Semifinale

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il primo luglio sveleremo il tema deciso da Giovanni Lucchese. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Giovanni Lucchese assegnerà la vittoria.
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Spartaco
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Semifinale

Messaggio#1 » lunedì 13 agosto 2018, 10:23

A differenza delle altre edizioni non ci saranno le due discussioni "Semifinale" ma uno solo a cui accederanno tutti i partecipanti, fatta eccezione per Giuseppe Patti, squalificato per non aver consegnato nei termini la propria classifica.
Ricordo a tutti che avete tempo fino alle 23:59 del 16/08 per postare il racconto modificato.

Ecco i semifinalisti, più avanti vi comunicherò la formula con cui verranno scelti i finalisti.

High Hopes di Milena
La sporca puttana di Wladimiro Borchi
I migliori Persuasori al Mondo di Eugene Fitzherbert
Pseudomania musicale di Roberto Masini
EVERYBODY NEEDS A SAM di Nicola Digirolamo
Surfin' Bird di Fabio Gimignani

In risposta a questa discussione gli autori hanno la possibilità di postare il loro racconto revisionato, così da poter dare allo SPONSOR un lavoro di qualità ancora superiore rispetto a quello del girone.

Scadenza: giovedì 16 agosto alle 23:59
Limite battute: 21.313

Se non verrà postato alcun racconto, allo SPONSOR verrà consegnato quello che ha partecipato alla prima fase.
Anche se già postato, il racconto potrà essere modificato fino alle 23:59 del 16 agosto. Non ci sono limiti massimi di modifica.
Il racconto modificato dovrà mantenere le stese caratteristiche della versione originale, nel caso le modifiche rendessero il lavoro irriconoscibile verrà inviato allo SPONSOR il racconto che ha partecipato alla prima fase.

Non fatevi sfuggire quest'occasione!



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roberto.masini
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Pseudomania musicale

Messaggio#2 » lunedì 13 agosto 2018, 21:03

Pseudomania musicale di Roberto Masini

Prologo. Pensavo di essere astuto come una volpe, più astuto di Ulisse ma ho fallito. Ho deciso perciò di togliermi la vita. Ho già programmato tutto per far credere che sono pazzo. Domani sarà il 27 febbraio 1854. Io uscirò di nascosto dalla stanza da letto, in pantofole e senza giacca e m’incamminerò verso il Reno. Giunto al fiume darò in pegno il mio fazzoletto di seta al guardiano del ponte che percorrerò fino a metà e poi mi getterò.
Tutto è cominciato un anno fa. Ricordo quando il maledetto giunse a casa mia. Me lo aveva raccomandato Joseph. Diceva che era un ragazzo povero che aveva trascorso fino a quel momento il suo tempo come musicista ambulante, accompagnando il padre nelle osterie di Amburgo, in mezzo a prostitute, come seppi purtroppo solo in un secondo tempo!
Aveva lunghi capelli biondi e una voce acuta. Volle a tutti i costi farmi sentire un suo pezzo: una sonata in do maggiore. Mi sembrò un genio, un genio che il mondo musicale non aveva ancora conosciuto. Chiamai la mia giovane sposa per dirglielo. Quando lei arrivò e si accostò al pianoforte, non colsi lo sguardo che guizzò fra i due. Me ne accorsi quando suonavano a quattro mani e lui le sfiorava le dita. Come potevo fare per smascherarli? Come potevo fare per mettere con le spalle al muro quella puttana che avevo amato più della mia vita e che invece era una frivola donnetta. Non aveva sani principi morali. Avrei dovuto credere al mio amico Otto che diceva che si era fatta palpeggiare anche da Goethe. Per tutta risposta, anziché ringraziarlo per avermi fatto aprire gli occhi, avevo tentato di accoltellarlo.
Un dannato giorno stavo sfogliando una rivista letteraria che parlava di Shakespeare. Fui attratto da queste parole: ”Relazionando la pazzia al bardo inglese ovviamente il primo pensiero va ad Amleto (1609). Nel dramma infatti vengono rappresentati due tipi di follia. La prima è incarnata dallo stesso protagonista, si tratta però di una finzione: Amleto ha deciso di fingersi pazzo per smascherare suo zio, che ha ucciso suo padre e usurpato il suo trono. Ofelia incarna invece una pazzia reale…”
Potevo fare anch’io così? Decisi di sì e quello fu il mio tragico errore.

Le voci di dentro! Cominciai con lo svegliarmi di notte urlando:
«Clara, Clara!»
«Che succede Robert?»
«Clara, la senti anche tu questa nota?»
«Che nota?»
«Una nota musicale… mi sembra un La…»
«Dormi ora, caro. Buonanotte!» concluse mia moglie girandosi su un fianco.
Poi cominciai a dirle che sentivo questo La anche di giorno e m’impediva di lavorare. Ne fu informato anche il giovane Johannes; entrambi minimizzarono. Era quello che volevo perché la mia pazzia doveva palesarsi gradatamente.
Un giorno decisi che era il momento di variare le mie narrazioni:
«Johannes (Johannes veniva in casa mia ogni giorno e suonava con mia moglie!), Johannes, tu non sai ma ogni tanto, nel pieno del pomeriggio sento un suono come di lontano ottoni, accentuato dalle più meravigliose armonie!»
Mi rispose preoccupato che dovevo farmi visitare da un dottore.
Il mio piano avanzava a gonfie vele.
Aspettai ancora un’altra notte:
«Robert, che c’è? Sei di nuovo sveglio a quest’ora?»
«Vedo esseri avvolti da una luce accecante volteggiare attraverso paesaggi adamantini che sembra stiano per parlarmi!»
«Prendi questa medicina che ti farà dormire!»
E da quel giorno mia moglie mi propinò del mercurio per curare chissà quale malattia. Mi diede anche uno strano liquore del quale non vuole dirmi il nome. Io naturalmente finsi di bere perché ero sicuro che Clara volesse avvelenarmi, lentamente, ma avvelenarmi, per poter rimanere tutta la vita con Johannes.
Sembrava assurdo ma mi stavo divertendo, anche se quello che avrei potuto scoprire mi avrebbe ferito a morte.

«Aah, aah, aah, Clara!» gridai nel pieno della notte.
«Non si può andare avanti così!» bofonchiò mia moglie.
«Clara la musica mi sta esplodendo nella testa! Sento cori di angeli. Zitta! Zitta!» ordinai, portandomi l’indice alla bocca.
«Mi stanno dettando un tema musicale, da parte del mio amico Felix… è un tema in mi bemolle maggiore!»
Mi alzai, fingendo di scriverlo sullo spartito; poi dissi che dovevo rinunciare perché non riuscivo in nessun modo a rendere intellegibile quella musica. Mi coricai e ripresi a conversare con gli angeli che avevo in testa, sotto gli occhi attoniti di Clara. Le dicevo che mi volteggiavano intorno, offrendomi le più gloriose rivelazioni, e tutto con quella musica così meravigliosa che mi era impossibile trascrivere. Mi chiamavano per darci il benvenuto e, alla fine del 1854, entrambi saremmo stati uniti a loro. Clara sembrava sempre più preoccupata, cercava di convincermi a farmi visitare da un medico e, intanto, continuava a sfiorare la mano di Johannes al pianoforte.
Dovevo ancora resistere per un po’ per aspettare il momento in cui i due amanti, consideratomi un testimone inattendibile, avrebbero potuto agire indisturbati.
Il tempo passava ma la situazione non mutava: mia moglie scaldava sempre il mio letto e solo ogni tanto sfiorava quella mano maledetta. Troppo poco. Dovevo avere la costanza di continuare nella mia finzione, accelerando la mia degenerazione.
Era un caldo pomeriggio d’agosto ed io stavo scrivendo su uno spartito, quando mi portai le mani alla fronte e cominciai a gridare:
«No, no, non mi avrete, maledetti!»
Mia moglie accorse, già con il suo intruglio di mercurio e alcol; tentò di calmarmi, facendomelo bere e poi mi chiese, accarezzandomi i capelli:
«Robert, cerca di calmarti. Dimmi che cosa ti succede!»
«Clara non sento più gli angeli, non sento più quei cori con la loro voce melodiosa: quelle voci si sono trasformate. Ora sento dei diavoli, accompagnati da una musica orrenda. Continuano a inveire contro di me, dicendomi che sono un peccatore e che vogliono cacciarmi all’Inferno!»
Gli occhi di mia moglie furono attraversati da un lampo nel quale io vidi la sua soddisfazione di continuare la sua tresca sotto gli occhi di un uomo che non era più degno di chiamarsi marito.

