Riflessioni sul baratro

Per partecipare alla Sfida basta aver voglia di mettersi in gioco.
Le fasi di gioco sono quattro:
1) Il sette gennaio sveleremo il tema deciso da Francesco Nucera. I partecipanti dovranno scrivere un racconto e postarlo sul forum.
2) Gli autori si leggeranno e classificheranno i racconti che gli saranno assegnati.
3) Gli SPONSOR leggeranno e commenteranno i racconti semifinalisti (i migliori X di ogni girone) e sceglieranno i finalisti.
4) Francesco Nucera assegnerà la vittoria.
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Pretorian
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Riflessioni sul baratro

Messaggio#1 » mercoledì 23 gennaio 2019, 22:11

Riflessioni sul baratro

- Bella serata, eh?
- Si. Direi proprio di sì.
- Sono stati gentili ad invitarci. Non capita spesso di poter partecipare a un evento come questo.
- Se la stanza fosse stata un filo più grande sarebbe stato perfetto – faccio io, raccogliendo un sasso dal brecciolino. – Ma meglio una serata di poesia, che il solito film su Netflix.
Mi rigiro il sasso tra le dita, poi lo lascio cadere giù. Oltre il muretto su cui sono seduto, c’è un salto che non dev’essere più profondo di due o tre metri, ma il buio mi aiuta ad immaginare che sia un baratro senza fondo, un unico abisso dalle falde dei monti fino alle luci lontane della città sulla costa.
Sharran butta giù un sorso di birra, poi mi guarda.
- Non sembri convinto. Sicuro di esserti divertito?
- Si, si, mi sono divertito. Però, sai, è tutta la sera che ho questa sensazione strana. È come se… se…
- … se avessimo trascorso l’intera serata ad osservare persone che si fanno pompini a vicenda? Se è quello, direi che hai colto nel segno.
King è seduto a gambe incrociate sul muretto, la schiena appoggiata a un vecchio leccio piantato ai bordi della piazzetta. Nella bocca stringe un bastoncino di liquirizia, con lo stesso portamento con cui qualcun altro inalbererebbe un sigaro cubano.
- Dai, King, sei ingiusto: i ragazzi hanno dato il meglio e penso che alcuni pezzi fossero davvero interessanti.
- Non è quello il punto: è la serata che è stata ridicola. Tutta l’idea di andare lì, declamare la tua poesia o la tua canzone; prenderti gli applausi e poi tornare al tuo posto, solo per ascoltare la poesia o la canzone del tizio che seduto accanto a te e a cui dovrai obbligatoriamente applaudire, non fosse altro che gli sei a tua volta debitore di un battimani. Non è arte, è solo accarezzarsi l’ego l’un l’altro. È l’equivalente poetico di dire al tuo amico che è un figo della Madonna, solo perché speri che lui te lo dica a sua volta.
Sharran ride.
- Quindi anche gli applausi che hai fatto per la mia poesia erano solo un tentativo di… “accarezzare” il mio ego?
Preso in fallo, King si agita come se il leccio fosse diventato improvvisamente molto scomodo.
- Ma no, cosa vai a pensare. Tu non hai bisogno di farti accarezzare il… cioè, non è necessario che qualcuno ti dica che sei… insomma, la tua poesia mi è piaciuta sul serio, punto.
Dopo essersene uscito in modo malconcio, toglie dalla bocca il bastoncino di liquirizia e lo rigira tra il pollice e l’indice.
- Penso che abbiate ragione entrambi – dico io, dopo qualche istante. – Alcune poesie meritavano, ma, per come era strutturata la serata, penso che la gente avrebbe applaudito anche a dei versi futuristi recitati con i rutti.
I ragazzi ridono. Il clima si fa di nuovo disteso.
- Quali pezzi ti sono piaciuti di più?
Ci rifletto un po’, poi alzo le spalle.
- La canzone di Kinzugi. Quella sulla ragazza che danza in un oceano di cenere. Era evocativa.
- Parlava di lui. O meglio, parlava della sua ex fidanzata – mi fa Sharran – ogni volta che la sento, non riesco a togliermi dalla testa che deve aver cominciato a scrivere augurandole di vedere il mondo bruciarsi attorno a lei, ma di aver terminato rendendosi conto che era il suo ad essere andato in cenere.
- L’ho pensato anch’io.
