Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino

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Peter7413
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Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino

Messaggio#1 » sabato 30 aprile 2016, 18:49

Oreste “Qua e Là”


Che il vecchio Oreste, detto “Qua e Là”, fosse testa strana non era mistero in valle, lui e quel suo cane che sembrava sorridere tutte le volte che lo si chiamava.
– Sono un’anomalia e prima che mai il Tempo mi leverà da questo presente, mio caro Contino. – Soleva ripetermi due volte su tre che passavo a trovarlo al suo grengiotto. – E a quest’età mi tocca ancora lavorare, io che la pensione l’avrei anche maturata! – E sì che la pensione nessuno sapeva che fosse, neppure il mio Maestro, ordinato al compito dalla diretta persona di mio padre: il Conte Giancarlo Bertoldino Valperga di Rivara.
– Devi girare al largo da quel paese e da quell’uomo: pare più che strano e da quando s’è messo a raccontare quelle storie, piace a pochi. – Ripetevano sia l’erudito che il mio nobile genitore e io, puntuale, arpionavo il puledro ogni volta che potevo e partivo.
Che poi me lo feci spiegare da lui, il significato di anomalia, e ancora oggi, a distanza d’anni, mi chiedo se fu per quello che da un momento all’altro, me presente, sparì.

Ho raccolto storie, tra il contado e tra quelli che, fin da sbarbati, erano soliti dividere il tempo con lui e mi pare d’avere da concludere che infanzia e prima età adulta fossero dall’Oreste vissute in totale normalità, che a rigor di logica è termine da poter opporre a quello di anomalia. Lavoratore silenzioso dei campi della mia famiglia; moglie e figli che la polmonite, uno dopo l’altro, portò via nel breve soffio di una stagione, quella fredda dell’inverno di cui ancora si parla e di cui, mia fortuna, non ho incontrato di simile in vita.
Una cosa lo contraddistingueva da tutti: se qualche oggetto si rompeva, l’aggiustava. Non importa cosa fosse o se l’avesse visto o usato prima d’allora. Lui arrivava, ci si sedeva di fianco e lo studiava, infine lo riparava. Lo stesso Conte mio nonno, più volte, s’era servito del suo talento per la costruzione dei patiboli per i malfattori o per quelli che lui riteneva tali. Oreste ascoltava gli ordini, si sedeva su una pietra del cortile, rimuginava tra sé e infine si metteva all’opera e ideava e montava. Mai richiesta fu lasciata inevasa.
Poi un giorno, d’un tratto e senza preavviso, eccolo che, dopo aver completato uno strumento di tortura (anche in valle avevano cominciato a girare voci di presenze di streghe e le si doveva per forza fare confessare), si mise a costruire un accrocchio rettangolare che pareva il supporto per uno specchio. – Questo è un televisore, già di quelli lcd, serve a vedere cose lontane. – Dichiarò. Solo che, nello specchio che lui ci montò dentro, la gente ci vedeva se stessa riflessa e nient’altro, ma lui non demordeva. – Ma no, che dici? Non vedi che sta per partire il telegiornale?
In quattro e quattr’otto fu bandito dal castello e mai più alcuna richiesta gli fu commissionata dal mio nonno prima e da mio padre dopo. Lui prese il televisore lcd, il suo cane e la sua roba e si trasferì dal paese al grengiotto, su in alto, subito prima dei pascoli per le vacche. Aveva già una certa età allora e si pensò che il dolore per la perdita di moglie e figli si fosse infine manifestato mandandolo ai matti.
Io crebbi nelle storie che i bambini del contado, con cui condividevo il tempo tutte le volte che riuscivo a fuggire dal controllo del mio Maestro, mi raccontavano riguardo a lui: il vecchio “Qua e Là” che s’inventava storie e accrocchi dei più svariati pensando d’essere “Là”, in un’altra epoca o chissà dove, e invece trovandosi “Qua”. Nessuno di quegli strumenti faceva ciò per cui veniva montato, ma che storie che ne nascevano e che voglia di vederle che tutti avevano! Così, un giorno, decisi di volerlo proprio conoscere e in tal modo feci e m’inerpicai su per gli abitati del monte fino a raggiungerlo e a quella visita ne seguirono altre e poi altre ancora.