Quel giorno, dopo un lauto pasto a base di mele e patate, funghi marinati e Sacher torte, mi sembrava un gran giorno, il mio giorno tanto agognato: avevo un comportamento catatonico; mi dondolavo piano ripetendo:
«Angeli… diavoli… una musica dolcissima.. una musica orribile!»
Clara mi accompagnò a letto. Mi diede un bacio sulla fronte e mi diede da bere un bicchiere d’acqua. Quando se ne fu andata, sputai sul pavimento l’acqua che non avevo ingurgitato e ruppi il bicchiere di vetro, scagliandolo contro il muro. Avevo sempre dentro di me la certezza che volesse avvelenarmi! Mi misi seduto sul letto: ero sicuro che entro mezz’ora non avrei più udito la musica che mia moglie suonava insieme a Johannes.
E infatti non udii più nulla. Mi alzai, lasciai le ciabatte ai piedi del letto e, a piedi nudi, raggiunsi il salotto. Vuoto! Come pensavo. Stavo per raggiungere il boudoir di Clara, dove i miei occhi avrebbero constatato il suo adulterio, quando ebbi un breve capogiro. Appoggiai il palmo della mano destra al muro. Passato!
Fui colto da sonnolenza, contrazioni muscolari, bradicardia. Non riuscivo a capire ma soprattutto non riuscivo a muovermi. Iniziai a sentire una voce roca che diceva:
«Veniamo a prenderti!»
E poi li vidi. Erano lì davanti a me, mostri con il volto di iene e tigri che mi volevano dilaniare. Non sopportai più a lungo quella voce e quelle bestie. Gridai, gridai. Vidi uscire Johannes con i pantaloni in mano ma non me ne importava più niente: volevo solo scappare da quelle orrende creature. Giunse anche mia moglie, tutta scarmigliata, e tentò vanamente di calmarmi. Io, però, non riuscivo più a dire nulla: ero completamente afono. Calde lacrime mi rigavano il volto asciugate da Clara, mentre Johannes mi stringeva le mani. Ero stato drogato! Eppure ero stato attento a non bere alcuna medicina che mi propinava mia moglie. Ma ora giacevo nel mio letto, vomitando ogni ora. Nessuno però aveva ancora chiamato il medico.

Iene e tigri vogliono sempre dilaniarmi; la voce roca mi dice come morirò tra poco. Non m’importa più di Clara e Johannes: devo solo far tacere quella voce! Il parapetto del ponte è davanti a me!

Epilogo. «È fatta caro: il piatto di funghi ha fatto il suo dovere: l’amanita muscaria è stata eccezionale»
«Tu lo sai che indurre qualcuno al suicidio è un reato: IO non sono mai stato d’accordo di punire così un genio della musica!»
«Ma mio caro Johannes, ora sei TU il nuovo genio della musica!»

Post epilogo. Dal diario di Clara Wieck, moglie del compositore tedesco Robert Schumann:

28 febbraio 1854
L'avevo lasciato nella stanza solo per pochi minuti [...] (per dieci giorni non l'avevo mai lasciato solo neppure per un minuto). Egli corse fuori sotto una pioggia scrosciante, con solo il suo cappotto, senza scarpe e senza panciotto [...] Dietrich, Hasenclever e tutti noi corremmo fuori a cercarlo, ma non riuscimmo a trovarlo; un'ora dopo due stranieri lo portarono indietro...


05 marzo 1854
Sabato, il 4 arrivò! Oh Dio, la carrozza era di fronte alla nostra porta. Robert si vestì con molta fretta, entrò nella carrozza con Hasenclever (il medico) e i suoi due infermieri, non chiese di me, né dei bambini, e io me ne stavo seduta vicino alla signorina Leser immobile dal dolore e pensavo, ora soccomberò! Il tempo era splendido, almeno il sole l’ha accompagnato! Avevo consegnato al dottor Hasenclever un bouquet di fiori per lui, che poi gli diede in viaggio; l’ha tenuto a lungo in mano, senza pensarci, poi d’improvviso ne ha annusato il profumo e sorridendo ha stretto la mano al dottor Hasenclever! Più tardi ha regalato a ciascuno nella carrozza un fiore. Hasenclever mi portò il suo – con il cuore sanguinante, l’ho conservato!


Dal ponderoso volume del noto psicanalista Martino Erbosi intitolato Pazzo per la musica!:

Robert Schumann (1810 – 1856) affetto da una grave crisi depressiva si gettò nelle acque gelide del Reno il 27 febbraio 1854. Fu salvato da alcuni pescatori e in seguito internato in una clinica per malattie mentali a Endenich, un sobborgo di Bonn. Sua moglie Clara Wieck (1819 – 1896) non fu autorizzata a vederlo. L’unico che lo visitò spesso fu il suo amico Johannes Brahms (1833 – 1897) che si trasferì a Düsseldorf per aiutare la moglie di Schumann di cui era perdutamente innamorato. Si occupò delle rate del mutuo, le rette scolastiche, stipendi della servitù; accordò pure i pianoforti. Un vero uomo di casa, quasi un marito.
Robert Schumann morì il 29 luglio 1856, pochi giorni dopo aver rivisto la moglie, all’età di quarantasei anni.[...](p. 221)
Le ipotesi sulla pazzia del musicista da parte di medici e ricercatori, discusse per parecchi decenni, sono sostanzialmente tre:
1. sifilide (tracce di mercurio nei capelli). L’uso prolungato può causare demenza;
2. schizofrenia;
3. alcolismo (era obeso e probabilmente iperteso).
Poiché i documenti della degenza nella casa di cura furono fatti distruggere dai familiari dopo la sua morte, non ne sapremo mai con certezza le cause.(p.988)

N.d.A.: Johannes Brahms non sposerà mai Fraü Schumann.
Il Felix che suggerisce agli angeli la musica nella testa di Schumann era Mendelssohn.
Ultima modifica di roberto.masini il mercoledì 15 agosto 2018, 11:37, modificato 1 volta in totale.

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White Duke
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Re: Semifinale

Messaggio#3 » martedì 14 agosto 2018, 13:43

Everybody needs a Sam

Di Nicola Digirolamo

Freddo.
Aveva impostato l’acqua della vasca da bagno su una temperatura calda, come gli era sempre piaciuto, quasi insopportabile per molte persone. Eppure in quel momento sentiva freddo e la sua vista iniziava ad annebbiarsi.
“Sam, accenditi” disse mentalmente.
“Eccomi Tom” disse Sam nella sua testa “Oh mio Dio! Ma cosa hai fatto!?”