- In pratica, ha scritto una canzone per far sapere a tutti che la sua ex era un puttanone, ed è finito per sbandierare quanto fosse cornuto – King ridacchia, poi sospira e scuote la testa. – Ma cosa ne volete capire voi giovani dell’amore. Se non imparate la legge del gol, finirete sempre col farvi fregare.
Stavolta rido io: King ha due anni più di me e ha appena superato i trenta, ma assume ogni giorno di più la posa da vecchio saggio, o de venerabile centenario. Non lo biasimo: in fondo, anch’io a volte sento il doppio degli anni che porto.
- Non ho capito: che è sta’ storia della legge del gol? – fa Sharran. – Lo sai che non seguo il calcio.
- Ma che significa “non ho capito”? “È la dura legge del gol. Fai un gran bel gioco però, se non hai difesa gli altri segnano e poi vincono…”. Presente?
Sharran fa segno di no con la testa e la bocca di King assume una smorfia di pura disapprovazione. Quasi mi aspetto che cominci a criticare la decadenza dei costumi citando Cicerone.
- Significa che, se non fate attenzione alle vostre fidanzate, è logico che arrivi il tipo di turno a portarvele via, no? E poi finite così, a declamare poesie davanti a una folla di sfigati, quando tutto quello che vorreste dalla vita sono due tette sode da stringere.
Butta lo stecchino di liquirizia in un cestino e si mette a ravanare nelle tasche per cercarne un altro, sempre biascicando sottovoce qualcosa che forse sono imprecazioni, o forse riflessioni profonde sul senso della vita.
- A me è piaciuta la poesia di PJ. Quella che ha dedicato a sua nonna – fa Sharran, dopo qualche secondo. – Breve, ma intensa. Piena di significato.
- Già, si vedeva che le voleva molto bene.
Sharran si gira e mi rivolge lo sguardo di affettuoso rimprovero che si potrebbe rivolgere a un bambino un po' tonto.
- Non era davvero dedicato a sua nonna. O, almeno, non parlava solo di lei.
- No? E chi altro ci sarebbe?
Lui posa la bottiglia e muove il braccio da sinistra a destra in un gesto lento e solenne. Nel farlo, include terra, cielo e mare.
- Il Cilento sta morendo, Austin. I paesi si svuotano uno ad uno. E quelli che ancora resistono marciscono nel provincialismo, senza idee e senza futuro.
Alzo le spalle.
- Non pensi di stare esagerando questa volta? Insomma, mi sembra che tu la faccia più nera di quanto già non sia.
- No che non esagero. Sei tu che non riesci a vedere, perché torni qui per troppo poco tempo – fa lui, alzandosi in piedi. – Qui non è rimasto niente. Né cultura, né lavoro, né uno straccio di speranza per il futuro. I negozi chiudono e le scuole cadono a pezzi perché i soldi devono essere spesi per qualche festa patronale o per la sagra del pesce fritto!
Ha alzato la voce e l’eco delle sue ultime parole risuona nella piazza vuota. Quando torna il silenzio, anche lui sembra svuotarsi e si appoggia al muretto.
- La verità, Austin, è che qui non ci sono più nemmeno idee su come cambiare le cose. E, se anche ci fossero, in pochi avrebbero la voglia e le forze per farlo davvero. Chi può scappa, con più o meno rimpianti. Chi non può…
Si ferma a metà della frase. A differenza nostra, King è uno di quelli che “non può”.
Il nostro amico ci guarda entrambi senza dire niente per qualche istante, poi si infila in bocca un nuovo stecchino di liquirizia.
- … chi non può, o si fotte o si arrangia. Non c’è tanto da girarci attorno – dice, sistemando le mani dietro la testa e stendendosi maggiormente, come se la corteccia del leccio fosse un letto di piume. –E poi, tanto meglio: più pappemolli si levano di torno, più donne restano per i veri uomini come me.
Completa le sue ultime parole con quello che potrebbe essere un perfetto sorriso strafottente, se solo non fossi riuscito a cogliere la smorfia disperata che è comparsa per un istante sul suo volto.
È proprio King a rompere il silenzio, dopo qualche istante.
- Per quel che mi riguarda, ribadisco quello che ho detto prima: la tua poesia mi è piaciuta un sacco, Sharran. Quando l’ho sentita, ho capito subito che non era un esercizio di stile. Ci hai messo l’anima per comporla.
