per l’eccitazione, qualcosa si risvegliò in mezzo alle sue gambe. «Volevo provare a disegnare la morte, e trovare un posto che somiglia a quello che ho dentro.»
Mario smise di stringere e incrociò le braccia. «Anche poeta?»
«No, dico la verità. Non hai idea di quello che ho passato. L'arte mi aiuta ad andare avanti.»
«E cosa mi dici dei saccheggi?»
«Vivere solo di arte non è facile.» Sospirò. «Sai, ho pensato che di casa in casa, magari, se trovavo qualcosina…»[e ora confessa così? fino a un secondo fa negava brutalmente, un cambio repentino]
«Ho capito. Quanta roba hai rubato?»
Franco desiderò con tutto sé stesso di essere picchiato. Uno schiaffo in faccia sarebbe andato benissimo. Gli occhi di Mario erano duri come quelli di suo padre, era pronto a farsi punire per essere stato cattivo. «Tanta. Sono un ladro.» Ansimò. «Puniscimi, picchiami.»
Mario alzò le sopracciglia e scoppiò a ridere. «Santa Madonna, sei messo proprio male!»
Franco trattenne il respiro, appoggiò il mento alle ginocchia e si mise a piangere. Voleva dire qualcosa, ma le parole non volevano uscire dalla gola serrata. Si vergognava, sapeva di essere sbagliato.
Mario si alzò. «Senti, ne ho viste troppe in questi giorni per avere voglia di denunciarti. Mi fai solo pena.»
«Ti prego, non lasciarmi qui da solo.»
Mario sbuffò. Alzò la mano per aprire la porta, poi la lasciò cadere lungo il fianco. «Ma guarda te, non riesco a essere obiettivo perché, lo ammetto, un poco mi piaci. Però guarda che non la passi liscia.» Poggiò le sue manone sulle sue spalle e gli diede una forte scrollata. «’Scolta, sei venuto fin qui per aiutare con i soccorsi. Allora datti da fare! Quello che hai rubato portalo al prete e di' che l'hai trovato mentre scavavi, così non ti faranno niente.» Abbassò lo sguardo. «E se vuoi disegnare quelle robe...» sospirò «bon, fai quello che vuoi.»
Franco alzò gli occhi umidi e fissò il viso angelico dell'alpino. «Vorrei tanto... se possibile, proviamo un po’ a volerci bene.»
«Io insieme a un ladro? No, mai!» Mario strinse le labbra. «Se vuoi andare d’accordo con me, dovrai darti parecchio da fare.»
[Tutta questa scena è molto poco credibile, le reazioni dei personaggi non sono motivate né esplicitamente né implicitamente. Leggendo avevo sempre l’impressione che facessero e dicessero quello che a te serviva che facessero e dicessero, non che stessero agendo come persone vere. Le linee di dialogo estrapolate dal contesto non sono male.]

Franco camminava tra le pareti crollate di casa Palombit. I soccorritori avevano raccolto i corpi martoriati e lasciato il resto com'era. Con la punta degli scarponi, che finirono per coprirsi di fanghiglia, Franco ripulì una porzione di pavimento per portare alla luce la vecchia foto che il giorno prima aveva gettato via. A parte un paio di righe bianche, era ancora in buono stato, la pioggia l'aveva stropicciata, ma la carta era ancora integra. Prese dalla tasca il medaglione e sistemò la foto al suo interno, così, come l'aveva trovata. La donna dagli zigomi alti lo guardò con gli occhi incorniciati da reticoli di rughe. Franco carezzò la foto col pollice, conscio di meritare quello sguardo glaciale. Dopo qualche passo trovò anche il pesante portafogli di cuoio da cui aveva preso le ottantamila lire, lo ripulì e ci sistemò dentro le banconote.
Camminando per il paese verso la chiesa, Franco assaporò l’aria fresca del mattino, e si rimproverò per non aver mai prestato attenzione ai contorni dipinti d'oro delle montagne tutt'attorno. Si promise di considerarle per i suoi prossimi lavori: forse era arrivato il momento di ritrarre anche qualcosa di bello. [se adesso Franco ha la propria illuminazione e si redime è davvero un po’ troppo esagerato come arco di trasformazione… non dico che non possa succedere, anche se è MOLTO difficile, ma non hai focalizzato l’attenzione su nessun passaggio utile a giustificare il cambiamento di Franco… il dialogo nello sgabuzzino/stanza non è nemmeno lontanamente abbastanza. Capiamoci, questo ha subito abusi dal padre per chissà quanto tempo, gli piaceva, faceva incazzare il padre apposta per farsi menare, si masturba facendo pensieri analoghi, quando trova un tizio che gli piace il suo primo istinto è farsi malmenare, poi il tizio gli dice, parafraso, “devi essere bravo se vuoi stare con me” e tutto quanto visto prima svanisce e lui diventa bravo? Detta così capisci che è un po’ troppo?]
Arrivò a messa già iniziata, si unì alla folla in piedi attorno al palco e raddrizzò la sua postura.
Le otto bare erano sistemate in riga davanti al podio montato accanto alle macerie della chiesetta. Una bara era avvolta da una bandiera con un [l’apostrofo] aquila su sfondo azzurro: doveva trattarsi del feretro dell’alpino morto il giorno prima, Domenico. I soldati con il cappello decorato con la penna nera erano in piedi sul palco, accanto al parroco.
In prima fila, Mario gli lanciò diverse occhiate, cui lui rispose con un timido sorriso.
Appena il coro degli alpini iniziò a cantare, tutte le persone raccolte al funerale intonarono la stessa canzone.