1 luglio 2019, 11.15, Shinkansen “Hikari” n. 514

Fuori dal finestrino del velocissimo treno il Monte Fuji troneggiava imponente.
Tom si guardò in giro e si rese conto che la maggior parte dei passeggeri fissava quel simbolo nazionale intensamente, e a buon diritto poiché con la sua simmetrica perfezione rappresentava uno dei panorami più mozzafiato di tutto il mondo.
La maggior parte delle persone a bordo era giapponese, e quindi dovevano aver visto sicuramente molte volte quello spettacolo, ma nonostante questo quasi tutti avevano gli occhi incollati sul loro monumento naturale.
Anche i pochi gaijin erano rapiti da quello spettacolo, ad eccezione della ragazza seduta di fianco a lui, che ascoltava musica e leggeva un libro. Forse non si era accorta dello spettacolo o semplicemente non le interessava. Era difficile rimanere insensibili di fronte a quella meraviglia, quindi forse semplicemente nel suo giro per il Giappone lo aveva già visto.
Era salita a Nagoya e fin da quando si era seduta Tom non aveva fatto altro che scrutarla discretamente. Aveva occhi azzurri e capelli biondi chiari. Il suo fisico era atletico e longilineo, a causa del caldo indossava degli shorts che lasciavano scoperte le gambe lunghe e sinuose, e un top che le evidenziava il seno generoso. L’idea che si era fatto era che fosse russa o tedesca, forse olandese. Il libro che stava leggendo era in inglese, quindi non si poteva neanche escludere che fosse californiana.
“Carina vero?” disse Sam.
“Beh, direi di si”
“Beh ma allora cosa aspetti? Attacca bottone. È sola, sicuramente le farà piacere fare due chiacchiere con qualcuno”.
“Forse vuole solo essere lasciata in pace”
“Sei un rammollito” aggiunse Sam “Forza fatti avanti”. Un piccolo sorriso apparve sul volto di Tom mentre Sam lo spronava. Tom si girò verso la ragazza per farsi venire qualche idea per iniziare una conversazione.
- C’è qualche problema? - chiese lei in inglese
- Come? - rispose lui.
- Ho notato che prima mi stava guardando. Ho qualcosa che non va?
Tom non sapeva cosa rispondere, sentì il cervello riempirsi di sciocchezze poco plausibili, ma nessuna gli parve accettabile.
“Falle un complimento, dille che la guardavi perché è bellissima”
“Piantala idiota! È colpa sua se mi trovo in questa situazione”
Tanto vale vuotare il sacco, si disse.
- Beh ecco…in verità il mio iBF mi stava dicendo che secondo lui sei proprio carina.
- iBF?
- Si iBF, non sai che cos’è?
- No.
- Sta per iBestFriend. È un chip che viene inserito nel cervello e ti parla. Ti dà consigli e ti sostiene quando hai bisogno di aiuto o di un parere. Una specie di Life Coach.
- Ah si ne ho sentito parlare, ma da noi in Germania non è ancora in commercio. Anche se conosco qualcuno che lo vorrebbe acquistare. Tu ti trovi bene? Non ti fa sentire strano avere una voce nel cervello?
- Assolutamente no, io mi trovo molto bene. È davvero di compagnia, è un po’ come avere un amico sempre con te. Il mio me lo sono fatto personalizzare, ho fatto alzare la capacità sulle interazioni sociali e sulla determinazione. Mi ha dato diversi consigli utili, specie nei colloqui di lavoro.
- Ma è connesso alla rete?
- No, è proibito. Non si possono connettere alla rete mondiale. La versione ufficiale è che dicono che costituirebbe un illecito vantaggio scolastico e lavorativo verso chi non lo ha. Ma sono in molti a ritenere che il fabbricante abbia paura che possa, come dire, evolversi. Infatti anche la loro potenza di calcolo è stata volutamente limitata, in modo che funzionino principalmente come compagnia e aiuti psicologici.
- In effetti è una scelta sensata. Oltre ai colloqui di lavoro vedo che è utile su come abbordare le ragazze - rispose lei con un sorriso malizioso.
- Sarei un bugiardo a negarlo – disse ridendo.
- Beh, visto che ci siamo, secondo te ha ragione?
- Su cosa?
- Sul fatto che sono carina.
- Beh – disse imbarazzato – direi proprio di si – Lei rise sonoramente, attirando su di se gli sguardi dei viaggiatori giapponesi, discreti e silenziosi per indole naturale.
- Anche tu non sei male mio improvvisato amico cibernetico. Io mi chiamo Franziska, e sono di Dortmund.
“Bravo così Tom” disse Sam nel suo cervello.
Poco dopo il monte Fuji non era più in vista, ma i due ragazzi non se ne erano resi conto intenti come erano a parlarsi. Trovarono subito una buona complicità e continuarono a parlare senza sosta, raccontandosi reciproche esperienze di vita. Venne fuori che entrambi si trovavano in Giappone per svago, ma mentre per Tom si trattava di un viaggio di due settimane per staccare dal lavoro, Franziska si era presa un anno sabbatico dalla facoltà di giurisprudenza dell’università. Quando arrivarono a Tokyo si scambiarono i numeri di cellulare e si diressero verso i rispettivi alberghi, con l’impegno di sentirsi per quella sera.
Dopo essersi fatto una doccia e aver controllato la posta elettronica di lavoro, Tom si sdraiò sul letto a leggere il suo libro, tuttavia non riusciva a concentrarsi, continuando a pensare a Franziska.
“Cosa aspetti, scrivile” gli disse Sam.
“No, aspetto che lo faccia lei. Non voglio sembrarle un disperato o uno stalker”
“Sei un dilettante! Lei non ti scriverà mai. Per quanto detestino ammetterlo la maggior parte di loro vuole ancora che sia l’uomo a fare il primo passo”
“Guarda che non è così. Ormai sono in molte a prendere l’iniziativa”
“Bah. Dai retta a me. Scrivile!”
“Ok, ma prima faccio passare un altro po’ di tempo”
“Così nel frattempo lei trova un altro con meno problemi mentali che la invita fuori stasera”
“Mmmhhh…hai vinto. Cosa le scrivo?”
Tom prese il telefono e dopo aver discusso con Sam per una buona mezz’ora sul testo da scrivere, alla fine chiuse gli occhi e premette il tasto di invio.

“Cosa hai fatto?” ripeté Sam.
Tom iniziava a sentirsi male, la sua mente non era più molto lucida e sentiva le forze che iniziavano a mancargli.
“In uno scatto d’ira ho usato quella” disse Tom, indicando una bottiglia di vodka rotta sul pavimento, fuori dalla vasca da bagno. I bordi di vetro affilati e taglienti erano ancora sporchi di sangue.
“Ma cosa ti è saltato in mente? Perché vuoi farla finita?”
“È un po’ complicato parlarne ora. Ho avuto dei problemi. Però se ti può consolare su una cosa hai ragione: ho fatto una cazzata, e mi serve una mano a venirne fuori”
“Per Franziska?” chiese Sam, ma Tom non rispose, la sua mente stava andando altrove.