Il nostro amico non dice nulla, ma ci invita ad andare avanti con un cenno della testa.
- La poesia era rivolta a noi – faccio io. – ai tuoi amici di una vita.
Sharran annuisce di nuovo.
- Però, parla anche di morte. Perché hai messo assieme amicizia e morte?
- Voi pensate mai al fatto di dover morire? – risponde lui. – Vi fermate mai a riflettere sul fatto che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo?
Io e King ci guardiamo per un istante. Lui scuote le spalle.
- Ragazzo mio, io ho una certa età: vuoi che non pensi alla morte di tanto in tanto? Ma non mi spaventa. È una cosa inevitabile, quindi perché preoccuparsi? Vivi, ridi e fotti: per la morte c’è sempre tempo.
Sharran fa un cenno di approvazione con la testa, poi concentra lo sguardo su di me, chiedendomi in silenzio una risposta.
- Beh… a volte, quando riesco a dimenticarmi dei pensieri della vita di tutti i giorni, posso sentire il ticchettio del mio tempo che scorre. Quando succede, mi rendo conto che il tempo va in una sola direzione, e che ogni istante che sento passare, mi porta più vicino al mio ultimo momento.
- E la cosa ti spaventa?
- Si, molto – rispondo io, quasi vergognandomi di ciò che dico. – So che da credente, non dovrei avere paura, ma non posso farci nulla.
- Non dovresti preoccuparti: temere la morte è umano.
- Lo so, e l’ho accettato. Non posso smettere di avere paura, ma posso cercare di conviverci senza lasciare che mi condizioni la vita. E posso chiedere a Dio di perdonarmi ogni giorno e di darmi la forza di vivere fino all’ultimo a testa alta – sorrido. – Se volete, posso anche approfittarne per, farò sempre in tempo a mettere una buona parola con il Signore per voi, no?
- Tieniti per te il Signor Padreterno e gli angeli con le arpe, Austin: se avessi la possibilità di scegliere, andrei nel Walhalla senza pensarci su due volte! – esclama King. – Un’eternità fatta di birra, banchetti, mazzate eroiche e poppute valchirie sarebbe il premio perfetto per la vita esemplare che sto vivendo.
Sharran ride. Di gusto, col cuore, come se avesse sentito qualcosa di bellissimo. Poi ci indica lentamente con la mano.
- Tu hai scelto la fede e tu l’ebbrezza, ma per ogni uomo arriva il momento di decidere come confrontarsi con la morte. Ed è il modo con cui si decide di affrontarla che stabilisce che genere di persona si è.
- E tu come hai deciso di farlo?
Invece di rispondere subito, il nostro amico prende qualche istante per buttar giù l’ultimo sorso di birra. Da consumato attore, sa benissimo quand’è il momento di fare una pausa.
- Ho scelto la consapevolezza – dice, infine. – Vivo ogni giorno al meglio che posso e porto con me ogni singolo momento che valga la pena di essere ricordato. Quando sarà il momento, saranno questi istanti che mi ricorderanno che ho vissuto una buona vita e mi aiuteranno ad accettare ciò che estato. Senza preavviso, allunga la mano e mi tocca la spalla, osservando me e King con uno sguardo strano.
- E questi momenti che vivo con voi, che siete i miei migliori amici, sono gli istanti più belli che io possa immaginare.
Restiamo in silenzio, ognuno facendo i conti con le sue considerazioni personali su quelle parole. Dopo qualche minuto, Sharran scende dal muretto e si stira la schiena.
- Direi che abbiamo filosofeggiato abbastanza, stasera. È tempo di tornare a casa.
- Concordo pienamente su entrambe le cose – gli risponde King, gettando il secondo stecchino nel cesto della spazzatura e scendendo a sua volta dal muretto. – E, per evitare di ricascarci, sulla via del ritorno la musica la scelgo io. Così le uniche cose di cui ci verrà voglia di parlare saranno figa, giochi di ruolo e roba da nerdacchioni.
La macchina è fredda, ma il riscaldamento è un sollievo. Quando il vetro è sbrinato, metto in moto e guido lentamente la macchina fuori dalla piazzetta.
- Domani sera sono libero. Voi ci siete?
- Sicuro. Hai in mente qualcosa in particolare?
- Passeggiata in piazza; pizza da Ciro e maratona dei Monty Pytron. Cosa ne pensate?
- Penso che sarà davvero una bella serata.


