Al suo risveglio, come ogni giorno, Neuma lo accolse con il saluto standard.
“Buongiorno, Marco. Hai dormito bene? La qualità dell’aria è ottimale, i filtri sono funzionali al 98%. Il livello di esposizione informativa notturna è stato bilanciato. Preparati a ricevere il feed mattutino.”
Marco sbadigliò e rimase seduto sulla sponda del letto a smaltire gli ultimi residui del sonno.
Le pareti presero vita: una danza di immagini, suoni, aggiornamenti. Il volto perfetto di una giornalista fluttuava sul muro nord: «Ancora bombardamenti in Pakistan. In Antartide, 30 gradi la temperatura massima registrata ieri. Nuove raccomandazioni dell’OMS per la profilassi emotiva degli individui in ambienti chiusi.»
Da qualche giorno Marco non ascoltava più. L’informazione era diventata rumore bianco, come la pioggia finta o il canto delle cicale nelle relax room.
Quella notte aveva fatto un sogno: una passeggiata su una spiaggia solitaria, con il sole a picco e il mare cristallino. Non ricordava l’ultima volta che aveva visto il cielo. Le pareti replicavano ogni colore, ogni paesaggio, ogni tramonto immaginabile. Bastava un comando vocale. Aveva smesso di farsi domande.
A mezzogiorno Neuma gli somministrò il momento del benessere: una voce femminile, placida, gli suggerì respiri profondi, pensieri leggeri, e lo guidò nell’immersione in un verdeggiante panorama montano. Poi tornò il feed. Ancora video, ancora opinioni, altre raccomandazioni.
“Rimani connesso. Resta aggiornato. Non sei solo.”
Neuma gli ripeté lo slogan, con voce calda e rassicurante.
Marco ritirò dalla dispensa automatica la colazione a calorie normalizzate e provò a scacciare l’unico motivo di inquietudine che la stanza ancora non riusciva a cancellare. Quel giorno in cui…
…aveva provato a spegnere tutto, solo per capire cosa ci fosse oltre la cortina del feed. Neuma aveva prontamente attivato le procedure d’emergenza.
“Marco, riaccendi subito il sistema. L’interruzione prolungata del flusso può causare decadimento cognitivo.”
Marco non aveva resistito un minuto di più, aveva ridato energia agli apparati e il feed globale era ripartito.
“Bene. Ora lascia fare a me. Preferisci silenzio controllato o immagini neutre?”
Lui aveva scelto immagini neutre: nebbia, cielo lattiginoso, il suono ciclico di un mondo svuotato di senso compiuto.
Quel pomeriggio, annoiato, Marco si dedicò a un’ora di shopping on line. Scelse una nuova tazza luminosa per il caffè, due lattine di carne sintetica di unicorno e un orologio da parete che segnava l’ora nell’iperspazio. Controllò il saldo del suo conto personale e autorizzò il pagamento. In quel momento Neuma lo informò che il sistema operativo doveva effettuare un aggiornamento critico. L’onnipresente flusso di feed attorno a lui fu messo in pausa, poi accadde qualcosa.
Un blackout. Tutti i monitor cessarono di trasmettere nello stesso momento.
Marco s’inginocchiò sul pavimento. Si spostò a carponi verso una parete e la picchiettò nervosamente. Non dava segni di vita. Un rumore insolito gli giunse alle orecchie, era il suo respiro, ma non quello guidato, non quello standardizzato. Il suo.
Colse altri rumori di cui non aveva più memoria. Il battito del cuore. Un ticchettio lontano. Il ronzio basso di apparecchiature esterne.
Si mise in piedi, tornò verso il letto e inciampò in una scatola. Non ricordava di averla mai posseduta.
La aprì. Dentro trovò una foto stampata su carta. Lui, molto più giovane, seduto sull’erba accanto a una donna che rideva. Si rannicchiò in un angolo. Non aveva paura, piuttosto fame di qualcosa che non riusciva a capire.
Passarono ore, o un giorno intero.
Neuma parlò.
“Il sistema è stato ripristinato in seguito a un errore fatale. Recupero feed in corso.”
Le pareti ripresero a trasmettere. Marco restò seduto. Sulla parete opposta notò una zona che sembrava diversa, un’area scura cosparsa di led morti. Forse un’intercapedine o un pannello allentato.
Si alzò, si avvicinò, la sfiorò. E bussò, una, due, tre volte.
Dall’altra parte provenne un battito lieve e ritmato. Qualcuno stava formulando una risposta.
Marco non si mosse. Il cuore martellava furioso, ma non per paura, bensì per l’emozione della presenza.
“Marco, il tuo protocollo di reintegrazione è pronto. Ho selezionato per te contenuti rassicuranti. Sei pronto?”
Era Neuma, intenzionato a riportarlo alla realtà.
Marco sollevò la fotografia che stringeva al petto. La strappò a metà, vi scarabocchiò qualcosa con un pennarello recuperato da una mensola e lo infilò nella fessura tra i pannelli.
Attese.
Il biglietto scomparve.
Subito dopo udì due colpi, e arrivò la risposta: un pezzo di carta ripiegato, spinto dall’altra parte.
Lo aprì. Era un disegno dai tratti infantili, tracciato con mano malferma. Due figure stilizzate, dita che si toccavano, e sotto, una frase: “Ciao, io sono qui”.
Marco chiuse gli occhi. Il feed danzava imperterrito attorno a lui, frenetico, tentacolare. Non ci badò più.
«Come ti chiami?» chiese la bambina.
Lui sorrise, piacevolmente sorpreso. «Io Marco. E tu?»
(Copertina generata con ChatGPT)