L'essenziale è nella testa

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M. Chierchia
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L'essenziale è nella testa

Messaggio#1 » venerdì 26 novembre 2021, 16:31

«Non sono mai stato senza testa!»
«Ma come no? Sìì, solo che non te lo ricordi, scemo! Comunque ora dormi che ho sonno»
Con lo spegnimoccolo già in mano, Allegra richiama in stanza l’oscurità ed io scivolo tra gli abbracci del mio giaciglio, pensieroso come ogni notte.

***

Recupero i ricordi e le energie per sedermi. La paglia del materasso è uscita da uno squarcio e me la sono mangiata nel sonno. Che schifo. Nella stanza non c’è ombra di mia sorella. Mi alzo e indosso il grembiule lercio gettato a terra la sera prima. Immergo la faccia nella tinozza per riprendermi e mangio il tozzo di pane che c’è affianco. Sette passi per sette è la nostra camera. Due letti, due recipienti per l’acqua e un secchio per i bisogni. Due uscite tra le mura di pietra marcia: la porta marrone e la finestra di sole sbarre.
Guardo fuori in attesa del mio turno. Incastro a fatica la testa tra due inferriate e ammiro l’oceano sempre in tempesta che si dipana tra me e l’orizzonte. Il cielo di questa regione è infuriato tutte le stagioni dell’anno e getta terrore sui poveri pazzi che osano transitargli sotto. Difficile uscire, impossibile entrare.
Chi ha costruito questo luogo si è assicurato che fosse isolato per non far trapelare i segreti che custodisce.

Mi gratto la pelata e sento il chiavistello scattare alle mie spalle. Abbandono controvoglia il fresco profumo della salsedine e mi giro. Il cigolio dei cardini accompagna lo sbattere pesante dei piedi di Allegra che si getta sulle coperte, senza che faccia in tempo a vederla in volto.
«Tocca a te, Settimo» Gracchia la vecchia rachitica appoggiata al suo bastone. Nemmeno la guardo. Accarezzo la schiena di Alli trascinandomi lento verso l’uscio. Come ogni mattina, seguo la strega tra i cunicoli bui di questa roccaforte esoterica. Nessuna luce ai lati o sopra di me, solo quella emessa dalla punta del suo cappello. L’umidità aumenta la sensazione di afa e sudo sotto la tunica logora che si attacca alla pelle. Vago nel labirinto seguendo quel lume fino a un’entrata scavata nella roccia da cui vedo l’arancione delle torce invadere il pertugio. «Avanti… entra» Ogni giorno l’alito putrido della megera decrepita mi accompagna dalla dimora quadrata fino a qui, la stanza circolare. Abbandono il tetro corridoio ed entro, sono il primo.

La grotta, illuminata da fiaccole appese ai muri, cresce sempre di più. Su tutto il suo perimetro, buchi come quello da cui sono entrato, si moltiplicano giorno dopo giorno. Al centro letti metallici che aumentano di pari passo con le entrate nella caverna. Come una spugna che gonfiandosi con l’acqua apre nuovi pori, così questa stanza si gonfia creando nuovi varchi. Io e mia sorella siamo stati i primi, all’inizio c’erano solo un letto e un’entrata, la nostra. Col passare del tempo siamo diventati di più. Non so dire quanti perché non so contare ma aumentiamo in fretta.
Eccoli che arrivano. Da ognuna delle fenditure gli altri bambini si riversano dentro, tutti uguali come i lombrichi che ci circondano. Teste calve e occhi scuri, uno la copia dell’altro. Insieme ci togliamo l’abito e lo poniamo dentro una cassa situata al centro della stanza. Ci sdraiamo e attendiamo l’arrivo degli Allievi. Chiudo gli occhi e mi rilasso, questo materasso almeno è molto più comodo del mio.

***

«Ci vediamo domani… ora mangiate e riposate» Tossisce la vecchia e schioccando le dita rinsecchite fa comparire due pezzi di pane accanto alle tinozze. Dopo un’altra schioccata, i catini si riempiono d’acqua come se questa nascesse dentro di loro. Indietreggia di un passo nel buio del corridoio e chiude il portone, assicurandosi i soliti quattro giri di chiavistello. Un altro schiocco e il silenzio.