Agostino Langellotti



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Pretorian
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Re: Riflessioni sul baratro

Messaggio#2 » lunedì 28 gennaio 2019, 19:19

Nel racconto ho inserito il Bonus inerente l'aforisma sul calcio.

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giottone
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Re: Riflessioni sul baratro

Messaggio#3 » martedì 29 gennaio 2019, 23:01

Ciao Agostino, piacere di conoscerti.
Hai scelto di interpretare il tema del contest nella sua versione letterale. Infatti, nel racconto la marginalità è meramente fisica, prendendo la forma di un precipizio, vicino al quale sono seduti i protagonisti. Al contrario, dal punto di vista esistenziale non si hanno elementi tali da desumere che i protagonisti stessi vivano una condizione borderline.
Secondo me, anche se originale, un’interpretazione di questo tipo è comunque accettabilissima.
Nel racconto domina un’atmosfera che può ricordare le sedute di autocoscienza in auge negli anni Settanta, un po’ alla “Ecce bombo”, per intenderci. Prendendo spunto dalla serata di lettura di poesie, appena trascorsa, il gruppetto di protagonisti affronta in prima battuta il tema dell’incompatibilità tra ego e onestà intellettuale con estremo realismo, anche con un pizzico di ironico cinismo, e sempre con una spiccata dose di arguzia. Come avviene spesso nella realtà, il discorso divaga, e in questo caso si sofferma sulla paura della morte, restando interessante. La divagazione, pur puntellando di realismo la conversazione tra gli amici, forse costringe gli argomenti trattati in una sinteticità eccessiva.
Il bonus sul calcio è inserito in un contesto del tutto appropriato.
Giuseppe
Ultima modifica di giottone il giovedì 31 gennaio 2019, 7:29, modificato 1 volta in totale.

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Sonia Lippi
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Re: Riflessioni sul baratro

Messaggio#4 » mercoledì 30 gennaio 2019, 12:07

Ciao Agostino,
piacere di rileggerti.
Allora il racconto mi è piaciuto, e mi ha anche angosciato. soprattutto le divagazioni finali sulla morte che non ti nego di aver fatto anche io con i miei amici in serate fosche e piovose.
la lettura è scorrevole e i dialoghi molto reali.
non ho trovato refusi, o almeno non mi sembra di averli visti.
Rimango un pochino perplessa per la tua interpretazione del tema, all'inizio ho pensato che non mi pareva proprio un racconto di vite ai margini, ma poi riflettendoci bene, ho visto cosa di marginale hanno queste vite.
In primis sono uomini che vanno a serate di lettura di poesie ( cosa c'è di più marginale di questo? ;-) )
poi ne discutono anche assieme, che ai giorni di oggi a me sembra fantascienza.( è un complimento per te e i tuoi personaggi ovviamente.)
Quindi credo che il racconto sia in tema e c'è tutto anche il bonus del calcio.
Unico appunto il finale, in quanto mi aspettavo qualcosa di più forte che capovolgesse la visione che fin ora avevi dato al racconto, invece il tuo finale è sottile, e arriva piano, forse troppo piano, ma mi piace.
a rileggerci
Sonia

Rovignon
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Re: Riflessioni sul baratro