Puerto Iguazu, 8 febbraio 2022

Tom e Franziska scesero dal trenino e si incamminarono a passo svelto sulle strette passerelle metalliche. Il caldo aveva reso il metallo dei corrimano molto caldo e per questo non potevano appoggiarsi da nessuna parte, il peso dei turisti poi faceva scricchiolare quelle precarie strutture sospese sull’acqua.
Finalmente arrivarono sulla terrazza panoramica. Franzi arrivò per prima, seguita pochi istanti dopo da Tom. Sotto di loro si stagliava la gigantesca Garganta del Diablo, con i suoi milioni di metri cubi d’acqua che da millenni precipitavano verso il basso, attratti dall’invincibile forza di gravità, principale autrice di uno spettacolo tra i più sbalorditivi del mondo.
I due arrivarono al parapetto e si sporsero verso l’esterno, ricevendo una miriade di spruzzi d’acqua.
- Ti toglie il fiato – disse lui tentando di asciugarsi il volto con la propria maglietta.
Fu costretto a ripetere la frase due volte perché il rimbombo dell’acqua che precipitava era tale da coprire perfino il rumore delle parole, costringendo tutti i turisti a urlare tra loro per poter comunicare.
- È bellissimo – fu la risposta di lei – uno spettacolo unico – aggiunse poi.
Tom si guardava intorno, la passerella era colma di turisti che andavano e venivano, c’era pochissimo spazio.
“Devi aspettare un momento in cui c’è meno gente, per poter avere più spazio” gli disse Sam “Devi fare una cosa fatta bene, come abbiamo pianificato”.
Tre giorni prima erano a Buenos Aires, quella mattina Tom si era svegliato presto nonostante la serata di divertimento che avevano passato nel quartiere alla moda di Puerto Madero. Franzi aveva preferito rimanere a letto a causa della grande stanchezza accumulata.
Faceva tutto parte di un piano predefinito, Tom si era diretto verso i grandi viali del quartiere Palermo, dove aveva trovato il negozio che cercava. La scritta in lettere d’oro “Tiffany” troneggiava sopra la grande porta a vetri dell’ingresso.
“È davvero la cosa giusta da fare?” aveva chiesto a Sam prima di varcare quella soglia.
“Abbiamo discusso a lungo sulla natura dei tuoi sentimenti Tom, e tu stesso hai deciso di fare questo grande passo. È stata una tua idea, io ti ho solo appoggiato. Devi essere sicuro di quello che fai. Sei sicuro?”
Tom ci pensò un attimo “Si, sono sicuro”.
Trattenendo il fiato Tom aveva varcato l’ingresso e si era diretto verso la prima commessa libera.
- Vorrei un anello di fidanzamento – aveva detto. Subito dopo la commessa lo aveva invitato a seguirlo e gli aveva mostrato un gran numero di modelli.
Ora era lì, pronto a mettere in atto il suo piano, cominciava a sentire il battito cardiaco che accelerava ma si ordinò di rimanere calmo.
Parlavano del più e del meno quando arrivò il momento buono. Una comitiva di un viaggio organizzato lasciò il punto di osservazione, causando un momento in cui la grande pedana era meno piena del solito.
Immediatamente Tom mise la mano in tasca e ne estrasse il pacchetto che teneva pronto.
- Franziska – disse mentre si metteva in ginocchio di fronte a lei, come da consolidata tradizione.
Lei intuì quello che stava per accadere e i suoi occhi divennero lucidi e umidi per le lacrime.
- Vuoi sposarmi? – disse aprendo la scatoletta e porgendole l’anello con diamante che aveva scelto per lei.
Gran parte dei presenti si girò verso di loro per guardarli e si levarono diversi mormorii.
Lei gli prese le mani e lo invitò ad alzarsi.
- Si – rispose – Assolutamente si! – e si baciarono. Tutti i presenti applaudirono e una signora anziana addirittura pianse per la commozione.
“Ben fatto” disse Sam nella testa di Tom.
Proprio in quell’istante un particolare momento di piena della Garganta del Diablo causò una nube di schizzi d’acqua che li investì in pieno.

“Lo vedo che hai fatto una enorme cazzata”
“Risparmiami le polemiche per dopo. Ora dobbiamo cercare di risolverla. Inizio a sentirmi debole ma riesco ancora a pensare per ora, sopra la tavoletta del water c’è il cellulare, devo riuscire a prenderlo per chiamare i soccorsi. Il problema è che non so come fare. Mi sento troppo debole”
“Innanzitutto stai calmo. Dobbiamo rallentare la perdita di sangue. Da quello che vedo non sei qui da molto, giusto?”
“Pochi minuti”
“Il sangue ha ottime proprietà coagulanti, in questo momento ti stai dissanguando perché i tuoi polsi sono immersi in acqua, se riesci a riportarli all’asciutto l’emorragia dovrebbe rallentare. Riesci a controllare le braccia?”
“Ovviamente no”
“Le gambe?”
“Si, quelle credo di si”
“Ottimo, allora segui attentamente le mie istruzioni”
Tom piegò le ginocchia, facendo scorrere le gambe sul fondo della vasca, in modo da portarle al di sotto delle braccia, poi piegandole riuscì a sollevare gli avambracci portandoli sopra il livello dell’acqua. Col primo braccio dovette ripetere l’operazione due volte, ma col secondo fortunatamente ci riuscì al primo tentativo.
La sua mente vagava in modo disordinato

Dortmund, 15 settembre 2022

Franziska, bellissima nel suo abito da sposa avanzava lungo la navata della chiesa. Aveva mantenuto la parola ed era arrivata puntualmente per la cerimonia. Il giorno prima lo aveva minacciato scherzosamente di arrivare in ritardo di ore, come tante altre spose – È un assaggio di quello che ti aspetta quando saremo sposati – aveva commentato. Tom si era preparato a una lunga attesa, fortunatamente aveva solo scherzato.
L’abito bianco con il velo le stava benissimo, sembrava una principessa proprio come aveva sempre detto di desiderare. Lui invece indossava uno smoking ricco di decorazioni sui baveri, non gli piaceva particolarmente ma era stata Franzi a sceglierlo. Tutto il matrimonio lo aveva organizzato lei e lui era stato solo una pedina impotente. Ma non gli importava, aveva sempre dato poco peso ai dettagli, a lui importava solo sposare la sua amata. Era il giorno più bello della sua vita e voleva che lo fosse anche per lei.

“Ora dobbiamo arrivare a chiamare aiuto” disse Sam, ma Tom non rispose. L’iBF sentiva che il suo amico era ancora vivo ma stava perdendo conoscenza.
Sam si trovò a dover riflettere da solo. Il suo calendario interno segnava il 18 agosto 2029, tuttavia il suo ultimo ricordo era datato sei mesi prima.
Purtroppo Sam lo ricordava bene.

Dortmund, 11 febbraio 2029

Il freddo penetrava nelle ossa e la neve, che cadeva obliqua, si accumulava sulle banchine della stazione ferroviaria.
L’ICE entrò in stazione, lo scricchiolio dei freni ghiacciati coprì tutti gli altri rumori dei viaggiatori al binario.
- Quindi hai deciso? - chiese lui sconsolato.
- Si - rispose lei prendendo la valigia e avviandosi verso l’ingresso della carrozza. - È finita Tom. Sono stati dieci anni molto belli, e saranno parte di me per sempre. Ma ora c’è un altro uomo nella mia vita. Non rendere le cose ancor più difficili.
- Io…
- Non dire nulla. Non è colpa tua Tom, è la vita che va così. Prima lo accetterai, prima riuscirai a ripartire da capo.
- Non firmerò mai i documenti per il divorzio!
- Dai retta a me, firma e spedisci tutto senza fare storie, altrimenti agirò per vie legali. Lo sai come andrà a finire, vincerò io e otterrò lo stesso quello che voglio, solo che ti verrà a costare un sacco di soldi. E già che ci sono te ne porterò via ancora di più per il divorzio. Se invece fai il bravo non mi dovrai dare nulla.
“Tom sai che ha ragione. Questa è una partita persa” disse Sam nella sua mente, ma Tom non voleva ascoltarlo.
- Come se lui non ne avesse già abbastanza!
- Questo non c'entra nulla. Io lo amo.
- Ami lui o il suo Yacht a Dubai?
- Vaffanculo Tom!
Il capotreno fischiò e gli ultimi viaggiatori ritardatari si affrettarono a salire e a salutare le persone rimaste a terra, attraverso il vetro della porta che si chiudeva Tom vide Franziska. Era bella come il giorno in cui l’aveva conosciuta. Pensò che la cosa era quasi ironica: si erano conosciuti su un treno e ora si lasciavano su un treno.
Quando il treno partì Tom realizzò che era davvero tutto finito, e si diresse sconsolato alla macchina nel parcheggio della stazione.
Sulla via di casa Tom guidava nervosamente.
“La strada è ghiacciata, e la tua passione per le auto a trazione posteriore non ci aiuta. Vai piano!” lo rimproverò Sam
“STAI ZITTO!” urlò mentalmente Tom “È anche colpa tua se ha deciso di andarsene!”
“Non è vero, idiota! Potevo gestire meglio la situazione, sei tu che mi hai consigliato male!”
“Sei arrabbiato e non sai quello che dici, ne parliamo a casa con calma, ora vai piano o
“Era inevitabile, fin da quando avete conosciuto quel tizio era chiaro che lei aveva un debole per lui, e poi quando…”
“SAM SPEGNITI!”

