Mark si sdraia sul lettino e stende la gamba.
La donna prende il suo piede tra le mani. «Puoi farmi smettere quando vuoi.»
Appoggia il tampone imbevuto di acido sulla ferita.
Il calore cresce, un filo di vapore serpeggia verso l’alto.
Mark irrigidisce i muscoli e trema. Non riesce a stare fermo, gli inservienti lo tengono fermo col peso del loro corpo.
Ondate di dolore partono dall’alluce e si propagano senza controllo, in un’esplosione di dolore cieco.
Mark scalcia ma non può sottrarsi, non ancora.
Mark staccò il flauto dal labbro interrompendo la musica. Accarezzò il suo belar, il cui pelo profumato si illuminava di scintille nella notte rischiarata dalle tre lune piene. Un’aria tiepida sfiorava le cime degli altissimi flordan dal tronco azzurro, sui cui rami i fintor avevano appena iniziato a intonare il loro dolce canto.
Con gli occhi al cielo, ripensò alle parole della canzone. Erano davvero suggestive: narravano di un tempo lontano, in cui l’uomo viveva in un pianeta sovraffollato e si faceva guidare da ignoranza e superstizioni. Era il tempo delle antiche religioni e dei loro crudeli rituali di sangue.
Sacrifici umani, mutilazioni, flagellazioni.
Mark si accorse di aver stretto il pugno. Risollevò le dita e notò i segni lasciati dalle unghie. Storse la bocca.
Il piede non risponde più alla sua volontà. Ormai è scomparso, inghiottito da un fuoco liquido che sale dalla gamba come un veleno. La donna gli lancia uno sguardo, alleggerisce la pressione e gli dà un attimo di sollievo, poi preme anche più forte di prima. Mark piega la testa all’indietro, si mette a urlare. Scalcia, si dimena, ma le braccia forti lo tengono inchiodato al lettino. Si rende conto della bava che gli esce dalla bocca, se ne vergogna, ma non ha più il controllo del suo corpo.
Aveva letto e riletto il messaggio incredulo: l’Accademia aveva accolto la sua richiesta. Con dita tremanti spense lo schermo, si fissò il palmo della mano, chiuse il pugno e affondò per l’ennesima volta le unghie nella carne. Il suo belar gli accarezzava la pelle scoperta della caviglia strusciandosi su di lui. Mark lo scansò con un calcio gentile e aprì il palmo. Contemplò le piccole gocce di sangue. Accarezzò la ferita con il pollice e sparse il rosso sulla pelle chiara.
Non provava niente.
Niente.
Prese il flauto e ricominciò a suonare. La canzone raccontava di come l’umanità scoprì il viaggio interstellare e di come scelse di modificare il proprio corpo per sopportare la pressione dell’accelerazione a sub-luce. Le ossa si rompevano in silenzio, ma si rimarginavano e guarivano senza alcun dolore.
«Più in fondo, più in fondo.»
Sente il tampone infuocato penetrargli nella carne, si agita e urla.
«Figliolo, sono vicina al nervo, non posso più di così.»
Le parole gli escono tra suoni animaleschi. «Aspettate.» Stringe i denti e sbava. «Aspettate.»
Aveva tagliato la gola al suo belar. L’animale non era morto subito, ma aveva emesso qualche suono penoso, lo aveva fissato a lungo con occhi atterriti e tristi, e infine si era spento. Mark aveva contemplato quella sofferenza impreparato: peccato che l’animale non potesse parlargli per descrivere quel momento.
Cosa provava? Cosa voleva? Perché emetteva quei suoni?
Lo aprì e cercò tra le sue interiora, analizzò al microscopio dei campioni di tessuto, distillò i neurotrasmettitori dal sistema nervoso centrale, studiò e ristudiò.
Cos’era il dolore? Cos’aveva di così terribile? Perché le antiche religioni lo idolatravano? E perché l’uomo aveva scelto di non provarlo più?
L’Accademia aveva accolto la sua richiesta, gli avrebbero permesso di fare esperimenti con il dolor-6.
Mark aveva condotto ricerche per conto suo, ma invano: era ora di mettersi in gioco in prima persona.
«Basta! Basta!»
Appena la donna interrompe il contatto con l’acido e tutto si spegne all’improvviso.
Rilassa i muscoli, riprende fiato, resta immobile e fissa il soffitto.
«Mark, come ti senti?»
Il solo ripensare a quello che ha provato fino a pochissimi istanti prima lo riempie di terrore, ma si rende conto che più ci prova più il ricordo sbiadisce, come se il suo cervello si rifiutasse di riportare alla mente quell’esperienza tremenda. Una parte di sé vede tutto chiaro, distinto, ma una forza indomabile gli impone di andare oltre, di concentrarsi sull’assenza di dolore, sul fatto che è ormai tutto finito.
Il cuore riprende a battere normalmente, l’aria nei polmoni ha un gusto diverso. Si sente sollevato, in pace, in estasi per aver scampato quella tremenda esperienza. Capisce perché un tempo il dolore era così importante, perché ci fossero religioni che ne facevano il punto cardine della loro dottrina.
Sghignazza, ride.
«Mark, tutto bene?» La voce della donna è tesa, preoccupata, ma gli fa solo pena perché non immagina nemmeno come si sente.
L’effetto del dolor-6 sta per svanire e il suo corpo diventerà di nuovo incapace di provare dolore: sa che non può fermarsi così. «Ricominciamo.»
Il cuore gli batte forte: è terrorizzato, inorridito, e tremendamente eccitato.
(Copertina generata con ChatGPT)