Non che fossi solo nelle mie incursioni al grengiotto di Oreste “Qua e Là”. I bambini parlano e le storie viaggiano. E i bambini hanno energie e una volta svolto il loro lavoro si fanno prendere dalla voglia d’investigare e così via, a trovare quel vecchio dalle strane storie e i suoi ammennicoli che, vero, non funzionavano, ma che con la mente si potevano anche usare, bastava fare finta che facessero quello per cui lui diceva d’averli costruiti. E Oreste amava parlare e spiegare, e tutti ad ascoltarlo con la bocca aperta e gli occhi sgranati.
– Questo è l’aeroplano, ci si vola e ti porta fino in capo al mondo.
– Cioè fino a Torino? – Chiedeva il figlio del Lup, che non era mai stato oltre il confine del paese.
– Questo è il telefono cellulare, ci parli dentro e non c’è bisogno che qualcuno ti sia vicino per riuscire a sentirti.
– Cioè ci parli dentro e ti esce la voce grossa che ti sentono fino a Ivrea? – Chiedeva il figlio dell’Aquilot, che c’aveva parenti fino a là.
– Questa è una lavatrice, ci metti i panni sporchi e lei te li lava.
– Cioè li mangia e li lava quando sono nella sua pancia? – Chiedeva il figlio del Mignulin, che tendeva a spiegarsi il mondo attraverso la pancia e il cibo che, magro com’era, probabilmente poco ne vedeva e tanto ne immaginava.
– Sì e poi te li restituisce quando va di corpo e te li ritrovi di nuovo sporchi! – Ribatteva il figlio del Paiasu, quello che mio padre teneva in conto spese perché – C’è sempre tempo a piangere, – diceva, – ma una buona risata, ogni tanto, non fa male. – E giù tutti a ridere.

Col tempo, il grengiotto di Oreste “Qua e Là” divenne quello che lui soleva definire di volta in volta come Centro Sociale o Parco Giochi o Università della Prima Età, tutti nomi sconosciuti che poi noi bambini ci rivendevamo nei nostri racconti declinandoli nei più svariati modi. Non c’era un vero e proprio giorno o orario per andarci: quando si poteva, si partiva che tanto Oreste, una storia nuova da raccontare l’aveva sempre.
– La vedete, cari? – Ci indicava nelle giornate chiare e senza nubi puntando con il dito la pianura che si stendeva sotto di noi fino a perdersi a vista d’occhio. – Quella è la grande pianura e laggiù, oltre Torino, molto oltre, dopo quelle lontanissime montagne, c’è il mare.
– Il mare… – Si faceva tutti insieme eco alle sue parole, che nessuno mai l’aveva visto, il mare. E qui lui variava e ogni volta una nuova idea.
– M’è venuta voglia di costruire un sottomarino.
– Cos’è un sottomarino?
– Un trabiccolo che va dentro l’acqua e ci si può immergere e ci si può esplorare i fondali, anche se il più delle volte serve a bombardare navi.
– Un sottomarino! Tu fallo e poi lo proviamo nella guia del Viana! – Solo che poi lo costruì tanto grande che non riuscimmo a trasportarlo e tanto meno ci sarebbe stato verso di farlo affondare nella fonda del nostro fiume, anche fosse stato al suo massimo flusso nel periodo dello sciogliersi delle nevi.

