Plesìr d'amùr

Il Capitolo si aprirà ufficialmente lunedì 1 agosto 2016

Moderatore: Camaleonte

valter_carignano
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Plesìr d'amùr

Messaggio#1 » sabato 20 agosto 2016, 22:30

Plesìr d'amùr
Racconto del giocatore di biliardo

Quel mattino, come sempre, il Bignola aveva tirato su la serranda del Bar del Corso di Turago di Sopra alle sei meno un quarto.
Il primo cappuccino, accompagnato da un filone da mezzo chilo più tre etti di mortadella, li aveva serviti come sempre alle sei in punto al Carlone. Era un pezzo d’uomo da un metro e novanta per un quintale abbondante che faceva il metronotte in città, tornava al paese e passava dal bar prima di andare a dormire.
– Oh, Carlùn. E allora? – chiedeva il Bignola, sperando in qualche sensazionale notizia.
– Così. Normale – rispondeva Carlone. Sorvegliava un grosso deposito di materiale edile, ci faceva qualche giro, guardava le telecamere. Mai un furto in dieci anni, nemmeno un cane randagio o un gatto che s’infilassero sotto la palizzata, niente. Ma al Bignola bastava che Carlone passasse le notti in città per fargli immaginare chissà cosa.
Alle sei e mezza arrivava la Cinzia, che aiutava il Bignola facendo un po’ di tutto e dando al locale quel tocco di civetteria, di bionda giovinezza e di quarta di seno che mettevano sempre allegria. Carlone allora mollava la mortadella, si alzava e guardava la ragazza con una specie di smorfia sghemba, a metà fra un sorriso e una scusa. – Ciao, Cinzia. Come va? – balbettava.
Le gote di Cinzia si facevano rosse quel tanto che bastava per far deglutire Carlone a vuoto due o tre volte, gli occhi verdi scintillavano e rispondeva: – Bene. E tu?
A quel punto, tutti e due s’imbambolavano. Nella loro testa cominciavano a suonare mille violini e loro a ballare e volare e ballare ancora e poi si baciavano mentre volavano e ballavano e poi…
– Uè, testina! – gracchiava la vociaccia da diesel ingrippato del Bignola. – Vè che di là c’è il garzone del Farina coi cruassànt. Pedalare!
Mai una volta che il Carlone riuscisse a rispondere alla domanda di Cinzia, o che lei facesse altro che abbassare gli occhi e andarsene nel retro. Era più forte di loro.
Il Bignola allora guardava l’omone e scuoteva la testa. – Ma non lo vedi come ti guarda? Certo che te non c’hai savuàr fer, è inutile.
Carlone borbottava qualcosa, pagava e se ne andava a dormire sconsolato.