Si concentrò sul presente, doveva fare qualcosa per salvare l’amico dal suo gesto snaturato e incosciente.
“Ho un’idea” disse, ma Tom non lo ascoltava più, aveva perso definitivamente conoscenza.
Una notte di qualche anno prima, mentre Tom dormiva tranquillamente, Sam stava svolgendo delle operazioni mentali notturne. Lui era stato ottimizzato per il lato sociale e non era un granché come matematico, inoltre tutti gli iBF avevano potenza di calcolo limitata. Tuttavia Tom era rimasto indietro con il lavoro e Sam si era ritrovato, per permettere all’amico di riposare, a dover svolgere parte del suo lavoro per dettarglielo la mattina seguente. Non era difficile, si trattava di calcoli abbastanza semplici, tuttavia ad un certo punto si era imbattuto in un’operazione particolarmente complessa. Mentre si sforzava di risolverla aveva sentito un momento di caos nei propri microchip, dovuto probabilmente ad un corto circuito causato dal troppo lavoro, se fosse stato un essere umano probabilmente avrebbe definito quella sensazione come “dolore atroce”. Di quella notte ricordava bene che Tom, che fino a un attimo prima dormiva profondamente, si era svegliato urlando. Evidentemente anche lui aveva avvertito un dolore tale da destarlo dal sonno.
“Un vero Sam deve fare di tutto per il suo migliore amico”
Gli venne subito in mente questa frase che risaliva ad uno dei primi ricordi della sua esistenza cosciente. Poco dopo essere stato installato nel cervello di Tom i due stavano navigando su Facebook e si erano imbattuti in una di quelle immagini divertenti che girano sul social network. La foto era divisa in due metà, nella parte superiore si vedevano Frodo e Sam del signore degli anelli, e nella seconda parte Jon Snow e Samwell Tarly dalla serie televisiva tratta dalle cronache del ghiaccio e del fuoco. Il commento in basso recitava “Everybody needs a Sam”, e Tom aveva scherzato che lui poteva essere il suo “Sam”, in quella occasione lo aveva battezzato proprio con quel nome.
Sam cominciò a concentrarsi su tutte le operazioni più complesse che gli venivano in mente, alla fine ottenne il risultato sperato, percependo un dolore atroce. Tom si riprese urlando e dopo i primi istanti ubbidì agli ordini di Sam, avvicinando il braccio al telefonino. Come previsto la scarica di adrenalina era stata talmente forte da permettergli di muovere le braccia. Poi perse nuovamente i sensi.
Derivata dell’equazione di Klein Gordon.
Corto circuito e conseguente immenso dolore.
Tom si riprese di nuovo per un attimo e afferrò il telefonino.
Sam come Samwell Tarly.
Ultimo teorema di Fermat.
Corto circuito.
Tom compose lentamente il 9-1-1.
Sam come Samvise Gamgee.
Relatività ristretta.
Tom fece partite la chiamata.
“Non posso portare l’anello per voi, ma posso portare voi!” pensò Sam.

Tom riprese conoscenza e vide che era sdraiato nel letto di un ospedale, i suoi polsi erano stati avvolti in ingombranti bende ripiegate in più strati. Si sentiva debole ma nel complesso non stava male.
Quando realizzò che cosa aveva fatto sentì un senso di vergogna per il suo momento di debolezza, ma anche di gioia per riuscire ad esserne venuto fuori. Grazie a Sam ovviamente, il merito era stato quasi esclusivamente suo.
“Mio dio che cazzata che stavo per fare. Sam, ce l’abbiamo fatta, ed è tutto merito tuo” disse sorridendo, ma Sam non rispose. Forse la perdita definitiva di conoscenza dopo la chiamata al 911 lo aveva disalimentato.
“Sam, accenditi”
Silenzio.
“SAM ACCENDITI MALEDIZIONE”
Silenzio.
Portate dei fiori sulla tomba di Algernon

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Eugene Fitzherbert
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Re: Semifinale

Messaggio#4 » mercoledì 15 agosto 2018, 12:44

I migliori Persuasori al Mondo
di Eugene Fitzherbert


«C’è qualcosa che non mi torna.» Affermò Sissi, passandosi le dita sulla fronte per ripulirsi dal fango e dal sangue.
«Oh, ma davvero?» l’apostrofò Léon, anche lui un po’ strapazzato. «Quando hai avuto questa illuminazione? Quando abbiamo incontrato la Limousine blindata che ci ha sparato addosso? Oppure quando le orchidee ornamentali hanno mostrato il loro animo carnivoro?»
Sissi gli lanciò uno sguardo in tralice. Era stanca come lui, e sapeva che il loro mestiere li metteva di fronte a situazioni assurde, ma continuava ad avere la sensazione che questo lavoro era diverso. «Ascoltami, Léon, alla fine è solo una sessione di Gioco di Neuruolo, come ne abbiamo fatte a decine. Ma queste assurdità non corrispondono al soggetto.» sbuffò frustrata.
Léon strinse i denti. «Capisco quello che vuoi dire. Ci ho pensato anche io: sembra tutto sbagliato. Dobbiamo solo cercare di convincere questo Oreste a sposare Wanda, ma quello che ci sta tirando addosso è indescrivibile. Non sembra li pensiero di…»
Si interruppe lasciando la frase a metà: nel bel mezzo della sua testa una voce stridula e cantilenante si intromise: “Oreste, amore mio, avevamo parlato della casa dei miei genitori addobbata a festa con i festoni sulla porta e le bomboniere di benvenuto… Quelle che mi piacevano tanto, a forma chiocciolina, come quella delle email.
«Quanto odio questa voce!» sospirò Léon.
«Non possiamo farci niente. Alla fine, è lei che ci paga, no? Cerchiamo solo di farla finita.» Non sembrava esserci niente di pericoloso per strada. Di fronte a loro, a poche decine di metri, si stagliava la casa descritta da Wanda, sulla porta di ingresso, uno striscione dal significato incontrovertibile: Oreste e Wanda Sposi!, lacerato, mezzo strappato e sporco.

Tiepolo88 – Grandissimo servizio di Marriage Persuader, Inc. In un batter d’occhio hanno reso possibile il sogno della mia vita: sposare il mio più grande amore! *****


Due ore prima, presso l’abitazione di Wanda e Oreste
Wanda sedeva accanto a Oreste addormentato, il respiro profondo e ritmico.
«Gli ha dato le gocce di Bromezina?» Le chiese Sissi, con dolcezza.
«Sì, il mio Tesoruccio ha preso le sue goccine. Però non gli ho detto che per dormire.» Si fermò un momento. «Oh, poverino! Mi sento così in colpa!»
«Non deve, Wanda. Ha fatto la scelta giusta: tutto questo serve a rendervi felici e a risolvere la reticenza di Oreste a sposarsi. Presto potrà indossare l’abito bianco.»
Léon preparava la connessione al soggetto quanto più velocemente possibile. Stavano infrangendo qualche decina di leggi: essere celeri ed efficaci era prioritario. Collegò gli Halo-rig per loro due e lanciò il programma del Gioco di Neuruolo. Fece un cenno a Sissi e lei annuì.
«Wanda, tra un po’ iniziamo. Come sai, modificheremo l’immagine che Oreste ha del matrimonio, le sue aspettative e lo indurremo a non desiderare altro se non sposarsi con te.»
Wanda annuì con lo sguardo preoccupato. «Il mio tesoruccio-piripì.»
Léon strinse gli occhi. Quando era una donna a contattarli su UnderWeb, lasciava che fosse Sissi a condurre le trattazioni e a curare i contatti in loco. Con una tipa come Wanda, lui non ce l’avrebbe mai fatta.
«Mentre Oreste dorme, ci serve il tuo aiuto per focalizzare la sua attenzione.» Sissi porse alla loro cliente un microfono. «Devi parlare qui e descrivere il matrimonio così come lo avete immaginato. Mettici i dettagli che vi piacciono, le cose che avete programmato insieme: più particolari aggiungi, migliore sarà il condizionamento e il risultato. Sarai la voce nella sua testa che gli dice cosa sognare e siccome noi saremo laggiù con lui, sarai anche la voce nella nostra testa. Hai capito?»
«Sì, credo di sì. Devo parlare nel microfono del nostro matrimonio. Sarà bellissimo. Il mio Topino sarà felicissimo di sentire la mia vocetta anche nel sonno. Sì sì!» e batté le mani tutta eccitata. Poi parve spegnersi. «Non farete male al mio Grufolino, no? Sarà sempre l’adorato Puttipignolino di sempre?»
«Sissi, dobbiamo iniziare, il tempo passa e non possiamo rischiare che finisca l’effetto della Bromezina…» Léon era al limite.
«Mi raccomando, Wanda, continua a parlare con Oreste per tutto il tempo, non ti interrompere mai. Dettagli, colori, suoni, tutto quello che ti viene in mente riguardo al tuo matrimonio.» Ripeté Sissi mentre si fissava l’Halo-rig sulla fronte.
Accanto a lei, Léon, già riggato, stava digitando alcuni comandi sulla tastiera. Sullo schermo apparve la scritta:

Collegamento con il Neuro-Master avvenuto con successo.
In attesa dei Giocatori.
Sissi: Paladino di Livello 35 – Equipaggiamento: Spada Ignea – Premi invio quando pronto.
Léon: Assaltatore Mutato Livello 41 – Equipaggiamento: Boomerang + Incantesimo protettivo – Premi invio quando pronto.


Invio.
E furono dentro Oreste, il Master della sessione di gioco di Neuruolo.

Semenzella: Non do cinque stelle solo perché tutta la procedura si deve fare di notte e mi hanno costretto a parlare per due ore. Stancante, ma i risultati sono stati eccezionali! I migliori persuasori sulla piazza! ****


Nel Neuruolo – Adesso
Léon era teso. «Ogni volta che Wanda ha aggiunto un particolare del loro matrimonio, Oreste ha reagito in maniera avversa, ostile. È forse la sessione di Gioco di Neuruolo più difficile da quando abbiamo iniziato a usare questa tecnica.»
Sissi si limitò ad annuire, mentre scrutava la casa di fronte a loro. Era un edificio a due piani con tetto a spiovente, un mix tra una casa americana in stile vittoriano e una baita di montagna. Sembrava venuta fuori dalle fantasie di una bambina che aveva abbandonato l’idea di essere una principessa nel castello, ma non del tutto. Wanda stava facendo un‘opera di suggestione tremenda.
Lèon aveva ragione: ogni particolare evocato da Wanda aveva attivato una trappola nel mondo generato dalla mente di Oreste. C’erano una decina di metri tra loro e il cancello di ingresso, poi un vialetto pavimentato e la porta principale con lo striscione stracciato.
«Non mi sembra esserci nessuno che voglia farci la pelle.» disse Léon.
“Orestuccio mio, quelle chioccioline saranno bellissime: le spargeremo in giro per il prato e tutti gli invitati che verranno a farci visita ne prenderanno una. Sarà di buon auspicio. Che ne dici, tesorodoro?”
Léon fece una smorfia di disgusto al suono della voce di Wanda. «Andiamo, corriamo fino al cancello e vediamo che succede.»
Sissi annuì e con un movimento coreografico rodato da ore e ore di sessioni nel gioco di Neuruolo, i due si lanciarono a testa bassa verso il cancello d’ingresso, pronti a gettarsi a terra al minimo segno di pericolo.
Con lo sferragliare delle loro armi a far da contrappunto ai loro respiri ansanti, riuscirono ad arrivare a destinazione. Tutto sembrava in ordine e non si vedevano pericoli imminenti. Léon provò ad aprire il cancello di metallo e questo non oppose resistenza. Varcarono la soglia e si resero conto che il vialetto e il prato erano pieni di piccoli oggetti a forma di @, luccicanti alla luce del sole di metà pomeriggio. Sembravano inerti, come dei piccoli frutti cromati.
Sissi ne prese uno e tutta la gambetta della chiocciola si illuminò di rosso. «Oh cazzo!» Urlò Sissi, mentre lanciava la chiocciolina lontano da sé. «Non toccare le bomboniere. Sono esplosive!»
Purtroppo, Léon ne aveva già raccolta una e la gambetta si era appena accesa. Non perse tempo e la lanciò lontano. I due presero a correre a perdifiato verso la porta d’ingresso, macinando i metri del vialetto senza guardarsi indietro.
In quel momento le due bomboniere esplosero con un fragore da lacerare i timpani. L’onda d’urto li fece barcollare prima a destra e poi a sinistra. Léon perse l’equilibrio e cadde sulle ginocchia, gemendo. Sissi si voltò per aiutarlo, e si rese conto che tutte le chioccioline sparse sul vialetto e sul prato si stavano attivando.
Léon era ancora a terra e le fece cenno di avvicinarsi, mentre disegnava dei geroglifici nell’aria. Sissi si lanciò vicino a lui e si accoccolò al suolo. Lui aveva finito la sua evocazione, quando le chioccioline iniziarono a esplodere intorno a loro.
Con un rumore sibilante, Léon sollevò il braccio al cielo e il suo pugno si illuminò di blu. Dalle dita emerse una cortina azzurra che creò un semicerchio intorno ai due, fungendo da scudo.
«Spero solo che regga a tutti questi danni. Posso usare la Bolla Protettiva una sola volta.»
Lèon Vide lo shrapnel e il terriccio abbattersi sulla superficie eterea della bolla, aspettando il momento in cui sarebbe crollata e loro sarebbero stati fatti a pezzi. Sissi tenne gli occhi chiusi. Léon avvertiva l’intensità dell’incantesimo diminuire, mentre il suo braccio diventava sempre più grigiastro. Strinse i denti, poi le esplosioni scemarono del tutto.
Abbassò di scatto il braccio e se lo portò al petto. Se lo sentiva ghiacciato, insensibile. «Ora capisco perché si può usare solo una volta. Il mio braccio è praticamente inutile.»
«Provo a guarirti.» Sissi iniziò le segnature per curare il suo compagno, ma lui la fermò.
«Non serve. Questo incantesimo è potentissimo, ma ha un caro prezzo. Almeno posso sempre usare il boomerang con l’altro braccio.»
Lei annuì. «Questa storia è davvero assurda. Il livello di ostilità enorme. Secondo me non si tratta solo di essere refrattari al matrimonio.»
“Pagnottina mia, non trovi che regalare le chioccioline a tutti sarà qualcosa di meraviglioso? Io dico che sarà una BOMBA!”
E in quella videro cadere dal cielo, attaccati a piccoli paracadute, altre Bomb-o-niere.
Senza dire neanche una parola, si misero in piedi e si lanciarono verso la porta d’ingresso.