In quanto figlio di Conte e discolo, non avevo da lavorare e le volte che bigiavo le lezioni del mio Maestro, nell’arco di una settimana, non si contavano sulle dita di una mano, così ero di sicuro, tra i bambini della valle e non solo, quello che passava più tempo al grengiotto.
– Ora sono qua e dopo sono là. E poi il là diventa qua e il me si spezzetta in qualcosa che non so e comincio a parlare e a fare e tutti mi guardano come si guarda un cane se parla e di cani che parlano non se n’è mai visti, credo. – Mi soleva ripetere sempre più spesso Oreste nei momenti in cui attendevamo l’arrivo degli altri.
Un giorno, però, i bambini non arrivarono e al loro posto ecco spuntare, da dietro il costone, gli adulti, tutti i maschi del paese, con gli sguardi arruffati.
– Non c’è verso: i bambini, qui, non te li facciamo più venire che poi devono lavorare e perdono tempo nel raccontarsi quelle tue favole e non va bene. – Questo il sunto di un processo che gli tennero lì su due piedi. – E per farti capire che si fa sul serio, siamo venuti per smontarti i trabiccoli, che neppure vogliamo che rimangano come miele per attirare quegli sconsiderati dei nostri figli. E ringrazia che c’è il Contino qui con te che altrimenti non ci limitavamo a rompere solo quelli!
– Fate pure. – Rispose Oreste. – Ma vi prego, non toccate i pannelli solari che altrimenti rimango senza corrente e poi che faccio?

Fu l’ultima volta della mia infanzia che vidi il grengiotto. Tornato al castello, il Signore Conte mio padre mi fece rinchiudere nella torre come neppure la più bella delle principesse dai lunghi capelli.
– Tu dal matto non ci vai più, intesi? – Mi urlò quella sera stessa, non appena legato il mio puledro nella stalla. – E per esserne certo che ti passi la voglia, ti chiudo nella torre e nei prossimi mesi dovrai recuperare tutte le lezioni perse con il Maestro, intesi?
Passarono i giorni, passarono le settimane, passarono i mesi e nel chiuso di quelle mura non potevo fare altro che ricordare e immaginare. Quando ti trovi impossibilitato, e bloccato, e per quanto lo desideri tu non possa fare altro che accettare la situazione, allora ecco che cominci a pensarti d’essere Là e non Qua e a lavorare di testa, e a fare e a smontare. In presenza del Maestro mi mantenevo ligio e concentrato, ma una volta solo cominciavo a scrivere i miei appunti e a immaginare di cose tipo i viaggi sulla Luna e a come fossero fatte le macchine per arrivarci. Macchine che, ne ero certo, il vecchio “Qua e Là” sarebbe stato in grado di costruire, anche se non funzionanti.

Una sera, quella prima della mia liberazione per, a detta di mio padre, buona condotta, una pietruzza s’infranse contro la mia finestra. Era Oreste, con se aveva il suo cane e ai piedi un fagotto, immagino pieno di suoi strumenti.
– Ehi! – Urlai, non troppo forte per non farmi sentire.
– Ehi – Fece lui di rimando, alzando appena la mano in un saluto. – Allora ti lascio il cane, me lo tieni tu?
– Certo… – Gli risposi. – Ma dove vai?
– In giro, in giro. – Ribatté e senza altro aggiungere afferrò il fagotto, si voltò e scomparve.

E ora che ho più o meno la sua età, lo sto ancora aspettando. E penso al Qua, e penso al Là, ed entrambi li racconto a chi mi sembra che abbia orecchie per pensare.

FINE



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Peter7413
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Re: Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino

Messaggio#2 » domenica 1 maggio 2016, 18:10

Vedo che tutti tendono a scrivere un commento per presentare il loro lavoro e mi sembra una cosa carina, pertanto m'accodo :)

Mi sono divertito. Sono stato stupido nella scelta dei tempi personali perché ho atteso l'ultima settimana e mi ha beccato l'allergia, cosa che mi ha fatto capire che la vera difficoltà stava nel compiere il primo passo, settare un certo linguaggio, capire come modularmi al compito. Comunque, alla fine quel primo passo sono riuscito a compierlo e da lì è stata una discesa, bene così.
Che tipo di approccio ho seguito? Non ho studiato la distribuzione dei tempi verbali in Calvino, quello no. Ho cercato di allinearmi alle sue tematiche, a percepire le sensazioni che mi trasmetteva e poi mi sono detto: al giorno d'oggi, con la nuova tecnologia e l'alienazione imperante e tutto quanto, di cosa avrebbe potuto parlare il buon Italo? Una volta trovata l'idea, ecco quel benedettissimo primo passo e poi via fino in fondo.
Personalmente, mi ritengo soddisfatto e spero che la lettura vi possa risultare piacevole.
Buona edizione a tutti!

