I commenti della GUEST STAR

Appuntamento alle 21.00 di lunedì 16 gennaio con un tema di Giorgio Lupo, scrittore e Direttore Artistico del Temini Book Festival! Edizione con limite massimo di caratteri fissato a 4000 spazi inclusi!
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I commenti della GUEST STAR

Messaggio#1 » mercoledì 15 febbraio 2023, 19:03

Abitudini
Complimenti per la storia che hai voluto raccontare. A mio avviso hai espresso molto bene l’ordinarietà alienante in cui ciascuno di noi ha potuto ritrovarsi e la facilità con cui questa abitudine possa essere la gabbia entro la quale prendono vita i nostri incubi più terribili. L’eco lasciata dal racconto è quella che ci si aspetta da una storia di questo tipo: sgomento, fastidio, paura che quello che è accaduto e che potrebbe accadere a ognuno di noi, e sollievo perché come da tutti gli incubi ci si risveglia e si tira un sospiro di sollievo. Le due righe di cronaca alla fine arrivano come un pugno nello stomaco.
Da un punto di vista tecnico ti segnalo un paio di spunti di riflessione: nel dialogo con Giorgia c’è una leggera confusione nel comprendere bene chi dice cosa. Faccio riferimento in particolare alla frase “sistemo ‘sta cosa….etc.”, seguita da un’azione compiuta dal protagonista. Credo che la frase fosse di Giorgia, forse è solo un refuso ma in ogni caso quell’”infilo” scritto così non può che riferirsi al papà, voce narrante del racconto.
Nel concitato pezzo finale, peraltro abbastanza efficace, ci sono a mio avviso un paio di punti di attenzione: riporti la frase detta dal ragazzino in motorino. Ciò significa che il papà registra l’intera frase, si sofferma sul motorino, addirittura riflette sul fatto di non averlo visto. Ciò rallenta la tensione di queste ultime importantissime righe. È credibile che si rifletta su questo mentre si ha il terrore che l’irreparabile sia avvenuto? Secondo me no. Avresti potuto portare il lettore un po’ più dentro all’orrore, eliminando questa parte superflua e non credibile e lasciando qualche pennellata in più sulla macchina, sul vetro chiuso. Magari un passo prima di descrivere l’orrore ma lasciando il lettore sul baratro dello stesso.
Grazie mille per avermi dato fiducia ed avere partecipato.

L’orologio del pc
Il racconto crea bene l’atmosfera del protagonista, ci si immagina alle prese con lui con queste scadenze che continuano ad aumentare e a diventare sempre più serrate. Nelle prime due righe avrei messo qualcosa di più nitido, si intuisce che siamo a casa del protagonista ma il semplice riferimento al microonde di per sé non colloca la storia in un luogo preciso: siamo in un ufficio, dove per comodità ci si riscalda la cena, siamo a casa del personaggio? Lo si intuisce dopo, dallo scorrere degli eventi, ma nel frattempo al lettore mancano i riferimenti ambientali che aiutano la scena ad essere più tridimensionale. Ovviamente è una sfumatura, niente di grave. I dialoghi tramite chat sono scritti bene. Buono l’espediente di mettere i pensieri del protagonista, aiutano a mostrare un dialogo che, senza la presenza fisica, avrebbe potuto essere sterile. Occhio al refuso “sviare discorso”.
A mio avviso la parte dove porre più attenzione è quella finale. Tra l’altro molto importante per chiudere la storia e darvi un senso. Le frasi scambiate da Fox Mulder con qualcuno (chi è?) non si comprendono. Cosa volevi dire? Il riferimento alla verità insabbiata non è seminato prima, non è spiegato dopo e l’unica cosa che il lettore può fare è fare finta di non avere letto per continuare a seguire il filo della storia. L’idea dell’imprevedibile avvicendamento lavorativo è buona ma così, secondo me, l’hai depotenziata un po’. In ogni caso l’accezione con cui hai interpretato il tema è originale e centrata.
Grazie per avermi dato fiducia ed avere partecipato.

