Scintilla

Avevo adibito la camera degli ospiti a “stazione radio”. Il baracchino di papà troneggiava sulla scrivania, la targhetta del suo camion mi guardava dalla parete: CB SCINTILLA.
Accendevo una volta o due alla settimana, solo per sentire il vecchio familiare ronzio e qualche messaggio che gli autisti che passavano dalla statale si scambiavano sul 5.
O perlomeno quella era la versione che avevo dato alla mia famiglia.
In realtà da quando avevo visto quella trasmissione alla tv in cui una tizia diceva di parlare con i morti sulla bassa frequenza, avevo sviluppato l’ostinata convinzione che da quella radio potessero arrivare dei messaggi di papà da chissà quale dimensione.
Il fatto era che, nonostante fossero passati mesi, mio papà mi mancava ancora come l’aria e non smettevo di cercarlo: lo chiamavo al telefono, gli mandavo messaggi, cercavo il profilo del suo camion tra il traffico della statale.
Quel venerdì l’aria aveva un odore strano, come ferro e pioggia che non voleva cadere. Le previsioni dicevano che la grande corrente oceanica si stava fermando mentre incendi permanenti invadevano regioni un tempo fredde. Ma la gente, come sempre, preferiva pensare al weekend.
«Papà… ci sei?» sussurrai al microfono, come ogni volta.
Il cb frusciò, sputò scariche elettriche come un animale nervoso. Poi un suono insolito, come un fischio modulato. Regolai le manopole. I numeri dei canali iniziarono a scorrere velocemente per poi spegnersi.
Una voce si formò lentamente tra i crepitii.
«Breko…Ci sentite?»
Non era papà. Non poteva esserlo. Era una voce grave, spezzata, come se qualcuno parlasse respirando cenere.
«Vi parliamo dal futuro, anno 2105. Siamo all’inizio della nuova guerra dell’acqua, i ghiacci non esistono più. Il cielo brucia. Fermatevi finché siete in tempo!»
Il segnale oscillò e svanì per qualche secondo. Il cuore mi rimbombò nelle orecchie. Era uno scherzo, un pessimo scherzo. Trasalii comunque quando la voce tornò.
«Ci stanno sentendo, è la frequenza del vecchio Scintilla… chiamatelo…sei la figlia, Nora? Ci ha parlato tanto di te!»
Non era uno scherzo ma, lo stesso, non era possibile. Eppure lo era. Mi feci coraggio.
«Sono Nora, chi siete? Come potete conoscere mio padre nel futuro?»
«Nora? Nora? Sono papà!»
Mentre la voce di mio padre invadeva la stanza, andai in apnea. Poi il segnale fu inghiottito dall’oscurità. Un crepitio e la radio si spense.
«Papà…».
Piansi. Tremai.
Sentivo il respiro del mondo nel vento che si era alzato, portando un calore anomalo anche per luglio. All’improvviso, le parole del telegiornale mi sembrarono reali, urgenti. Quello era un avvertimento vero.
Un ponte tra vivi, e morti, di epoche diverse.
Pensai che il tempo non fosse una linea retta ma tanti cerchi che si intersecavano sulla bassa frequenza e chissà in quali altri modi.
Ero sicura che papà mi potesse ascoltare da qualche punto del futuro, o del passato, chissà.
«Non importa dove sei papà: prometto che non smetterò mai di cercarti. E di provare a cambiare».
 
(Copertina generata con ChatGPT)