Messaggio#5 » venerdì 1 febbraio 2019, 19:52

Ciao Pretorian. Mmm… sbaglio o ci conosciamo già? Sulla Tela Nera?
Il racconto mi è piaciuto, mi è piaciuto il “filosofeggiare” dei personaggi, ma mi ha un po’ spiazzato il fatto che si definiscano nerd sottintendendo (se non ho capito male) che sia quello il motivo per cui sarebbero da considerare ai margini della società.
Ecco… non ho percepito il disagio. Forse perché mi sembra più che normale al giorno d’oggi essere nerd. È una categoria che è stata sdoganata e che, anzi, spesso ormai è citata con accezione positiva.
Vorrei dirti che è solo un problema di aderenza al tema, ma in verità mi è parso che se davvero il loro disagio nascesse dall’essere nerd… forse, allora, è un po’ esagerato.
Ho intezione di tornare a rileggerlo perché ho paura di essermi perso qualche pezzo, ma ritengo doveroso esprimere il mio giudizio in base a quel che ho colto alla prima lettura.
Andando oltre al motivo per cui i personaggi si sentano degli emarginati, ho comunque trovato i loro dialoghi molto freschi e accattivanti… mettendo mano a quel che ti ho sottolineato (sempre che non abbia preso uno svarione!) credo che possa diventare davvero una chicca.

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Re: Riflessioni sul baratro

Messaggio#6 » domenica 3 febbraio 2019, 16:13

Rovignon ha scritto:Ciao Pretorian. Mmm… sbaglio o ci conosciamo già? Sulla Tela Nera?
Il racconto mi è piaciuto, mi è piaciuto il “filosofeggiare” dei personaggi, ma mi ha un po’ spiazzato il fatto che si definiscano nerd sottintendendo (se non ho capito male) che sia quello il motivo per cui sarebbero da considerare ai margini della società.
Ecco… non ho percepito il disagio. Forse perché mi sembra più che normale al giorno d’oggi essere nerd. È una categoria che è stata sdoganata e che, anzi, spesso ormai è citata con accezione positiva.
Vorrei dirti che è solo un problema di aderenza al tema, ma in verità mi è parso che se davvero il loro disagio nascesse dall’essere nerd… forse, allora, è un po’ esagerato.
Ho intezione di tornare a rileggerlo perché ho paura di essermi perso qualche pezzo, ma ritengo doveroso esprimere il mio giudizio in base a quel che ho colto alla prima lettura.
Andando oltre al motivo per cui i personaggi si sentano degli emarginati, ho comunque trovato i loro dialoghi molto freschi e accattivanti… mettendo mano a quel che ti ho sottolineato (sempre che non abbia preso uno svarione!) credo che possa diventare davvero una chicca.



Ciao, Rovi.
Dunque, in verità, la marginalità dei personaggi non nasce dal loro essere nerd, ma dalla dimensione sociale che li circonda (alcuni più di altri), oltre dal fatto di mantenersi distaccati rispetto al mondo "culturale" in cui si muovono (vedi i giudizi sulla serata di poesia). Per il resto, davvero grazie

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Re: Riflessioni sul baratro

Messaggio#7 » domenica 3 febbraio 2019, 16:23

Sonia Lippi ha scritto:Ciao Agostino,
piacere di rileggerti.
Allora il racconto mi è piaciuto, e mi ha anche angosciato. soprattutto le divagazioni finali sulla morte che non ti nego di aver fatto anche io con i miei amici in serate fosche e piovose.
la lettura è scorrevole e i dialoghi molto reali.
non ho trovato refusi, o almeno non mi sembra di averli visti.
Rimango un pochino perplessa per la tua interpretazione del tema, all'inizio ho pensato che non mi pareva proprio un racconto di vite ai margini, ma poi riflettendoci bene, ho visto cosa di marginale hanno queste vite.
In primis sono uomini che vanno a serate di lettura di poesie ( cosa c'è di più marginale di questo? ;-) )
poi ne discutono anche assieme, che ai giorni di oggi a me sembra fantascienza.( è un complimento per te e i tuoi personaggi ovviamente.)
Quindi credo che il racconto sia in tema e c'è tutto anche il bonus del calcio.
Unico appunto il finale, in quanto mi aspettavo qualcosa di più forte che capovolgesse la visione che fin ora avevi dato al racconto, invece il tuo finale è sottile, e arriva piano, forse troppo piano, ma mi piace.
a rileggerci
Sonia


Grzie, Sonia. Se non risulta troppo depressivo, posso dirti che la parte sulla morte si basa (come tutto il resto della storia, del resto) su effettive serate che ho trascorso con dei miei amici. Gli stessi che mi hanno fornito i modelli per King e Sharran

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Pretorian
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Re: Riflessioni sul baratro