Corri
Il tuo racconto rende benissimo la tensione vissuta dal personaggio. A mio avviso hai usato bene soprattutto i suoni e il gioco di luci per rendere tridimensionale ciò che stavi raccontando. Ciò accade però soprattutto o prevalentemente nella seconda parte del racconto. Nella prima parte, diciamo fino a “ai suoi aguzzini” non sono riuscito a sentire sulla pelle la paura che il protagonista sta provando, questa parte è molto descritta e a mio avviso non ha i riferimenti sonori (se non nei primi due righi) che hai usato bene dopo. Avresti forse potuto far sentire al protagonista qualcosa sulla sua pelle (si taglia ad esempio contro la rete metallica e perde sangue e prova dolore), in modo che l’immedesimazione del lettore fosse più marcata. Ribadisco che nella seconda parte il canale visivo e uditivo è stato usato bene e la storia ti porta fino alla fine senza battute di arresto.
Nei primi righi l’uso dell’imperfetto depotenzia secondo me ulteriormente l’effetto delle scena che stai raccontando. Sarebbe stato meglio “l’azione” del passato remoto o forse ancora meglio avrei usato il presente.
Ho provato a rileggere il racconto in prima persona, al presente. Secondo me avrebbe avuto una forza maggiore.
Bella e originale la tua interpretazione del tema, imprevedibile leggerezza della scala e la pesantezza delle moto degli inseguitori.
Grazie per avermi dato fiducia e per avere partecipato.

Fatal respiro
Più leggerezza di così… addirittura aeriforme . Il tuo racconto riesce in poche battute a rendere credibili stati d’animo apparentemente lontani: la mestizia e la tristezza del luogo e dell’incontro con un proprio caro defunto e l’autoironia dissacrante con cui il papà ha deciso di scherzare, ancora una volta, anche dopo morto. E la tristezza iniziale così diventa ancora più credibile, in questo alternarsi di stati d’animo che è proprio della vita, quella vera. E un fotogramma di vita vera mi è sembrato il tuo racconto. Ho sentito il suono del petofono, ho percepito la tristezza decadente del cimitero, nella carezza data a Matteo e nello sguardo con cui la protagonista lo ha accompagnato in macchina ho sentito la tenerezza del loro sentimento. Molto bella la frase finale in cui la protagonista racconta di Matteo, è in quella normalità che papà e figlia si ritrovano, si raccontano le cose importanti come se tra i vivi e i morti in fondo non ci fosse alcuna reale barriera. “Qui emetto il fatal respiro”, ognuno di noi forse dovrebbe avere da parte una frase da lasciare ai propri cari, una frase che anche dopo morti ci si faccia riconoscere per quelli che siamo stati e, forse, per quelli che saremo ancora; una frase che ci permetta di traghettare nell’al di là i legami che ci hanno resi felici quaggiù.
Occhio al refuso “Sulla rientranza del c’è”.
Grazie per avermi dato fiducia e per avere partecipato.

Blue Judgement
Originale l’accezione con cui hai interpretato il tema e in generale l’ambientazione e l’idea di questo processo del defunto Rochin’ Edo. Il racconto si dipana in modo credibile, permettendo al lettore di vedere ciò che sta accadendo. Ciò almeno fino all’intervento di Artamiel. La prima parte del suo intervento è ancora a fuoco, meno mi è sembrata a fuoco la conclusione a cui arriva. Non è chiarissima, invece essendo il punto determinante del racconto avrebbe dovuto esserlo. È la morale della storia, invece sembra un infodump, manca cioè quella misura emotiva che renderebbe credibile il tutto. Se l’avessi messa magari in forma dialogica sarebbe emersa in modo più netto e credibile, ad esempio inserita in un serrato battibecco tra Artamiel e Samael.
Forse sono fuorviato da un approccio moralistico, quindi prendi con le pinze ciò che ti sto scrivendo adesso, ma darsi all’alcol e alla droga e non pagare gli alimenti per il figlio non mi sembra affatto un paradigma di vita vissuta a pieno.
Occhio al termine “Approposito”, è una forma desueta e rarissima e sentita dal lettore di oggi come un errore fastidioso. Occhio al refuso “Infondo”.
Grazie per avermi dato fiducia e per avere partecipato.