«Com’è andata oggi?» Domando a mia sorella addentando la cena. Mi dà le spalle e guarda fuori dalle grate. Mastico con avidità la mia razione e mi abbevero bagnandomi tutto. Tolgo la tunica che mi pesa addosso e la getto ai piedi del giaciglio sporco. «Allora? Mi rispondi? Che è, ti han tagliato la lingua?» Tra il fragore dei tuoni e l’agitazione del mare, sento a stento il suo pianto. Si volta adagio verso di me coprendosi la bocca con tutte e due le mani e gli occhi neri ricolmi di lacrime. Il suo grembiule bianco, sempre più pulito del mio, è macchiato di rosso dal collo alle ginocchia.
Sapendo di non dover dire nulla, l’abbraccio. La stringo forte al mio petto, in silenzio. Nel nostro silenzio. Vorrei piangere anch’io ma non ci riesco, è troppo tempo che non posso versare lacrime. Mi avvolgo a lei come una coperta in una notte fredda. Serro la sua vita alla mia affinché possano essere una cosa sola. Vorrei strapparle questo dolore, cingerla così stretta da poterlo provare al suo posto. Resto qui, in attesa di un suo movimento. Il battito del suo cuore si calma e i singhiozzi lasciano spazio a un respiro regolare e delicato. Le sue braccia si avvinghiano ai miei fianchi quasi stritolandomi. Attimi rassicuranti che ci danno la forza per continuare ad esserci, l’uno per l’altra. Con la stessa lentezza con cui si era voltata, si stacca da me sedendosi sul suo giaciglio.
«Gvvazie fateoone, ova va meglio…» «Dai, dai tranquilla. Tra poco ricresce e il sangue si pulisce. Oppure chiediamo alla puzzona se ti dà un altro camice!» Un sorriso le compare sul viso. «Fa vedere un po’» Apre la bocca e al suo interno quella che era la lingua ora è un piccolo vermicello rosso che sta crescendo a dismisura. Tornerà a posto prima di domani. La cosa strana è tutto questo sangue. «L’Aiievo eva un incapace, non sapeva usave gli stumenti» E questo si nota. «Mi sovo stavcata di stave qui…» Le accarezzo il volto che sta per riempirsi di lacrime. «Lo so che ti sei stancata, sono stanco anche io. Per questo ti prometto che ce ne andremo. Sto escogitando un piano» Sussurro per paura che qualcosa o qualcuno possa sentirci. «Ora però devi mangiare e rimetterti in forze come fai ogni notte, ci penso io. Quando sarà il momento ti farò volare via!» Mimando con le mani le ali di un gabbiano, mi alzo e volteggio leggiadro verso il pezzo di pane. Allegra ride nel vedermi fare lo stupido e questo mi rasserena. Prendo il tozzo e lo immergo nella bacinella per ammorbidirlo. Piroettando mi metto seduto accanto a lei e lo spezzo in briciole per imboccarla. Mastica la cena osservando fuori le tenebre avvolgere il mondo. Accendo la candela con l’unico fiammifero rimasto nella scatola e l’aiuto a svestirsi, le rimbocco le coperte e le racconto storie inventate per farla addormentare. Racconti distanti da questo luogo che possano farla viaggiare almeno di notte. Pellegrinaggi di animali giganteschi all’interno delle profondità marine, così grandi da poter fare il giro della terra in pochi giorni. Isole luccicanti che non conoscono la rabbia delle nuvole e sono sempre avvolte dai raggi del sole. Regni dove un dì vivrà sovrana. Dove tutti le vorranno bene e la riempiranno di baci ogni volta che vorrà. Dove non sarà costretta a mangiare solo pane e acqua. Sarà una Dea in mezzo agli uomini e tutti l’ameranno.
Le si chiudono gli occhi, le palpebre stanche calano e un leggero sorriso l’accompagna tra i sogni. Domani agirò. La manderò via, lontana. Ho pensato troppo a come fare e questa rimane l’unica soluzione. L’unica speranza che il segreto che portiamo possa essere tramandato nel modo giusto. Domani sarà libera.