Santa Maria, Signora della neve,
copri col bianco, soffice mantello
il nostro amico, nostro fratello.

La vista di Franco si offuscò. Si accorse che anche Mario era commosso, le sue guance imbiancate dalla polvere si sciolsero al passaggio delle lacrime.

Ma ti preghiamo, ma ti preghiamo

Franco si asciugò il viso e si unì a sua volta al coro.

Su nel paradiso, su nel paradiso,
Lascialo andare, per le tue montagne.

Da tutta la vita il suo cuore era a pezzi, l'ira di un orco l'aveva ridotto a un cumulo di macerie insanguinate. [Ecco, siamo arrivati al momento della redenzione, che per me non ci sta. E poi da come l’hai descritto non mi sembrava poi così terribile il padre… nel senso, Franco ammette che era lui che lo faceva incazzare apposta per farsi menare, e a naso Franco è stato bambino a cavallo negli anni ’50, tirare due frustate a un bambino con uno scudiscio o con un giunco era “normale amministrazione” in quegli anni… capisco che oggi possa essere visto come un abominio, ma se ambienti una storia in un certo periodo sono cose da considerare e inquadrare nella maniera corretta.]
Era arrivato In Friuli, e aveva trovato una neve fatta di calce che cementava la terra dove i morti erano sepolti, e sigillava il passato di una terra di confine. [altre frasi poetiche che vogliono onestamente dire poco, o almeno a me non dicono nulla a livello di contenuto]
Strinse le labbra per darsi forza e alzò la mano in segno di saluto, Mario accennò un sorriso.
Eppure, in quella terra lontana, devastata da un altro orco, forse avrebbe potuto rendersi finalmente utile a qualcosa e ricevere in cambio l'amore che aveva cercato tutta la vita, un amore pulito, delicato, di cui non avrebbe dovuto vergognarsi e che l'avrebbe reso una persona per bene. [Oddio, negli anni ’70 non è che essere gay dichiarati fosse qualcosa di accettato e che si potesse sventolare alla luce del sole senza conseguenze, soprattutto in una terra come il Friuli, dove a parte qualche eccezione la mentalità non è delle più aperte, e lo dico da persona nata in Friuli.]
Un'altra lacrima gli scese lungo la guancia. Non era tardi per cambiare. Poteva ancora farcela a essere un uomo migliore. Dipendeva solo da lui.
Solo da lui.
[Queste frasi sono un bel po’ cliché, fil classico finale alla “volemosebbene” che non è un male di per sé, ma i semi che poi germogliano nel finale devono essere posti per bene lungo il brano, cosa che qui non ho trovato. Franco fa cose in linea con il suo carattere precedente, per il cambiamento non avviene nulla con una magnitudine equiparabile ai traumi che ha subito, ma alla fine lui cambia lo stesso, lasciando la percezione che sia avvenuto “perché sì”, perché hai deciso che dovesse andare così.]


1  Mion, è appena caduto un ciottolo addosso a Domenico. Sbrigati! [ecco, questa nota non va bene, innanzitutto perché devo arrivare a fine brano per capire una cosa che è successa a metà, poi perché è un modo molto poco elegante per risolvere la questione, mi catapulta fuori dalla storia, ricordandomi che sto leggendo, mentre io quando sto inuma storia vorrei starci dentro per piacere tempo possibile.]