La storiella inventata
Il racconto interpreta il tema con un’accezione originale e provocatoria. Ottima l’idea di inserire le frasi in corsivo, all’inizio sembrano un’ingerenza dell’autore, una scorciatoia o uno spiegone, poi però si rivelano per la loro cinica e drammatica funzione narrativa. Sono i puntelli su cui si poggia l’aberrazione narrata nell’intero racconto: un’etica fatta di pesi e misure, quantificabili e come tali, acquistabili e negoziabili. Una metafora molto forte, in un mondo attuale dove forse abbiamo già barattato i valori collettivi in cambio di interessi individuali che sono ben poca cosa, a confronto.
Confesso che ho fatto qualche ricerca su internet per capire se ciò che hai teorizzato nelle frasi in corsivo sia stato veramente pensato o meno. Non ho le idee chiare in merito ma mi sembra un grande risultato avermi spinto ad approfondire.
L’unica frase che ho sentito non efficace, perché poco chiara, è stata quella relativa all’uranio. C’è una frase che mi è piaciuta parecchio: “possiamo smerdare tutte le anime che vogliamo per pulirne una sola.” È diretta, sintetizza il tema del racconto e provoca il lettore in tutta la sua aberrante follia. E se fosse possibile farlo?
Grazie per avermi dato fiducia e per avere partecipato.

Dimenticanza freudiana
Il titolo del tuo racconto è, più di altri, parte integrante della storia, chiave di lettura che inizia e completa il percorso che hai fatto fare al lettore. Bella l’interpretazione che hai fatto del tema, la leggerezza imprevedibile in questo caso è, oltre che una leggerezza emotiva riconquistata con la risata finale, anche una leggerezza concreta: l’avere dimenticato la ventiquattro ore sull’auto. I dialoghi sono scritti bene, eviterei però di ripetere il nome dell’interlocutore. Faccio riferimento a “Te lo ricordi, Maia?” e “Che cazzo di memoria, Claudio”. Molto raramente in un dialogo vero inseriamo il nome della persona con cui stiamo parlando; hai seminato bene con i movimenti chi sta parlando, il lettore sa chi sta parlando e non serve che gli ricordi il nome del personaggio. C’è una piccola sbavatura, a mio avviso, sul vestito: all’inizio dici che è lungo e poi basta che Maia salga sul taxi perché gli si alzi “verso l’imbocco delle cosce”. Un vestito lungo lo farebbe, con un movimento così normale come sedersi sul sedile di un automobile? Secondo me no. In ogni caso è una piccolezza, ovviamente, niente di grave, ma ogni dettaglio che stona può rompere la sospensione dell’incredulità su cui si fonda il racconto.
Non ho capito cosa intendi quando scrivi “mi incitarono a non pensare”. Probabilmente Callaghan lo invita con lo sguardo a non continuare con quella sequela di ricordi. Potrebbe essere un buon momento per fare emergere l’ostinata volontà di Claudio nel riportare Maia proprio dentro quei ricordi, invece Claudio continua come se nulla fosse e la frase di Callaghan rimane appena lì, poco comprensibile e depotenziata dell’innesco che avrebbe potuto determinare.
Bello il riferimento al fatto che fosse truccata. Racconta al lettore qualcosa: Maia ci tiene ad apparire bella davanti a Claudio, forse c’è speranza che cambi idea. A tal fine avrei messo subito nel primo rigo qual era la destinazione di quel viaggio in taxi: firmare il divorzio con Maia. La telefonata della donna sarebbe stata così registrata dal lettore con maggiore attenzione e ogni particolare sarebbe diventato un puntello per rendere ancora più tridimensionale il loro dialogo. A ogni modo anche la tua scelta è legittima, qui si tratta solo di una questione di gusti.
Grazie per avermi dato fiducia e per avere partecipato.