***

Il cero è spento da un pezzo e la luce dell’alba filtra attraverso le nubi. Non ho chiuso occhio. Sento il portone aprirsi e fingo di dormire. Odio dover lasciare Allegra ancora una volta nelle mani di quei maniaci ricercatori. Devo avere pazienza e sopportare. Due schioccate di dita e la porta che sbatte indicano che sono solo. Mi alzo e guardo il cibo lasciato. Non mangio niente, servirà a mantenere in forze mia sorella per la fuga. Nascondo la mia parte dentro lo squarcio del materasso e bevo per riempirmi lo stomaco che brontola. Mi rivesto e studio le inferriate. Ci infilo un braccio e mezzo busto per constatare quanto siano larghe. Ritraggo il corpo e mi metto a meditare sul da farsi. «Forse un’idea ce l’ho» Passano i momenti più lunghi di tutta la mia vita. Attimi che non finiscono mai, nell’attesa che quella porta si apra. Quegli istanti che durano ore quasi a volerti distogliere dal tuo vero obiettivo. La serratura scatta e la mia sorellina entra di corsa abbracciandomi. Non sembra ferita. «Resta qui fratellone, non andare.» Le do un bacio sulla testa calva e le bisbiglio all’orecchio. «Tranquilla… quando tornerò stasera, tu volerai!» Facendole l’occhiolino mi avvio verso l’emaciata stracciona e non smetto di sorridere finché il legno marcio dell’ingresso non si pone tra noi.

Percorro l’umido intreccio di mattoni che mi porta alla solita stanza rotonda. Entrando noto che è cresciuta ancora rispetto a ieri e ci sono più letti. Alcuni bambini sono già stesi sui giacigli da ricerca e altri si apprestano a sdraiarsi. Tolgo la veste che puzza di muffa e la ripongo al suo posto. Mi sdraio anche io e attendo. Guardo il soffitto a cupola della caverna, al centro di esso un buco. Da quest’oscuro varco scendono, uno dopo l’altro, gli Allievi. Planando, atterrano in piedi ognuno accanto ad un letto. Alti due volte me indossano una tunica rossa come il sangue che deve camuffare. Il volto resta in ombra per via del cappuccio e una maschera nera lo ricopre del tutto, nascondendo ogni sguardo. Puzzano di carne putrefatta mischiata all’odore del fiammifero quando viene acceso. Tra di loro parlano una lingua che non comprendo fatta di suoni gutturali e versi prolungati.

Quello accanto a me apre il borsone e inizia a pronunciare formule che estraggono gli strumenti e li posizionano fuori in una fila ordinata. All’unisono lame corte, lame lunghe, corde, sacchetti trasparenti e altri utensili, per me irriconoscibili, lievitano mettendosi in posizione a mezz’aria pronti all’uso. Non vengo legato e non ce n’è bisogno. Possono sperimentare tutto quello che vogliono su di me visto che non provo dolore. A volte dimentico frammenti di vita se i traumi che mi causano sono troppo violenti ma nonostante tutto non ho paura: le ferite si rimarginano sempre, le ossa si risaldano, le vene si richiudono e la pelle ricresce, coprendo di nuovo il mio corpo. Se le parti mozzate vengono riattaccate insieme si fondono l’una con l’altra tornando a funzionare, altrimenti diventano un nuovo me che non posso controllare. Crescono e si ricompongono dando vita alle creature che sono nei letti che mi circondano. Non provo dolore fisico ma soffro lo stesso. Sono schiavo di mostri che mi usano come carne da macello nel tentativo di rubare la mia essenza immortale. L’alto figuro impugna con guanti di cuoio una lama lunga poco più di un piede. Con grande precisione e abilità, mi apre il ventre da sotto la gola fino all’ombelico, facendo uscire pochissimo sangue. La lama fredda mi fa il solletico mentre passa con rapidità sulla pancia e mi muovo appena per non rovinare il lavoro. Meno mi muovo e meno si innervosisce. Meno si innervosisce, meno mi tagliuzza. Con due pinze tiene aperti i lembi di pelle che gli permettono di osservare il mio stomaco e tutti gli organi interni. Sento le sue mani aggirarsi tra le mie viscere come topi in cerca di un rifugio. Armeggiando con una lama più piccola, incide un punto dentro di me che non posso vedere e dopo un’altra serie di tagli, estrae un pezzo di carne violaceo contornato da tubicini rossastri. Soddisfatto ripone il suo trofeo in uno dei sacchetti volanti e lo rinchiude nella borsa, dopodiché prende in mano ago e filo con l’intento di ricucirmi.
Devo fare qualcosa adesso o non potrò mantenere la promessa. Sbircio quel poco che basta per individuare una lama. Una qualsiasi. La più vicina. Per fortuna il coltello con cui mi ha aperto il torace è affianco al mio braccio sinistro. Do un colpo di tosse violento. Alzo di scatto il busto e faccio volare a terra una pinza. L’oggetto metallico cade emettendo un debole rumore che si spegne in un attimo. Quell’istante mi è utile a impugnare la lama e spingerla il più a fondo possibile nella mia pancia aperta, nascondendola dietro il costato. Nessuno sembra avermi notato. Gli atri Allievi sono impegnati con le loro sevizie e il mio è troppo orgoglioso per ciò che ha ottenuto. In maniera distratta mi spinge con forza sul lettino e inizia a ricucirmi quasi senza guardare. Un lavoro tremendo. Finito ciò, solleva il capo e fa un fischio. Nel momento esatto in cui smette di sibilare, un vortice nero fuoriesce dal buco e lo risucchia per sua volontà fuori dalla grotta. Il mio turno è finito, ho conquistato quello che volevo!

