Nuovi Padroni

Finalista nella 148° Edizione del contest principale dell’Arena di Minuti Contati, un racconto di Agostino Langellotti.

 
Il Barone toglie il fazzoletto dal taschino della camicia e si asciuga la fronte. Alza il bicchiere.
Panfilio glielo riempie a metà di vino.
Il vecchio lo butta giù d’un fiato e glielo porge di nuovo.
«Eccellenza, non pensa di averne bevuti abbastanza oggi?»
Il Barone storce la bocca e gli avvicina ancora di più il bicchiere. Panfilio sospira ed esegue.
Nella piana sottostante la villa i lavoratori riposano sotto il sole di mezzogiorno.
Il vecchio sputa per terra.
«Guarda come poltriscono quei fannulloni!» sputa di nuovo. «Dovrei prenderli a nerbate fino a strappar loro la carne dalle ossa!»
Trema mentre beve. I baffi grigiastri si impregnano di vino: li pulisce con una manica della camicia.
«Questa terra è mia, maledetti disgraziati! La mia famiglia la domina dai tempi del Vespro!» urla, agitando il bastone. «Invece di oziare dovreste baciare ogni zolla che vi permetto di toccare!»
La voce di arrochisce. Ansima. Nella piana sottostante, i lavoratori continuano a riposare. Il Barone si lascia andare sulla sedia e alza il bicchiere.
«Dammene dell’altro!»
«Mi spiace, Eccellenza, ma è finito.»
«E allora va’ a prenderne un’altra bottiglia in cantina!»
Il servitore gira il recipiente tra le mani.
«Questa era l’ultima, Eccellenza…»
Il Barone gli scaglia contro il bicchiere. Panfilo lo evita abbassandosi di scatto.
«Ladro! Farabutto!» il vecchio si alza in piedi, agitando il bastone come una clava. «Nessuno può prendersi gioco del Barone Francavilla! Ti ammazzo!»
Abbassa il bastone su Panfilo. Il servitore scatta di lato, incespica e si dà alla fuga. Il Barone continua a inseguirlo urlando insulti.
«Papà, cosa succede?» Filippo sbuca fuori da dietro l’angolo della villa. «Perché stai urlando?»
Panfilo si nasconde dietro di lui. Il Barone fa ancora qualche passo, il bastone levato in alto che gli trema tra le mani.
«La carogna… ha rubato… tutto… tutto il mio vino…»
Filippo gli prende il bastone e glielo sfila tra le mani. Lo sorregge.
«Panfilio non ha rubato niente, papà. Abbiamo venduto tutto vino delle cantine alla banca il mese scorso.»
Il vecchio resta a bocca aperta. Sbatte le palpebre.
«C’erano bottiglie che erano state preparate da mio padre… le annate migliori sotto Re Ferdinando!»
Filippo scuote il capo.
«Tutto della banca, papà. Dovevamo coprire i debiti.»
«I debiti…»
Il Barone si affloscia tra le braccia del figlio. Si lascia trascinare fino alla sedia e ci crolla sopra.
Filippo prende uno sgabello e gli si siede accanto. Gli restituisce il bastone.
«Faremo dell’altro vino» dice il vecchio, guardando la piana. «Vedrai, Filippo. L’aria è calda e secca: quando verrà la vendemmia i grappoli saranno sodi come uova e ne tireremo fuori un nettare che…»
«Le abbiamo vendute.»
Il vecchio si volta di scatto.
«Le vigne le abbiamo vendute due anni fa, papà.»
«A chi?»
«Quell’azienda di Marsala. Si sono fatti carico di tutti i nostri arretrati, ricordi?»
Il Barone non risponde. Alza la mano. Con l’indice nodoso traccia una linea che comprende l’orizzonte.
«E questi, Filippo? Di chi sono questi campi? La gente che ci lavora è ancora sotto di noi oppure…»
Filippo si limita a prendergli la mano e a stringerla. Il vecchio lascia che il bastone cada a terra.
«Erano nostri fin dai tempi del Vespro. Avevamo diritto di vita e di morte su chi li coltivava…»
«Verranno a prendere anche la villa, papà» Filippo deglutisce. «dovevamo coprire i debiti con l’Intendenza. Non c’era altro modo.»
Il Barone si volta.
«Hai venduto tutto? Non è rimasto niente?»
«Lo stemma araldico di famiglia, papà. Quello in pietra sulla cancellata» alza le spalle. «L’ispettore dell’intendenza ha detto che non avrebbe saputo cosa farsene.»
Il vecchio ridacchia.
«Che somaro: quello da solo vale più di tutto quello che abbiamo perso! Quello sì che ci appartiene dai tempi del Vespro e nessuno potrà portarcelo via!»