Verso le otto, quella mattina, il Bignola stava dando le spalle all’ingresso e tirava giù qualche madonna perché il dosatore non voleva incastrarsi nella bottiglia nuova di Fernet. Sentì la porta aprirsi e disse: – Allora, Giacomino, tutto bene?
Nessuno rispose, e anzi nel bar calò un silenzio di tomba. Il Bignola si girò e vide dall’altra parte del bancone un giovane sui trent’anni in giacca e cravatta, mai visto prima.
– De… desidera? – chiese, nel silenzio generale. Tutti scrutavano immobili il nuovo arrivato, chi con il caffè a metà strada per la bocca e le labbra già protese in avanti, chi con la pagina della Gazzetta né aperta né chiusa. Il vecchio Lamiera si era fermato all’uscita del gabinetto, la mano destra bloccata mentre si tirava su la patta.
– Un caffé d’orzo un poco lungo macchiato scremato freddo in tazza grande tiepida e una brioche, grazie – rispose il giovane. Il Bignola si era perso dopo ‘lungo’, ma tentò di recuperare indicando il vassoio sul bancone. – Le briòss sono lì, prenda pure. Mi ha detto…?
Il giovane ripeté, il Bignola cercò di muovere le labbra insieme a lui per mandare a memoria e si mise al lavoro. Prima però lanciò un’occhiata in sala, come a dire ‘tutto a posto, tranquilli’ e la vita riprese il suo corso.
Subito dopo, come sempre alle otto spaccate, entrò Giacomino. Vide il giovane, fece una smorfia e tentò di tornare fuori. Ma il giovane si era già voltato verso di lui.
– Buongiorno, ispettore – abbozzò Giacomino, una smorfia d’imbarazzo stampata in faccia. – Sa, comincio sempre il mio giro da qui, e allora…
– Ma certo, Carletti. Un buon postino deve conoscere i suoi ‘clienti’, no? – La sua risatina ricordava uno scheletro che ballava la polka. – Bravo, bravo. Faccia come se io non ci fossi. La direzione ci manda per aiutarvi, non per sorvegliarvi! – Per un istante, sul volto dell’ispettore brillò un sorriso da piranha.
Giacomino chinò un poco la testa. – Grazie, grazie, signor ispettore – mormorò, e di nuovo fece per uscire.
– Giacomino, oggi non lo vuoi il panino con la frittata?
Era la Cinzia, uscita dalla cucina con la solita frittata di cipolle. Giacomino stava quasi tutta la mattina al bar a giocare a biliardo, consegnava la posta a chi passava di lì e a mezzogiorno lasciava il resto al Bignola. Qualcuno delle borgate più lontane prima o poi scendeva e prendeva anche quella dei vicini. Tutto aveva sempre funzionato, fino a quel mattino.
Il postino lanciò occhiate disperate a Cinzia per farle capire la situazione, senza poter parlare visto che l’ispettore continuava a guardarlo, ma fu inutile. – Dai, siediti e mangia, che è calda. E qua c’hai il tuo mezzo litro di rosso.
Giacomino si accasciò sulla sedia. L’ispettore l’aveva visto, un bel richiamo non glielo toglieva nessuno, e di questi tempi, con i tagli al personale nell’aria… è finita, pensò. Poi però si accorse che l’ispettore non badava più a lui, sorseggiava distratto la brodaglia che il Bignola gli aveva messo davanti e adocchiava la Cinzia con uno sguardo da rettile.
– Ah, ottimo caffè. Brava. In città non lo fanno così – le disse. Lei non capì. – Scusi, non l’ho già vista da qualche parte? – continuò, mellifluo.
– Non saprei, signore. Magari alla sagra della polenta, l’altro ieri – fece la Cinzia, imbarazzata ma anche lusingata dalle attenzioni di quel cittadino così pulito e ben vestito.
– No, adesso ho capito! Lei è uguale a quella bellissima attrice americana, adesso non mi viene il nome… ha presente, no?
Cinzia non aveva presente, anche perché nel momento in cui l’aveva paragonata a un’attrice, e per di più bellissima, era andata in palla.
– Eh – sussurrò.
Lui le sfiorò la mano, il sorriso da piranha lasciò il posto a due occhi da cocker. – Senta, io mi fermo nei dintorni qualche giorno. Sa, sono l’ispettore di zona delle Poste, devo controllare tutti gli uffici della valle, da me dipendono molte cose di una certa importanza. Potrei portarla a cena, questa sera?
– Oh. A cena. Mah, non so…
– Non mi dica di no. La prego.
– Ah. Beh, se è così…
– Grazie, davvero mi fa un grande regalo. Allora, qui davanti alle sette e mezza, va bene?
Cinzia arrossì e fece sì con la testa.
– Allora arrivederci, signorina…?
– Cinzia.
– Che bel nome. Fresco e gentile come lei. Io sono Romualdo. A stasera.
E uscì, tronfio e borioso.
Il Bignola non si era perso una parola. Ma come? Un galletto qualunque arriva da fuori e si permette di rubare una di loro? Che poi la Cinzia non è che fosse stupida, ma ingenua sì. Di sicuro quel marpione le avrebbe messo le mani addosso e… basta, non voleva pensarci.
– Cinzia, bada te all’ambaradàn che devo fare una commissione top sìcret.
E se ne andò senza aspettare risposta.

Il Bignola lo chiamavano così un po’ perché era piccolo, e un po’ perché prima di aprire il bar aveva lavorato nella pasticceria La Smaiàsa di Turago di Sotto, dov'era nato. In un certo senso era un forestiero, e per darsi un tono gli piaceva mettere ovunque parole straniere senza che lo sfiorasse l’idea che potessero scriversi in maniera diversa da come si pronunciavano. Quando rilevò il bar, per esempio, non sapeva se chiamarlo Ruaiàl o Ching Còffi, poi gli fecero notare che in un paesino così piccolo un nome così non era il caso. Lui però non voleva tenere quello vecchio, perché diceva che Osteria del Morto Appeso portava sfiga. Venne fuori allora Bar del Corso, anche se a Turago di Sopra un vero corso non esisteva, tutt’al più una strada un po’ più larga delle altre.