***

«Finalmente sei tornato! Non ce la facevo più ad aspettarti» Col sorriso angelico, Allegra mi accoglie seduta sul suo giaciglio a gambe incrociate. Mi avvicino e le do un bacio sulla guancia. Chinandomi sul mio letto tiro fuori il pezzo di pane nascosto quella mattina. «Tieni, mangia. Questo ti servirà per essere forte e per poter volare lontana da qui. Ho fatto un rito magico così, se mangi questo tozzo, potrai avere le energie per intraprendere il viaggio!» Le porgo il cibo incantato come se fosse una reliquia. «E tu non mangi il pane magico?» Rifletto un secondo. «Io berrò l’acqua magica!» Mi avvicino alla tinozza e mimo con le braccia movimenti circolari e pronuncio parole intraducibili. Fingo di sapere quello che faccio e concludo l’opera con uno schioccar di dita come farebbe la vecchia strega. Prendo il catino con tutte e due le mani e me lo riverso in bocca inzuppando me e tutto il pavimento. Allegra scoppia a ridere mentre mastica quel magico pane gustandoselo fino all’ultimo boccone.
Dalle sbarre della finestra, la luce rosata del tramonto penetra fioca nella camera. Il sole non si vede nascosto dalle perenni nubi ma il suo abbraccio caldo è così potente da passare attraverso quella densa coltre. Alli si distrae mentre mangia sfogando la sua fantasia sulle svariate forme delle nuvole. «Quella sembra una barca e quella un topolino» Ridacchia dandomi le spalle.

Ne approfitto. Mi tolgo la tunica e inizio a scucire, come meglio posso, la cicatrice all’altezza dell’addome. Apro un varco abbastanza grande per infilare la mano destra e inizio a cercare la lama dentro il fianco sinistro. La sensazione è strana. Sono seduto dando la schiena a mia sorella e a fatica immergo il mio avambraccio fino a metà del mio stomaco. Tasto pezzi di carne liscia e viscida. Nelle membra vischiose sento il pezzo metallico incastrato tra due costole. Con uno sforzo immane per i miei nervi, riesco a contorcere il polso e le dita quanto basta per tirar fuori il coltello. Ce l’ho fatta!
Mi rivesto per non farmi vedere in questo stato e la mia carne inizia lenta a rigenerarsi. «Quella nuvola lì invece sembra… un gabbiano!» Mi ripulisco il sangue dalle mani sulla veste e mi siedo accanto a lei. «Ehi sorellina, ti piace il cielo stasera? Vorresti stare sotto di lui a vedere tutte le nuvole che non passano da qui?» Sempre più gioiosa si fa vicina, fianco a fianco. «Sì che voglio! Tu vieni con me vero?» Cerco di sembrarle il più sincero possibile. «Certo, ma dobbiamo andare uno per volta. Prima io libero te e poi ti seguo. Il contrario non si può fare perché tu non sai come liberare me» Le faccio l’occhiolino sperando che si beva questa fandonia. «Va bene hai ragione, ma come farai a liberarmi?» La situazione si fa più complicata. «Vedi… ho trovato un modo, forse non ti piacerà ma è l’unico» Estraggo dalla manica il pugnale. «Noi non sentiamo male, quindi la soluzione migliore per andarsene è… farlo a pezzi»
Come se il catino dell’acqua si fosse rovesciato sul suo volto, Allegra scoppia a piangere in preda al panico. «Ma sei pazzo? Sei come quei mostri!» Le stringo le spalle con tutte e due le mani lasciando cadere la lama tra noi. «Ascoltami bene sorellina, non sono pazzo. Sarà anche un modo brutto ma solo così possiamo. Ho controllato le sbarre e il tuo corpo ci passerà se lo dividiamo in parti più piccole. Il mio compito sarà quello di separarti e farti volare via attraverso le grate. Grazie alla magia del pane, i tuoi arti viaggeranno come hai sempre sognato, fino a trovare una terra migliore. In acqua si ricomporranno e, poco a poco, tu ricrescerai immortale» Le lacrime cessano in maniera improvvisa. Il suo volto si fa serio e guarda il coltello sul materasso. «Lo so, tu non sei pazzo e non sei neanche un mostro. So che faresti di tutto per me. Solo ti prego, non lasciarmi. Promettimi che una volta che mi avrai mandato fuori, mi seguirai e continuerai a proteggermi. Promettimelo!» Stringe il pugno della mano destra lasciando fuori solo il mignolo e la alza all’altezza del petto, in attesa. Con lo stesso gesto incrocio il mio mignolo al suo. «Te lo prometto. Ora però non c’è tempo da perdere, dobbiamo iniziare»