RIFLESSIONE FINALE
Qui mi pare ci sia davvero molto da lavorare. Innanzitutto sullo stile, che non ha uniformità: passi da dentro a fuori il punto di vista senza una logica chiara e scrivi tutto in tell. Io non sono un fanatico dello show, un pochino di tell di quando in quando ci può anche stare volendo, se ben dosato e usato dove ha un senso e ti permette di ottenere un effetto preciso. Però tutto tutto tell dopo un po’ (un po’ poco, in realtà) diventa pesante da leggere.
Anche per quel che riguarda la costruzione ci sono cose da dire: hai sbagliato equilibrio della storia. Quando devi scrivere con dei limiti di spazio devi sempre partire da un’idea che possa essere resa bene in quei limiti di spazio, non partire con un’idea a caso che richiederebbe 3 volte tanto lo spazio e poi forzarla nei limiti con l’accetta e il maglio. Senza contare che le scene non sono nemmeno ottimizzate in questo senso. Per esempio, Franco sarebbe dovuto partire già dentro la casa, con il suo pensiero (magari in indiretto libero) ci inquadrava la situazione e ci caratterizzava lui.
C’è un principio che puoi mutuare dalla sceneggiatura che vale oro anche per chi scrive narrativa: late in, early out. Progetta le scene secondo questo principio, risparmierai molto spazio ed eviterai l’effetto “brodo allungato”. Late in, early out vuol dire che devi entrare nelle scene il piacere tardi possibile per ottenere lo scopo che quella scena deve svolgere e devi uscire il prima possibile quando la scena ha svolto il suo compito nella struttura della tua narrazione. Idealmente, per la tua scena bastava mostrare i due vecchi sanguinolenti nel letto e Franco con il ciondolo in mano che faceva le sue riflessioni sulla situazione, si dava un’occhiata attorno, strappava la foto e si intascava il tutto. Fine. Avresti risparmiato moltissimo spazio che avresti potuto usare per un flashback o per alte scene utili a inquadrare meglio alcuni aspetti che sono mancati nella storia. O per dare uno sviluppo più congruo al conflitto interno e al cambiamento del protagonista.
Poi questi sono i miei consigli, ti ripeto che non sei obbligato/a a seguirli.
Ultimo consiglio: studia meglio i personaggi, abituati a mettere sui piatti della bilancia le loro ambizioni, i loro difetti, le loro esigenze e via dicendo, per farle poi interagire con quelle degli altri. Non limitarti a partire con un’idea di sviluppo per poi infilarci a forza dei personaggi che non sono quelli giusti per quell’arco narrativo.
Prova, in futuro, a partire dai personaggi quando strutturi le cose. Magari hai un’idea, va benissimo, ma la prima cosa da fare è “quali personaggi sarebbero perfetti per mettere in scena quest’idea?” e costruisci tutto a macchia d’olio, espandendo piano piano e incastrando tutti i pezzi gli uni con gli altri arrivando anche all’ambientazione, alla trama, ai conflitti e via dicendo. Ma una delle primissime cose da considerare è sempre il “quali personaggi mi permettono di raccontare questa storia nella maniera più efficace?”.
Se ti perdi questo passaggio, salta per aria anche tutto il resto poi.
Per concludere, perché una storia così non l’hai narrata in prima persona? ti avrebbe aiutato/a a stare dentro il personaggio e a gestire la narrazione in modo un po’ più rigoroso ed efficace. Anche qui, non è obbligatorio, però pensaci per il futuro. Anche la scelta della persona con cui narri è rilevante ai fini della resa della storia. Qui avevi un singolo personaggio portatore di pdf dentro cui volevi scavare per portarlo da una situazione tragica a un cambiamento. Quando devi scavare bene dentro un personaggio, la prima persona è il modo più efficace e immediato, proprio perché meno mediato dal narratore.
Ci sarebbe molto altro da dire, ma sarebbe meno utile di quanto detto finora. Se sistemi le cose che ti ho segnalato già farai degli enormi passi avanti che sapranno trasformare il modo in cui scrivi (ammesso e non concesso che sia quello che desideri).
Spero di averti dati degli spunti di riflessione utili e che vorrai metterli a frutto.

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Re: Semifinale Marco Lomonaco

Messaggio#6 » domenica 26 settembre 2021, 23:41

COMMENTO FINALE PER ENTRAMBI I BRANI
Come si evince dai commenti, tutti e due i brani avevano dei difetti importanti che, a mio modo di vedere, non garantiscono la sufficienza a nessuno dei due. C’è molto da lavorare ma ho lasciato degli spunti per farlo e non ho dubbi che con l’impegno e lo studio entrambe le penne possano migliorare molto e raggiungere buoni livelli in poco tempo. Gli spunti dietro entrambe le storie c’erano, quella di fantascienza aveva un’idea alla base che ho trovato suggestiva, mentre quella dell’orcolat aveva un’impostazione incentrata sui personaggi che è sempre una scelta saggia che denota un buon intuito. Al netto degli errori, entrambe le storie avevano un buon potenziale.
Ciò detto, sbagliare i personaggi, le reazioni e l’arco del protagonista in una storia basata sui personaggi è più grave che avere un buco concettuale (per quanto grosso) in un racconto che si basa su un concept forte.
Passa quindi il turno “il paradosso dell’infinito”.

Resto a disposizione (tempo permettendo) per ulteriori approfondimenti dei commenti con gli autori o con chi avesse domande a riguardo.

Buon proseguimento e in bocca al lupo per la finale (o le finali, se c’è anche quella per il 3° e 4° posto)!

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