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Jacopo Berti
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Re: Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino

Messaggio#3 » martedì 3 maggio 2016, 12:00

Ciao Maurizio, piacere di leggerti.
Il tuo racconto è molto calviniano nei contenuti: l'attenzione per la tecnologia, l'estrapolazione scientifica e tecnologica, a volte anche fantascientifica, fanno parte della letteratura calviniana. In uno dei suoi saggi - ne sono sicuro, ma non ho voglia di andare a cercare la citazione - Calvino dice che tutta la letteratura ha tra i punti centrali il rapporto tra l'uomo e le sue macchine. Il tuo Oreste, nel costruire forche e patiboli, è una rivisitazione del carpentiere del Visconte dimezzato: ha la stessa anima divisa e tormentata e sotto sotto affronta anche lui, che mette assieme cose non funzionanti, il dilemma di Pietrochiodo: "E al carpentiere veniva il dubbio che costruir macchine buone fosse al di là delle possibilità umane, mentre le sole che veramente potessero funzionare con praticità ed esattezza fossero i patiboli e i tormenti". Il tema delle macchine e della tecnologia, C. lo affronta specialmente nelle Cosmicomiche: se non le hai lette, te le consiglio caldamente, se ti interessa ti dico anche quali.
Divertente e molto calviniana è la risposta dei bambini alle tecnologie che non sono in grado di immaginare: le riconducono a ciò che sanno e sperimentano, o vorrebbero sperimentare. Questa è molto azzeccata: "Cioè li mangia e li lava quando sono nella sua pancia? – Chiedeva il figlio del Mignulin, che tendeva a spiegarsi il mondo attraverso la pancia e il cibo che, magro com’era, probabilmente poco ne vedeva e tanto ne immaginava". I bambini sono ben descritti, ben caratterizzati. Li vedo un po' come i monelli della combriccola da cui Pin si stacca nel "Sentiero dei nidi di ragno".
Il "qua e là" è una buona idea: ora che ci penso mi ricorda l'inizio de La spada nella roccia Disney, quando Merlino racconta a Semola di essere stato "secoli e secoli nel futuro" e gli mostra un trenino giocattolo a vapore.
Infine, al confine tra forma e contenuti, la patina dialettale: i nomi delle famiglie, qualche termine regionale. C'è un termine che forse è dialettale e sembra un neologismo, "grengiotto", di cui si può intuire il significato, ma resta in fondo un mistero (non lo trovo su google), e non è un problema perché l'ho immaginato come una delle invenzioni indefinibili di Oreste.

Veniamo alla forma e allo stile verie propri. Ecco, in questo senso, secondo me, l'esperimento non è riuscito. La sintassi è troppo pesante, troppo complessa, faticosa. Manca di immediatezza, "leggerezza e rapidità" - ormai uso le Lezioni americane come aiuto nella formulazione del giudizio - e gli accorgimenti mimetici corretti e puntuali che pure hai utilizzato si perdono in arzigogoli e giri di parole.
Prendi frasi come queste: "Così, un giorno, decisi di volerlo proprio conoscere e in tal modo feci e m’inerpicai su per gli abitati del monte fino a raggiungerlo e a quella visita ne seguirono altre e poi altre ancora". "Ho raccolto storie, tra il contado e tra quelli che, fin da sbarbati, erano soliti dividere il tempo con lui e mi pare d’avere da concludere che infanzia e prima età adulta fossero dall’Oreste vissute in totale normalità, che a rigor di logica è termine da poter opporre a quello di anomalia". Fai un uso spropositato di verbi servili e costruzioni complesse. "Decisi di volerlo proprio conoscere"; "mi pare d'avere da concludere": scusa se ho pensato di ritenere di dirti che sono proprio brutti. E ci sono altri casi.
Non mi pare sia tipico calviniano. O magari se c'è un caso, è isolato in un romanzo. Qui ne fai tratto distintivo.
Poi, chiaro, si può dire che il tratto non è tuo, ma del narratore: che c'è sempre un narratore interno ecc. ecc. Ma allora questo narratore con questo stile mi pare non sia una buona idea.
I dialoghi funzionano bene, mi pare. Ma l'attenzione sulla forma viene tutta attratta dalle "frasi mostro" di cui sopra.