L’aiuto a togliersi i vestiti e si sdraia sulle coperte. Prendo la lama e inizio a incidere in maniera maldestra una spalla. Le sue esili ossa non sono resistenti quanto le mie e la sua carne è morbida e tenera. Ogni tanto cerco di guardarla per darle sicurezza e racconto le solite fantasie per distrarla. «Sai che quando la tua testa sarà nell’oceano, potresti anche scorgere la città delle sirene che si trova là sotto? Metà donne e metà pesci dai colori sgargianti. Magari il tuo corpo stando in acqua potrebbe diventare così, mischiandosi a uno splendido pesce tu saresti la sirena più bella di tutti i mari! O magari incontrerai il gabbiano più grande che si sia mai visto, che tuffandosi in mare per pescare, ti acchiappa e ti porta con un battito d’ali in un regno lontano…»

Finisco le mie favole mentre stacco il penultimo pezzo dal corpo. Sul letto Allegra è separata in parti più o meno uguali. Le gambe e le braccia sono stese accanto a lei come se volessero riattaccarsi alle giunture distanti pochi centimetri. Insisto con la lama sul collo e mi presto a tagliare via la parte più importante, quella che la lascerà com’è adesso. Quella che contiene il suo carattere, i suoi ricordi e le sue emozioni. Quella che spero possa effettivamente salvarsi e trovare rifugio. Quella che un giorno potrà ricordarsi di me. Ride per il solletico della lama nella gola e le storie che le regalo e ride ancora quando la testa è del tutto rimossa dal corpo. Sorride ma gli occhi si sono chiusi. Sta dormendo e lo farà per un bel po’.

Recupero le forze dopo l’intenso lavoro e mi sdraio un attimo guardando il cielo attraverso la fessura sbarrata. Lo sfondo rosa è sparito e l’imbrunire avanza intimorito solo dalla luce argentea della luna. Devo finire il lavoro e liberarla una volta per tutte da questa prigione. Le afferro un braccio, lo tengo e lo osservo per un tempo che non saprei definire. Le sfioro la mano, quella mano con cui per anni mi aveva accarezzato, schiaffeggiato e abbracciato. Distolgo quei pensieri e raccolgo anche l’altro. Mi avvicino alla finestra e mi sporgo fuori il più possibile per lanciare lontano quei moncherini. Faccio lo stesso con le gambe e con un po’ più di fatica anche col busto. Non vedo dove gli arti finiscono siccome sono troppo in alto per osservare le acque ai piedi della torre. Il buio sta inghiottendo sempre più veloce il mondo e solo la luce perlacea del satellite mi guida in questo folle piano. Raccolgo con delicatezza la testa con entrambe le mani. Imprimo il suo viso nella mia memoria e lo stringo forte a me. Non voglio staccarmi da lei, ma devo farlo. Con la rabbia che esplode dentro per la separazione che ci attende, lancio la testa di Allegra fuori dalla grata. Cerco di lanciarla più in alto che posso, sperando in cuor mio che possa davvero prendere il volo come un gabbiano e andarsene da qui, oppure che possa essere cullata dalle acque fino a trovare il suo posto felice tra gli sconfinati arcipelaghi. Che possa il nostro segreto viaggiare con lei fino a coloro che riescano a comprendere il significato dell’immortalità. «Vola sorellina mia e scopri luoghi che nessuno ha mai visitato. Spero che ti ricorderai di me. Io non ti scorderò mai perché siamo l’uno la parte dell’altra»

Sono stanco, domani sarà un altro giorno e già mi manca. Il semplice pensiero di non averla nel suo giaciglio mi rattrista. Inizio a piangere come non facevo da tempo, moltissimo tempo. Singhiozzando guardo sul letto di mia sorella quello che rimane di lei, sangue e un dito che ho tenuto per me. In un mignolo non ci saranno rinchiusi ricordi o emozioni passate ma almeno potrò avere accanto di nuovo qualcuno a cui raccontare storie fantastiche e che potrà farmi compagnia nelle notti più gelide. La vera Allegra sarà comunque libera! Con questo pensiero agrodolce e il suo dito stretto in pugno, mi stendo e lascio che gli occhi umidi si chiudano. Scivolo anche io nei sogni come la testa di mia sorella e mi addormento.