La roccia e il filosofo
Il tuo racconto è divertente, ben scritto e interpreta il tema in un modo del tutto originale. La Roccia che piroetta e che va leggiadro verso la stanza mi ha strappato più di un sorriso e l’immagine mi è rimasta impressa nitidamente. L’intera struttura del racconto è credibile; la parte iniziale, direi fino a “contemplare la Roccia” è proprio scritta bene. Le due righe su Voglia sono molto divertenti. Non sono convinto di una parte delle cose che fai dire al Filosofo: “Cosa ti fa credere che voglia dedicare alla guerra anche la sua serenità senile?”. Rileggila ad alta voce, ti sembra credibile che qualcuno parli così? A me no. Tra l’altro nella prima parte di questo pezzo di dialogo lo stesso filosofo usa un registro tutt’altro che ricercato, dicendo frasi scontate e quindi dissonanti rispetto alla seconda parte. Quello che voglio dire è che ci sta che il Filosofo parli da filosofo, ma allora lo deve fare sempre e in questo passaggio la prima parte non rende credibile la seconda.
Ho qualche dubbio sul punto di vista di questa frase: “Lui sollevò le spalle poco convinto, ma io lo interpretai come un cenno di assenso”. Il pdv che hai tenuto in tutto il racconto è quello del protagonista, e quindi delle due una, o lui ritiene che il Filosofo sia poco convinto o lui interpreta il movimento delle spalle come un cenno di assenso. Entrambe le cose no, altrimenti sei tu autore ad essere entrato nel testo e visto che non lo hai fatto in altre parti del racconto non credo che ciò fosse voluto.
Molto divertente la chiusura finale, degna della prima parte che, come ti ho scritto, mi è piaciuta molto.
Grazie per avermi dato fiducia e per avere partecipato.

305
La storia che racconti è vivida, mostrata molto bene, un frammento di orrore che arriva coi suoi suoni e immagini direttamente dalla prima guerra mondiale. I personaggi sono lì, con la faccia pennellata di fango e orrore. E il lettore è con loro mentre cerca rifugio dentro la chiesa. Peccato per la chiusura, credo che sia voluto da parte tua, ma ti sei fermato un attimo prima di far capire al lettore se vivi sono rimasti o meno. Quel morso sarebbe stato rivelatore, se avesse sentito il gusto (e il lettore con lui) o se invece non avesse sentito più nulla. Avrei preferito una chiusura netta che non lasciasse questa eco fastidiosa di indeterminatezza che di fatto, a mio avviso, depotenzia gli effetti del racconto.
C’è un piccola sbavatura sui movimenti di Giuseppe: lo fai sedere nella panca intatta e poco dopo, senza che si alzi, lo fai appoggiare al muro. Questo movimento andava accompagnato o, se non funzionale, tolto del tutto.
Se avessi messo anziché “su una panca intatta”, sull’unica panca rimasta intatta, l’effetto sarebbe stato forse ancora più forte. Ma questo è un mio gusto personale e non è necessario che tu lo condivida.
Molto bella la frase che centra a pieno il tema: decine di uomini sollevati in aria e smembrati dalla potenza delle bombe. L’imprevedibile leggerezza dell’essere, interpretata drammaticamente. Mi sono incuriosito e ho cercato su internet cosa fosse il 305. Se un racconto ti insegna in poche righe qualcosa di nuovo, spingendoti alla ricerca, significa che ha fatto centro.
Grazie per avermi dato fiducia e per avere partecipato.

Raccolta differenziata
Mi è piaciuta la scelta tecnica di lasciare che fossero i dialoghi a mostrare la storia e i personaggi. Forse alcune frasi della madre sono troppo dure, se l’avessi resa più empatica credo che il racconto ne avrebbe tratto beneficio e spessore. Sarebbe stato più credibile. Non che nella realtà non si possa reagire con rabbia a una tragedia come il suicidio, ma in un racconto breve in cui non hai modo di approfondire le motivazioni profonde dei protagonisti credo non sia vincente una scelta come la tua: Faccio riferimento, in particolare, a frasi come “Sei proprio come tuo padre” e “Non era cattivo, era solo un debole”. Se la madre avesse mostrato il dolore nel vedere la prostrazione della figlia, celandolo magari dietro un atteggiamento duro, avresti fatto centro. Non so se era questo che volevi fare ma la parte empatica della madre non si vede.
Molto bella l’idea che sia una poesia a dare accesso alla rinascita di Lidia. Ho apprezzato che tu non abbia riportato nessun verso, facendo completare all’immaginazione del lettore ciò che volutamente hai omesso.
Il finale è poetico esso stesso. Lascia il dubbio di ciò che realmente sia accaduto a Lidia, è volata anche lei col padre? O la sua leggerezza dell’essere che le permette di volare nel cielo è solo una metafora? In ogni caso il lettore ha sufficienti elementi per decidere da solo come interpretare il finale.
In più parti dei dialoghi inserisci il nome dell’interlocutore: “Esci Lidia”, “Era tanto tempo, Lidia” “Com’è morto tuo padre, Lidia?”. Se all’inizio lo dovevi fare, per dare delle coordinate al lettore e farlo orientare poi diventa superfluo e non realistico. Nei dialoghi veri molto raramente inseriamo il nome dell’interlocutore e in ogni caso, quasi mai nei passaggi che ti ho riportato. Prova a rileggere questi passaggi senza il nome, vedrai che appariranno più fluidi e credibili, senza che il lettore perda per questo l’informazione fondamentale su chi è che sta parlando.
Grazie per avermi dato fiducia e per avere partecipato.