Una valutazione buona sui contenuti, sufficiente sulla forma,non positiva sull'imitazione.
Ultima modifica di Jacopo Berti il giovedì 12 maggio 2016, 12:33, modificato 1 volta in totale.
«Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l'arte di inventare» (Novalis, Frammenti)

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Angela
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Re: Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino

Messaggio#4 » mercoledì 4 maggio 2016, 8:17

Ho letto l'intervento di Jacopo prima del commento, perché ammetto di aver avuto difficoltà a identificare Calvino nel tuo testo (più che altro perché ho letto solo due testi di questo grande autore). Comunque mi pare che la sensazione sia stata la stessa.
Calvino è un uomo del suo tempo e il fatto che negli anni '60 la scienza e la tecnologia abbiano avuto un ruolo fondamentale nella società, si è riflettuto anche sulla cultura. Calvino non si è sottratto alla rappresentazione del fantastico che fa riferimento alla tecnologia, anche se non è mai stato un autore di fantascienza, perché rifuggiva ciò che era troppo lontano dall'uomo e dal suo mondo. Piuttosto, si è limitato a dare un'interpretazione "eccentrica" della modernità che avanzava.
Da questo punto di vista il tuo racconto mi sembra aderente al suo pensiero e il personaggio centrale (mi piace molto il nomignolo che è anche il titolo del racconto), in un certo senso ricalca il carpentiere di Terralba, che ne "Il visconte dimezzato", viene incaricato di costruire forche sempre più ingegnose. Non a caso il tuo Oreste, tra le altre cose, si è messo a costruire patiboli... :)
La svolta "futuristica" che lo vede costruire cose che non riesce a controllare o meglio, a far funzionare, è un tentativo di acciuffare la realtà giocando di anticipo. Anche da questo punto di vista interpreti l'idea di Calvino che è un grande osservatore e ama rappresentare scenari divertenti perché era convinto che le opere debbano avere una funzione sociale e grazie al lato ludico dell'opera è possibile divertire e gratificare il lettore.
Questo è ciò che ho visto di Calvino nella tua opera, per la forma non ne sono del tutto convinta, perché il testo mi ha ricordato l'atmosfera di un altro tuo racconto (quello sul T-Rex) e temo che anche tu, come me, non sia riuscito a scollarti dallo stile che ti è congeniale. Diciamo che il tuo racconto ha delle contaminazioni calviniane ma non si inquadra prettamente nella sua opera.
Un racconto che si legge volentieri, semplice e non banale, scritto in modo chiaro e adatto a chiunque. Mi piace anche il finale che contiene una piccola morale, proprio come Calvino amava fare.
Uno scrittore è un mondo intrappolato in una persona (Victor Hugo)

Andrea Dessardo
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Re: Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino

Messaggio#5 » sabato 7 maggio 2016, 12:35

Caro Maurizio,
la storia che hai scritto, lo dico subito, mi è piaciuta, sia nel contenuto che nella forma, anche se non sono sicuro della sua aderenza a quella di Calvino. Mi piace sopratutto l'inizio e trovo anche che nella prima parte, probabilmente quando sorvegliavi maggiormente la penna, tu abbia rispettato di più il periodare di Calvino: mi pare che te ne allontani e poi addirittura congedi definitivamente a partire da “Non che fossi solo nelle mie incursioni al grengiotto di Oreste “Qua e Là”. I bambini parlano e le storie viaggiano”. L'uso eccessivo di termini che immagino dialettali non mi pare si confaccia ai compiti assegnati. A tratti ho avuto l'impressione che ti fossi ispirato più a Pavese che a Calvino (davvero, ci sono dei richiami…).
Nel complesso una buona prova.