FreyaXC – Che esperienza magnifica! All'inizio avevo un po' paura a contattarli, ma ora mio marito non ha più dubbi sul matrimonio. Grazie, Sissi e Léon, per avermi regalato la felicità che cercavo! *****


I due Persuasori piombarono nel soggiorno della casa. Sembrava di essere entrati in una dimora abbandonata, polvere ovunque, in un tripudio di calcinacci e muri scrostati. Le porte che davano sulla cucina in fondo e sul bagno a sinistra erano divelte e mostravano lo stesso abbandono. Una rampa di scale mezza diroccata saliva al piano di sopra.
«Accogliente…» commentò Sissi. Si mosse verso il muro per osservare la carta da parati: era piena di muffa e sbiadita, ma ancora si indovinava il motivo floreale. «Non capisco. Davvero c’è qualcosa che mi solletica il cervello ma che non riesco a focalizzare.»
Léon era intento a orientarsi. «Ne riparleremo nel debriefing in ufficio. Ora dobbiamo trovare Oreste e vedere di terminare questa storia quanto prima.»
Come se fosse stata evocata, Wanda ripartì nelle loro teste: “Pulcino mio, il giorno del nostro matrimonio sarò bellissima solo per te. Mi chiuderò nella mia stanza e mi farò acconciare i capelli dal più bravo parrucchiere della città…”
«Dove potrebbe essere Oreste?» chiese Léon.
«Non ho idea. Come va il braccio?»
«Sarà una punizione per la mia adolescenza onanista…»
«Idiota!»
In quel momento sentirono dei rumori provenire dal piano di sopra. Si mossero adagio con circospezione verso la rampa di scale.
«Stammi dietro, e non fare cazzate.» disse la ragazza e sguainò la Spada Ignea.
Lui la seguì, portando la mano al manico del Boomerang che portava sulla schiena.
Erano a pochi passi dal primo gradino quando dalla cima delle scale arrivò un urlò belluino, in parte femminile in parte mostruoso, accompagnato dal suono di un… asciugacapelli.
Sissi strinse più forte il manico della Spada e si mise in posizione di attacco aspettando il nemico.
«Ma che caz…» furono le sole parole di Léon, prima che una gragnuola di schegge roventi si scagliasse contro di loro, lasciando delle macchie rosse e fumanti sul muro alle loro spalle.
Subito dopo, a passo svelto arrivò un essere umanoide, dalla pelle carbonizzata, gli occhi bianchi e ciechi che annusava l’aria alla ricerca del nemico. In ciascuna mano stringeva un fohn gigante, con una ventola incandescente che girava sputando aria calda e scintille. Dai manici partivano due cavi bianchi che arrivavano nel collo del mostro.
La cosa lanciò un altro urlo gracchiante, poi con una tirata di naso repentina si voltò verso di loro. Puntò gli asciugacapelli e premette i ‘grilletti’. Sentirono i motorini andare su di giri e i tubi cominciarono a colorarsi di rosso dal collo verso le armi. Quando il rosso raggiunse i manici, le bocche incandescenti dei fohn sputarono schegge incandescenti.
«Cristo, ci spara sangue!» urlò Léon, tirando Sissi a terra.
I colpi si infransero contro il muro, mancandoli per un soffio.
«Ma che cazzo ha questo nella testa?»
Sissi stava studiando la situazione. Il mostro sparò ancora, i colpi sempre più vicini.
«Ascoltami, dobbiamo cercare di togliergli le munizioni.»
«E come? Lo mandiamo da quelli della raccolta sangue?»
«No, cretino. Li vedi i tubi? Riesci a colpirli con il tuo boomerang? Io provo ad attirare il fuoco su di me, mentre tu prendi la mira.»
Léon fissò il nemico, fece due calcoli, considerò la sua esperienza con l’arma e poi annuì. «Ok. Stai attenta, piccola.»
«Ma vaffanculo! Sei tu quello con il braccio moscio!» E si lanciò urlando verso la cima delle scale.
Il mostro non ci mise un attimo ad avvertire il suo movimento e iniziò a sparare all’impazzata.
Sissi si difese roteando La Spada Ignea: le schegge di sangue rovente rimbalzavano sull’acciaio della sua lama, ma alcune le sfiorarono la faccia.
Léon attese che il mostro fosse in una posizione favorevole e poi con un movimento secco e deciso scagliò il boomerang.
In una frazione di secondo il primo asciugacapelli cessò di sputare sangue, il tubicino di alimentazione che pendeva dal collo sanguinando copiosamente. Il Parrucchiere di Sangue si bloccò interdetto e si mosse di quel poco che serviva per schivare il boomerang di ritorno.
«No!» esclamò Léon.
Sissi capì che era il suo momento. Il mostro era distratto, quindi si lanciò veloce su per gli ultimi gradini e con un balzo menò un fendente. Il secondo tubicino saltò, e con lui anche la testa del Parrucchiere di Sangue.
Sissi rimase ansimante a fissare il cadavere, mentre Léon la raggiungeva.
Davanti a loro, in fondo al corridoio, c’era una porta.
E anche Oreste.

GranGuygnol – I migliori soldi spesi in vita mia! Usano questo software per i giochi di ruolo neurali e sembra che si divertano da morire! Siete fortissimi ragazzi! *****


“Chiamerò una make-up artist tutta per me! Il mio contorno occhi è difficile da valorizzare. Ti ho spiegato cosa sono i punti di luce, come si stende l’ombretto. Poi c’è il rossetto. Io preferisco quello glossy liquido che mi fa sembrare puccettosa e pronta per l’amore!”
«Make-up artist! Ma perché non le chiamano truccatrici!» esclamò Léon.
«Maschi!» gli fece eco Sissi. «Però sul rossetto ha ragione!»
Si mossero verso la porta in fondo al corridoio. Ormai quella sessione di Persuasione aveva assunto i caratteri di un incubo.
Appesa alla porta, con un delle clip metalliche grosse come le mani di un neonato che tendevano la pelle lacerata dietro le orecchie, c’era la metà anteriore della testa di Oreste. Era un po’ penzoloni e delle rigature di sangue secco davano l’impressione che la faccia fosse fusa con la porta stessa. Gli occhi di Oreste erano vigili, e sul volto c’era un’espressione agitata, spaventata.
«Oreste, perché sei attaccato a questa porta?» chiese Léon, fuori luogo.
«Voi chi siete, cosa volete da me?»
«Siamo qui per il tuo matrimonio.»
«Oddio, no. C’entra Wanda, per caso?»
«Beh, è lei che devi sposare.»
«Sì, no, beh, insomma. Devo pensarci…»
«Ecco vedi, noi siamo qui per questo: vorremo fare quattro chiacchiere per persuaderti.»
Oreste strinse gli occhi e in quel momento un rumore ritmico e liquido arrivò da dietro la porta. «No, andate via. Non potete parlare con me. Non dovete parlare neanche con lei!»
«Con Wanda?»
E come se fosse stata chiamata in causa, nella testa di Léon esplose la voce stridula: “Il trucco è qualcosa di magico! Può rendere meraviglioso-sbaciucchioso anche il viso più freddo e pizzettoso.”
Oreste aprì gli occhi e puntò lo sguardo verso l’alto. Léon seguì la direzione e atterrì. Tra lui e Sissi, sul soffitto c’era un essere simile a una mantide religiosa con un volto umano. Al posto delle zampe anteriori aveva una serie di rossetti liquidi che sgocciolavano a terra, sollevando nuvolette di fumo grigiastro.
L’essere piombò tra i due.
Ormai il tempo a disposizione stava scadendo, quindi Léon fece la prima cosa che gli venne in mente: si lanciò sulla Mantide e l’abbracciò con l’unico arto sano, urlando a Sissi: «Sfonda quella dannata porta. La soluzione si trova in quella stanza. VAI!»
Sissi guardò il suo compagno d’armi avvinghiato al mostro, poi spostò la sua attenzione sulla porta e la testa attaccata a essa. Doveva passarci attraverso. Prese un bel respiro, strinse le labbra e si lanciò in avanti, la spalla protesa, in rigida attesa. La faccia di Oreste esplose come un melone maturo all’impatto, mentre dietro di lei, Léon lottava furiosamente con la Mantide.
La porta cedette, ruotando sui cardini, e Sissi si scaraventò nella stanza. Si voltò per chiudersi l’uscio alle spalle, e vide in quel momento la Mantide che infilava un rossetto in ciascun occhio del suo compagno. Il corpo esanime di Léon tremolò un po’ e poi fu sputato fuori dal Gioco di Neuruolo.
«Cristo!» Era sola.
Si voltò per affrontare il vero Oreste.