Un quarto d’ora dopo essere uscito dal bar, si stava arrampicando con la bici su per la strada che portava a casa del Carlone. Suonò, bussò, tirò pietre contro le persiane fino a che lui aprì la finestra. Il Bignola non gli lasciò il tempo di parlare. – Uè testùn, chi dorme non piglia pesci, u slip not tèik fisc. E neanche la Cinzia.
Il nome della Cinzia e il tono del Bignola misero in allarme Carlone. Così lo fece entrare e ascoltò senza fiatare tutta la storia.
– Ma… ma come? Così all’improvviso… – abbozzò.
– Ma che improvviso! Sono otto mesi che vai avanti a guardarla come una trota imbalsamata e mai una volta che le hai fatto un complimento che sia uno. E non capisci che lei aspetta solo quello, porco schifo d’un cane! – Il Bignola era in piedi, gesticolava e gridava contro Carlone. Sembravano Davide e Golia. – Aspetta, aspetta e tàc! Fatto. Andata.
– Come, andata? – balbettò Carlone.
– Hai perso il tram, testina! O fai qualcosa adesso o la Cinzia da stassera è of lìmits! Te capì?
Carlone divenne bianco. Aveva capito. Capito che se non prendeva coraggio quei violini non avrebbero mai più suonato, che forse non l’avrebbe più vista e comunque se l’avesse vista lei non gli avrebbe sorriso come faceva adesso e non sarebbero più stati interrotti dalla vociaccia del Bignola. Persino questo lo rendeva triste. Guardò il Bignola, tirò indietro le spalle e andò a farsi la doccia.

A mezzogiorno, Carlone entrò al Bar del Corso. Così ben vestito e pettinato non lo si era mai visto. Il Lamiera per un istante si fermò di nuovo all’uscita del gabinetto con la mano sulla patta, poi lo riconobbe. Carlone fece un cenno al Bignola, quello assentì e chiamò: – Uè, Cinzia! C’è un signore per te.
Lei si affacciò dal retro, in mano una lattina di conserva. – Chi è, Romual… – ma si bloccò di colpo vedendo Carlone. Lui tirò fuori da dietro la schiena un mazzo di fiori enorme, più grosso del Bignola. – Per te. Sei bellissima – disse.
Cinzia deglutì. – A… anche tu.
E poi s’imbambolarono. Ma questa volta erano abbracciati sul serio, e il Bignola aveva messo su un vecchio disco e i violini li sentivano tutti, e loro si baciavano davvero. Entrò in quel momento Romualdo, fece una faccia come se gli fosse tornato su il caffé d’orzo del mattino e se ne andò.
Il Bignola sentì una strana sensazione un po' sopra il naso e tirò giù una madonna. Poi si girò, per non far vedere che aveva gli occhi lucidi.



valter_carignano
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Re: Plesìr d'amùr

Messaggio#2 » sabato 20 agosto 2016, 22:32

Non credo ci sia bisogno di dirlo, ma è 'un racconto di paese'.
La citazione iniziale è rimasta nel mio computer fino a ben oltre la mezzanotte, e quindi lì rimarrà per sempre, a mia futura memoria di non avere memoria e quindi non affidarmi alla memoria. 'La metto qui sulla scrivania tanto poi mi ricordo di copia/incollarla'.
Appunto.
Detto questo, ho faticato ma mi sono abbastanza divertito a creare questo scorcio di paesino, e credo che in futuro narrerò ancora altre sue notabili vicende.

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ceranu
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Re: Plesìr d'amùr

Messaggio#3 » mercoledì 24 agosto 2016, 23:05

Ciao Valter, il racconto è piacevole e si legge volentieri, ma lo vedo abbastanza lontano dal mondo do Benni. Mi spiego, la storia di paese è uno dei suoi punti di forza, quindi l'argomento è centrato in pieno, ma trovo lo stile troppo curato e la trama poco surreale. Benni inserisce sempre degli elementi surreali.
Detto questo, il racconto mi piace, la storia d'amore è divertente, ma manca un po' di pepe.
In conclusione, una buona ambientazione, dei bei personaggi, ma una trama poco originale.
Ciao

Andrea Dessardo
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Re: Plesìr d'amùr

Messaggio#4 » venerdì 26 agosto 2016, 14:59

Ho letto il racconto proprio di gusto, trovandolo incredibilmente vicino allo stile di Benni. In seconda lettura però, penso di poter dire che i lombardismi che metti in bocca ai personaggi tradiscano un po' le origini dell'emiliano Benni e che il ritmo della storia non è veloce come quello solito di Benni in situazioni come queste. I personaggi e le situazioni sono però caratterizzati benissimo, con alcuni tratti surreali che s'avvicinano moltissimo all'originale. La storia, alla fine, delude un po', non c'è alcun colpo di scena, si chiude sottotono ed è un gran peccato.

