Pioggia sottosopra

Tic-tic-tic
Il ticchettio iniziava sempre piano, poi diventava più insistente.
Non veniva dal tetto, ma dal basso.
Mi svegliai di colpo: ancora la pioggia… dal pavimento.
«È iniziato di nuovo» mormorai.
«Cosa?» Armando si rigirò assonnato.
«Il rumore della pioggia. Da sotto.»
Armando sospirò.
«Cristo, Chiara… è solo un sogno»
«Tu non senti mai niente!»
«Ma siamo al piano terra, non c’è nulla sotto»
Non risposi. Scalza, camminai lungo il corridoio, seguendo il ticchettio. Ogni goccia sembrava battere sotto il parquet, come dita di vetro su una scatola chiusa. Ogni goccia una risposta che bussava alla mia mente.
In fondo al corridoio, c’era la porta.
Era sempre lì, ma cambiava aspetto. Quella notte era color giada, lucida come le biglie che raccoglievo da bambina. Potevo sentire qualcosa al di là, una pressione dolce, come un respiro che contraeva e rilassava una scatola chiusa.
Sentii l’alito di Armando sul mio collo, rabbrividii.
«Non stai bene, Chiara. È da un po’ che…»
«Che cosa?»
«Che ti inventi cose»
Mi voltai. Volevo che mi vedesse, che fissasse nella mente quei lividi “inventati”.
«Certo, io mi immagino tutto, e poi piango per nulla, vero?»
Non capivo da dove mi veniva tutto quel coraggio, come se non avessi nulla da perdere.
Armando mi fissò con disprezzo. Colsi la rabbia che si inerpicava in una rossa rete leggera nei suoi occhi.
Posai la mano sulla maniglia. Gelida.
«Chiara, dove stai andando? Se qualcuno ti vede ti prenderà per pazza!»
Aprii, sapevo che non mi avrebbe seguito.
La luce mi abbracciò come un’onda calda. Davanti a me, un prato che respirava: l’erba danzava in verticale, ondeggiava come seta sotto un cielo rovesciato, pieno di pioggia che saliva invece di cadere, sollevandosi in piccole perle luminose.
«Benvenuta»
Mi girai. Una donna uguale a me, identica. I capelli, il viso, persino la piccola voglia sotto il mento. Nessun livido, però.
«Sei me»
Lei annuì.
«Sono quella che hai dimenticato. Quella che sentiva la pioggia prima che venisse il rumore»
«E dove sei stata fino a ora?»
«Qui. In attesa che tu aprissi la porta»
Aveva negli occhi qualcosa di irresistibile: una libertà liquida, intatta. Una luce che non vedevo più brillare in me da tanto tempo.
Ci incamminammo tra le gocce che salivano verso l’alto.
L’erba faceva nascere piccoli fiori azzurri sotto i nostri piedi. Una farfalla si posò sulla spalla della mia copia.
«Ricordi com’eri prima?» mi chiese a un certo punto «quando ti muovevi nella tua vita come se non esistessero ostacoli, come se fossi in questo prato?»
Esitai… ero stata davvero così?
«Eri leggera, delicata, piena di sogni e desideri ma allo stesso tempo forte e determinata. Poi è arrivato lui…»
«Era così dolce ma anche solido, concreto. Ci amavamo, era il mio centro e io il suo.»
«Ma ha messo silenzio dove tu mettevi vento»
«È stata la vita: le responsabilità, la casa, il lavoro…»
L’altra me mi afferrò le mani e mi fissò, severa.
«No! È stata la violenza con cui ti ha costretta ad arrenderti, a dimenticare te stessa»
«Non è cattivo. Sì, lo so, non dovrebbe picchiarmi, ma io sono distratta, mi scordo le cose, gli faccio perdere la pazienza… Poi lui si scusa, mi promette che non lo farà più. E io gli credo»
«Finirà per ucciderti. O forse l’ha già fatto, ieri sera…» mi strinse i polsi e il dolore pulsò sotto la pelle. Risentii i colpi, riprovai l’orrore. Lo spigolo del comodino che apriva la nuca. Era sangue quel liquido caldo che sentivo scorrere sotto la maglia?
Iniziai a sentire, a ricordare. Ogni sua menzogna… Tutte le volte che avevo visto il pavimento avvicinarsi prima di svenire. Rividi la nostra casa ordinata, i nostri pasti silenziosi, il suo sguardo d’agnello nei giorni del pentimento. Le sue mani che non tremavano mai e che picchiavano forte, fortissimo. Le stesse mani che mi avevano abbracciato, accarezzato, adorato.
Ricordavo tutto, il bene e il male, ma avvolti in una nebbia leggera. E in quella caligine l’altra me era incredibilmente nitida mentre io mi sentivo scontornata, disgregata.
«E se lo amassi ancora? E se mi amasse ancora?» sussurrai.
Lei scosse la testa.
«Per Armando sei solo un corpo di sua proprietà, lui, per te, l’idea di un amore»
«Che posso fare?»
Il cielo si increspò. La pioggia rovesciata formava parole che si scioglievano subito.
“Lasciati andare”
Lo sapevo già: l’unico posto in cui volevo stare era quello in cui io e lei eravamo la stessa persona, lei luce, io ombra.
Sentivo Armando urlare ma non era più una minaccia: lui da quella porta poteva solo uscire, io invece ero entrata in un’altro mondo in cui lui non credeva.
Mi sdraiai sull’erba. L’altra Chiara si dissolse in gocce brillanti che danzarono leggere.
“Ora sei intera” sussurrò il prato.
Chiusi gli occhi, risi. Il vuoto dentro di me, così pesante e insostenibile al di là della porta, era diventato leggerissimo. Divenni una pioggia di luce che salì verso il cielo.
 

 
Un colpo di vento fece vibrare la finestra. La stanza sembrò respirare. Armando si allontanò da lei inorridito. E iniziò a piovere. Dal basso.
Tic tic tic