Fernando Nappo
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Re: Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino

Messaggio#6 » martedì 10 maggio 2016, 16:35

Ciao Maurizio,
ho trovato la tua storia molto simpatica e divertente, così come questo Oreste stralunato e il giovane protagonista, che si lascia affascinare. Così come mi piace e mi diverte molto l'idea di una persona che si mette lì, si studia una cosa non funzionante e, anche se non sa bene cosa sia, riesce a ripararla.
La prima parte, quella dove Oreste condivide le sue conoscenze coi ragazzini è quella che mi è piaciuta di più. Riguardo allo stile, in effetti mi sembra un po' lontano da quello di Calvino, almeno per quello che di Calvino ho letto.
Quello che mi ha messo più in difficoltà è il termine grengiotto, che non ho trovato su nessun dizionario. Potrebbe essere una tua invenzione, magari derivato da un termine dialettale, non so.
Comunque un racconto che mi è piaciuto.

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lordmax
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Re: Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino

Messaggio#7 » martedì 10 maggio 2016, 20:34

Ciao
Abbiamo (io e Alberto) visto che ci sono alcuni problemi con i commenti.
Abbiamo creato un post dove chiediamo scusa per la situazione e spieghiamo perché è successo... e come porvi rimedio.
Per quanto riguarda i commenti e la classifica, da ora in poi vi preghiamo, per chi ancora non lo ha fatto, di attenervi ad una valutazione di merito e non di stile perché questo sta creando problemi di convivenza.

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Andrea Partiti
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Re: Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino

Messaggio#8 » giovedì 12 maggio 2016, 21:39

Molto di quel che ho pensato è già stato detto, quindi scusami per la ridondanza.

La storia mi sembra azzeccata e perfettamente in stile. Il tuo protagonista è ben studiato e caratterizzato e mi piace il passaggio di consegne (più o meno reale) che conclude il racconto in maniera circolare.
I bambini e il loro modo di interpretare e spiegare le invenzioni sono stupendi e hai fatto un ottimo lavoro nel "renderli davvero bambini" e non solo delle macchiette comiche nella storia. La struttura che si ripete nei loro interventi è il punto in cui ti riesce meglio il mimetismo di stile.
Altrove molto meno, soprattutto dove abusi un po' di strutture abbastanza arcaiche delle frasi, che per quanto facciano atmosfera e si adattino alla tua storia, nel Calvino che ho letto non ci sono, anzi, sarebbero state piallate per usare frasi semplici e più dirette. Il lessico un po' datato invece è indovinato, anche se mi sembra che tu ci abbia fatto più caso e attenzione a inizio racconto, scordandotene un po' verso la fine, dove ricadi in un vocabolario più normale.

Ottimo lavoro, soprattutto con il malus antistamici!

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alessandra.corra
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Re: Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino

Messaggio#9 » lunedì 16 maggio 2016, 11:11

Ciao Maurizio,

usando un intreccio tra finzione e realtà, hai saputo narrare una bella storia, ricca di spunti di riflessione e, pur nella sua semplicità, profonda.
L'ho trovata anche aderente a molte tematiche di Calvino. Proprio come lui hai, infatti, parlato di un personaggio anticonformista, Oreste. Per il suo modo rivoluzionario di pensare mi ha ricordato Cosimo del - Barone rampante - . Personaggio, assorbito totalmente dai suoi pensieri e dalle sue invenzioni, ma che non per questo vorrebbe vivere isolato dagli altri. Anzi, è un personaggio curioso, a cui piace condividere il suo sapere e raccontare agli altri il suo particolare modo di vedere aldilà delle cose presenti (molto carina la parte dove i bambini dialogano con lui delle sue invenzioni).
Un 'altra analogia a Calvino l'ho ritrovata nella struttura stessa del racconto. Per tornare al – Barone rampante -, anche tu hai scritto un testo facendo parlare un narratore interno alla storia, ma non il protagonista principale. E questa tecnica riesce ad aggiungere un alone di mistero alla simpatica e originale figura di Oreste.
Proprio per fare le pulci, alcune frasi risultano leggermente ridondanti, cariche di aggettivi. Ma in definitiva è poca cosa. Nel complesso è una prova molto buona. Bravo.

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Mike009
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Re: Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino

Messaggio#10 » venerdì 20 maggio 2016, 1:31

I miei complimenti, quando ho finito di leggere il tuo racconto mi sono detto "ecco, questa è la storia adatta al camaleonte". Me lo sono detto anche con una certa invidia.
Il personaggio è davvero azzeccato e anche il fatto di rendere il ragazzo narratore della vicenda è molto in linea con Calvino, poi lo svolgimento e l'ironia che pervade il tutto è proprio quello che mi sarei aspettato da una storia di Calvino. Purtroppo la forma non è adeguata all'eccellenza del resto, il ragazzo che narra non lo fa in maniera colloquiale o complice verso il lettore e spesso e frasi non sono semplici come dovrebbero. Pure il lessico si scosta dalla trilogia di Calvino che dovevamo prendere come esempio. Ho letto su facebook che hai avuto problemi a finire il racconto e magari con un po' più tempo a disposizione avresti sistemato lo stile. Imperfetto, ma mi è piaciuto comunque molto. Per me il primo posto è tuo.

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AmbraStancampiano
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Re: Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino

Messaggio#11 » venerdì 20 maggio 2016, 22:19

Ciao Maurizio,
vedo che abbiamo condiviso l'approccio ai testi di Calvino e, forse per questo o forse per caso, siamo arrivati a conclusioni simili, imbastendo il nostro racconto sul rapporto con la tecnologia.
Nel caso del tuo Oreste, però, la tecnologia è una visione che può rendere folli, e che di sicuro rende soli.
Ho amato molto il personaggio di Oreste, che per certi versi mi ha ricordato Cosimo Piovasco di Rondò nei suoi periodi di follìa e isolamento; in più la voce del narratore è molto simile a quella del narratore del Barone Rampante, e già questo per me potrebbe bastare per dire che, a livello mimetico, hai fatto un buon lavoro.
Riguardo la struttura delle frasi, in effetti a volte ti perdi in una sintassi arzigogolata e un po' ostica, e viene a mancare la leggerezza tipica di Calvino. Anche i termini regionali, non essendo liguri, vanno un po' a minare la mimesi, ma contemporaneamente capisco che la tua intenzione era proprio quella di imitare Calvino con gli strumenti che conosci meglio, e trovo che sia un approccio estremamente condivisibile, che appoggio in pieno.
Altro punto a favore della mimesi, la scelta di narrare la storia dal punto di vista di un bambino e di fare attenzione agli altri bambini e al loro mondo; anche qui, mi ricordi il Barone Rampante e i monelli che rubano la frutta. Altra citazione abbastanza evidente, il cane e il suo "passaggio di proprietà", che è un vero e proprio passaggio del testimone: il tuo protagonista forse racconterà le vicende di Oreste e di quel futuro forse immaginato; mi è piaciuto l'utilizzo del termine "anomalia", anche se utilizzando "interferenza" avresti potuto contare sulle basi di una teoria della fisica quantistica che non conosco abbastanza bene da poter enunciare, ma che mi sembra possa anche giustificare la presenza di Oreste in quel mondo, se è vero che viene dal futuro (o da un altro universo ;) )
Credo che il tuo sia un racconto di pregio, che dopo una limatura e lucidatura delle iperboli sintattiche potrebbe diventare un piccolo capolavoro.
Qui giace il mio cervello, che poteva fare tanto e ha deciso di fare lo stronzo.