Fernando Nappo
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Re: Plesìr d'amùr

Messaggio#5 » sabato 27 agosto 2016, 10:39

Ciao Valter,
il tuo racconto è piacevole e si legge volentieri. Si capisce che la storia, che forse pecca un poco di originalità, è una storia di paese. Lo stile mi sembra buono, anche se ci sono delle cose che mi portano un po' fuori. Un esempio sono le parole straniere pronunciate dal Bignola così come si pronunciano che il narratore evidenzia in corsivo compiendo una piccola, ma per me fastidiosetta, intrusione. Anche se è vero che poi ci spiega che il Bignola lo fa abitualmente tramite la questione del nome del locale, Ruaiàl e Ching Còffi,. Magari è un meccanismo usato anche anche da Benni nel testo di riferimento, ma al momento mi sfugge. Lo verificherò. Anche certi lombardismi sono un po' triti, come il classico testina.
Quello che mi ha messo in difficoltà è stato il Bignola che saluta Giacomino all'inizio della seconda parte. Ero rimasto col Bignola, il Carlone e la Cinzia e in un primo momento non ho capito che il Bignola, data l'ora, stava solamente salutando un altro abitudinario del bar.
L'ambientazione però è ottima, e i personaggi ben caratterizzati.

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maria rosaria
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Re: Plesìr d'amùr

Messaggio#6 » martedì 30 agosto 2016, 9:20

Ciao Valter.
Bello il tuo racconto! Una storia d’amore romantica in stile Benni. Divertente l’idea delle parole straniere che si scrivono come si pronunciano. Ottima l’atmosfera di bar di paese che hai saputo creare e ottima la caratterizzazione dei personaggi. Il racconto forse più interessante per fluidità della scrittura e rappresentazione dei personaggi e dell’ambientazione.
Maria Rosaria

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AmbraStancampiano
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Re: Plesìr d'amùr

Messaggio#7 » sabato 3 settembre 2016, 17:08

Ciao Valter,
il tuo racconto è piacevole e ben scritto, ma come storia di paese secondo me si allontana un po' dallo stile e dal paese per come lo intende Benni (all'interno del testo di riferimento, quantomeno).
Manca l'elemento surreale, l'esagerazione alla Benni o un momento corale in cui tutto il paese, riunito, assiste alle gesta del protagonista.
Per ciò che riguarda gli altri elementi di stile, dalle parole straniere ai lombardismi alle descrizioni degli stati d'animo e dei personaggi, credo che tu ci abbia preso al 100%; non so se l'hai mai letto, ma il tuo testo sembra avvicinarsi più a bar sport che ai racconti de Il bar sotto il mare.
Per il resto, è comunque un bel racconto, in cui riesci a mantenere una tua personalità e che avrebbe ragione d'esistere al di fuori di un contest imitativo, per cui tanto di cappello.
La trama non sarà originalissima ma a me è piaciuta tanto :)
Qui giace il mio cervello, che poteva fare tanto e ha deciso di fare lo stronzo.

valter_carignano
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Re: Plesìr d'amùr

Messaggio#8 » sabato 3 settembre 2016, 18:10

Grazie a tutti quelli che hanno commentato e 'classificato' il racconto finora.
Sono molto contento degli apprezzamenti, lavorerò duramente sui punti critici :-)

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Peter7413
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Re: Plesìr d'amùr

Messaggio#9 » domenica 4 settembre 2016, 13:04

Un racconto piacevole, si legge bene, sembra quasi una pagina mancante di quel film francese poi remekkato in Italia, mi sembra si chiamasse "Giù al Nord" o qualcosa di simile. Però... Lo allungherei dando più importanza alla figura dello straniero, la mia percezione è che dopo una prima parte equilibrata, lenta il giusto, tu parta fin troppo spedito verso l'epilogo dopo l'incontro con il postino. Ecco, qualche migliaio di caratteri in più penso possa dargli un maggiore equilibrio generale, ne sento il bisogno. Sulla mimesi con Benni non riesco a esprimermi, mi sembra manchi un po' di follia sua, ma lascio la parola ai moderatori.

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francescocascione
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Re: Plesìr d'amùr

Messaggio#10 » domenica 4 settembre 2016, 22:22

Buonasera Valter

Il racconto è uno spaccato di provincia Benniana, pare uscito da Bar sport, con un gioiello 100% del nostro. Un'immagine felliniana che da sola giustifica la lettura di tutto il racconto

"Alle sei e mezza arrivava la Cinzia, che aiutava il Bignola facendo un po’ di tutto e dando al locale quel tocco di civetteria, di bionda giovinezza e di quarta di seno che mettevano sempre allegria"

Peccato per il finale.
Nel canone Benniano in questi casi il personaggio negativo, il Joe Blocchetto della situazione, subisce un destino beffardo ed il finale, di regola, è quasi un pirotecnico e catartico calcio nel culo al 'cattivo' di turno che porta al sorriso.
Una mancanza che in parte vanifica tutto l'eccellente lavoro nella costruzione del teatro dell'azione, dei personaggi e della situazione.
Se mai dovessi rimetterci mano credo sia un racconto benniano dal grande potenziale.

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