Messaggio#8 » domenica 3 febbraio 2019, 16:28

giottone ha scritto:Ciao Agostino, piacere di conoscerti.
Hai scelto di interpretare il tema del contest nella sua versione letterale. Infatti, nel racconto la marginalità è meramente fisica, prendendo la forma di un precipizio, vicino al quale sono seduti i protagonisti. Al contrario, dal punto di vista esistenziale non si hanno elementi tali da desumere che i protagonisti stessi vivano una condizione borderline.
Secondo me, anche se originale, un’interpretazione di questo tipo è comunque accettabilissima.
Nel racconto domina un’atmosfera che può ricordare le sedute di autocoscienza in auge negli anni Settanta, un po’ alla “Ecce bombo”, per intenderci. Prendendo spunto dalla serata di lettura di poesie, appena trascorsa, il gruppetto di protagonisti affronta in prima battuta il tema dell’incompatibilità tra ego e onestà intellettuale con estremo realismo, anche con un pizzico di ironico cinismo, e sempre con una spiccata dose di arguzia. Come avviene spesso nella realtà, il discorso divaga, e in questo caso si sofferma sulla paura della morte, restando interessante. La divagazione, pur puntellando di realismo la conversazione tra gli amici, forse costringe gli argomenti trattati in una sinteticità eccessiva.
Il bonus sul calcio è inserito in un contesto del tutto appropriato.
Giuseppe


Grazie, giottone. In verità, la marginalità a cui faccio riferimento è quella socio-culturale dei protagonisti, però apprezzo anche l'interpretazione che hai dato. Così come apprezzo i riferimenti ad Ecce Bombo. Davvero, mi fai sembrare più acculturato di quanto io non sia XD

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roberto.masini
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Re: Riflessioni sul baratro

Messaggio#9 » martedì 5 febbraio 2019, 19:23

Ero così infelice, eppure più del mio amico avevo cara la mia stessa vita infelice. Certo, desideravo che mutasse, ma non di perderla in vece sua: non so se avrei accettato anche soltanto di morire per lui, […]. Ma in me era nato come un sentimento contrario a questo, e la noia di vivere m’era non meno opprimente della paura di morire.(Da Confessioni di S. Agostino).
Ho voluto citare il filosofo di Tagaste perché questa mi sembra un pregevole racconto sulla morte (e sull'amicizia) della quale si dice che la gioventù non si preoccupi. Di questo racconto mi è piaciuto lo stile e il contenuto . I bonus ci sono.
Ma per me c'è un grosso ma: l'aderenza al tema. Per me utilizzare il baratro è stata una furbata, rispetto al tema del contest. Le vite sono al plurale e così pure i margini. Io non riesco (limite mio certo!) a scoprire una marginalità socio-culturale dei protagonisti.
Come recita il vocabolario, vivere ai margini della società, o della vita sociale, detto soprattutto di individui o gruppi che campano di espedienti, privi di un mestiere o di un’attività regolare, oppure di persone che vivono in uno stato di emarginazione.
La mia è certamente una visione più ristretta ma proprio questa non mi consente di approvare l'aderenza al tema.
Invece, ripeto per quanto riguarda il racconto in sé, chapeau!!!

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DavidG
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Re: Riflessioni sul baratro

Messaggio#10 » giovedì 7 febbraio 2019, 19:20

Caro Pretorian,
finalmente ci rincontriamo in un contest dopo taanto tempo.
Devo essere sincero: mi aspettavo un'altra cosa. Ti conosco e riconosco per i tuoi (splendidi) racconti di fantascienza, e mi aspettavo qualcosa del genere.
Il tuo racconto invece si basa sui dialoghi di una serata tra amici.
Dialoghi che, alla fine, si avvicinano molto a quelli a cui ho preso parte in gioventú con i miei amici nerd, ai margini di baratri, in campeggio, durante campagne d&d o concerti metal, percui la storia non mi ha suscitato emozioni particolari, se non di nostalgia per i tempi che furono.
La struttura è lineare, senza nessun accadimento che stravolga la narrazione.
Sulla tecnica e sulla scrittura non ho certo nulla da insegnarti e quindi niente da segnalare.
Vite al margine? Ma allora anche la mia forse... eh beh! :D

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