Al mio risveglio la mano della mia sorellina è appoggiata sul mio petto, già ricresciuta da quel mignolo, come a volermi proteggere in eterno.
Ultima modifica di M. Chierchia il mercoledì 12 gennaio 2022, 20:03, modificato 2 volte in totale.



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Re: L'essenziale è nella testa

Messaggio#2 » lunedì 29 novembre 2021, 15:13

Ciao e benvenuto/a.

Vedo che è questo racconto è il tuo primo messaggio nel forum.
Vuoi dirci qualcosa in più su di te?
Sono pronto a vivisezionare i vostri racconti... soffriranno, ma sarà per il vostro bene!

M. Chierchia
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Re: L'essenziale è nella testa

Messaggio#3 » lunedì 29 novembre 2021, 16:55

Buongiorno sono Maurizio e sono Direttore di una Sala di Slot Machine.
Ho iniziato a scrivere racconti da un annetto e sto facendo la prima stesura di un romanzo. Ho sempre amato leggere, come chiunque qui dentro. Negli ultimi anni però, probabilmente per il lockdown, ogni volta che leggevo un libro mi immaginavo come avrei fatto a scriverne uno io, di cosa avrei voluto parlare e di cosa, non sempre, si sente parlare. Insomma, mi facevo mille giri mentali che mi hanno trascinato in fretta davanti alla tastiera. In realtà scrivo da molto più tempo, ma prima facevo testi hip-hop. Ho sempre amato le parole e la cosa che più mi affascina è vedere come queste possano essere usate. Scoprire l'origine di alcuni termini e capire perchè al giorno d'oggi si pronunciano così mi eccita e allo stesso tempo mi fa porre mille domande.
Sinceramente non so se vada bene come presentazione, vado a braccio.
Sto iniziando a leggere i racconti sul sito ma ho paura a commentare sentendomi molto impreparato. Ma lo farò sicuramente per rispettare il regolamento come è giusto che sia.
Per il resto spero che il racconto possa piacervi e che possiate darmi tutti i consigli del mondo. Sparate pure a sangue freddo, tanto sono coperto di pallottole.
Grazie mille un saluto a tutti

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Il Dottore
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Re: L'essenziale è nella testa

Messaggio#4 » mercoledì 1 dicembre 2021, 12:51

Benarrivato, Maurizio e buon divertimento
Sono pronto a vivisezionare i vostri racconti... soffriranno, ma sarà per il vostro bene!

alexandra.fischer
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Re: L'essenziale è nella testa

Messaggio#5 » domenica 9 gennaio 2022, 15:28

Bel racconto, dove il protagonista e la sorella Allegra vivono in istituto sperimentale dove gli scienziati usano gli esseri umani come cavie. Il protagonista, a un certo punto, pur essendo in grado di ricomporsi dopo gli esperimenti più cruenti, vuole aiutare la sorella a scappare via. Lo fa senza usare l’acqua e il pane della razione carceraria che pure ha resi magici, e la disseziona come i torturatori hanno fatto con lui. Fin qui si capisce. Bella anche la parlata della sorella, esausta per il duro trattamento subìto.
Attenzione:
Perché lui non scappa, perché dal mignolo, la sorella arriva a lasciargli l’intera mano? Urge spiegazione a uso del Lettore di Oggigiorno.
ti riscrivo le frasi corrette:
Ma come no? Sìì, solo che non te lo ricordi, scemo!
«Tocca a te, Settimo»
Sì, che voglio.
Il cambio di scena richiede tre asterischi e non uno.

M. Chierchia
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Re: L'essenziale è nella testa

Messaggio#6 » domenica 9 gennaio 2022, 19:40

Grazie mille per i consigli che mi hai dato.
La parte del mignolo e della mano nel finale in effetti va sistemata così come in generale tutti i dettagli da te citati. Farò buon uso degli aiuti che mi hai dato e correggerò le frasi come hai scritto.
Grazie mille per la pazienza

alexandra.fischer
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Re: L'essenziale è nella testa

Messaggio#7 » giovedì 13 gennaio 2022, 15:25

E' stato un piacere.

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