Dove meno te lo aspetti
Il tuo racconto regala una storia ben scritta, un frammento che emerge nitido su una realtà di sfruttamento e cinismo, personificata in modo realistico dal protagonista, voce narrante. Bella questa scelta, il lettore è nella testa del protagonista e con lui sente lo sgomento e la paura quando sulla propria mano sente il fiotto caldo. Molto bella la parte finale del racconto, la frase “Le cosce della ragazza a un palmo da lui e il baluginio della lama”. Molto bella la chiusura che da finalmente un senso a tutto il racconto. Hai mostrato bene il rapporto di forza tra i personaggi, hai mostrato bene il cinismo del protagonista. Molto efficace in questo senso la frase “ prima o poi avrebbero preteso misure di sicurezza e turni da bianchi”. In poche parole hai portato il lettore nel mondo del protagonista, senza filtri e con chiarezza assoluta. A proposito, ho cercato su internet qualcosa dei minas, confesso che non ne conosco la storia, e non sono riuscito a trovare nulla. Se è una causa inventata lo hai fatto benissimo e in modo credibile. Se invece esiste, perdona la mia ignoranza
Occhio al refuso “un sibilò”. La tua interpretazione del tema mi è sembrata non chiarissima. Forse le bustine tirate in aria, il volo di una delle due… però mi sembra che lo zucchero nel racconto non abbia avuto se non un mero ruolo funzionale per fare muovere i personaggi e dare dinamismo alla parte centrale del racconto. Se questa doveva essere la parte che ancorava il racconto al tema avresti forse dovuto dare un significato allo zucchero: un simbolo di qualcosa, che imprevedibilmente viene lanciato per aria, sovvertendo l’intera esistenza dei personaggi.
Bella la parte finale del racconto, dove il lettore trova la propria collocazione rispetto a ciò che hai raccontato: lascia che Mike rimanga per terra in agonia e anche lui ripete con la ragazza “Libertà per i minas”.
Grazie per avermi dato fiducia e per avere partecipato.

Saper lasciare andare
Il tuo racconto rende bene l’atmosfera quasi rarefatta e intima di questo appartamento silenzioso in cui il cane aspetta la sua padrona. La frase “il sole iniziava a cercare il giusto giaciglio tra i tetti spioventi” mi è sembrata troppo ricercata e non particolarmente efficace. L’infodump, “a V capovolta”, peggiora ulteriormente l’effetto che fa; tutti sanno come sono fatti i tetti spioventi.
Nonostante l’eco fastidiosa di questa frase il racconto si riprende subito e risulta delicato e malinconico, in questa attesa paziente che la padrona ritorni. La scoperta che sia un cane a parlare si intuisce già prima di essere svelata alla fine ma questo di per sé non è male. Non ho visto il percorso emotivo della padrona, lo racconti ma non lo mostri e questo a mio avviso depotenzia molto la forza del racconto, peraltro gradevole comunque alla lettura.
La leggerezza ritrovata da cosa è scatenata? E la pesantezza di prima? Sono domande che rimangono sospese e senza una risposta credibile che pure potrebbe essere cercata, e mostrata anche con un paio di frasi. Se rileggi ad alta voce la frase “Sai… fino a lasciar andare” non appare credibile. Chi parla così? Secondo me qui avresti potuto dare spessore al personaggio della padrona, avresti dovuto seminare qualcosa che avrebbe permesso nella parte finale di rendere coerente la leggerezza ritrovata. Ovviamente è solo un mio punto di vista e spero in ogni caso che gli spunti che ti sto dando ti possano essere utili, altrimenti cestinali .
Grazie per avermi dato fiducia e per avere partecipato.



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