Zebratigrata
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Re: Oreste "Qua e Là" - Maurizio Bertino

Messaggio#12 » venerdì 20 maggio 2016, 23:50

Ciao Maurizio,

il tuo racconto mi sembra funzionare bene dal punto di vista Calviniano, e l’idea è simpatica. Forse però ti sei facilitato un po’ le cose reinterpretando direttamente Mastro Pietrochiodo dal Visconte :-D. La storia la racconta il nipote del conte di zona, e ci ricorda sia la narrazione del Visconte che quella del Barone. Forse soprattutto quest’ultima visto lo stile molto molto orale.
Passando ai dettagli che mi hanno convinto di meno, anche tu hai usato lo ‘stratagemma’ delle elisioni frequenti per dare allo stile quel tocco datato e orale che trasmette Calvino. Però Calvino non usa questo stratagemma a quanto mi sembra, almeno non così di frequente, anche se ottiene quell’effetto.
Nel tentativo di emulare le scelte lessicali così particolari di Calvino a volte sei riuscito bene (accrocchio, ammennicoli, gli sguardi arruffati) ma altre volte credo tu ti sia spinto troppo in là, ad esempio per ‘arpionavo il puledro’. Trovo che Calvino sia molto preciso nel modo in cui sceglie le parole. Anche quando le usa fuori contesto trasfromandole in metafore, è preciso. In questo caso ‘arpionare’ il puledro per me stride perché tu vuoi dire che lo inforca (come una bici, volendo mantenere il parallelismo antico/moderno :-D), ma ‘arpionare’ se letto in maniera precisa evoca subito l’immagine di un puledro morto (incredibilmente simile a Moby Dick, sarò sincera! :-P).
Anche nelle espressioni hai cercato di ripetere l’originalità di Calvino. Anche in questo caso secondo me ti sei lasciato prendere la mano in diversi casi, forse anche nel tentativo di ricercare una simulazione dell’oralità, e hai generato delle espressioni che a me sembrano poco credibili e danno l’idea dello sgrammaticato più che dell’orale o del datato – a livello di percezione, non dico che lo siano grammatica alla mano – ti faccio qualche esempio con qualche soluzione che mi sarebbe sembrata più scorrevole (perché Calvino scrive strano, ma scrive scorrevole, altra prova che non è di questo mondo):
-mi pare d’avere da concludere > mi pare di dover concludere, o forse toglierei il ‘mi pare’ del tutto, troppo giro di parole
-mia fortuna > per mia fortuna
-incontrato di simile > incontrato nulla di simile, non ne ho incontrati mai di simili, così non ne ho visti più
dal mio nonno/da mio padre > stride l’incoerenza preposizione articolata/non articolata
-e in tal modo feci > e così feci
-su per gli abitati del monte > ‘abitati’ mi suona un po’ messo lì in cerca di sinonimi. Nulla di male a dire ‘da un villaggio all’altro’

In altri casi invece hai trovato alcune espressioni che mi sono sembrate molto ‘giuste’ e che ho apprezzato molto:
-Chiedeva il figlio del Mignulin, che tendeva a spiegarsi il mondo attraverso la pancia e il cibo che, magro com’era, probabilmente poco ne vedeva e tanto ne immaginava.
-Questo il sunto di un processo che gli tennero lì su due piedi
-abbia orecchie per pensare.

La cosa più bella è il dialogo finale. Ti è riuscito proprio bene. Però la parola fine grossa e nera invece l’avrei evitata, proprio perché i finali di Calvino sono, secondo me, sempre un po’ in punta di piedi.

P.S. Il commento lo abbiamo scritto perché era richiesto nel regolamento :-D Anche io me n’ero scordata, poi Andrea mi ha bacchettato e l’ho inserito al volo!

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