WND-76 – No no no! Non sono affatto contenta di questi due scellerati. Hanno rovinato per sempre il mio piccolo tortino puccioso. Mi hanno tolto il mio Tesoruccio Sbaciucchioso. Non chiamateli mai! Sono dei truffatori. Nessuna felicità per me! *


“Signor Léon, perché si è svegliato? Avete fatto? Il mio amoruccio sarà mio per sempre semprissimo? Perché ha quell’espressione così preoccupata? È successo qualcosa al mio tesoruccio?”
Sissi sentiva la voce della donna al di là del gioco che non l’aiutava affatto a catalogare quello che vedeva.
Si trovava in quella che sembrava una stanza di un adolescente, anche se non riusciva a capire se era quella di una ragazza o di un ragazzo. Sembrava invece un mix delle due cose, mischiate nel tentativo di far convivere due metà antitetiche.
C’era un letto sfatto, uno skate, un paio di scarpe con il tacco, vestiti in modelli del tutto casuali, dove si riconoscevano gonne, pantaloncini, jeans, maglie e cardigan. Seduta alla scrivania addossata alla parete, Sissi vide una ragazza, dalle sembianze non del tutto sconosciute, il volto nascosto dalle ciocche di capelli che le cadevano disordinati. Sul piano della scrivania, c’era una torta guarnita con panna e probabilmente marmellata di amarene. Al posto delle candeline, come dei luccicanti frammenti di morte, c’erano dei cocci di vetro colorato.
La ragazza sembrava in contemplazione, le mani appoggiate in grembo. Poi senza preavviso affondò la faccia in quella torta tagliente. Il suono fu quello liquido che Sissi aveva sentito prima. La ragazza continuò a infilzarsi, mentre sulla scrivania si spargevano resti di crema e sangue, pezzi di pan di spagna e brandelli di occhi e guance.
Sissi allungò una mano verso la ragazza, ma una voce dal fondo della stanza la bloccò. «Fermati.» disse perentoria. Vicino alla finestra, avvolta nell’ombra, c’era una figura intenta a osservare lo scenario apocalittico al di là del vetro. «Vi ho seguito da qui per tutto il tempo. So cosa volete, ora.» La sagoma si voltò e venne incontro a Sissi.
In quel momento, tutti i pezzi cominciarono a incastrarsi e Sissi iniziò a dare un significato alla sensazione di disagio che l’aveva perseguitata per tutta quella sessione. La comprensione la colpì diretta al petto, vedendo muoversi verso di lei Oreste, truccato, con i capelli acconciati e uno scintillante abito da sposa a coprirne il corpo spiccatamente femminile.
Ripensò alle bomboniere, alla truccatrice e alla parrucchiera, tutte trasformate in qualcosa di avverso e pericoloso, da combattere. All’inizio aveva pensato che fosse solo una reazione all’atteggiamento di Wanda, con la sua voce stridula.
Adesso invece capiva che era una prigione subconscia che stava attanagliando il povero Oreste da sempre, in una lotta perenne tra ciò che era e ciò che doveva essere. Quel ragazzo stava soffrendo, da dentro, quasi senza possibilità di redenzione. Ma lei, Sissi, avrebbe potuto fare qualcosa per lui.
«Oreste, ho capito tutto. E mi dispiace.» Si voltò verso la ragazza che si stava squassando il volto contro i cocci di vetro. Il viso insanguinato e lacero emerse dai capelli sporchi e Sissi riconobbe la faccia di Wanda.
«Davvero? Purtroppo, non c’è niente che tu possa fare.»
«Ti sbagli. Io sono qui, connessa a te. Posso aiutarti a uscire da questa prigione che ti sei costruito da solo. Tu lo vuoi?»
«Io lo voglio?» chiese di rimando Oreste vestito da sposa. «Voglio uscire di qui? Affrontare i miei mostri? Fare così tanto male alla povera Wanda che al confronto questo piccolo supplizio è poca cosa?» Sorrise amaramente. «Certo che lo voglio. Sì, lo voglio!»
Sissi ricambiò il sorriso.
E lo persuase a essere chi voleva davvero!

Oreste-Plus – Non so come ringraziare questi ragazzi! Mi hanno cambiato la vita, mi hanno fatto scoprire chi davvero fossi e mi hanno dato la forza di sopravvivere al cambiamento. Consigliatissimi, i migliori persuasori al mondo! E anche mio marito Carl li ringrazia! *****


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Re: Semifinale

Messaggio#5 » venerdì 31 agosto 2018, 23:25

Elia Banelli – motivazioni


I migliori Persuasori al Mondo

Il racconto si è rivelato originale, ironico e dissacrante al punto giusto, senza strafalcioni o stravaganze eccessive. Lo stile è abbastanza fluido, scorrevole, a parte qualche ridondanza nella rappresentazione del ruolo di Wanda, un po’ troppo caricaturale.
La storia nel complesso è la più completa ed equilibrata e per questo si aggiudica la finale.

Surfin ‘ Bird

Un racconto che parte molto bene: ritmo incalzante, stile paratattico, oculata scelta delle parole e sapiente utilizzo dei tempi verbali. Si perde un po’ nella seconda parte e nel finale, lasciando l’amaro in bocca per una storia che, in sostanza, non si chiude con le stesse ottime premesse dell’inizio.

Everybody needs a Sam

Come nel racconto “Surfin’Bird”, la storia parte molto bene: interessante le dinamiche dell’incontro tra i due protagonisti, abbastanza originale l’idea di sottofondo e del ruolo esistenziale di Sam. Delude nella seconda parte e nel finale, come se l’esigenza di racchiudere tutto in poche righe tronchi la storia, proiettando nel lettore un malinconico senso d’incompletezza.

Conclusioni finali

In sostanza, il racconto vincitore è stato l’unico in grado di “chiudere” davvero la storia nello spazio breve di un racconto.

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Re: Semifinale

Messaggio#6 » sabato 1 settembre 2018, 23:08

Abbiamo il secondo racconto finalista:

Racconto selezionato: La sporca puttana


Note sui racconti

Pseudomania musicale

Buone la consequenzialità narrativa e l’evoluzione della trama. L’utilizzo della punteggiatura, spesso non esatto, e la sovrabbondanza di “che”, in alcuni passaggi, appesantiscono la lettura, influenzando negativamente la possibilità del lettore di farsi sedurre dagli eventi e non trovano giustificazione in una ricerca di stile o ritmo.
Buona la costruzione dei dialoghi, soprattutto nella parte “le voci di dentro!”.
Nel complesso “Pseudomania musicale” mi è sembrato non sufficientemente rielaborato. Ho avuto l’impressione di essermi imbattuta in un racconto nato da un’idea molto originale ma scritto in fretta e non revisionato (p.es righe 38-39 di pagina 2: rompe il bicchiere contro il muro subito dopo che lei se n’è andata, credibile che non l’abbia sentito?)


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La sporca puttana

Avvincente, svolgimento narrativo ben costruito. Le imprecisioni di punteggiatura, presenti qua e là, passano quasi inosservate, dando spesso l’impressione di essere necessarie al ritmo della storia (sembrano scelte, non errori. Credo lo siano)
Il personaggio di Sergio è ben caratterizzato, quello della moglie lo è quanto basta. Peccato non sapere nulla delle figlie, che mi appaiono come personaggi con l’unica funzione di dirmi che Sergio è anche padre.
La sorpresa finale magnifica il resto della storia, valorizzando ulteriormente la costruzione narrativa.
(Riga 39-40: “Era quanto di più romantico” senza una specificazione successiva appare come eccessivamente quotidiano, all’interno di un racconto linguisticamente costruito secondo altri schemi.)


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High Hopes

Quasi l’intera narrazione è affidata al dialogo fra i due personaggi. Questa caratteristica lo fa somigliare più a un testo teatrale che a un racconto. Il fatto di essere ispirato a fatti realmente accaduti porta il lettore curioso a cercare informazioni sui personaggi e i fatti citati. Nel complesso ho una valutazione positiva di questo testo ma narrativamente non mi ha convinta. S’intuisce il tentativo di veicolare, attraverso il dialogo, i dati essenziali alla comprensione del racconto. Tuttavia, l’impressione che si ha è quella di qualcosa che avrebbe potuto essere ampliato, al fine di maggiormente comunicare al lettore fatti ed emotività dei due personaggi dialoganti.

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