L’offerta

Non avrei dovuto accettare questo lavoro.
Continuo a ripetermelo nella testa mentre i monitor della cabina di comando sfarfallano uno a uno non appena la capsula entra nel raggio dell’anomalia.
No, non avrei dovuto accettarlo.
Me lo ripeto ancora, la poltrona scossa da una leggera vibrazione. Nemmeno so perché lo penso. In fondo non ricordo cos’abbia davvero accettato quel giorno. La mia memoria è un deserto ricolmo di oasi artificiali, una biblioteca innestata nel cranio senza però che nulla mi appartenga davvero.
Senza che io tocchi i comandi, la capsula rallenta, come presa per mano.
«Ci sei ancora?» La voce di Fabian emerge dall’interfono, distante. «Come ti senti?»
«Vuoto» rispondo. «E immagino che non ci sia un pulsante per tornare indietro, vero?»
«Temo di no.» Percepisco un sorriso stanco dietro le sue parole.
Attraverso le pareti metalliche della capsula arriva un cupo e prolungato muggito, un rumore sordo a cui sembrano sovrapporsi altri suoni indistinti, come parole sussurrate in una lingua le cui radici affondano nelle ossa del cosmo, non nella carne umana. Sento i capelli pizzicarmi, come se dita curiose volessero frugarmi nella testa.
«Fabian…» respiro a fatica. «Prima che inizi… vorrei un ricordo. Uno solo. Qualcosa di mio.»
Dall’interfono solo un sottile ronzio. «D’accordo.»
Chiudo gli occhi e la capsula svanisce. Il nero dello spazio si dissolve in colori caldi.
Una donna ride, capelli rossi mossi dal vento che mi sfiorano il viso.
Una bambina ci corre incontro e si stringe alle mie gambe, un sorriso caldo come il sole.
Poi la luce cambia, diventa fredda.
Odore di disinfettante, la bambina su un letto, troppo piccola, troppo pallida.
La donna piange senza rumore, e io con lei.
Riapro gli occhi.
«Perché mi fai vedere questo? È… troppo.»
«Perché è tuo» dice Fabian. Ma la sua voce ora non viene dall’interfono. È dentro di me, come se parlasse attraverso i miei stessi neuroni. «È nostro.»
Le immagini si ricombinano, come tessere che vogliono mostrare una nuova versione dello stesso mosaico.
La donna non mi guarda più: guarda lui.
La bambina chiama lui.
E quando la malattia la porta via, le spalle che tremano nel silenzio non sono le mie, ma le sue.
Non avrei mai dovuto accettare questo lavoro…
E in fondo non l’ho mai fatto.
Perché io non sono io. Sono solo un contenitore, un’offerta.
«Ora capisci?» mormora Fabian. «Potremo riavere tutto. Quella… cosa… là fuori può farlo. L’ho visto fare! Ma ciò che chiede in cambio… tutta quella conoscenza… non potevo dargliela. Non direttamente, almeno.»
I motori della capsula si fermano e le pareti della capsula iniziano a sfilacciarsi, come un fiore che decide di rinunciare ai propri petali.
L’anomalia mi avvolge. Una luce liquida, consapevole, mi tasta, mi legge, mi riscrive.
Non avrei dovuto accettare questo lavoro.
Ma ora so perché l’ho fatto.
E mentre la mia forma si dissolve in dati e memoria organica, mi chiedo se questo essere accetterà la copia o se invece un giorno verrà a reclamare anche l’originale.
 
(Copertina generata con ChatGPT)